Se la vita che salvi è la tua
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Se la vita che salvi è la tua

  1. 240 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Se la vita che salvi è la tua

Informazioni su questo libro

Andrea Luna ha trentasette anni, fa l'insegnante, ma non ha una cattedra fissa. Quello che doveva essere un breve soggiorno newyorkese, una vacanza solitaria voluta per riprendere fiato e soffocare le braci di una crisi coniugale, si trasforma in una peregrinazione nelle miserie dell'umanità e nella sua infinita ricchezza, in un viaggio che lo trascina ai margini della società e che gli regala incontri memorabili, soprattutto quello con la famiglia Patterson: Ary, la madre, e i suoi due figli gemelli di tredici anni, Benjamin e Allison. Quando, all'improvviso, Andrea decide di tornare a casa dalla moglie, quello che ha lasciato non esiste piú. E allora capisce che «casa» è altrove. Per raggiungerla sarà disposto a tutto, anche ad affidarsi a un pollero, un trafficante d'uomini. *** «I miei figli faranno quello che potranno, quello che la vita gli offrirà. Ciò che posso mostrargli è come. Come fare le cose, come alzarsi e andare incontro al giorno che ogni mattina Dio ci srotola di fronte quando il primo sole illumina i tetti delle case, di chiunque siano quelle case. Non ho molta fiducia nelle parole, signore. L'esempio, quello sí».

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806217747
eBook ISBN
9788858413708

1.

Cosí, alla fine, rientra di nuovo dall’aeroporto, cammina fino a non sentire piú né i piedi né le gambe, estrae dalla tasca il cellulare che diffonde Summertime nell’aria sonnolenta di Central Park – sullo schermo la foto di Agnese che spia da sopra un paio di occhiali da sole – e lo getta in uno dei laghetti facendo disegnare un arco alla voce ruvida di Billie Holiday, un arco tra gli alberi, sotto lo sguardo d’un falco; la voce si spegne con un tonfo nell’acqua dolce a pochi metri dalla riva, affondando e rilasciando per alcuni istanti – istanti che ad Andrea sembrano lunghi in modo innaturale, tanto da fargli credere che sia il lago stesso a cantare – l’ultimo summertime and the livin’ is easy, fish are jumpin’ and the cotton is high1.
Era stata la stessa melodia, una mattina primaverile di cinque mesi prima, nella sua città, in Italia, a farlo correre a perdifiato.
Quella mattina, vedendolo, uno studente universitario steso sull’erba sollevò il collo dal libro di chimica con un movimento da tartaruga, sfilando le dita dai riccioli della ragazza al suo fianco; un bambino con le stringhe slacciate smise d’inseguire la palla; un gruppo di turisti, in piedi accanto alle biciclette appena affittate, alzò gli occhi dalla mappa del parco. Tutti seguirono la traiettoria scomposta di quell’uomo calligrafico che vestito come uno qualunque, uno dei tanti che si vedono la mattina, lí, tra gli ippocastani, in scarpe leggere, pantaloncini e felpa grigia, stava correndo – o almeno cosí sembrava – come per salvarsi la vita. Poco piú avanti due donne chiacchieravano spingendo un passeggino; ridevano distratte e non lo videro arrivare. Per evitarle Andrea si fece lama slittando tra loro e il muro del giardino botanico contro cui si grattugiò il dorso della mano. La piú alta, senza foulard, lasciò cadere la bottiglia d’acqua da cui stava per bere e portò le dita alla bocca per soffocare lo spavento; la seconda si piegò felina sul figlio per proteggerlo. Un anziano cinese interruppe gli esercizi di respirazione e, le braccia tese in avanti, ruotò il capo con flemma lunare – piú tardi, a casa, avrebbe visto un documentario sulle maree e convinto la moglie a distruggere la foto del figlio.
Andrea disseminò di scricchiolii i due chilometri che lo separavano dal reparto di ginecologia. Da un luogo remoto emerse il ricordo di quando, a otto o nove anni, era caduto da un albero spezzandosi l’omero: il ramo su cui si era arrampicato non era forte a sufficienza per sostenerlo e rapito dall’osservazione di un nibbio non aveva fatto caso al crepitare del legno.
All’altezza del ponte abbandonò la sicurezza del parco per gettarsi in strada. Le auto inchiodarono per non travolgerlo, ma lui dovette lo stesso appoggiare la mano al cofano di un taxi. Balzò sul marciapiede e proseguí la corsa tra gli edifici.
Donne e uomini entravano e uscivano dai negozi, salivano e scendevano dalle macchine, rispondevano al telefono. I cassonetti della raccolta differenziata venivano svuotati, le biciclette rubate, le pagnotte estratte dai forni.
L’ospedale emerse oltre una serie di case basse. La porta scorrevole si spalancò permettendo ad Andrea di non rallentare. Scivolò sul marmo e mantenne l’equilibrio remando con le braccia; imboccò il corridoio seguendo la linea celeste disegnata a terra che conduceva al reparto. Faceva caldo, un caldo incomprensibile. Ma non fu quello a colpirlo e neppure gli sguardi curiosi della gente. Quello che davvero lo stupí fu che le voci dei medici e dei pazienti, le ruote delle sedie a rotelle, lo scalpicciare dei tacchi, lo sbattere delle porte, lo scricchiolio delle tubature, cosí come quello, fuori e dentro di lui, del ramo su cui si era seduto da bambino e dell’omero che si era spezzato, d’un tratto, tacquero.
E quando se ne accorse le suole persero il pavimento.
È il marito di nostra figlia, dissero due voci.
1 I versi sono tratti dalla canzone Summertime, musica di George Gershwin, testo di DuBose Heyward e Ira Gershwin.

2.

Da qualche parte dev’essere scoppiato un incendio, pensò Agnese. Due autopompe avevano attraversato l’incrocio a sirene spiegate, le aveva viste guizzare senza muoversi dal letto, riflesse nelle finestre aperte. Un giorno da finestre aperte, questo, disse tra sé e sé con un filo di voce; poi scivolò sulla portata di un incendio, sul significato della parola, sul calore sviluppato; scacciò il ricordo di un volto ustionato visto in televisione e dalla memoria emerse quello di una gita sulla neve – indossava un cappello a forma di coniglio che non era suo – e si vide osservare la pista da sci dalla terrazza di un ristorante, le tute colorate, l’odore di crema solare; dopodiché tornò a concentrarsi sul riflesso dei vetri.
Un giorno da finestre aperte, questo, disse ancora.
In quel momento apparve la dottoressa; dietro di lei c’era Andrea. Si fece da parte per farlo passare e dopo essere rimasta un istante di troppo sulla soglia, come per fare le presentazioni, disse: Se vi servo mi trovate in fondo al corridoio.
Era una stanza con due letti ma l’unico occupato era il suo; alle pareti vecchie stampe della città – niente poster con bambini dentro gusci di noce. Andrea si mosse impacciato, prese uno sgabello e si sedette, sfiorandole il piede da sopra le coperte.
Dove cazzo eri?
A correre.
A correre, certo.
Non potevo prevederlo.
No, disse lei, non potevi. Non potevi tu, non potevo io ed è questo che – e scosse la testa come per annullare le lacrime che avevano cominciato a scendere – è questo che non mi dà pace. E cosí non faccio che saltare da un pensiero ridicolo a un altro perché se smetto di pensare e mi fermo comincio ad analizzare quello che ho fatto oggi, e te lo giuro, non ho fatto niente di strano oggi, non ho sollevato pesi, non sono andata in bicicletta, ero uscita per comprare il tè, va bene?, il tè, e allora passo ad analizzare quello che ho fatto ieri, ma anche ieri non ho fatto nulla di sbagliato, cosí passo al giorno precedente e al precedente e quello prima ancora, senza trovare nulla, un indizio, una traccia. Le mancò il respiro ed esplose in un pianto disperato. E senza una cazzo di traccia come faccio a capire cos’è che non va? Come faccio ad avere un figlio?
Andrea le prese una mano. Lei la sottrasse come per il morso d’un ragno. Si girò su un fianco. Avrebbe voluto stringere le ginocchia al petto, ricomporre la sensazione del feto che le era stato sottratto, ma non riusciva a sollevare le gambe.
Vai via, disse.
Agnese...
Ti prego, vai via. Vattene.
Andrea restò seduto ancora alcuni istanti, finché una fitta attraversò l’omero e sentí il grido del nibbio; ma no, erano altre sirene che avvampavano in strada.
Uscendo, vide i suoceri in corridoio, gli occhi chiusi e le mani in grembo. Andò a bussare alla porta dello studio della dottoressa. Agnese sarebbe rimasta ricoverata ancora un paio di giorni, disse lei. E sí, se volevano potevano tentare di nuovo una gravidanza. E no, non c’era modo di sapere se e quando una gravidanza avrebbe funzionato. Ora deve occuparsi di sua moglie, disse.
Sí.
Non la forzi.
No.
Ci vorrà del tempo.
Tempo, ripeté lui.
Il telefono squillò e la dottoressa pinzò la cornetta tra spalla e orecchio mentre, con le mani, s’accendeva una sigaretta; si avvicinò alla finestra e la spalancò. Andrea notò, dietro la scrivania, la riproduzione di un dipinto di Klimt: era un particolare da Le tre età della donna: il volto ieratico della madre che stringe in un abbraccio la figlia bambina, i fiori tra i capelli, le guance di porcellana. L’altra metà, la donna anziana dalla pelle secca e il ventre gonfio, la mano sugli occhi, sofferente per la propria nudità appassita, non la conosce nessuno.
Devo lasciarla, disse la dottoressa gettando la sigaretta in strada e posando il telefono; la luce del mattino le illuminò il volto. Andrea pensò che era una donna affascinante, e subito se ne vergognò. Tempo, quindi, tempo, disse. Non sia impaziente.
Sulla porta, Andrea si voltò di scatto. Senta, c’è per caso un’altra uscita?
Scusi?
Dall’ospedale, dico. Oppure… E indicò con il pollice il corridoio principale.
Segua la linea rossa. Troverà le scale di servizio. A sinistra, dopo i bagni.
I genitori di Agnese erano nelle stesse posizioni dolenti di poco prima; non lo videro fuggire, infilarsi giú per le scale e infine fuori, tra la gente inebriata dall’aria sottile di quel giorno di primavera. Raggiunse casa per vie laterali, strisciando contro i muri dei palazzi. Arrivato di fronte al portone infilò le mani in tasca e s’accorse di non avere le chiavi. Ripercorse con la memoria i gesti fatti prima di uscire e si convinse di averle prese; doveva averle perse correndo. Suonò ai vicini, che ne avevano un paio di scorta, ma non rispose nessuno. Si guardò attorno. S’accorse di avere fame, ma non aveva soldi. Un cane cominciò ad abbaiare sporgendo la testa da uno dei balconi all’ultimo piano del condominio di fronte. Andrea s’accasciò sullo scalino davanti al portone e alzò gli occhi in direzione del latrato schermando il sole con la mano, un sole spensierato che irradiava ogni cosa oltre la selva di antenne e comignoli, asciugava i panni stesi e scioglieva i lacci del lungo inverno invitando la gente a uscire dalle case e a celebrare il principio di una nuova stagione.
Agnese tornò a casa dopo quattro giorni di esami e analgesici. All’ospedale, prima di uscire, aveva cercato di rassettarsi: s’era fatta portare da Andrea una gonna nera e una camicia che usava al lavoro. Era stato un errore e l’aveva capito subito studiando nello specchio del bagno gli occhi segnati e la pelle, quella del collo soprattutto, tanto sottile da far trasparire i reticoli di vene.
Nell’aprire la porta dell’appartamento Andrea faticò a far girare la chiave nella toppa, come se qualcosa o qualcuno la stesse bloccando dall’interno. Ecco, ci manca solo questo, disse sorridendo. Lei non ricambiò. Domani chiamo il fabbro.
Quando alla fine la serratura cedette, Agnese entrò in punta di piedi; occhi strizzati e mano di taglio sulla fronte, esaminò l’appartamento in cerca d’un riparo, un luogo in cui nascondersi in quel territorio cosí familiare, ma d’un tratto ostile.
Una tisana o del succo di frutta? C’è dello yogurt, se ti va.
Non rispose. Aveva scelto la poltrona. Sí, la poltrona andava bene. Vi si rannicchiò sopra e si tolse le scarpe, afferrò un cuscino, lo infilò tra la testa e lo schienale e chiuse gli occhi. No, non era poi cosí difficile escludere il mondo.
Andrea accese la radio in cucina e vagò tra i canali in cerca di qualcosa che andasse bene, ma ogni musica lo irritava e la spense. Prese un pentolino dal lavello e mise l’acqua sul fuoco sorvegliando la bollitura, immerse due bustine di tisana – una alla menta e una al finocchio – versò il contenuto nelle tazze e le portò in soggiorno. Era pomeriggio tardi. Il vento spingeva contro le finestre facendo scricchiolare gli infissi. Prese posto sul divano accavallando le gambe. Posò una tazza sul tavolino, l’altra la tenne in mano e la premette contro la camicia per sentirne il calore.
Ti hanno chiamato? chiese Agnese senza aprire gli occhi.
Andrea pensò ai medici. Scusa?
Dalla scuola. Ti hanno chiamato?
Non ancora.
Pensi ti chiameranno prima o poi?
Come sempre, disse. Perché non dovrebbero?
Agnese impastò un ghigno a uno sbuffo. Si girò e prese la tazza dal tavolino.
Ha telefonato Carla, ieri, fece Andrea.
Da quanto sei a casa adesso? Tre settimane?
Andrea annuí. Carla ha detto di averti cercato sul cellulare. Ma era spento.
Io non capisco.
Cosa?
Come fai a sopportarlo.
Agnese... Non credo sia il momento.
Agnese drizzò la schiena strabuzzando gli occhi. Non è il momento?
Voglio dire che se non riusciamo ad avere un figlio la colpa non è... be’, non è certo del lavoro. Questo voglio dire.
Questo vuoi dire?
Insegno arte e disegno, Agnese. Cosa vuoi che faccia?
Sentirono il rumore dell’ascensore che si ferma, le urla euforiche dei figli dei vicini, i rimbrotti della nonna in dialetto. Quindi un trillo, risate, il tintinnio delle chiavi. Gli scatti facili della serratura.
Andrea abbassò la voce. È solo questione di tempo, disse.
Ma per favore, disse lei alzando una mano con un tono sgraziato. Il movimento brusco fece beccheggiare la tisana nella tazza e uno spruzzo le bagnò il collo e la camicetta. Cazzo, disse. Prese dei fazzoletti di carta, tamponò l’umido, ma continuò a sentirsi sporca, a disagio, cosí prese a strofinarli sulla pelle e sulla stoffa della camicia, prima piano poi con foga sempre maggiore, ma piú li strofinava piú i fazzoletti si disfacevano rilasciando residui polverosi. Cacciò un urlo. Scagliò a terra ciò che restava dei fazzoletti, posò malamente la tazza sul tavolino, che roteò rovesciando parte della tisana, si alzò e corse in camera da letto.
Andrea attese di sentir sbattere la porta. Invece no.
Seduto sul divano, osservò il dolore posarsi sui mobili e sui libri, riviste tende piante, sulle cornici delle foto e infine sul pavimento. Poi s’inginocchiò, spostò un vaso di vetro dal tavolino accanto a una pila di «Internazionale», fece combaciare il bordo della tazza con il piano e raccolse i petali dei fiori secchi, lí da chissà quanto, ammucchiandoli con la mano e facendoli precipitare in ciò che restava della tisana. Raccattò i fazzoletti e andò a depositare tutto nel lavandino in cucina.
Pensò che dell’aborto non avrebbero piú parlato.
Aun-Liang aveva quattro anni, Andrea andava a casa sua ogni giovedí. La famiglia Zhao viveva al secondo piano di un palazzo di inizio Novecento, una trentina di piccoli alloggi affittati da italiani a st...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Se la vita che salvi è la tua
  3. 1.
  4. 2.
  5. 3.
  6. 4.
  7. 5.
  8. 6.
  9. 7.
  10. 8.
  11. Ringraziamenti.
  12. Il libro
  13. L’autore
  14. Copyright