Il punto piú delicato da valutare e il piú difficile da esplorare è quello della relazione di coppia. C’è un nesso tra i problemi sessuali e amorosi delle coppie dei nostri giorni, a livello per cosí dire «orizzontale» (tra uomo e donna), e i cambiamenti «verticali» dei quali ci stiamo occupando nel rapporto tra padri e figli? E se c’è un nesso, possiamo immaginare una concatenazione lineare di causa-effetto? O piuttosto entrambi i fenomeni sono da ascrivere ad altri piú complessi mutamenti della cultura e della società?
1. Un passo indietro.
In tale complessa materia siamo tutti consapevoli di fenomeni tanto vistosi quanto complicati da misurare: la difficoltà della costanza e della durata dei rapporti di coppia, la precarietà delle unioni, le inedite composizioni familiari.
Un elemento che attira molto la mia attenzione, piú clandestino – e che si riscontra invece prevalentemente nell’esperienza clinica, magari come reperto occasionale (cioè come un dato che emerge per caso e che di per sé non inquieta il paziente) – è quello delle cosiddette «coppie bianche», di giovani e giovanissimi che stanno insieme, si vogliono bene ma non praticano il sesso, in apparenza senza conflitto.
Nell’infinita varietà del reale, talora questa castità senza ideologia non viene considerata un problema del quale preoccuparsi, talora c’è un momento di blanda sessualità, piú per darsi una reciproca rassicurazione che per desiderio.
A mio parere, non è convincente – o lo è solo in parte – l’ipotesi che da tempo riscuote maggior credito, e cioè che la ragione profonda di questo dissesto, dell’indebolimento delle passioni, sia da addebitare all’emancipazione femminile, al fatto che oggi le donne siano protagoniste alla pari nel rapporto, che esigano un loro spazio nell’indipendenza e nella sessualità che metterebbe in difficoltà i loro compagni, i quali, a fronte delle ansie da prestazione, si tirerebbero indietro rifugiandosi nell’affievolimento dello slancio erotico.
Sebbene tale malinconica spiegazione abbia le sue buone ragioni, tuttavia non è sufficiente a chiarire tutto. Per esempio, perché il calo del desiderio si verifichi non meno di frequente nelle donne o nelle unioni tra persone dello stesso sesso.
Cercherò piú avanti di indagare il paradosso del calo generale della libido nell’era della sbandierata «libertà» dei costumi. Ciò che è rilevante per il nostro discorso è che le coppie bianche spesso non rinunciano ad avere figli, «rassegnandosi» a praticare un po’ di sesso al solo fine riproduttivo o magari ricorrendo a fecondazioni assistite, motivate piú o meno apertamente da «infertilità psicologica».
La scelta di diventare genitore dovrebbe discendere in modo diretto, in via biologica e in via psicologica, da una coppia che si è precedentemente unita e che, all’interno della propria intimità, ha generato il progetto di un figlio. Come ormai circa mezzo secolo fa scriveva la psicoanalista francese Françoise Dolto, un bambino dovrebbe nascere simbolicamente nella mente dei genitori, prima di essere messo al mondo. Ma spesso tale modello semplice e «naturale», per cosí dire in due tempi, non viene rispettato: i bambini possono nascere prima o al posto della formazione della coppia amorosa. Ciò avveniva anche nel passato, magari per caso. Oggi invece viene dichiarato e teorizzato.
Cosí, in una cultura come la nostra, non rigidamente strutturata, possono trovare spazio paradigmi assai differenti: sesso senza figli e figli senza sesso, con l’amore quale variabile indipendente1. Addirittura, come ho scritto in altre occasioni, non è raro che proprio la nascita di un figlio spenga l’attrazione sessuale della coppia2.
Comunque, per un figlio è un triste e malsano privilegio dover costituire l’intero senso della vita di un genitore, la realizzazione della sua identità, la risorsa affettiva, il surrogato di altri piaceri negati… Problemi non certo nuovi, endemici da sempre nella società, che oggi possono assumere una nuova forma nei padri materni a oltranza.
Il nostro catalogo di domande deve dunque allargarsi a ulteriori interrogativi.
Cosa comporta per un bambino avere un padre materno che ha abdicato all’esercizio della sessualità, che davvero è una sorta di laico e anonimo san Giuseppe? (Evidentemente la questione è altrettanto importante anche nei riguardi della madre). E poi, come si declinerà il famoso complesso di Edipo, con il parallelo «processo di scena primaria» legato alle fantasie – traumatiche ma assai utili per la crescita e la costruzione del senso di identità –, in un bambino che non deve fare i conti con la sessualità dei genitori e con i sentimenti di ansia, rabbia ed esclusione che ciò determina?
Dobbiamo inoltre chiederci cosa accada di diverso nei bambini allevati da genitori separati o single fin dall’inizio, che non sono esposti alle conflittualità del rapporto triangolare, e per i quali il nucleo basilare familiare è costituito dalla coppia genitore-figlio. A tale proposito, preferisco rispondere subito che non mi riferisco alle situazioni (purtroppo sono tante) nelle quali le circostanze esterne non consentono una vita piena e serena di unione tra padre e madre, ma ai casi in cui la solitudine o la scelta dell’astinenza derivano da fattori interiori di repressione o inibizione.
Per esplorare il tema del padre materno – nel quadro piú generale dell’essere padre o madre oggi – è necessario dunque fare un passo indietro e indagare su come, prima ancora del bambino reale, nasca il desiderio di avere un figlio3. Per dirla in altre parole, per capire il fenomeno del padre materno non basta considerare solo il periodo in cui questa figura offre le cure primarie, ma occorre chiedersi di volta in volta che uomo sia e come giunga al momento della paternità. Non si deve dimenticare che i bambini possono crescere bene anche in famiglie atipiche, ma questo non ci esime dal tentare di capire cosa si trasmette di padre in figlio attraverso le generazioni, e in che modo ciò avvenga.
2. La relazione di coppia.
La peculiarità e la forza del punto di vista psicoanalitico rispetto a quello di altre discipline che, a buon diritto, si occupano della coppia e della sua cosiddetta crisi, sono costituite dall’esperienza clinica e dall’attenzione ai processi inconsci. Certo, è un vantaggio scomodo e ambiguo, poiché aumenta la complessità dell’indagine e limita la possibilità di tracciare spiegazioni lineari di causa-effetto o interpretazioni predittive univoche.
Occorre infatti tener conto non solo delle dinamiche interpersonali – consce e inconsce – tra i protagonisti, ma anche di quelle intrapsichiche di ciascuno dei due, dei «copioni» relazionali già scritti che ci portiamo dentro e che tendiamo a rimettere in scena di continuo, tanto piú coattivamente quanto piú (e questo è il guaio) sono fonte di sofferenza. Per esempio, possiamo riconoscere nel comportamento amoroso instabile e fuggitivo di un uomo, una sua inconscia, nevrotica, vischiosa «fedeltà» a un oggetto d’amore interno, vagheggiato e vanamente rincorso nel reale, come quel bizzarro miliardario che sposò cinque donne di nome Louise e poi chiamò Louisiana l’incantevole museo nel bosco eretto alle soglie di Copenaghen, in onore del suo sogno.
La nostra personalità si organizza e si struttura nel corso del tempo in un intricato processo di introiezioni e di identificazioni, secondo codici relazionali che dipendono certo dai modelli che ci ha proposto la vita (l’esempio piú ovvio è quello di padre e madre: si dice che in un matrimonio non si è mai solo in due bensí in sei, perché ciascuno reca con sé, nel teatro inconscio della mente, i propri genitori) ma che soprattutto derivano dalle distorsioni difensive e nevrotiche che ciascuno ha costruito a partire dalle esperienze reali.
Accade cosí che una donna segnata da penosi vissuti infantili di abbandono cerchi – a livello di coscienza – un compagno che le offra finalmente il rifugio della stabilità e della fedeltà, ma poi – secondo meccanismi inconsci – trascorra la vita a tentare di smascherare in lui la tendenza segreta a tradire, a deludere, per avere la masochistica conferma della fondatezza delle sue paure e il misero vantaggio secondario di poterlo colpevolizzare. Un uomo quotidianamente pressato da tale sotterranea accusa può interagire secondo il suo proprio copione interno, che gli fa vedere nella compagna una riedizione di una madre soffocante e castratrice, trovando a sua volta conferma delle paure piú arcaiche.
Gli esempi si possono moltiplicare e sono alla portata di tutti. Come affermano gli esperti di terapia di coppia, ogni tipo di disagio psichico si esprime precipuamente attraverso disturbi del rapporto amoroso; e, per contro, la coppia è il piú potente organizzatore (o disorganizzatore) degli affetti nella vita degli individui.
Gran parte di coloro che si rivolgono a uno psicoanalista o a uno psicoterapeuta lo fa per problemi di coppia. Anche nelle situazioni cliniche individuali, seppure la richiesta della cura nasca da altre motivazioni, una larga quota di sofferenza riguarda tali difficoltà; e comunque – come ognuno può facilmente constatare – nella psicopatologia spicciola della vita quotidiana la conflittualità col partner determina, oltre che tanta infelicità, pure un altissimo tasso di aggressività.
Gli incastri nevrotici spiegano perché un’infinità di coppie – pur nella perenne tensione e insofferenza – continui a restare insieme, o quel che è peggio ad abbandonarsi e ricongiungersi, incapace sia di convivere che di lasciarsi davvero. Rinunciare all’altro significherebbe, infatti, dover fare i conti con quella parte di sé – scissa, temuta, ripudiata – che è stata proiettata nel partner. Per esempio, una parte dipendente, fragile, oppure sessualmente inibita.
Come diceva con un fulminante aforisma uno dei miei maestri, Piero Bellanova, le coppie piú stabili sono quelle perverse: «Ti voglio, ma ti voglio diverso da come sei. Voglio cambiare te, non me stesso». Restare aggrappati, senza una reale necessità oggettiva, a unioni frustranti e «antilibidiche» serve a non affrontare la piú dolorosa e lacerante delle esperienze psichiche: la separazione.
Cosí, comportamenti opposti possono derivare dagli stessi problemi. Per esempio, i legami impossibili da spezzare a volte discendono da quella stessa «inabilità al rapporto» che determina il passaggio continuo da un partner all’altro, in sequenze di «oggetti» equivalenti che procedono per semplice sostituzione.
In tema di coppia, è particolarmente vero che il turbinio e l’instabilità che contraddistinguono tanti aspetti individuali e collettivi della nostra epoca sono l’espressione di un «falso movimento», di un dinamismo solo apparente, che si oppone agli autentici processi evolutivi del cambiamento.
Ci scegliamo, ci innamoriamo secondo motivazioni incontrollabili e misteriose ma tutt’altro che «cieche», alla ricerca di un’immagine idealizzata già inscritta dentro di noi. Come dicono i poeti, trovare un oggetto d’amore è sempre «ritrovare» un oggetto interiorizzato perduto, un complemento narcisistico di sé. Non smetto di stupirmi nel constatare come ciascuno, nella scelta del partner, riesca a cogliere a livello inconscio, fin dai primissimi incontri, le caratteristiche dell’altro che si adattano al proprio gioco interiore. L’alchimia piú o meno fortunata di collusioni e alleanze, di bisogni sani e di istanze nevrotiche, la contrattazione delle aspettative e delle delusioni reciproche, determina il destino della coppia e poi delle funzioni legate alla genitorialità.
Un’illusione abbastanza frequente delle unioni in crisi è che mettere al mondo un figlio possa essere una sorta di terapia, di benefico espediente per superare i conflitti; ma l’esperienza dice piuttosto il contrario, e cioè che l’arrivo di un bambino complica un equilibrio affettivo già fragile. Occorre distinguere tra l’amore narcisistico, che nell’altro – partner o figlio – cerca il rispecchiamento di sé, e l’amore cosiddetto «oggettuale», capace di riconoscere e di tollerare la diversità, l’imprevedibilità, la reciprocità dei bisogni.
Sarebbe certo assurdo – oltre che irrealistico – pensare che la psicoanalisi abbia l’obiettivo di far «evolvere» ciascuno verso un’assoluta maturità relazionale: in ogni unione c’è sempre un intrico di livelli relazionali maturi con altri livelli fusionali, simbiotici, infantili, illusori…
Guai se cosí non fosse, si perderebbe ogni incanto. Sarebbe già molto se gli strumenti psicoanalitici ci aiutassero a mobilitare anche quote adulte, desiderose di incontrarsi davvero con l’altro, e non alla perenne ricerca solo di se stessi nell’altro.
Il rapporto di coppia4 è dunque la piú complessa delle relazioni umane. Il modo in cui si costruisce l’unione è un test rivelatore del grado di maturità raggiunto da ciascuno – poiché a essere implicata è l’intera personalità – nella coesistenza e nella reciprocità di tutti i livelli del processo di sviluppo: riconoscere l’altro nella sua realtà, interezza e diversità; regredire insieme a lui ai livelli arcaici della fusione, dell’essere tutt’uno; integrare in se stessi e nella relazione anima e corpo, istinti e sentimenti; godere della seduzione, vivere l’eccitazione sessuale e poterla scambievolmente appagare, mettendo in gioco sensualità e tenerezza e anche quella quota di sana aggressività che la sessualità piena comporta; modulare un equilibrio tra la continuità del rapporto e la possibilità di separazione e cambiamento.
Ovviamente, si tratta di un modello ideale astratto, al quale si potrebbero aggiungere tante altre lunghe liste di requisiti, e al quale per la verità nessuno sarebbe in grado di corrispondere appieno. Difficile, anzi difficilissimo da realizzare. Infatti nessuno ci riesce, o ci riesce solo a tratti o in parte. Sono consapevole che il rapporto amoroso e sessuale – al quale posso solo dedicare qualche cenno – è una questione assai complessa, che coinvolge tutto l’assetto psicologico degli individui. E non è certo possibile stabilire equazioni semplici con il fenomeno dei padri materni. Mi sembra tuttavia altrettanto certo che il modo di essere padre è intrecciato con il modo di essere o di non essere partner in una coppia5.
3. Tradimento e castità: una contrapposizione apparente.
Cosí, anche ai nostri giorni, in contraddizione solo apparente, accanto alle astinenze e alle castità senza conflitto, vediamo tante croniche e ripetitive infedeltà. Entrambi i partner possono avere incontri sessuali fuori dalla coppia, in maniera episodica oppure sistematica, secondo la modalità, che piú volte ho segnalato, della scissione, cioè della difficoltà a tenere insieme stabilmente gli aspetti dell’affetto, del legame, della continuità e della passione sessuale. Un meccanismo difensivo dei maschi ben noto fin dall’antichi...