Maria
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Maria

  1. 192 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

La storia di una famiglia negli anni Trenta e Quaranta, ritratta nel flusso quotidiano e inesorabile di affetti, avvenimenti, drammi. Ogni gesto o sentimento è evocato con la discrezione e il riserbo di chi vuole mantenere intatta la voce segreta che ciascun personaggio porta con sé. Accanto a Maria, le figure di Fredo, il nipote prete morto di tisi, lo zio Barba e molte altre donne, tutte rivelatrici di un mondo austero, malinconico («anche voler bene stanca») e dolcissimo, cosí tenero da diventare straziante.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806249137
eBook ISBN
9788858416150

Maria

I.

Quando entrammo nella nostra casa, c’era già Maria.
Eravamo di ritorno dal viaggio, e camminammo in punta di piedi, perché era mezzanotte.
Io non conoscevo Maria, se non per averla vista, quando era venuta a presentarsi. Affrontare la conoscenza delle persone mi metteva in grande imbarazzo; cosí, da una stanza vicina, avevo spiato, attraverso l’uscio socchiuso.
Stava seduta sull’orlo della sedia, con i piedi incrociati e le mani raccolte nel grembo; era magra e minuta, vestita di nero: con un colletto, rotondo, di pizzo. Teneva la testa reclinata su una spalla; i suoi occhi azzurri e fermi, dalle palpebre piegate all’ingiú, avevano un’aria rassegnata e un po’ triste. Non ne avevo concluso niente: piú che altro avevo pensato che era una figura adatta a ritrarsi nei quadri.
La mattina, Pietro uscí presto: doveva riprendere il lavoro. Maria, vedendomi alzata, mi sorrise, e mi domandò se avevo riposato bene; come se io fossi un’ospite: lei, dunque, era lí come se ci fosse da sempre.
Subito cessai di temere che Maria si aspettasse ordini da me. Essa si aggirava per le stanze senza far rumore, era sempre occupata e non faceva domande.
Non osavo ancora discorrere, con lei; e, del resto, anche lei appariva timida: ci limitammo a scambiare un sorriso, incontrandoci.
Anche la casa era nuova, per me. Dalle finestre si vedevano cime di alberi, e montagne. Le stanze erano grandi, un po’ vuote. C’erano, ancora, le ceste dei fiori: fiori dal lungo gambo, e dal profumo denso e dolce.
Di fuori, la casa era una grossa palazzina, per metà rivestita da rampicanti. Si entrava, dal viale, per un cancelletto, e si camminava sulla ghiaia.
Era una casa silenziosa; e silenziosa era la città, assorta e quasi dormente, tra i suoi fiumi e le montagne coperte di boschi.
Dove la città finiva, tra campi di grano, sorgeva la nostra casa. Per la strada, tracciata di recente, non passava mai nessuno; lungo il viale, ombroso e vecchissimo, trascorrevano frotte di ragazzi in bicicletta, o i vecchi dell’ospizio, lenti e storpi.
Quando Pietro rincasava, io lo prendevo per mano, e, sebbene sapessi benissimo che era soltanto un ragazzo, mi piaceva pensare che fosse molto piú vecchio; e infantilmente, assai piú che amorosamente, sedevo sulle sue ginocchia.
Maria diceva: – Permesso, – prima di entrare. Sovente, io non mi muovevo. Lei entrava in silenzio, reggendo un piatto ovale, pieno colmo. Lo posava sulla tavola e, dicendo: – Buon appetito, – spariva.
I piatti preparati da Maria erano armoniosi come pitture. Nel disporre carote acciughe olive sulla maionese, lei sapeva accostare i toni, cosí che rincresceva disfare le belle composizioni. Ma avevamo sempre fame.
Eravamo entrati nella casa a estate inoltrata. L’autunno sopravvenne a poco a poco, come un lento spegnersi dell’estate. In quel tempo vi fu nella casa un’invasione di vespe. Poiché non mordevano, le ammiravamo, considerando quanto fossero belle, grosse e dorate; e come il loro ronzio non fosse triste, quale è quello dell’ape ultima e sola, ma intenso e, anzi, festoso.
Nonostante che fossero innocue, Maria aveva molta paura delle vespe. Certo lei non appariva, in questo, contadina. Bisognava sentirla, come gridava: – Le vespe! – Posava il piatto, si schermiva col braccio, e scappava. Dopo, rideva; vergognosa, tutta rossa per l’emozione: con un fare, questo sí, di campagna.
Il gioco si ripeté, e alla fine Pietro scoprí che le vespe, innumerevoli, uscivano da un piccolo buco nel muro sopra la finestra; disse che ci voleva un muratore. Ne abitava uno vicino a noi in una casetta in mezzo ai prati. Maria andò a chiamarlo; il muratore venne, appoggiò una scaletta, e murò vive le vespe.
Ripreso anch’io il lavoro, ebbi poche occasioni di parlare con Maria. I conti li rivedeva Pietro, insieme a lei, su un piccolo quaderno ordinatissimo.
Maria conferiva, a tutte le cose che faceva, una certa solennità; senza imporle per niente all’attenzione, anzi sbrigandole con discrezione e in silenzio. Ma, forse per via dello scrupolo che ci metteva, e di quella discrezione stessa, finivano per diventare importanti per se stesse, senza riferimento alla loro utilità. Come un cerimoniale, di cui non si potessero omettere o trascurare i particolari, né, soprattutto, mutare l’ordine e la durata dei tempi.
Per esempio, Maria si alzava prestissimo, e andava alla prima messa; tornava, prendeva il caffè, poi ripartiva per la spesa. La chiesa era molto distante, e cosí le botteghe; mezz’ora di strada lungo il viale e le scorciatoie campestri. Io non osavo suggerirle di fare un solo viaggio per le due cose. Del resto capivo che la prima messa non era la stessa cosa che un’altra piú tardi.
La domenica andavamo in giro per le valli intorno alla città, col buono e col cattivo tempo. Se tornavamo bagnati, Maria prendeva l’aria preoccupata di una madre; senza ombra di disapprovazione, però. Anzi, con una sfumatura di maggior rispetto, come se un temporale fosse un pericolo, e averlo affrontato una prova di coraggio.
Pietro le domandava come aveva passato la domenica: sapevamo cosí delle visite che riceveva dai suoi. Per lo piú essi avevano lasciato, per noi, un omaggio di pane di campagna.
La prima, di queste visite, fu quella della nipote Giuseppina. Giuseppina venne con altre ragazze, sue amiche. Non vollero sedere nella camera di Maria, e nemmeno nella cucina; si accamparono sul balcone che dava verso il giardino, dietro la casa. Avevano incominciato subito, a ridere; e forse si erano rifugiate lí per respirare e calmarsi. Da principio Maria aveva riso con loro; poi, come non la smettevano, disse: – Basta, – e: – Venite a mangiare –. Ma esse avevano con sé i cibi in una valigia, e mangiarono sedute sulla pietra del balcone, dopo aver rifiutato, chissà perché, anche le sedie. Nell’inghiottire rischiavano di soffocare, non potendo frenare il riso. Maria dal dispetto non mangiò, e quasi avrebbe pianto.
Nell’andarsene Giuseppina parlò, finalmente; disse: – Scusateci, magna Marí.
Giuseppina aveva quell’età in cui tutte le ragazze sono, dal piú al meno, un po’ goffe; ma cosí era troppo, disse Maria. Dopo le vespe, era la prima volta che la vedevamo arrabbiata.
Maria nominava i suoi fratelli con gravità; diceva: il fratello Giacomo, il fratello Giovanni. Con gioia, una gioia un po’ gelosa, nominava i nipoti.
Fra questi, Maria Piccola era la beniamina. Sapevo, di lei, che era ricciuta e un po’ selvaggia. Maria andò a prenderla, una volta che noi stemmo in gita due giorni.
Maria Piccola veniva in città per la prima volta, per la prima volta vedeva una casa di città. Chissà come le vide, Maria Piccola. Quando, nel riaccompagnarla, Maria le domandò cosa le fosse piaciuto di piú, in città, rispose: – Adesso che torniamo a casa –. Era chiaro, mentre la riferiva, che Maria si compiaceva di questa risposta.
Arrivando, la mattina, in città, Maria Piccola non aveva detto nulla; aveva presto cessato di guardarsi intorno; stava, cheta, accanto alla zia. Di mangiare non volle saperne. Maria capí, e la mandò all’aperto, in giardino.
Quando la volle sorvegliare, dal balcone, non la vide piú. Corse di sotto e non chiamò nemmeno: il cancello era aperto. Lontano, in fondo al viale, dove i tronchi si confondevano, scorse la sciarpa rossa, quasi portata via da un movimento indistinto, in cadenza. I soldati erano passati, cantando, e Maria Piccola si era messa a seguirli.
Maria faticò a raggiungerla; non la sgridò.
Quando l’ebbe ricondotta al Villar, e stava raccontando, nella cucina, la storia dei soldati, di nuovo Maria Piccola era sparita. La sentirono cantare. Si era arrampicata sul fico che sporgeva nell’aia dal pendio sottostante; lassú stette nascosta e cantò fino a notte. Chiamarla era fiato sprecato.

II.

A chi mi domandava se c’erano novità, rispondevo: – Non so, – fingendo di non aver capito. Tanto ero gelosa del mio segreto. Quando il ventre cominciò a tendersi sotto le vesti, anche le donne che non conoscevo mi fissavano con occhi brillanti e cercavano di farmi parlare; ma io tiravo diritto, e soffrivo, che il segreto non fosse piú mio.
Maria non dette mai segno di sapere. Non so se per discrezione o anche per pudore. Io le ero molto grata, di questo.
Una domenica di marzo i parenti di Maria ci invitarono al Villar, a Casa Barcellona.
Il paese grande, D., al quale si arrivava in tranvai, era disteso ai piedi del monte; Barcellona apparteneva a una frazione del Villar, nascosta in una piega della grande montagna. Si raggiungeva salendo il costone di Santa Maria, poi divallando dietro al santuario giú per un sentiero, tra boschi di betulle e di faggi. Il Villar non era visibile, ma da Santa Maria si potevano scorgere i tetti d’ardesia di Barcellona, attraverso i magri rami dei castagni ancora invernali.
Io guardavo, in quel tempo, tutte le cose come se fossero estranee, sospesa com’ero a quello che aspettavo; tuttavia i boschi, le case di pietra, riuscivano pur sempre a piacermi, ad apparirmi familiari.
Le cognate ci vennero incontro, sul sentiero dietro le case. Non potevano essersi accorte, al solo vedermi: Maria doveva aver parlato. Mi guardavano fissamente, tuttavia in modo molto diverso dalle donne di città. Avevano entrambe un lattante sulle braccia, e mi tesero, un po’ goffamente, la mano, ruvida e calda, senza parlare; ma nel loro lungo, quasi pietoso sorriso, ravvisai un gesto solenne.
Nella grande cucina buia, una delle cognate, la piú anziana, faceva scaldare del latte nel paiolo, appeso alla catena, dentro un enorme camino nero. Il suo bambino in fasce era minuto e patito, il petto di lei povero e stanco. Pur sorridendo a me, sospirava.
Entrarono correndo, poi subito esitanti, ragazzi vestiti a festa: di ritorno dalla messa. Salutarono a uno a uno, togliendosi il berretto a visiera, e mi strinsero la mano con le piccole mani dure. Dopo, presero a nascondersi uno dietro l’altro. Una delle bambine era Maria Piccola, che mi guardò con aria di sfida. Una ragazza grande e bionda, dall’aria già materna, era Giuseppina, che diventò rossa e si diede subito da fare attorno ai bambini. Maria, raggiante, appariva e spariva.
Al pranzo presero parte i due fratelli e le cognate coi lattanti; degli altri figli soltanto Francesco, il primogenito del fratello Giacomo, perché era già uomo. Giuseppina aiutava Maria a porgere.
La cognata piú vecchia mi rivolgeva il suo sorriso triste, la giovane il suo, sereno, che le faceva le fossette nelle guance; il suo bambino era florido, e tendeva già le mani ai cibi. I fratelli, un po’ rigidi nei gesti, avevano gli occhi di Maria, fermi e azzurri, con in piú, specie il vecchio, Giacomo, un riso, quasi una malizia, come di gente che sa.
Parlarono con Pietro delle guerre: Giacomo aveva fatto anche quella della Libia. Dicevano cose precise, con frasi brevi; Pietro li ascoltava come uno che ha da imparare.
Piovve, a un tratto, e vedemmo dall’uscio aperto l’aia e i boschi rapidamente velarsi. I contadini si felicitarono tra loro: in montagna non c’è che l’acqua del cielo. Poi, calorosamente le donne, con una certa ironia i fratelli, si volsero a noi e ci ringraziarono: avevano ravvisato nella nostra visita un segno propiziatorio.
Spiovve presto. Un bambino attraversò la corte. Sentendosi guardato, si fermò di botto, nell’atto del suo passo furtivo. In quel punto una grondaia rovesciava dall’alto la sua doccia, che cadde sul piccolo capo, sulla nuca sottile, sugli stinchi da passero, persi nel vestito abbondante e rigido della festa. Il bimbo non si mosse, neppure ai richiami della madre; finalmente, sopraggiunse correndo una ragazza, che lo prese per mano e lo salvò.
Un riso era corso lungo la tavola. Uno solo non rise: un bimbo dagli occhi grigi, severo, ritto fra le ginocchia del padre. Vi si era venuto ad appostare, come di diritto, alla fine del pranzo; suo padre, il fratello Giacomo, aveva posato la sua mano grande e rigida, sulla spalla di lui.
Mi sentivo osservata, dai suoi grandi occhi grigi; e Maria raccontò, poi, che quando i bambini, per gioco, «rifacevano» la nostra visita, Guido voleva sempre essere lui a «fare madamin».
L’estate fu arida. Maria si crucciava per i suoi: a Barcellona, i raccolti se li sarebbe mangiati la siccità.
Nelle mie ferie, d’agosto, passavo le mattinate e i pomeriggi a leggere e cucire, lentissimamente, alternando i punti col greco degli sventurati Atridi. Di là, Maria, terminato il suo lavoro, leggeva anche lei, i suoi libri di chiesa. Dal tennis, dietro la casa, si sentivano, nell’aria quieta, volare le palle: toc, toc. Verso il tramonto, uscivamo, io e Maria, lungo il viale polveroso. Cadevano, dagli olmi, le foglie bruciate, rossicce.
Fu a...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Marí e Madamin. di Benedetta Centovalli
  4. Introduzione. di Lalla Romano
  5. Maria
  6. Lettere di Maria Bottero a Lalla Romano. a cura di Elena Arnone
  7. Postfazione. di Giorgio Zampa
  8. Appendice. a cura di Antonio Ria
  9. Il libro
  10. L’autrice
  11. Della stessa autrice
  12. Copyright