
- 864 pagine
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eBook - ePub
Casa Desolata
Informazioni su questo libro
Storia e satira di una causa legale che si trascina da tempi immemorabili, con i litiganti in attesa di fortune che non arriveranno mai, di intrighi e di piste poliziesche, Bleak House è al contempo raffinata descrizione della società londinese di metà Ottocento e romanzo «nero»: sullo sfondo, morti misteriose, vecchie case decrepite, figli illegittimi, luridi vicoli di angiporto.....
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Informazioni
Introduzione
Lezioni di letteratura: Casa Desolata
di Vladimir Nabokov1
Ciò che dobbiamo fare, leggendo Casa Desolata (Bleak House), è rilassarci e lasciare che sia la spina dorsale a prendere il sopravvento. Benché si legga con la mente, la sede del piacere artistico è tra le scapole. Quel piccolo brivido che sentiamo lí dietro è certamente la forma piú alta di emozione che l’umanità abbia raggiunto sviluppando la pura arte e la pura scienza. Veneriamo dunque la spina dorsale e i suoi fremiti. Siamo fieri di essere dei vertebrati, perché siamo dei vertebrati muniti nella testa di una fiamma divina. Il cervello è solo una continuazione della spina dorsale; lo stoppino corre in realtà per tutta la lunghezza della candela. Se non siamo capaci di godere di questo brivido, se non sappiamo godere della letteratura, rinunciamo a tutto questo e concentriamoci sui fumetti, sulla Tv, sui libri-della-settimana. Ma io penso che Dickens si rivelerà piú forte.
Nel parlare di Casa Desolata ci accorgeremo presto che l’intreccio romantico del romanzo è illusorio e non ha una grande importanza artistica. Nel libro c’è di meglio che il triste caso di Lady Dedlock. Ci occorrerà qualche informazione sulla procedura giudiziaria inglese, ma per il resto sarà tutto un gioco.
Di primo acchito può sembrare che Casa Desolata sia una satira. Vediamo. Una satira, se ha scarso valore artistico, non raggiunge il suo scopo, per quanto commendevole questo possa essere. D’altro canto, se è permeata di genio artistico, il suo scopo non ha molta importanza e scompare con i propri tempi, mentre rimane per sempre la scintillante satira come opera d’arte. E allora perché parlare di satira?
Lo studio dell’impatto sociologico o politico della letteratura dev’essere stato escogitato soprattutto per quelli che, per temperamento o educazione, sono immuni dalla vibrazione estetica della vera letteratura, per quelli che non sentono il brivido rivelatore tra le scapole. (Ripeto per l’ennesima volta che è inutile leggere un libro se non lo leggete con la schiena). Può essere giustissimo sostenere che Dickens era ansioso di denunciare le iniquità della Corte di Giustizia del Lord Cancelliere (Chancery). Casi come quello di Jarndyce continuavano occasionalmente a verificarsi anche a metà del secolo scorso, ma, come hanno dimostrato gli storici del diritto, la massima parte delle informazioni dell’autore sulle questioni legali risalivano al ventennio 1820-40, e quindi, quando scrisse Casa Desolata, molti dei suoi bersagli avevano ormai cessato di esistere. Ma se il bersaglio è scomparso, godiamoci la scultorea bellezza della sua arma. Inoltre, come atto d’accusa contro l’aristocrazia, la descrizione dei Dedlock e del loro ambiente non ha né interesse né rilevanza perché le conoscenze e le concezioni del nostro autore su quell’ambiente sono estremamente esili e rozze, e dal punto di vista artistico i Dedlock, mi dispiace dirlo, sono a un punto morto di nome e di fatto2. Siamo dunque grati della ragnatela e ignoriamo il ragno; ammiriamo le qualità scultoree del tema dell’assassinio e ignoriamo la debolezza della satira e i suoi gesti teatrali.
Infine, il sociologo può scrivere un intero libro, se gli fa piacere, sui maltrattamenti che i bambini dovettero subire in quell’epoca che gli storici chiameranno la fosca alba dell’era industriale, con il lavoro infantile e tutto il resto. Ma, per essere sinceri, questi poveri bambini di Casa Desolata sono legati non tanto alle condizioni sociali del decennio 1850-60 quanto a tempi e specchi dei tempi anteriori. Sul piano della tecnica letteraria il rapporto è, piuttosto, con i bambini di precedenti romanzi della narrativa sentimentale del tardo Settecento e del primo Ottocento. Bisognerebbe rileggere le pagine di Mansfield Park sulla famiglia Price a Portsmouth per vedere con i propri occhi questo pedigree artistico, questo collegamento abbastanza evidente tra i poveri bambini della Austen e i poveri bambini di Casa Desolata; e naturalmente, ci sono anche altre fonti letterarie. Dal punto di vista emotivo, poi, anche qui non siamo quasi per niente negli anni 1850-60 – siamo con Dickens durante la sua infanzia – e quindi ancora una volta la cornice storica va in frantumi.
Ormai è chiaro, l’incantatore m’interessa piú del tessitore o del maestro. Nel caso in questione questo atteggiamento mi sembra l’unico modo che permette di mantenere in vita Dickens, al di sopra del riformatore, del romanzetto a buon mercato, della paccottiglia sentimentale, delle assurdità teatrali. Egli splende per sempre sulle alture di cui conosciamo esattamente l’altitudine, i contorni e la formazione, nonché i sentieri di montagna per arrivarci attraverso la nebbia. È nelle immagini che è grande.
Ecco alcune cose da notare mentre si legge il libro:
1. Uno dei temi piú evidenti del romanzo riguarda i bambini: i loro problemi, la loro insicurezza, le loro umili gioie, e la gioia che danno, ma soprattutto la loro infelicità. «Io, straniero e spaventato in un mondo che non ho mai fatto», per dirla con Housman. Interessanti sono anche i rapporti tra genitori e bambino, in quanto comportano il tema degli «orfani»: o è stato perduto il genitore o il bambino. La buona madre si stringe al seno un bimbo morto, oppure è lei che muore. E i bambini che badano ad altri bambini. Ho un’inconfessata predilezione per l’aneddoto secondo il quale Dickens, nella sua difficile giovinezza londinese, si trovò un giorno a camminare dietro un operaio che portava sulla spalla un bambino con un grosso testone. Mentre l’uomo continuava nel suo cammino senza voltarsi, con Dickens sempre dietro, il bambino sulle sue spalle guardava Dickens, e Dickens, che camminando mangiava delle ciliege da un sacchetto di carta, le ficcava in silenzio l’una dopo l’altra nella bocca del piccolo senza che nessuno se ne accorgesse.
2. Corte di Giustizia-nebbia-follia: è un altro tema.
3. Ogni personaggio ha un suo attributo, una sorta d’ombra colorata che compare ogni volta che appare la persona.
4. Le cose partecipano: quadri, case, carrozze.
5. L’aspetto sociologico, brillantemente sottolineato, per esempio, da Edmund Wilson nella sua raccolta di saggi La ferita e l’arco (The Wound and the Bow), non è né interessante né importante.
6. L’intreccio da libro giallo (con una specie di detective che anticipa Sherlock Holmes) della seconda parte del libro.
7. Il dualismo che permea l’intera opera, con il male quasi altrettanto forte del bene, incarnato nella Corte di Giustizia, come una sorta d’inferno, con i suoi diavoli emissari Tulkinghorn e Vholes, e una schiera di diavoli minori, persino negli abiti, neri e logori. Dalla parte del bene abbiamo Jarndyce, Esther, Woodcourt, Ada, Mrs Bagnet: in mezzo ci sono i tentati, a volte redenti dall’amore, come Sir Leicester, nel quale l’amore trionfa piuttosto artificiosamente sulla vanità e sui pregiudizi. Anche Richard viene salvato, perché, pur avendo errato, è fondamentalmente buono. Lady Dedlock è redenta dalla sofferenza e Dostoevskij gesticola freneticamente sullo sfondo. Anche il piú piccolo atto di bontà può assicurare la salvezza. Skimpole e, naturalmente gli Smallweed e Krook, sono totalmente alleati del diavolo. E lo sono anche i filantropi, Mrs Jellyby per esempio, che diffondono infelicità intorno a sé, illudendosi di fare il bene quando in realtà si limitano a soddisfare i loro istinti egoistici. L’idea generale è che tutte queste persone – Mrs Jellyby, Mrs Pardiggle ecc. – dedicano tempo ed energia a ogni sorta di fantasie (con un parallelo con il tema dell’inutilità della Corte di Giustizia, perfetta per gli avvocati, ma fonte di infelicità per le vittime) mentre i loro bambini restano abbandonati e infelici. C’è forse speranza per Bucket o Coavinses (che fanno il proprio dovere senza crudeltà non necessarie), ma non per i falsi missionari, i Chadband ecc. I «buoni» sono spesso vittime dei «malvagi», ma è in questo la salvezza dei primi e la perdizione dei secondi. Tutte queste forze e persone in conflitto (spesso nascoste nelle pieghe del tema della Corte di Giustizia) sono simboli di forze piú grandi, piú universali che si rivelano persino nella morte di Krook provocata dal fuoco da lui stesso generato, il mezzo naturale del diavolo. Questi conflitti sono lo «scheletro» del libro, ma Dickens era troppo artista per renderli ovvi o poco opportuni. I suoi sono personaggi vivi, non soltanto idee o simboli incarnati. [...]3.
Che cosa si intende quando si parla della forma di un racconto? Da un lato si intende la struttura, cioè lo sviluppo di una determinata vicenda, il motivo per cui si segue questa o quella linea; la scelta dei personaggi, il ruolo che l’autore assegna ad essi e la loro interazione; le varie linee tematiche e il loro intersecarsi; i diversi movimenti del racconto introdotti dall’autore per ottenere direttamente o indirettamente quel particolare effetto o impressione. Per struttura intendiamo insomma lo schema pianificato di un’opera d’arte.
Dall’altro lato si intende lo stile, cioè il modo in cui si regge la struttura; vale a dire la maniera dell’autore, i suoi tic, i suoi trucchi particolari; e, se lo stile è vivo, il tipo d’immagini, di descrizioni di cui egli si serve e la maniera in cui procede; e, se ricorre a similitudini, come le adopera e come varia gli espedienti retorici della metafora e della similitudine e le loro combinazioni. Lo stile è la chiave della letteratura, una chiave magica per Dickens, Gogol’, Flaubert, Tolstoj e per tutti i grandi maestri.
Forma (struttura e stile) = Contenuto; il perché e il come = il che cosa.
La prima cosa che notiamo nello stile di Dickens è il suo repertorio d’immagini intensamente sensuali, la sua arte della vivida evocazione sensuale.
1. Vivida evocazione, con o senza l’uso di figure retoriche
Le esplosioni di immagini vivide si alternano alle pagine dense di sottili particolari descrittivi. Quando Dickens deve fornire informazioni ai lettori mediante la conversazione o la riflessione, le immagini non danno generalmente nell’occhio. Ci sono però brani splendidi, per esempio l’apoteosi della nebbia nella descrizione della Corte di Giustizia del Lord Cancelliere: «In un pomeriggio simile il Lord Cancelliere dovrebbe tenere ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Casa Desolata
- Introduzione Lezioni di letteratura: Casa Desolata di Vladimir Nabokov
- Cronologia della vita e delle opere
- Bibliografia
- Casa Desolata
- Prefazione alla prima edizione
- I. Nella Corte di Giustizia del Lord Cancelliere
- II. Nel bel mondo
- III. Un passo avanti
- IV. Filantropia telescopica
- V. Un’avventura mattutina
- VI. Finalmente a casa
- VII. La Passeggiata dello Spettro
- VIII. Una moltitudine di colpe
- IX. Segni e indizi
- X. Il copista
- XI. Il nostro amato fratello
- XII. In guardia
- XIII. Esther racconta
- XIV. Portamento
- XV. Bell Yard
- XVI. Tom-all-Alone’s
- XVII. Esther racconta
- XVIII. Lady Dedlock
- XIX. Circolare!
- XX. Un inquilino nuovo
- XXI. La famiglia Smallweed
- XXII. Mr Bucket
- XXIII. Esther racconta
- XXIV. Un caso d’appello
- XXV. Mrs Snagsby capisce tutto
- XXVI. Tiratori
- XXVII. I soldati sono piú di uno
- XXVIII. Il padrone delle ferriere
- XIX. Il giovane
- XXX. Esther racconta
- XXXI. Infermiera e malata
- XXXII. L’ora stabilita
- XXXIII. Intrusi
- XXXIV. Un giro di vite
- XXXV. Esther racconta
- XXXVI. Chesney Wold
- XXXVII. Jarndyce contro Jarndyce
- XXXVIII. Una lotta
- XXXIX. Avvocato e cliente
- XL. La patria e la famiglia
- XLI. Nella stanza di Mr Tulkinghorn
- XLII. Nello studio di Mr Tulkinghorn
- XLIII. Esther racconta
- XLIV. La lettera e la risposta
- XLV. Una promessa
- XLVI. Fermatelo!
- XLVII. Il testamento di Jo
- XLVIII. Assediati
- IL. L’amicizia e il dovere
- L. Esther racconta
- LI. Un’illuminazione
- LII. Ostinazione
- LUI. La traccia
- LIV. Lo scoppio della mina
- LV. La fuga
- LVI. Inseguimento
- LVII. Esther racconta
- LVIII. Un giorno e una notte d’inverno
- LIX. Esther racconta
- LX. Prospettiva
- LXI. Una scoperta
- LXII. Un’altra scoperta
- LXIII. Acciaio e ferro
- LXIV. Esther racconta
- LXV. Ricominciare da capo
- LXVI. Nel Lincolnshire
- LXVII. Esther termina il racconto
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
- Copyright