Se le vicende politiche e militari della Sicilia durante la dominazione musulmana sono state oggetto di svariate indagini, poca attenzione si è finora prestata alle condizioni materiali e sociali del vivere quotidiano di quell'epoca. Grazie a una scrupolosa ricostruzione storica e un uso attento delle fonti, Salvatore Tramontana fornisce con questo libro un quadro complessivo dei diversi intrecci tra uomini e territorio nei secoli IX-XI. Per la Sicilia si tratta di un periodo di profonde trasformazioni, e il grande sviluppo urbanistico, strettamente collegato alle attività agricole, artigianali e del commercio, diviene in breve punto di coesione e di armonia fra religione, cultura, legislazione, economia e potere. Il lettore potrà cosí osservare da vicino la realtà antropologica e culturale della Sicilia musulmana, cogliendone ogni aspetto e percorso attraverso le profonde relazioni che legano il clima, la struttura geografica e gli eventi catastrofici alle vicende umane, economiche, sociali, religiose e politiche di una realtà e di un'epoca di grande fascino e originalità.
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awqal – in modo sostanzialmente completo e nella forma si direbbe didascalica – sui mercati e sui mercanti che a Palermo gravitavano attorno alle moschee evidenzia, fra l’altro, la capacità, la profondità e la elasticità di analisi di un osservatore di ingegno, e come tale poco proclive a farsi ripetitore meccanico delle sue stesse formule espositive e pronto, invece, a riconoscere l’individualità di ciascun problema.
Degli spazi attorno alla moschea, nei quali la concretezza dei mercati e dei mercanti abbondava e poteva essere controllata da qualsiasi osservatore che si fermasse a guardare, Ibn
awqal non parla, come era sua prevalente abitudine, in termini elegantemente formali e sufficientemente ambigui. Non ragiona col criterio delle supposizioni e delle probabilità, non tende a indirizzare secondo una sua teoria pedagogica la realtà quotidiana di Palermo, ma cerca di percepire e subito registrare quel che effettivamente vede non solo per darne testimonianza, ma per comprenderlo e interpretarlo. E, con un pragmatismo che appunta la sua attenzione sulla certezza e precisione dei particolari, coglie la capacità operativa di un centro urbano in cui si articolavano concretamente gli uomini e le loro attività piú significative. E infatti la dinamica socioeconomica e produttiva di Palermo su cui si appronta l’interesse del geografo è offerta al lettore dal sobrio elenco redatto con la diligenza minuta che scaturisce dall’osservazione e dall’esperienza.
E da un giudizio che, se non sembra del tutto concordare con l’ampio e concreto ventaglio di prodotti commerciati e di attività artigianali svolte, contribuisce comunque a rendere piú evidente agli occhi del lettore la vita di un territorio la cui dinamica non poteva certo esaurirsi nelle sole variabili economiche. Non è d’altronde privo di significato che, al di là di tutto, i musulmani «non si isolarono dall’Europa occidentale e per un paradosso della storia, toccò proprio a loro di conservare importanti testi greci e rioffrirli, a partire dal secolo X, al mondo latino che li aveva perduti»1.
Al di là comunque dei numerosi dettagli sulle attività produttive e commerciali di Palermo narrate e descritte da Ibn
awqal in forme che hanno piú la semplicità e il tono leggero di una confessione o di un diario, e non la solennità e il vigore di un’analisi oggettiva e spassionata della realtà – e al di là «della grande carestia» del 939-940 durante la quale, se si deve credere alla Cronaca di Cambridge, alcuni genitori, «nella capitale al par che nelle campagne, mangiarono i propri figlioli»2 – traspaiono, vivi e ben distinti, molti degli elementi, e non i meno essenziali, di una dinamica in cui mercanti e artigiani erano in quegli anni al centro della vita economica di Sicilia.
1. Da periferia dell’Impero a centro del Mediterraneo.
La vita economica di Sicilia era infatti il fronte piú esposto nel Mediterraneo, in un mare, dice al-Muqaddasī, che da nessuno è cosí bene conosciuto come dai siciliani e dagli spagnoli3. E la Sicilia, già periferia dello spazio bizantino, con la conquista musulmana tendeva sempre piú ad assumere un ruolo centrale nel Mediterraneo. Un ruolo sulla cui effettiva valenza politica ed economica la storiografia ancora discute, ma al quale non si può non assegnare – in un contesto di complementarità se non proprio di due culture, senza dubbio di due economie – una funzione stimolante e di apprezzabile capacità produttiva.
E pure di sviluppo demografico: sembra infatti assodato che l’incremento commerciale favorito dai musulmani abbia contribuito in Sicilia a una notevole crescita della popolazione4, ma non ancora risolto i dubbi sul complesso problema della priorità della ripresa attribuita da alcuni al rinnovamento delle campagne e quindi dell’economia agraria, da altri alla dinamica della vita cittadina e dunque alla crescita mercantile e, appunto, demografica. Certo, nei secoli IX e X erano via via mutate le prospettive del rapporto fra mondo occidentale e mondo islamico, ma il Mediterraneo continuava a rimanere un’arteria commerciale assai importante anche se non era piú l’asse principale degli scambi a lunga distanza sulla direttrice est fino all’imboccatura del Volga5 e verso il Nord Europa fino al Baltico6.
Non mancano comunque testimonianze sui rapporti commerciali con la Cina e specialmente col porto di Canton7 e con l’India8, e sui complicati percorsi che, secondo un itinerario riferito da «una guida del viaggiatore» redatta nel secolo IX dal geografo Ibn Khuradādhbih, dalla Spagna attraverso il regno dei Franchi e la Germania si spingevano da una parte fino all’Inghilterra, dall’altra fino ai territori russi e di là fino ad Aleppo, Antiochia, Trebisonda e Baghdad9. Certezze su questi rapporti commerciali, sulla loro frequenza, sul volume di affari, è difficile averne. Ma avrà senz’altro un senso se, nei primi anni del secolo XI, il geografo al-Bīrūnī scriveva, sia pure per un auspicio sostenuto da singoli casi e non per una concreta rappresentazione della realtà, che «i popoli diversi sono ravvicinati in reciproca comprensione» perché, precisava, i progressi scientifici, della tecnica e della geografia permettevano, «con maggiore facilità e sicurezza, di ottenere informazioni nelle regioni del mondo»10.
Al di là però di questi rapporti ad ampio raggio lo spazio preferito, e di fatto utilizzato dalla maggior parte dei mercanti dei paesi mediterranei, era quello interno al mondo musulmano – cioè al dār al-islām – che collegava Baghdad con l’Egitto, con l’Ifrīqiya, con la Spagna, con la Sicilia. I cronisti e i geografi musulmani insistono infatti sulla necessità di conoscere bene la distanza fra Sicilia e Ifrīqiya pure come punto di snodo per il trasferimento delle merci che arrivavano dall’Africa nera11; sottolineano le reciproche collocazioni fra Sicilia, Egitto e Spagna12; spiegano che la Sicilia «sta entro i limiti del quarto clima, nel Mediterraneo, di faccia all’Africa»13 e che, dalla p...