Il prete giusto
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Il prete giusto

  1. 120 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Il prete giusto

Informazioni su questo libro

Il prete giusto è la storia di un uomo libero, don Raimondo Viale (1907-1984), costretto a una sfida impari e solitaria con gli eventi piú aspri del Novecento. Abbandonato dalla Chiesa e malato, ha affidato a Nuto Revelli la memoria della sua vita.
Sullo sfondo della campagna povera del Cuneese si snodano gli anni duri dell'infanzia, della prima guerra mondiale, l'impegno nella parrocchia di Borgo San Dalmazzo fino allo scontro con i fascisti, le prediche coraggiose contro la guerra, l'imbarazzo della Chiesa, il confino. Poi, in un crescendo, i grandi drammi collettivi: l'8 settembre, le stragi naziste e fasciste, la persecuzione degli ebrei. E la scelta istintiva di schierarsi dalla parte giusta, con l'impegno prioritario, lui prete cattolico, di soccorrere le centinaia di ebrei in fuga dalla Francia (che gli varrà il riconoscimento di «Giusto d'Israele»). Nuto Revelli ricostruisce qui una storia individuale che si stacca dalla vicenda corale, per assumere un carattere emblematico: salvando la testimonianza di don Viale, prete antifascista e anticomunista in lotta perenne contro ogni potere, l'autore offre alla nostra riflessione un inedito punto di vista sulla storia italiana del «secolo breve».

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806170592
eBook ISBN
9788858415696
Argomento
Storia

Nuto Revelli

Il prete giusto

Einaudi

Sono nato a Limone1, nel 1907, e porto il nome Raimondo, del mio nonno paterno e del mio fratellino morto forse nel 1901 a un anno e mezzo di età. Noi siamo i Viale di Mundatti, della tribú dei Mundu, dei Raimondo.
Mia madre voleva che portassi il nome di suo padre, Giovanni, ma quando sono nato mia madre era a letto, e cosí mio papà ha approfittato – era l’unico momento in cui poteva comandare – e mi ha chiamato Raimondo. Quello dei nomi era un argomento che scottava. «Tu hai due vite, – era solito dirmi mio papà. – Tuo fratello ci ha lasciati da piccolo, tu devi vivere perché porti il nome suo e tuo che sono uguali. Il nome dei Raimondo dev’essere ricordato».
Questa la mia famiglia. Mio padre, Battista, del 1876; mia madre, Marianna, del 1882. E tre figli: Margherita, la maestra, del 1902; io del 1907, e Anna del 1910. Margherita ha conseguito il diploma di maestra, mamma l’ha fatta studiare, lavorando e facendoci lavorare. Mamma era una donna meravigliosa, eccezionale come intelligenza e come carattere. Era anche molto bella.
Abitavamo in paese. Avevamo poca terra, quasi tutta «rupestre», a valle di Limone, in una zona piena di vipere. E questa era la terra ereditata da mio papà. In piú c’era la terra di mia mamma, un prato buono, irrigabile, che aveva ricevuto non in dote ma in regalo dal padre, malgrado il forte dissenso dei fratelli che si consideravano gli unici eredi legittimi.
La nostra era una vita modesta, stentata. Ci accontentavamo di poco. Avevamo una mucca, una capra, e non sempre un vitellino da far crescere.
Un ricordo della mia prima infanzia? Fino ai tre anni di età indossavamo la solita vestina. Poi, per noi maschietti, arrivava il momento del cambio, dei pantaloncini corti, al ginocchio. Un avvenimento. Ah, quel mio primo paio di pantaloncini con le righe bianche, che successo. Rivedo ancora le facce sorprese dei vicini di casa, dei miei coetanei.
Papà alternava il lavoro di contadino con quello di manovale e di spaccapietre, un mestieraccio. E andava anche a lavorare in miniera, nella valle Roja, alle Mesce, nelle cave di piombo e d’argento, sia prima che dopo la guerra. E se dico che andava anche «dopo la guerra» è perché ricordo che nel 1922 o nel 1924 aveva vissuto nell’alta valle Roja un fatto che gli era rimasto ben impresso nella memoria. Un mattino, mentre stava scendendo a valle con tre o quattro dei suoi compagni di lavoro, anch’essi montanari robusti, si era imbattuto in un gruppetto di fascisti male intenzionati, squadristi che salivano verso la miniera con tanto di olio di ricino e manganelli per intimorire gli operai agnostici o dissidenti. I fascisti si erano subito resi conto che avrebbero avuto la peggio, ed erano scappati verso il basso. Di quella fuga mio papà era orgoglioso.
Ma gli anni piú difficili sono quelli del 1915-18, quando papà era in guerra. Una fame. Rubavo il pane a mia madre, lo nascondevo sotto il cuscino. Andavo sovente davanti alla caserma con il mio bidoncino, ’l barachin, a elemosinare un po’ della minestra, del rancio dei soldati. A volte mi regalavano anche una pagnotta di pane, erano generosi quei soldati con noi bambini.
Poi andavo a servire la messa, e rimediavo un soldo, magari due soldi, piú di due soldi mai: due soldi era già un lusso. Ero fedelissimo, sempre alla prima messa. D’inverno arrivavo con la neve alta fino a qui, e quando era possibile servivo anche la seconda messa. Non lo facevo soltanto per i soldi, lo facevo con amore.
Mia madre era molto devota. Anche papà, a modo suo, era un credente.
A volte il parroco, don Pietro Falco, un tipo cordiale, simpatico, mi invitava a pranzo, magari quando c’era il vescovo, monsignor Moriondo, un vescovo meraviglioso che è finito a Caserta, e poi a Tiflis, dove ha concluso la sua carriera diplomatica. Monsignor Moriondo mi mandava a comprare i sigari... Io avevo sette-otto anni, e frequentavo la chiesa e il clero tutti i giorni dell’anno. Tutte le sere andavo alla benedizione. Dicevo anche il rosario ai morti, mi piaceva recitare le preghiere «presente la salma».
Prima di don Falco, come parroco, c’era stato don Pepino, anche lui un bravissimo prete, un «resistente», molto affezionato alla mia famiglia. Non so dire se dalla parrocchia arrivasse qualche aiuto economico a mia madre per pagare la retta del collegio di mia sorella e la mia retta del seminario. Non so, ma penso di no perché mamma era un tipo orgoglioso, o meglio, era una donna non dominata dall’orgoglio ma con un giusto amor proprio. Lei aveva il culto della famiglia. Voleva che la nostra povertà fosse dignitosa.
A che punto arrivava mia madre. Il giovedí era vacanza, e tutti i ragazzini a fare un po’ di tapage, a correre di qua e di là, a giocare. Lei mi mandava da un ciabattino – mio nonno paterno era stato un ciabattino – perché imparassi il mestiere. E al sabato portavo ai clienti le scarpe aggiustate, e ricevevo delle mance. Anche cosí rimediavamo qualche soldo, ma non per avarizia: per necessità. Mia madre vendeva qualche uovo, noi le uova non le dovevamo mangiare. Tutto era prezioso per tirare avanti.
Prima di mangiare, seduti intorno al tavolo, facevamo sempre il segno della croce e recitavamo queste parole: «Dateci, o Signore, la vostra santa benedizione a noi e al cibo che prenderemo per conservarci al vostro santo servizio». La mia voce era la piú squillante. Poi ognuno andava a mangiare dove voleva, magari sui gradini fuori di casa. Papà a volte prendeva la sua fetta di polenta, dura come si faceva allora, e usciva nella strada. Se trovava qualche amico, mangiava e discorreva, con una semplicità proprio biblica eh... Una cosa commovente, se si pensa a quanto la gente di oggi è pretenziosa, sofisticata. La vita di allora non era umiliante, era la vita di molti, della gente comune. I ricchi, a Limone, erano pochi. Tutti gli altri vivevano piú o meno come noi, poveri ma dignitosi.
Un esempio di come si viveva allora. Nel paese erano centinaia i muli, e il mulo che moriva di vecchiaia diventava di proprietà comune. I poveri correvano a prelevare un pezzo di quella carne dura presso il cimitero dei muli. Al padrone spettava solo la pelle del mulo morto.
Che volontà aveva mia madre per mantenere mia sorella Margherita nel collegio dell’Immacolata, a Cuneo, e nel contempo rimediare il necessario per tirare avanti la casa... Andavamo nei dirupi a fare la provvista di legna, e impiegavamo l’intera giornata per portare un po’ di quella legna fino a casa.
Ricordo quando mio padre è partito per andare in guerra, subito, nel maggio del 1915. Aveva quasi quarant’anni. Era angosciato. Non che piangesse, ma riusciva a stento a trattenere le lacrime. Mamma lo guardava, e anch’io lo guardavo, in silenzio. Ignoravo che cosa fosse la guerra, sapevo solo che papà andava via e chissà quando l’avremmo rivisto. E noi, poveri, a casa...
E la prima licenza? È arrivato in piena notte, nel freddo. Ha bussato alla porta, e mia madre a domandare «Ma chi è, chi è». «Sono io, sono io, sono io». E non diceva «Sun Batistin». La sua voce era alterata. Infine abbiamo capito. Aveva la barba incolta, la brina sul volto. Era arrivato a piedi da Cuneo. [...].
Quelli della guerra erano anni non di povertà ma di miseria. Mangiavamo patate e polenta. E un po’ di pane, ’l barbarià, che piú barbaro non poteva essere, piú di segala che di frumento. Eppure siamo sopravvissuti. Forse è stato un dono di Dio la povertà in cui sono cresciuto. È nell’infanzia che ho imparato a resistere. [...].
Nel settembre del 1917 sono entrato nel seminario di Cuneo. Avevo dieci anni. A rendere effettiva questa mia «scelta» hanno contribuito il prevosto don Falco, e don Riberi, un sacerdote anche lui di Limone, il cui compito era di tenere uniti i bambini, di farli giocare al football. Mi voleva molto bene don Riberi. Diventerà poi cardinale. Ma è stata soprattutto la mamma a prepararmi giorno dopo giorno.
Mio padre non era d’accordo. Non c’era nel momento della «scelta», era al fronte. Ma già prima mi diceva sempre: «Se vai in seminario chiuderai il ciclo dei Ramund». E dopo la guerra manifestava cosí il suo dissenso: «Sono stato in mezzo ai soldati, durante gli anni di guerra. Ne ho conosciuti preti in divisa, cappellani. Erano sempre con gli ufficiali, con noi quasi mai». Era polemico, aveva del risentimento. Andava in chiesa e pregava. Era un buon cristiano, però schietto, schietto.
Io ero invece contento. Per me entrare in seminario voleva dire andare tra la gente, uscire dall’ambito limitato della mia famiglia, istruirmi, giocare. Sí, il seminario voleva dire anche gioco, divertimento.
Che cosa ricordo del seminario? La fame, soprattutto la fame. C’era un salone enorme, e noi mangiavamo lí. Un settore di quel salone era gestito dai militari, era riservato ai prigionieri di guerra austriaci. Noi osservavamo con avidità quel settore dei prigionieri, dove si aggirava qualche cappellano. Là arrivava un pane bianco, bello, buono, e un cibo abbondante. La fame è una brutta bestia. Noi tiravamo la cinghia.
Ho frequentato in un anno la 4ª e la 5ª elementare. Unificavano gli anni scolastici anche perché il numero degli insegnanti era ridotto. Alcuni dei nostri insegnanti indossavano la divisa militare, e altri erano già al fronte. [...].
A sedici anni l’esame di 5ª ginnasio, prima in seminario e poi presso la scuola pubblica. Ed ecco un’altra storia che ha come protagonista mia madre.
Esisteva una proibizione assurda, ma proprio irragionevole: non si poteva dare l’esame anche presso le scuole governative. Chi infrangeva questa regola forniva la prova di non avere la vocazione, di aver sfruttato il seminario per conseguire il titolo di studio e basta. Ah, la resistenza di mia madre. Mi ha detto: «Preparati bene per l’esame del ginnasio perché occorre che tu vada anche fuori ad affrontare l’esame. Tu devi conseguire un vero diploma. E se dovessi cambiare idea? Il seminario non ti dà mica un vero diploma, ma un certificato che non serve a niente. Tu sai che non è però permesso dare l’esame fuori, e chi non osserva questa regola viene espulso dal seminario. Non è ammissibile una punizione del genere, voglio affrontare il problema con i tuoi superiori. Ascoltami Mundu, tu dai i tuoi esami in seminario, e poi presso la scuola pubblica. Vedrai che la Madonna ci aiuta, vedrai, vedrai. Che cosa credono di essere i tuoi superiori? Piú di una madre?»
Per me lei era la persona piú cara, anche la piú autorevole perché intelligente, perché ragionava bene. Veniva solo due volte all’anno a vedermi in seminario. Eh, prendere il treno, la spesa... Tanto ha fatto che il problema si è risolto.
Prima ho dato gli esami in seminario, e qualche professore mi guardava un po’ cosí, con una certa diffidenza, «questo tipo difficile, diverso da tutti gli altri». È andata benissimo, sono stato promosso.
Poi gli altri esami. Avevo un po’ di tremarella perché sapevo che i professori delle scuole pubbliche erano contro i preti, c’era un forte anticlericalismo, e se un seminarista cadeva sotto le loro grinfie erano severi. Volevano dimostrare che i professori del seminario valevano poco, e i loro allievi erano tutti degli asini.
Adesso non esiste piú quell’anticlericalismo, ma allora era forte. Eppure è andato tutto bene. Eravamo tre del seminario, gli altri due intenzionati poi a frequentare le scuole pubbliche. Io l’unico promosso.
Come ho appreso l’esito sono partito per Limone. In coda a ogni vagone del treno c’era una specie di pianerottolo a due ripiani, per chi viaggiava in piedi e per i bagagli. Mi sono rifugiato là, e ho cantato, anche nel buio delle gallerie, contento, felice, felice, felice. Dicevo a me stesso: «Adesso che ho conseguito le due promozioni tutto diventa semplice. Per il 1° agosto, festa patronale di San Pietro in Vincoli, è già preannunciata la mia vestizione, ci sarà una grande festa». Sapevo che il prevosto aveva già reclamizzato l’avvenimento: «Abbiamo un nuovo chierico, ringraziamo Iddio. Limone si fa di nuovo onore». Ma la vestizione non è stata autorizzata.
Ero disciplinato, se era sí era sí, se era no era no, accettavo ed eseguivo gli ordini. Però non sopportavo i soprusi, le ingiustizie.
Una volta uno dei miei professori, don Ghibaudo, di Roaschia, mi disse di fronte a tutti: «Questo mulo di Limone, questo testardo, vuol sempre fare a modo suo». E io di rimando: «È meglio essere un mulo di Limone che una pecora di Roaschia»2. Oh, è saltato in bestia. Mi ha escluso per tre giorni dalle lezioni, né io gli ho mai chiesto di riammettermi. Era l’anno della 4ª ginnasio, avevo quindici anni. Ho un carattere forte, non sopporto le offese. La mia risposta è sempre spontanea, immediata: non riesco a mettere in azione i freni.
Per la vestizione sono intervenuti presso il vescovo, monsignor Castelli, sia il prevosto che don Riberi, e finalmente la cerimonia fu fatta in settembre. Una grande festa. E mia madre a dirmi: «Vedi Mundu, la Madonna ti ha aiutato». [...].
Quanti eravamo in seminario? Forse un centinaio. Molti erano di estrazione familiare contadina. Della città di Cuneo erano pochissimi, se escludiamo quelli delle borgate, delle frazioni, del Passatore, di Roata Rossi... Numerosi quelli che provenivano dai paesi dei dintorni, da Bernezzo, Caraglio, Boves... Boves era un vivaio di vocazioni. Per le famiglie della campagna povera, ma non solo per quelle, avere un figlio prete era un onore. Avere invece una figlia suora era molto meno importante. [...].
Dopo gli anni del ginnasio ho frequentato i tre anni del liceo, indossando già la vesta con i bottoni rossi. Infine i quattro anni di teologia.
Era severa la scuola, si insegnava con piú impegno che nelle scuole pubbliche, anche se i professori delle scuole laiche non volevano ammetterlo, anzi tendevano a far credere il contrario.
La disciplina? Dipendeva anche dagli assistenti, che erano dei chierici. Si verificavano casi di vera cattiveria. C’era l’assistente che infieriva contro i piú deboli, li trattava come se fossero dei menomati, li rendeva ridicoli. C’erano, eccome, i privilegiati, quelli che si davano un po’ di arie perché protetti dai superiori. [...]. Io ce l’ho sempre avuta con chi comanda, con chi abusa del potere. È un mio difetto.
Io non subivo. Tanto è vero che ho creato una specie di club, il club dei...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Il prete giusto
  3. Dentro la storia: il mio dialogo con don Viale
  4. Il libro
  5. L’autore
  6. Dello stesso autore
  7. Copyright