L'età del malessere
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L'età del malessere

  1. 208 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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L'età del malessere

Informazioni su questo libro

Enrica è una ragazza di diciassette anni che vive in uno squallido quartiere di Roma e studia con poca voglia. Abbandonata a se stessa da un padre eccentrico e stravagante, che passa il tempo a costruire invendibili gabbie per uccelli, e da una madre che si logora in un piccolo impiego, Enrica si ostina a inseguire Cesare, eterno studente in legge, già fidanzato con una ragazza stupida e ricca. Un rapporto soprattutto sessuale, che Enrica vive come in uno stato di freddo sonnambulismo, e che la porterà a subire con la stessa indifferenza le premure di Carlo, un compagno di scuola, e gli sfoghi di Guido, un maturo avvocato in cerca di avventure erotiche. La paura della vita la paralizza, qualsiasi rapporto con gli altri diventa irreale e assurdo: Enrica, come molti adolescenti, non sa capire quanto le accade intorno. Anche se prigioniera d'un mondo di sensazioni e gesti estranei, la ragazza muove i suoi passi come seguendo il disegno segreto di una imprevista «educazione sentimentale», alla ricerca di una sua vera identità.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806243708
eBook ISBN
9788858416914
Argomento
Literature

L’età del malessere

Mi venne ad aprire il padre di Cesare. Indossava il giaccone grigio da casa foderato di flanella rossa. Accennò un saluto con la grossa testa brizzolata e mi sorrise allegramente, come al solito, tirandosi da parte con aria maliziosa.
– Vuoi Cesare?
– Sí.
– Aspetta che te lo chiamo.
Cesare mi aveva già sentita arrivare e gridò al padre di farmi entrare nella sua stanza.
– Sta studiando, – disse il padre, ammiccando. – Gli esami fra un mese.
Mi accompagnò sino alla camera del figlio e lí si fermò, con le dita sulla maniglia.
– Com’è bravo! Studia tanto, – disse, senza decidersi ad aprire.
– Be’, adesso vado a leggermi il giornale, – aggiunse con un sorriso timido. – Non ho altro da fare: il giornale, la radio e ogni tanto un caffè.
Finalmente aprí la porta e mi lasciò entrare. Poi la richiuse con delicatezza e lo udii allontanarsi trascinando i piedi nelle pantofole.
– È da mezz’ora che ti aspetto, – disse Cesare.
– Avevo da fare.
– Cosa?
Alzai le spalle. Cesare mi guardò corrugando la fronte. Si osservò le mani lunghe e curate dai polpastrelli piatti.
– Aspetta un momento che finisco il capitolo. Siediti.
La camera era ingombra di mobili. Le persiane erano accostate. Stagnava un odore di fumo e di polvere. Cesare studiava in vestaglia coi gomiti appoggiati sulla scrivania. Il tavolo era coperto di libri.
La luce gli schiariva i capelli che portava lunghi sul collo. Una ciocca bionda gli scivolò sulla fronte. La tirò indietro con le dita e riprese a fissare il libro con occhi attenti.
– Non ci riesco, – disse dopo un poco respingendo il libro. La vestaglia gli si aprí sul petto che aveva liscio e senza peli.
– Hai voglia? – aggiunse cambiando voce.
– Sí.
– Perché non sei venuta prima? Non riesco a studiare quando ti aspetto.
– Mio padre. Per le assicurazioni, – dissi.
– Sempre la solita storia.
Mi tolsi il cappotto e la sciarpa.
– Quando vieni da me dovresti metterti qualcosa di meglio. Non mi va di vederti sempre la stessa maglia sporca.
– Il vestito blu, vuoi dire?
– Quello o un altro. Sembri una stracciona. Guardati, – disse alzandosi e indicandomi lo specchio dell’armadio. Vidi il collo slabbrato del golf e le scoloriture del sudore sotto le ascelle. Chinai la testa.
– Convinta?
Accennai di sí.
– Non mi verrai a dire che tuo padre non ha i soldi per comprarti una maglia nuova. Una da mille lire all’Upim.
– Mio padre che ne sa, – dissi e risi. – Mio padre lavora alle Assicurazioni. Ha la testa alle sue cose. La famiglia non la vede nemmeno. Ma sotto sono pulita però. La biancheria me la lavo da me.
– Spogliati, – disse Cesare e richiuse l’armadio. Avvicinò la sua grossa testa bionda alla mia. Aveva gli occhi azzurri e grigi e gialli, come quelli di un gatto. E i denti larghi e corti.
Ci spogliammo e ci infilammo sotto le coperte.
– Ho dimenticato di chiudere la porta a chiave, – disse, sollevandosi su un gomito.
– Vado io?
– Tanto tuo padre non viene, – aggiunsi.
– Non si sa mai. Alle volte penso che guardi dal buco della serratura. È come un ragazzino, papà.
– Perché guarda?
– Per curiosità. Si diverte.
Sentivo contro le mie caviglie i suoi piedi freddi. Mi strinse fino a farmi soffocare. Finí subito e si buttò dall’altra parte a dormire. Io mi misi a guardare il soffitto che sembrava un ricamo. C’erano dei disegni rosa e viola e neri, fiori come vassoi e foglie lucide e dritte come spade. Contai i petali di uno di quei fiori. Erano dodici, lo sapevo già. Ma ogni volta ricominciavo, come se non ne fossi sicura. Avvertivo sotto il mio braccio la spalla morbida e calda di Cesare che si sollevava e si abbassava col respiro.
Sulle pareti erano appese delle fotografie sotto vetro dell’Olanda. Un mulino, un canale, dei prati larghi e verdi, un mare gonfio e grigio con delle barche a vela e delle chiatte piene di fiori ammucchiati.
Il telefono squillò accanto al letto. Cesare allungò una mano e portò all’orecchio il ricevitore.
– Chi è?
Fece subito la voce dolce e parlò come se fosse solo. Era la fidanzata.
– Sí sto studiando. No, stasera ho da studiare. Domani alle cinque, va bene? Lo sai che ti adoro. Ti bacio, sí. Baciami anche tu.
Nel posare l’apparecchio, si voltò verso di me, con un sorriso vergognoso.
– Ti secca?
– No.
– Che cosa idiota il matrimonio, – disse stringendomi a sé.
– Perché la sposi?
– Cosí. Non lo so nemmeno io.
– Quando ti sposi?
– In aprile. Dovremo lasciarci lo sai?
– Me l’hai già detto.
– E se poi avessi ancora voglia di te?
– Non so che farci.
– Ma non avrò tempo. Devo laurearmi entro un anno. Vorrei guadagnare qualcosa per conto mio, perché non si dica che ho sposato una ragazza ricca per farmi mantenere.
Scese dal letto e si infilò la vestaglia arrotolandosi le maniche sulle braccia bionde venate d’azzurro. Si portò le mani alla gola. Disse che gli doleva.
– Ho fumato troppo in questi giorni. Ma come si fa a studiare senza fumare? – Accese una sigaretta, e me la porse.
– Vuoi?
Scossi la testa. Ne prese una boccata e soffiò il fumo dalle narici e dalle labbra, lentamente.
– Rivestiti. Adesso potrò riprendere a studiare con piú calma. Ho bisogno di concentrarmi.
Aprí la porta e mise fuori la testa.
– Mio padre non si vede. Forse è uscito. Be’, io vado a prepararmi un caffè in cucina. Vieni, ci sarà una tazza anche per te –. E si avviò verso il fondo del corridoio.
In cucina c’era il padre, seduto accanto alla finestra, gli occhi fissi sul giornale, ma sembrava che dormisse. Ci sorrise e tornò a leggere il giornale.
– Una partita di pesce contaminata dalle radiazioni. Cose da pazzi, – disse improvvisamente alzando il capo.
– Vuoi un po’ di caffè, papà?
– Sí un poco. «Il pesce, che veniva sbarcato ieri mattina sulla banchina di Genova...» – lesse, – un bell’affare, – disse sbattendo la mano sul foglio aperto. – Roba da avvelenarci tutti, – aggiunse e prese a sorseggiare il suo caffè.
– Un altro po’ di zucchero. E bravo Cesare, – continuò sollevando il viso dal giornale, – sai fare il caffè meglio di me.
Cesare, appena ebbe finito di bere, mi spinse verso la porta d’ingresso, senza badare al padre che continuava a commentare ad alta voce le notizie del giorno.
– Ciao caruccia, – mi gridò dietro il padre.
– Ma tuo padre non capisce cosa facciamo? – chiesi.
– Fa finta di niente. A lui basta di non essere scocciato.
– È discreto, – dissi.
– Macché!
Mi chiuse la porta alle spalle e io scesi le scale piano, ripensando al suo corpo caldo e nervoso nell’amore e ai suoi gesti bruschi fra la rabbia e l’imbarazzo.
Mio padre non era in casa quando rientrai. Ma dopo un poco arrivò la mamma. Stanca, di malumore, andò direttamente alla sua camera e si gettò sul letto.
– Ti ha detto qualcosa? – mi gridò ad un tratto, ansiosamente, attraverso la porta aperta.
– No.
– Devi essere furba. Renderti desiderabile. Soprattutto non concedergli niente. Hai capito?
– Sí.
La mamma cominciò a spogliarsi, nella sua camera fredda e disadorna, alla luce fioca di una piccola lampadina senza paralume e ogni tanto mi gridava qualcosa, sempre a proposito di Cesare.
– Che?
– Dico che devono avere una bella posizione quei Rapetto. Non mi hai mai detto com’è la casa. Quante stanze ci sono?
– Non lo so –. Cercai di non guardarla mentre si sfilava il busto e cercava la vestaglia nell’armadio. Mi faceva pensare che un giorno sarei diventata come lei, grassa, con la carne flaccida e piena di rughe.
– Non sai mai niente. Dovresti avere piú rispetto per tua madre. Ho quarant’anni piú di te, te ne dimentichi? Ne so sempre piú io sulla vita che te e quindi ti conviene darmi retta se non vuoi finire male. Hai capito?
Non le importava molto che rispondessi. Mentre mi parlava cosí, si esaminava minuziosamente la pelle allo specchio, e chinando la testa pigliava un ciuffo di capelli fra le dita, per vedere se la tintura reggeva ancora. Poi andò a sedersi sul letto e prese a massaggiarsi i piedi parlottando tra sé.
– Hai studiato? – domandò alla fine dopo un lungo silenzio.
– No.
– Vorrei sapere come farai a prendere il diploma se non studi mai.
Io non risposi. Lei andò a prendere i miei libri e me li aprí sul tavolo.
– Studia, – insistette spingendomi verso la sedia.

Uscii di casa stringendomi nel cappotto che mi stava stretto. C’era un buco sotto la scarpa da cui entrava l’acqua. Sentii un brivido di freddo per la schiena. Mi avvolsi la sciarpa attorno al collo. La strada era vuota. La pioggia aveva fatto scappare tutti. Non pioveva piú e l’acqua scorreva nei tombini sotto i marciapiedi. Camminai con gli occhi a terra, attenta a non mettere la scarpa bucata in qualche pozzanghera. Entrai dal cartolaio e comprai un quaderno steno. Il proprietario, un uomo magro e piccolo che assomigliava a mio padre, mi sorrise bonario mentre contava le monete del resto. – Buon lavoro, – disse allegramente.
Uscii dal negozio e continuai a camminare verso il viale XXI Aprile lungo le rotaie del tram. Mi fermai, e dopo avere esitato un momento attraversai la strada per andare a telefonare al bar Mocambo sull’altro marciapiede.
– Cesare non c’è, – mi rispose la voce del padre. – Ma se posso dirgli qualcosa, quando torna, – continuò gentile e affettuoso.
– No grazie. Ma quando torna? – chiesi a mia volta.
– Eh, non lo so, bambina mia. È uscito verso le tre. Sarà andato da qualche amico a studiare, – disse.
«Sarà andato dalla fidanzata», pensai e riattaccai. Quando uscii pioveva di nuovo. Mi coprii la testa col fazzoletto e camminai rasente il muro. Udii il tram alle mie spalle e poi lo vidi fermarsi a pochi passi da me. Avevo appena messo il piede sul predellino che ripartí con un strattone.
Mentre mi spingevo avanti con fatica, sentii qualcuno prendermi per il braccio.
– Ciao Enrica.
– Ciao, – dissi. Era un mio compagno di classe.
– Che fai?
– Non lo so.
Si mise a ridere. – Io vado a ballare. Perché non vieni con me?
– Dove?
– ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. L'età del malessere
  3. Nota all’edizione 1996
  4. L’età del malessere
  5. Il libro
  6. L’autore
  7. Dello stesso autore
  8. Copyright