Un consiglio.
Vi capiterà, soprattutto se vi troverete a seguire una partita di rugby sugli spalti di uno stadio, di avvertire l’assoluta relatività con cui ciascuno di coloro che vi circondano assiste e commenta lo spettacolo sul campo. Nonostante tutti stiano osservando una medesima azione di gioco, ciascuno ne offrirà una propria, esclusiva, lettura e interpretazione, pescando in un canone linguistico complesso, proprio di persone complesse o comunque affascinate dalla complessità quali sono gli appassionati di rugby. Chi è nuovo all’esperienza o chi vi si avvicina per la prima volta, potrebbe rimanerne irrimediabilmente respinto, come certi curiosi messi alla porta di un club un po’ esclusivo, un po’ snob e persino un po’ retrò. Bene, lasciatevi travolgere dall’apparente complessità perché, per fortuna, nessuno ancora possiede le chiavi definitive del gioco. Immaginate l’esperienza come un viaggio di formazione, per il quale queste pagine vogliono essere soltanto una prima e utile bussola.
1. Nessuna regola. «Leggi».
L’incipit, quantomeno per convenzione, è noto. Il rugby ha una data e un luogo di nascita (Rugby School, Inghilterra, 1823), e una levatrice (lo studente William Webb Ellis), che un bel giorno pensò bene di raccogliere con le mani quel che sin lí si calciava con i piedi.
Il rugby è corsa, placcaggi, calci, passaggi, possesso. Si gioca con una palla ovale da poco meno di due secoli (di cuoio o di materiale sintetico, purché non pesi oltre i 460 grammi e non superi nella sua circonferenza totale i 770 millimetri), su un campo lungo circa 100 metri, in 15 contro 15, per 80 minuti (due tempi da 40) piú recupero (è questo il cosiddetto «Rugby Union», gioco nella cui famiglia esistono anche le varianti del «Rugby League» a 13 e del «Rugby Seven» a 7 giocatori, di cui qui non ci occuperemo). Per banale che possa sembrare, vince (almeno sul tabellone, ma non necessariamente per la Storia) chi fa piú punti. E il modo in cui farli, esattamente come l’imprevedibilità del rimbalzo della palla, ricorda qualcosa della vita. Quindi non è poi cosí banale. Perché per fare punti si deve guadagnare terreno. Per guadagnare terreno si deve avere il possesso della palla. Per conservare il possesso della palla è necessario il sostegno.
Ci sono quattro modi per fare punti.
– la meta (try; 5 punti): la palla deve essere schiacciata al di là della linea bianca che delimita l’estremità del campo e su cui è posta la porta dai lunghi pali (non necessariamente sotto i pali…) utilizzando qualsiasi parte del corpo compresa tra il collo e la cintola e deve essere completamente controllata dal giocatore nel momento in cui la schiaccia;
– la trasformazione (conversion, 2 punti): dopo ogni meta, la squadra che ha segnato ha diritto a calciare la palla in uno spazio compreso all’interno dei pali e sopra la barra trasversale che ne è alla base. La palla viene calciata da una zolla qualsiasi del terreno perpendicolare al punto in cui la meta è stata segnata (chi calcia è libero di decidere a quale distanza dai pali collocare la palla);
– la punizione o calcio piazzato (penalty; 3 punti): ogni qual volta la squadra in possesso della palla ottiene una punizione a proprio favore ha diritto, se ritiene la distanza abbordabile, a calciare a gioco fermo il pallone all’interno dei pali;
– il calcio di rimbalzo (drop; 3 punti): in qualunque momento, durante lo svolgimento dell’azione di gioco, chi è in possesso della palla può calciarla all’interno dei pali facendole prima compiere un rimbalzo sul terreno.
Dopo ogni marcatura, la squadra che l’ha subita rimette in gioco la palla da metà campo con un calcio in direzione della linea avversaria.
Sin qui, l’Abc. Ricordando, a chi ha visto (o giocato) l’ultima partita di rugby prima del 1992 per poi sprofondare in un lungo oblio, che c’è stato un tempo in cui faticare per una meta valeva quanto mettere l’ovale tra i pali con un bel calcio, o poco piú (3 punti fino al 1971 e 4 punti dal 1971 al 1991).
Apparentemente un po’ piú complicato il resto. Apparentemente.
Il rugby non ha regole (rules), ma leggi (laws). E il dettaglio linguistico è rivelatore dell’idea condivisa del gioco, del rapporto tra il singolo (giocatore e spettatore) e l’evento collettivo di cui è partecipe.
Durante la partita, la «punizione» per il giocatore che ignora le «leggi» del rugby e la «punizione» che ne deriva è in ragione della sua buona o cattiva fede, della sua semplice negligenza o del dolo, della sua «recidività» nell’errore.
Nulla è meno tollerato nel gioco di una «legge» persistentemente violata per impedire all’avversario di godere appieno della suo diritto, della sua libertà, di «muovere» correttamente la palla.
Le «leggi» sono molte e dettagliate, almeno se si sta alle 200 pagine e alle 14 sottosezioni del «codice» della Federazione internazionale (Irb, International Rugby Board). Ma come in ogni sistema democratico, non si è tenuti a conoscerle tutte1. Per chi guarda e chi gioca (non per chi arbitra) è sufficiente avere assimilato i principî della Costituzione del gioco. In fondo, pochi.
– Si gioca sempre dietro la palla. Chi le è davanti è in fuorigioco e se ne deve disinteressare fino a quando chi ne è in possesso non lo avrà sopravanzato.
– Non si placca, o comunque non si aggredisce, né si ostruisce il movimento e la corsa dell’uomo senza palla.
– Si placca l’uomo con la palla dalle spalle in giú. Mai al collo. Il giocatore si considera placcato una volta a terra e a quel punto dovrà immediatamente liberarsi della palla, passandola o rilasciandola sul terreno in modo tale che possa essere raccolta o contesa dai giocatori delle due squadre ancora in piedi. L’ostruzione volontaria della palla con il peso del proprio corpo è considerato fallo di punizione.
– Si passa la palla solo all’indietro. Non è mai ammesso il passaggio in avanti, volontario o involontario che sia.
– Si calcia la palla solo in avanti. Per guadagnare terreno. Per cercare di segnare tra i due pali della porta. Per lanciare un giocatore verso la meta.
– All’interno delle mischie spontanee (ruck e maul) e ordinate (scrum) la palla che è sul terreno può essere recuperata solo utilizzando i piedi. Può essere raccolta con le mani solo quando la mischia spontanea è conclusa.
– Nelle mischie ordinate (scrum) e nelle rimesse laterali (line-out o touche), la palla va sempre introdotta (o lanciata) nel mezzo.
2. La squadra: «avanti, «mediani» e «tre quarti».
Nel rugby, i giocatori passano e le maglie restano. Come i numeri. Che dunque non si scelgono, né si personalizzano, né vengono «ritirati» in una bacheca del club in omaggio a un grande campione che appende gli scarpini al chiodo. (A Twickenham, il tempio del rugby inglese, nel tunnel di ingresso al campo, una scritta murale ricorda ai giocatori di non dimenticare chi, prima di loro, ha vestito quelle stesse maglie). I numeri sono in rigida scala numerica. Dall’1 al 15. Perché, appunto, il numero che hai sulle spalle non dice chi sei, ma cosa ci stai a fare in campo.
– i numeri dall’1 all’8 indicano gli «avanti» (forwards);
– i numeri 9 e 10 i «mediani» di mischia e di apertura (scrum half o half-back e fly half o first five-eight);
– i numeri dall’11 al 15 i «tre quarti» (backs).
La divisione dei ruoli risponde a una logica affilata. Che è nei principî del gioco. Nella filosofia che lo muove:
– in attacco: avanzamento – possesso – sostegno;
– in difesa: occupazione dello spazio – placcaggio – recupero del possesso.
Spiegato altrimenti – e come già accennato – per fare punti bisogna guadagnare terreno e dunque fare avanzare la palla insieme al suo portatore. Che, per conservarne il possesso, avrà bisogno del sostegno dei suoi compagni di squadra. Dunque, si attacca e si difende in quindici. Sempre. Chi è lasciato solo – in attacco o in difesa non fa differenza – soccombe, quale che sia il suo talento.
Organizzato come un esercito – almeno se si decide di stare a una metafora bellica del gioco, forse tra le piú abusate ed evocate, soprattutto ai suoi albori, ma certamente tra le piú intuitive – il «quindici» ha una sua fanteria (gli avanti) e una sua cavalleria (i tre quarti), cui i mediani fanno da cerniera e regia. Piú lenta e pesante la prima. Fulminea ed esplosiva la seconda. Decisiva l’una come l’altra senza tuttavia mai dimenticare l’antico e fondato adagio secondo il quale le partite, come le guerre, «si vincono in prima linea», sulla linea degli avanti.
In fase di possesso della palla (attacco), dunque, agli avanti il compito di aprire i varchi nella linea avversaria in cui far infilare i tre quarti. O, viceversa, sostenere, consolidare e pazientemente allargare gli spazi aperti da un’improvvisa rottura del fronte difensivo da parte dei tre quarti.
In fase di non possesso della palla (difesa), agli avanti il compito di trattenere o ricacciare indietro la «fanteria» avversaria. Di avventarsi nelle rotture del proprio fronte difensivo dando il tempo alla squadra di riorganizzarsi. Ai tre quarti, di contenere, spegnendola sul nascere, la corsa della cavalleria avversaria. Di alleggerire la pressione sulla propria linea di meta o sulla zona che immediatamente la precede (i cosiddetti «22 metri») calciando la palla piú lontano possibile e oltre le linee laterali.
Gli avanti.
Gli «avanti» sono fisicamente e tecnicamente preparati in ragione della posizione che assumono nelle tre «linee» in cui sono organizzati e in cui è facile e visivamente intuitivo distinguerli in una situazione di gioco detta di mischia ordinata (cfr. p. XXII):
– la prima linea (numeri 1, 2 e 3);
– la seconda linea (numeri 4 e 5);
– la terza linea (numeri 6, 7 e 8).
I piloni («loosehead prop» e «tight head prop»), numeri 1 e 3. Il nome («piloni») è in ragione della funzione di sostegno del pacchetto (pack) e trasmissione della forza che svolgono nella prima linea della mischia ordinata. Il numero 1 a sinistra, il 3 a destra. Sono fisicamente simili e gli è richiesta una particolare forza nelle spalle e nel collo, anche se il pilone di destra tende a essere piú pesante di quello di sinistra. Mentre infatti al numero 3 è chiesto di tenere bloccata la mischia, impedendole di arretrare sotto la spinta avversaria, al pilone di sinistra è richiesta la massima capacità distruttiva sulla prima linea avversaria per mettere in condizione il tallonatore (il numero 2) di accorciare lo spazio tra il punto di introduzione del pallone e il suo punto di aggancio (o tallonaggio).
Il tallonatore («hooker»), numero 2. Sostenuto dai due piloni, è l’uomo di prima linea che, in mischia ordinata, è sottoposto alle piú forti e spaventose sollecitazioni sul collo e le spalle. Ha il compito fondamentale di agganciare con il piede la palla che viene introdotta dalla propria squadra, indirizzandola verso la parte posteriore della mischia, attraverso uno dei due canali di uscita tra le seconde e terze linee. Se la palla viene introdotta dalla squadra avversaria, oltre a tentare di «rubare» il tallonaggio al tallonatore avversario, si comporta come una sorta di «terzo» pilone. Nel «gioco aperto», lavora come una sorta di terza linea (cfr. p. XVI) aggiunta, utile in fase di recupero della palla. Nella rimessa laterale, di solito lancia la palla nel mezzo delle linee formate dalle due squadre.
Le seconde linee («left lock» e «right lock»), numeri 4 e 5. Sono normalmente gli avanti di statura maggiore, perché incaricati di saltare nelle rimesse laterali per recuperare la palla. E anche per questo, a entrambi, sono richieste buone doti di controllo della palla con le mani. Nelle situazioni di mischia ordinata, il numero 5 ha il compito fondamentale di impedire il naturale movimento di rotazione della mischia sul suo asse durante la fase di spinta.
Terza linea centro («number 8»), numero 8. È il perno degli avanti. Fisicamente imponente e normalmente dotato di straordinaria forza e resistenza fisica, ha un ruolo cruciale in tutte le situazioni di gioco. Nella mischia ordinata, lavora da trazione posteriore del pacchetto e avendo la migliore visibilità ne governa e indirizza la spinta. Inoltre è lui a decidere, avendo la palla tra i piedi, se raccoglierla e tentare una riproposizione di gioco con gli avanti o metterla a disposizione del mediano di mischia perché apra il gioco sui tre quarti. Nel gioco «aperto» può essere il primo sostegno agli avanti in progressione. Nella ruck (mischia spontanea) funziona da diga a protezione della palla (qualora la squadra ne sia in possesso) o da maglio in quella avversaria (qualora si debba recuperarla). Nelle rimesse laterali può giocare anche da saltatore.
Le terze linee ala o flanker («blind side» e «open side flanker»), numeri 6 e 7. I piú esplosivi tra gli avanti. I primi a soccorrere la linea di dife...