Il sipario ducale
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Il sipario ducale

  1. 280 pagine
  2. Italian
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Il sipario ducale

Informazioni su questo libro

«Il sipario ducale» è stato, nel '75, l'avvio di una nuova fase nella narrativa di Volponi. Lo scrittore abbandonava la forma anche esteriormente piu diretta della prima persona, non per dimettere, ma anzi per offrirsi una maggior libertà di intervento e di giudizio. Tutto ciò sembrava richiesto da una materia incandescente, anche temporalmente concentrata (la storia dura nella misura classica di pochi giorni) in una data: quella cruciale del 12 dicembre 1969, con lo scoppio della bomba in piazza Fontana a Milano. Tuono che echeggia, qui, nella remota Urbino, microcosmo rinascimentale velato da un sipario che tutto copre, e attutisce forse, ma sotto cui fermentano l'utopia e la ribellione. L'evento agisce su due mondi diversi: quello del giovane conte Oddino Oddi-Semproni, attorniato da un insensibile coro di zie, e quello di una coppia di anarchici, il professore Gaspare Subissoni, visionario insoddisfatto, e la sua compagna Vivés. Esso pone, come sempre, Volponi a lottare con la sua opera e con i suoi personaggi, e a provocare uno scontro del lettore con la sua pagina. Romanzo intenso d'amore e di storia, «Il sipario ducale» rimane come un'opera di profonda passione e di tensione anche stilistica, quasi incapace di contenere il flusso del racconto e del furore.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806538767
eBook ISBN
9788858413753

XII.

Vivés era rimasta a letto per tutta la giornata a riordinare le carte che la notte aveva tolto dalla cassetta: a ripassarsele da una mano all’altra, con qualche occhiata alle parole.
Sapeva che tutto andava bene, ma che tutto era mediocre e, ancora peggio, inutile. Se gli anarchici erano quelli di quelle bombe di Milano e se il mondo era quello che da qualche tempo le appariva, dominato e diviso dall’industria da non lasciare piú senso a nessuna libertà comunitaria, che differenze c’erano ormai tra la Spagna franchista, che via via acquistava legittimità per il suo ordine e il suo progredire, e la Cecoslovacchia, gli stessi Stati Uniti d’America e l’Urss?
Pensò con nostalgia all’Africa, alle mosche dell’Africa, immobili da disporre dei giuochi e delle compagnie... pressappoco come quelle sue parole sui fogli. Aveva visto come era anche piú facile morire in Africa... Chi stava morendo guardava prima la propria ferita per vedere se era mortale; accertato che sí, si voltava dall’altra parte e moriva; o se era piú stanco si copriva subito gli occhi e moriva; o se aveva paura allungava la mano verso un cammello... perché lo aiutasse... il cammello non faceva in tempo a fare un passo, o ad alzare il suo labbro o a ruminare girando la testa, che quello era morto... e subito dopo morto non diventava un cadavere, ma una scimmia... o una piccola zampogna... o un otre abbandonato, o il tronco di una palma abbattuta o chissà quale rottame del deserto.
Cercando queste immagini facili e mansuete, maniglie o forcine, oppure il fondo del suo violino di bambina, come lei lo lasciava rovesciato preferendo non incontrarlo faccia a faccia per non essere interrogata da lui sul suo amore e sui suoi progressi, lei che avrebbe preferito un tamburo, non poté che ripercorrere le mura e la finestra di quella stanza nella quale abitava ormai da sedici anni.
La morte lí dentro non avrebbe avuto spazio e niente di domestico, se non il suo stesso corpo. Se lo guardò e vide con dolore che non era asciutto e che non assomigliava per niente e in nessun posto a un manico, che fosse facile da impugnare, e già pronto... Si sentí prigioniera e si caricò di odio oltre che di paura, tanto piú che la finestra guardava verso i monti, verso l’interno di quel Paese non suo. La paura continuò a gonfiarsi tanto che temette di morire in quel momento; strinse i fogli e aspettò. A poco a poco la paura si sciolse in pietà, per sé e per le sue cose e poi nella colpa di aver dimenticato e anche offeso il suo Gaspare con quell’odio... Allora lo chiamò e fu contenta di ritrovare il bastone che lui le aveva messo accanto proprio per avvertirlo bussando sul pavimento: cercando prima uno strumento, non l’aveva visto dietro il comodino.
Impugnò il bastone e batté e subito arrivò Gaspare con l’aria d’esser caduto giú dal letto per accorrere puntuale. Vivés gli tese le braccia e lo fece sedere sul letto, si accostò al suo petto che in quel momento era gonfio davanti come per uno sparato inamidato che si fosse drizzato e continuò a guardarlo da sotto, lungo la giacca sino alla fronte: era dalla parte dell’occhio guercio e ciò aumentò la sua tenerezza.
– Hai ragione, – disse lui, – hai fame. Sono quasi le due e ancora non ti ho portato nulla. Forse conveniva ordinare un pranzo all’albergo, con un bel brodo per te.
– Non ti ho chiamato per questo. Volevo solo vederti. Non ho per niente fame. Volevo dirti che il tempo non mi passa qui dentro; che quasi quasi mi viene paura di stare sola; che non saprei fare piú nemmeno un viaggio da sola. Avrei paura di rimanere ferma e di perdermi. Quando andrò a Milano vorrei che tu venissi con me. Mi aiuteresti in tanti modi. Alcune cose le hai capite sempre meglio tu di me. Ci verrai a Milano con me? Abbiamo bisogno tutti e due di vedere da vicino che cosa capita. Abbaiano gli studenti! E poi? Si debbono rinnovare i contratti! E poi? Sono quasi orgogliosa che noi in Spagna già dal ’30 sapevamo cosa fare! Mi pare che il mondo non lo sappia piú. Ma noi non l’abbiamo dimenticato, è vero? È vero che ci siamo messi qui dentro ad aspettare? Ad aspettare di ripartire, è vero?
Subissoni non rispose e Vivés lo tirò piú volte per la giacca. Egli tardava a rispondere perché aveva capito che la sua compagna soffriva. Con un sospiro infine parlò: – È tutto cosí vero, che non c’è piú bisogno di aspettare e nemmeno di andare a Milano.
Si preoccupò di averla delusa e anche offesa e allora continuò: – Andremo anche a Milano, se tu vorrai. E anche in altri posti. Tante volte ho pensato di andare a uccidere Franco o il Papa; ma ho sempre rinunciato anche perché quando mi mettevo a guardarli mi sembravano già morti. Avevate ragione in Spagna quando vi uccidevate fra di voi, fra di voi che pensavate al futuro quasi allo stesso modo. Vale uccidere i traditori piú che i nemici. I nemici qualche volta hanno ragione: e poi sono sempre da un’altra parte e non tra quelli piccoli come noi. Tu non dovevi lasciare Mera e io dovevo restare in Urbino e far saltare la casa del fascio: altro che andare a fare gli attori sul palcoscenico della storia. Ogni uomo porta con sé la sua scena. Comunque, andremo a Milano.
– Ho letto tutti i giornali, – disse Vivés, – e ho riflettuto. Hai ragione a dire che l’Italia non esiste. Non c’è. Anche adesso reagisce in tanti modi, a caso, e sussulta qua e là come la coda tagliata di una lucertola.
– Bello, – disse Subissoni, – è vero. Il serpentone senza testa. E cosí può diventare anche una processione, con tutti sotto gli stendardi, a testa bassa; o una corsa, una strada; ma non sa mai dove va, non alza mai la testa, non guarda mai il suo corpo. Unità culturale, e poi linguistica e poi tante repubbliche: cosí hanno sempre pensato i piú bravi, anche Manzoni e Leopardi. La nazione unita è sempre il possedimento di qualcuno. Il giacobinismo a forza di guardare sempre piú in là, per chiarire tutto, di volere rinnovare tutto e di alzarsi quanto piú possibile, ha sempre finito per innalzare il trono di un tiranno. Fra Buonarroti e Mazzini da noi è stata tutta una caricatura. Non potevano non arrivare quei cioccolatai dei Savoia; pensa, sulla poltrona di Lorenzo, nelle sale della repubblica di Venezia. Cosí ogni uomo in Italia è un esiliato. Chi piú di Leopardi e di Manzoni? Diremo questo a Milano.
– Sí, ma anche altre cose. Dobbiamo soprattutto guardare, a Milano, e stare a sentire. So bene quanto vale quel che dici. L’unica unità della Spagna è nel vagabondare di Don Chisciotte. Ma penso che i modi di produrre di oggi abbiano creato qualcos’altro, magari delle nuove province. Tutti i giacobini e poi i marxisti hanno visto nell’unità la misura della giustizia sociale. Noi non dovremmo accontentarci di una visione ridotta; che non sia parziale quanto regressiva.
– Belli i comitati rivoluzionari provvisori, – disse Gaspare. – Me ne sono sempre andato quando li ho incontrati. Ho sempre individuato la canaglia che li avrebbe soffocati e che se ne sarebbe servita. E poi chi dice che questi modi di produzione siano quelli giusti?
– È quello che dobbiamo andare a vedere. Noi abbiamo parlato troppo di paesi e di uomini, quasi come mazziniani o poeti religiosi.
– No, no. Io ho in testa Cattaneo e Pisacane e se voglio un poeta prendo Leopardi, e lo so leggere, e se voglio un utopista prendo Campanella e lo so leggere.
Vivés faticava a reggere Gaspare che nella foga si lasciava andare contro il suo petto: anche il discorso le pesava, ridotto come la stanza e il paesaggio che la serravano. Accennò qualcosa sulla falsa autonomia delle società rurali e sentí di dire la verità per paura di quella terra. La luce che entrava dalla finestra era anch’essa materiale, con una banda che riduceva l’aria irrespirabile. Pregò Gaspare di aprire per un momento la porta sulle scale e di prepararle una camomilla.
Quando lui fu uscito, riprese in mano il bastone e l’agitò verso la finestra. Si appoggiò sul cuscino semisdraiata e fu raggiunta d’improvviso dal battito del proprio cuore: lo sentiva contro la gola e nell’orecchio, cosí distinto che sembrava provenire da un altro posto, e anche da un altro corpo. – Uccello, uccello, – mormorò, – non andare via –. Ma capí che era innaturale che quello restasse ad ubbidirle. La sua volontà non lo raggiungeva e questo fu il dolore cosciente che ne ricavò. I battiti andavano, andavano e, come tutti i richiami che vengono da fuori, potevano dileguarsi. Ebbe paura un’altra volta di quella terra contadina che doveva cominciare a imbrunirsi davanti alla sua finestra. Non poteva essere ancora sorta la via lattea e nemmeno il sandalo di Orlando, come lei chiamava una costellazione che da bambina aveva composto nel cielo sopra casa sua. A Urbino l’aveva ritrovata, ma fissa verso il sud, mentre sopra Gerona lei poteva vederla andare dove voleva: il sandalo ogni tanto cambiava direzione: Roma, Africa, Parigi, Madrid.
Si spostò e riprese il bastone pensando che Orlando ne avesse uno con il quale si sosteneva affondando nell’oceano o con il quale si sporgeva a toccare il Brasile; tirò fuori il piede sinistro e lo guardò a lungo, che ancora era biancastro e umido: non lo vide mutare, come si aspettava, e allora per staccarselo un po’ lo appoggiò sul bastone. Cosí stava piegata e faticava ancora, ma almeno la fatica le faceva compagnia.
Si rivoltò dall’altra parte verso le tazze che Subissoni aveva già da qualche minuto depositate senza che lei se ne fosse accorta mentre ritrovava il sandalo di Orlando. Chi era Orlando? Un cavaliere, un pastore, un navigante, un matematico, come lei voleva, greco, siciliano e spesso babilonese. La sua faccia non era mai apparsa e lui si intendeva di numeri. Orlando numerava e contava.
Subissoni aveva sbagliato e invece della camomilla le aveva preparato un tè, molto scuro, con i soliti biscotti della cooperativa. Vivés si portò il bastone sugli occhi per nascondersi a piangere. Ma non si commosse per l’aiuto del bastone. Bevve d’un fiato una tazza di tè e masticò anche un biscottino. Si rigirò un’altra volta nel letto con il proponimento di dormire fino all’ora di alzarsi per andare a vedere la Tv. Cercò di abbandonarsi per riuscire a dormire, ma dall’inerzia del suo pensiero sbucò un rimprovero per la propria debolezza. Si drizzò e si mise a respirare profondamente. Non appagata andò alla finestra e l’aprí. Diede un’occhiata rapida alle colline e si ritirò verso l’armadio. Il vento era forte e il freddo l’assalí d’un colpo. Si affrettò a richiudere la finestra e rimase indecisa, ancora gelata, davanti all’armadio. Lo riaprí e ritirò fuori la sua pesante cassetta in mezzo al pavimento. Inginocchiara riordinò in modo diverso i manoscritti e le lettere, piú volte, senza mai trovare un posto adatto al foglio per Gaspare.
Dopo diversi tentativi, per la verità assai frettolosi, lo tenne fuori del tutto e senza rileggerlo lo strappò. Sopportò una grande fatica, molto penosa, a rialzarsi per andare a nascondere quei pezzettini; non trovò adatto alcun luogo finché ebbe l’idea di buttarli dalla finestra. L’aprí un’altra volta e il vento e il freddo della campagna erano lí dietro ammassati che l’aspettavano; tentò di sfiorarli appena per spargere i suoi fogli ma essi l’afferrarono, prendendola per i capelli e per le vesti, con la forza di trascinarla fuori. Vivés era aggrappata al davanzale per non cedere, ma in quel modo non poteva chiudere i battenti. Non chiamò Gaspare e continuò a resistere, con gli occhi verso il cielo per non essere inghiottita dal mare delle colline. Sputò due volte per respirare meglio, consapevole che le sue forze stavano per abbandonarla. Ma a un giro del vento la porta della stanza che dava sulla scala si chiuse, cosí che la corrente alle spalle, che le toglieva molta forza delle gambe, diminuí. Poté puntare le ginocchia sul muro e agire con le mani sui battenti. Lottò ancora a lungo prima di serrarli entrambi. Si ritirò stremata sul letto e dopo un altro momento riuscí a rientrare sotto le coperte.
L’ultima lotta della sua vita si era svolta come un sogno infantile: contro il vento, contro una faccia invisibile. Il freddo adesso le faceva compagnia e la rincuorava. Anche nei sogni il freddo era sempre stato vero e soccorrevole. Anche sul campo di battaglia il freddo dava ai soldati pensieri di vittoria. Mano a mano che prendeva calore il suo cuore si rimpiccioliva.
Poi sbucò Gaspare con altri piattini e tazze in mano: lei respirava fitto un respiro che le arrivava appena alla gola e lui anche, tutto spettinato e pallido. Girò di qua e di là tutta la testa per vedere la confusione di quella stanza. Erano cadute e si erano rotte anche le tazze di prima. Si sbigottí senza capire, continuando a impallidire a chiazze come un ubriaco. Per fortuna la cassetta era chiusa e i fogli erano rimasti al sicuro. Vivés non era piú pallida e le sue guance erano piú nere dei suoi occhi: i suoi capelli coprivano tutto il cuscino e scendevano dalle parti e fino a metà del letto.
Subissoni non disse nulla; spostò alcune cose che gli impedivano di passare, ma senza cercare di rimetterle in ordine: depositò il nuovo vassoio e raccolse i frammenti del primo. Chinandosi accanto al letto della compagna non sentí nulla, eppure già in quel momento si stupí di avere avvertito qualcosa senza capire cosa fosse. Mentre si rialzava pensò fosse stata un’impressione di freddo, o un odore. Uscí senza dire niente, chiuse la porta, scese lentamente le scale fino in fondo, dritto verso la dispensa dove attinse di nuovo all’anice, e senza bisogno di apparecchiare un caffè e di scomodare lo zucchero. Capí che di sopra aveva avuto paura: paura che Vivés fosse impazzita. In Spagna i manicomi e i conventi sono pieni di donne pazze che coprono il letto con i loro capelli, sbavano dalla bocca e dalla natura e nitriscono come mule. Bevve ancora e poi si decise a risalire. Entrò nella stanza e trovò Vivés nella posizione di prima, ma con allarme notò subito che aveva il bastone in mano. Rimase accanto alla soglia e volle parlare domandando dove avrebbe dovuto mettere quella cassetta e cosa altro fare per riordinare la stanza. Vivés sorrise, con il nero delle guance che pietosamente le coprí la bocca, e poi disse:
– Lascia pure cosí che dopo sistemerò io ogni cosa. Non affaticarti ancora. Perché non esci? Non credo che io potrò venire a vedere la Tv, stasera. Guarderai tu per me e mi racconterai. Preparati a un’altra celebrazione ufficiale e non arrabbiarti. Mangia prima qualcosa e non bere. Se quando torni io fossi addormentata non svegliarmi, per favore.
A sentirla parlare con tanto senno, Gaspare si commosse e avanzò verso di lei per abbracciarla e piangendo confessare il suo ignobile sospetto. Vivés vide torcersi la sua bocca e brillare il suo occhio e riuscí a precederlo: – Non sto bene; non puoi abbracciarmi. Metti via la cassetta e sistemami meglio il materasso in fondo.
Subissoni sbrigò con entusiasmo quei compiti e poi si fermò impalato a un metro dalla donna. Lei alzò il bastone e lo colpí leggermente sul fianco sinistro, che in quel momento era la parte gonfia del suo corpo.
– Vai. Sta’ a sentire e discuti con calma. Sei il piú bravo, e non solo a Urbino. Bevi qualcosa, ma non troppo. Torna quando vuoi, non preoccuparti per me; ma non prendere freddo tu stasera.
Toccato da quel bastone come un cavaliere Gaspare si drizzò interamente, senza gonfiori né tremori; mandò un bacio a Vivés e uscí: gli parve di ricambiare l’affetto di quella investitura chiudendo la porta con attenzione maggiore del solito. A bocca chiusa gustò tutti i sapori della gioia e dell’orgoglio intellettuale, andando a grandi passi verso la piazza.
Incontrò gente che tornava a cenare nei rioni bassi e con tutti scambiò un saluto. Arrivò in piazza poco dopo le sette e vi rimase a gioire, andando da un gruppo all’altro, senza parlare, appena scuotendo il capo, fino all’ora di cena. Entrò fra lo scalpore di tutti, che non l’avevano visto da circa una settimana, nella trattoria dove da alcuni anni mangiava con Vivés. Diede notizie rassicuranti sulla salute della compagna e andò in cucina, con una confidenza che non si era mai presa, a scegliersi il cibo. Ordinò per giunta una bottiglia di Albana e ne offrí ai vicini.
– Cosa succede professore? – gli disse la padrona. – Ha vinto al lotto? O ha avuto il posto all’Università?
– Brava, – rispose eccitato, – il lotto e l’Università! ecco le due bandiere, ecco i due elementi della soggezione e della ignoranza. Che repubblica è mai questa che conserva il giuoco del lotto e lascia le Università in questa condizione?
Aspettò lí il telegiornale, ma non lo seguí con molta attenzione, anche perché aveva ripetuto l’Albana: capí comunque che la colpa era degli anarchici, di quegli anarchici ballerini, cosí fessi e comodoni da prendere un taxi per pochi passi, da farsi riconoscere, da avere collusioni coi fascisti, con gli informatori della polizia, da buttarsi subito dalla finestra prima ancora di essere scoperti e cosí smascherarsi del tutto.
– Andrò presto a Milano, – disse forte. – Andrò a riprendere qualche contatto e a fare qualche lezione di storia. Mi pare che ne abbiano bisogno tutti, anche i proletari e soprattutto i signori anarchici,... perché oggi mi dicono che siano dei signori...
A quel punto dalla stanzetta accanto, quella riservata agli avventori occasionali, anche quella sera semideserta e con una sola luce, si alzò perentoria e meridionale, la voce di due studenti che erano rimasti sempre in silenzio a guardare attraverso la porta: – Stia zitto. La vuol piantare? Tanto piú che non capisce nulla e dice solo coglionerie.
Subissoni traballò e guardò verso quell’angolo che sarebbe dovuto essere deserto; vide le facce dei due capelloni ricciuti e come erano subito diverse da facce di urbinati, e come fosse diverso il posto stesso in cui erano.
– Tacete voi, – ribatté, – che non parlate la nostra lingua. Che non siete nemmeno di questa Italia: anzi, che siete italiani di prefettura. Voi non sapete nulla dell’Italia federativa...
Uno si alzò e lo minacciò addirittura: – Siediti, babbeo, e bevi! Bevi che ti scaldi le meningi in cima a quel palo. Che cazzo ne sai tu dell’Italia... Chi sei tu un notaio? O sei un poliziotto del papa? Come tutti in questa nobile città? No, non siamo italiani come te. Ebbene che c’è da dire? Non capisci che quelle bombe l’hai tirate tu? Tu l’hai tirate, altro che l’Italia federativa e il lotto...
Subissoni non riuscí a rispondere; si sedette tremando, senza sapere cosa fare: si guardava intorno ma nessuno lo aiutava, nemmeno l’oste; nemmeno quelli che avevano bevuto il suo vino.
– A me... – disse, – a me... a me... – La delusione e la vergogna furono peggiori della paura e allora cercò di correre fuori, sbattendo dappertutto. Prese la strada in salita anche per non mostrarsi subito in piazza sotto i colpi di quell’affronto e di quella sconfitta. Davanti al Duomo fu ripreso dall’ira e minacciò le statue di pietra e la porta del Municipio. Pensò anche di rivolgersi alla polizia e allora voltò per prendere la strada del commissariato, ma quando vide che era davvero quella si fermò e se la prese con se stesso.
Tornò sui suoi passi e giunto di nuovo davanti al Duomo proseguí fino al Palazzo Ducale. Il buio piú fitto bloccava i lati interni della facciata e là dentro proprio contro il portone andò a piangere e ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Il sipario ducale
  3. I
  4. II
  5. III
  6. IV
  7. V
  8. VI
  9. VII
  10. VIII
  11. IX
  12. X
  13. XI
  14. XII
  15. XIII
  16. XIV
  17. XV
  18. XVI
  19. XVII
  20. XVIII
  21. XIX
  22. XX
  23. XXI
  24. XXII
  25. XXIII
  26. XXIV
  27. Il libro
  28. L’autore
  29. Dello stesso autore
  30. Copyright