IL CORVO
È VICINISSIMO
ALLUNGANDO UN BRACCIO
SI PUÒ QUASI TOCCARE, ma mio marito è impegnato a liberare dalla gabbietta di fil di ferro il tappo dello champagne quando l’uccello apre le sue ali nere di inchiostro e dalla ringhiera del balcone spicca il volo nella notte polare. Di solito sono in coppia, questa volta no, questa volta l’animale è solo e come appesantito, una specie di vecchio, goffo aereo militare. Mio marito mi sta dicendo qualcosa, vedo le sue labbra muoversi ma non riesco a sentire niente per il fragore dei botti e dei fuochi d’artificio che rotolano giú dal cielo fiammeggiante. Deve ripetere una, due volte e intanto mi fissa dritto negli occhi, tanto che per un attimo ho come l’impressione che la bottiglia rivolta verso di me sia una pistola puntata contro il bersaglio. Poi si gira dall’altra parte e fa saltare il tappo sparandolo in direzione della siepe di sorbo rosso. Versa il liquido rosato nei due calici e me ne porge uno; la sua mano trema, il viso è contratto in uno spasmo, come se stesse per piangere. Ma dev’essere il freddo, ci sono dieci gradi sotto zero e lui se ne sta fuori in maniche di camicia, una camicia bianca molto elegante. Rientro un attimo, solo per mettere via il piatto da portata con gli avanzi del vitello in salsa di vino rosso, poi sollevo l’orlo del mio abito lungo dai toni verde bottiglia e ritorno fuori, nel grande gelo, anch’io a braccia nude. Durante la serata i gemellini hanno avuto il permesso di accendere una stellina scintillante ciascuno e ora dormono tranquilli e beati nei loro lettini con le sponde, al piano di sopra.
– Cosa dicevi, a proposito di Flóki? – domando all’uomo della mia vita.
In ogni giardino e su ogni balcone l’anno vecchio e quello nuovo continuano furiosamente a darsi battaglia, la stessa di prima, quella che mi ha impedito di afferrare le sue parole. Le ripete ancora e questa volta mi arrivano, perfettamente chiare.
– Perdonami, ma io lo amo. Ti giuro, non ci sarà mai piú una donna, nella mia vita, tu sei l’ultima.
Sotto la pioggia dei fuochi multicolori, le mie scarpe col tacco affondano nella neve crocchiante. I balconi cominciano a ondeggiare, io ad annaspare come trascinata da una corrente, il mio cuore a martellare, traboccante di sangue. Non riesco piú a mettere a fuoco il sorbo.
– Cosa significa che ami Flóki? Siete colleghi...
– Qualcosa di piú di colleghi.
– Sono undici anni che io e te siamo sposati.
– Ma dài, tu l’hai sempre saputo, – dice, puntando lo sguardo al di sopra delle mie spalle, nel buio.
– No, non sapevo proprio niente, invece.
– Certe volte mi guardavi come se sapessi. Non si riesce mai a capire quello che pensano, le donne.
– E questa sera ha cenato con noi.
– Sí, questa sera ha cenato con noi.
Poi, giusto prima di mezzanotte si è ricordato di sua madre: doveva passare da lei per brindare al nuovo anno, gliel’aveva promesso. E cosí di punto in bianco ci ha ringraziato e se n’è andato, il nostro buon amico di famiglia, single da sempre. Con il tiramisú già in tavola che aspettava intatto, nel suo vassoio da portata. Poco prima di piantarci in asso mi aveva seguita in cucina e sfiorandomi una spalla, prima aveva fatto una sviolinata all’osso buco, poi si era persino informato sulla salsa, se ci avevo messo il finocchio fresco e roba del genere.
– Da quanto tempo va avanti, la storia?
– Dall’anno scorso, era all’incirca il quindici aprile, – dice lui.
Non ne voglio sapere niente, di quel quindici aprile, ma proprio l’ultimo dell’anno, doveva avvenire la rivelazione? Per il tempo è lo stesso, quello continua a scorrere invisibile, per noi no, invece, noi abbiamo le consuetudini, questa notte la vogliamo ricordare, noi, ci costruiamo intorno tutto un gran muro divisorio apposta per ricordarcela, e piú il muro è grande, piú c’è gusto a farlo saltare in aria in mille pezzi.
– Volevo confessartelo già la scorsa estate, ma poi non mi è sembrato il momento, – confessa lo specialista in geometria spazio-temporale.
– E ti sembra che il momento sia ora, a Capodanno, undici minuti prima della mezzanotte? – replico indignata, prima di trangugiare una sorsata di champagne.
– È un segno, è il segno che già da domani, giovedí, primo gennaio, potremo ricominciare tutti e due una nuova vita.
E si volta dall’altra parte, a fissare un punto indefinito del giardino, con il bicchiere in mano, il gomito appoggiato alla ringhiera fredda, i muscoli tesi sotto le maniche della camicia appena stirata. In piedi nell’erba ricoperta di brina c’è Perla, la nostra vicina del seminterrato, vestito viola, capelli raccolti, spalle coperte da un collo di pelliccia allacciato sul davanti. La fiaccola che impugna si riflette nel buio sull’argento chiaro del pelo. Vista cosí, dall’alto del nostro balcone, sembra che le scarpe le spuntino fuori direttamente dal collo di pelliccia.
– Tu nella mia vita sei l’eccezione, – le sue parole ora mi arrivano come ovattate dalla distanza, – sono stato bene, con te, ma non ho mai pensato che sarebbe durato per sempre.
E allora, e adesso, cosa dovrei dire?
– È perché vi chiamate tutti e due Flóki? C’entra? Flóki non è un nome tanto comune.
– No, Flóki non è un nome tanto comune.
GIRO SUI TACCHI
APRO LA PORTA
E MI METTO A CORRERE lungo la strada scivolosa, ancora col calice di champagne in mano, tra nuvole di polvere da sparo. Sotto la volta del cielo, mai visti cosí tanti soli, accesi contemporaneamente. In fondo alla via c’è un’area incolta che porta giú alla spiaggia, dove poi l’oceano nero e ribollente prende il sopravvento su ogni cosa. I nostri vicini sono riuniti intorno al grande falò vicino alla riva. Getto un’occhiata al gruppo, un po’ in disparte c’è anche Perla. Si distingue dagli altri per le falde del vestito che spuntano da sotto il cappotto rosso e quasi le ricoprono le scarpe. I bambini sono tutti attratti dalla sua presenza, molto piú interessati alla nana che al falò. Le braccia nude, che il mio abito di seta senza maniche mette in mostra, attirano l’attenzione del giovanotto che occupa la stanza nel seminterrato al di là della siepe di ribes, quello che per due volte ci ha aiutato a ritrovare la gatta. Del resto, non è l’unico, a lanciarmi occhiate insistenti. Mi avvicino al falò semi barcollante, infilandomi tra le persone sempre col mio bicchiere in mano, in mezzo a una selva di piumini, giacconi di lana e berretti di pelo, fin dove il gruppo è piú folto e le fiamme scottano il viso e il fumo acre irrita gli occhi. Con questi tacchi, i frammenti di ghiaccio mi entrano nelle scarpe e mi si infilzano sotto le piante dei piedi come schegge di vetro. Ma non me ne importa.
Mio marito riesce a rintracciarmi seguendo le mie impronte nella neve e affiora tra il buio e il fumo, ancora in camicia. Sento il suo respiro leggermente affannato, proprio dietro di me. Mi ha portato il cappotto e ora me lo appoggia sulle spalle.
– Su, vieni, che prendi freddo.
– Io non lo sapevo, che sarebbe stata l’ultima volta!
Le persone intorno a noi ci osservano.
– L’ultima volta che cosa?
– Che avremmo scopato. Ieri è stata l’ultima volta, no? Be’, io non lo sapevo. E invece avrei voluto saperlo. Avrei voluto saperlo, che era l’ultima!
– Va bene, adesso andiamo a casa.
Si incammina davanti a me con passo rapido, la porta d’ingresso è aperta, lui entra, io lo seguo su per le scale, verso la camera da letto. Abbassa le tendine a soffietto, che calano come una mannaia bianca mezza insanguinata sui davanzali di legno lucido e immacolato. Quando lo raggiungo, ha già cominciato a spogliarsi. Forse ora desidera solo morire qui, insieme a me, io e lui, nessun altro. E che il mondo fuori vada pure in pezzi.
– Non ti garantisco niente, – mormora, – ma mi aspettano e non c’è molto tempo.
Dopo, rimane sdraiato per un po’ fra le lenzuola stropicciate, con le labbra quasi accostate alle mie scapole, immobile, come trattenendo il fiato; poi emette un sospiro profondo e il suo alito mi sfiora il collo. Forse si è addormentato, forse è troppo stanco, per continuare ad ammettere la propria omosessualità. D’un tratto, invece, fa leva con la mano e si gira sulla schiena, rimanendo cosí qualche secondo, a fissare il soffitto. Quindi si solleva, si siede sul bordo del letto, si infila i calzoni. Senza mai alzare gli occhi su di me.
– Ecco, questa era l’ultima volta, – dice, – ora lo sai.
Si alza e si cambia la camicia, ne infila una viola. Il suo profilo si staglia nella cornice della porta. Raccatto la coperta da terra e la tiro su fin sotto il mento.
– Da quant’è che ti interessano gli uomini?
– Prima di conoscerti mi interessavano quasi soltanto loro. Poi ho voluto provare com’era stare con una donna. La prima volta è dura, riuscirci, poi si prendono le misure, si impara. È che non mi aspettavo di innamorarmi.
– Ma i figli sei stato tu a volerli.
– Sí, certo, per morire senza rimpianti, ho sempre voluto diventare padre.
Sistema l’ultimo bottone della camicia e si passa una mano fra i capelli.
– Scusa, se sono riuscito ad amarti solo fino qui, – dice, – vado, mi trasferisco da Flóki.
Pochi secondi dopo sento il portone chiudersi alle sue spalle.
ALLE
TRE
UNA CALMA PIATTA SCENDE sull’isola, come dopo una forte depressione atmosferica. Alle quattro, mio figlio si intrufola nel lettone insieme al suo leone di pezza, seguito a ruota da sua sorella. Nel seminterrato sento trafficare, Perla evidentemente è ancora alzata. Mi infilo un maglione pesante sopra il vestito verde bottiglia e sistemo per bene il piumone sui bambini addormentati. In frigo, la bottiglia di champagne è ancora piena a metà e la teglia del tiramisú quasi intatta. Prendo tutto e apro la porta sulla notte: fuori, la strada è ricoperta da una foschia bluastra; nel buio profondo aleggia una quiete minacciosa. Dopo i botti incessanti delle ultime ore la gente se n’è andata a casa a dormire, in giro non c’è un’anima e anche il falò si è spento. Mentre scendo a tentoni le scale scivolose verso il seminterrato, mi guardo intorno, sperando di veder sbucare da qualche parte la nostra signorina, la gatta di casa. Avevo ragione, in casa della nostra vicina la luce è accesa. Nome e professione della proprietaria sono incisi su una targhetta dorata appesa alla porta:
Perla D. Sigríðardóttir,
psicanalista,
consulente familiare e matrimoniale.
Da qualche tempo, a fianco della targhetta, su un cartoncino qualcuno ha scarabocchiato scrittrice in piccolo, con la penna rossa.
Sembra che Perla abbia trascorso un lungo periodo all’estero, prima di materializzarsi cosí, da un giorno all’altro, nel nostro seminterrato. È stato all’incirca due anni fa, una sera che stavamo uscendo ci siamo voltati per caso verso la finestra dell’appartamentino in fondo alla scala e abbiamo visto in piedi su una scaletta di alluminio, una persona che non superava il metro di statura intenta a dipingere di rosa i mobili della cucina. È stato questo, il nostro primo incontro con Perla. Da allora, praticamente ogni giorno non facciamo che scoprire nuovi particolari. I misteri che la avvolgono, però, sono ancora parecchi, legati piú che altro alla sua vita privata, al suo passato, ai tanti anni trascorsi fuori. Di certo sappiamo che non ha mai lavorato nel circo, questa è l’unica cosa che ha tenuto a sottolineare, raccontando un po’ di sé. Attualmente esercita le sue due professioni a casa, dividendo le ventiquattr’ore della giornata tra l’attività diurna di consulente e quella notturna di scrittrice. Le bastano pochissime ore di sonno, per cui riesce a farcela senza problemi. Certi suoi clienti li nomina spesso, ma non si è mai visto né sentito nessuno scendere le scalette e bussare alla sua porta. Ci abbiamo messo un po’ di tempo, poi abbiamo capito: pare che Perla sia specializzata in consulenze matrimoniali per corrispondenza, che fornisce tramite computer. Pare anche che la cosa funzion...