Anime alla deriva
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Anime alla deriva

  1. 368 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Il sole sta tramontando su un mare in tempesta, e James Farrell lo osserva da una finestra di Seton Castle, la residenza in Cornovaglia che, per piú di quarant'anni, ha condiviso con sua moglie Sarah. Ma Sarah è morta, ed è stato James ad ammazzarla, appena ventiquattr'ore prima. Perché? Perché un uomo pacifico ha ucciso la sua compagna, dopo mezzo secolo di felice convivenza? Le risposte non sono facili da affrontare, ma James sa di doverlo fare, e sa che, per farlo, deve ricostruire il proprio passato: deve tornare all'epoca in cui, rampollo dell'alta società londinese, aveva conosciuto Ella, la cugina di Sarah, e l'aveva amata appassionatamente, contro tutti e contro tutto...
Con questo suo primo romanzo, che è diventato un bestseller internazionale tradotto in tutto il mondo, Richard Mason ci racconta, attraverso un abile scavo psicologico, perché a tutti è mancato il coraggio della verità, perché tutti hanno tradito - e perché il destino è un signore cinico e severo che non risparmia nessuno.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806174019
eBook ISBN
9788858417027

Capitolo quinto

In realtà, nessuna delle due cugine diede il minimo segno di ricordarsi della mia esistenza nei giorni che seguirono il mio incontro con Sarah, giorni che trascorsi studiando il violino e pensando a Ella. Scoprii con gioia che ero in grado di trasformare la frustrazione amarognola nata dall’amore infelice nell’energia richiesta da un impegno serio, e perfino i miei genitori restarono colpiti dall’ardore della mia diligenza. Per tutto agosto non mi allontanai quasi dalla mansarda soffocante in cima alle scale dove tenevo il violino; mentre studiavo, suonavo per un pubblico immaginario composto da una sola persona, sperando che la purissima tecnica di questa o quella scala l’avrebbero colpita, o che questa o quella sonata le avrebbero strappato un sorriso. In quel periodo suonavo molto Brahms, ricordo; e ricordo che in quella musica drammatica trovavo l’accompagnamento ideale ai miei sogni segreti di riscatto e valore.
I giovani sono sciocchi, e i giovani pazzi d’amore lo sono ancora di piú. Anche adesso sorrido ripensando a quelle inebrianti giornate nella stanzetta senza aria; sorrido, ma sono felice di averle vissute, per quanto calde e polverose esse fossero, per quanto giovane e sciocco fossi io.
Ma Ella, l’involontario oggetto di tutti i miei pensieri, restava irraggiungibile. Quando le telefonavo non era mai in casa; non diede mai il minimo segno di aver ricevuto il mio messaggio; il severo portone georgiano del palazzo in Chester Square non si schiuse mai sulla sua sottile figura quando mi capitava di passare di lí, e succedeva spesso. Ma la facilità con cui mi era entrata in testa, quello strano incontro non cercato con sua cugina, le fotografie sue e di Charles che ogni tanto comparivano sui giornali che sfogliavo dal barbiere: tutto questo alimentava la fiamma del mio interesse. Continuai a suonare, a sognare e a restare deluso.
Ma persino l’interesse di un ragazzo particolarmente influenzabile prima o poi inizia a scemare. Privo del minimo incoraggiamento da parte dell’oggetto della mia devozione, senza ricevere né uno sguardo né una parola da lei – e l’uno o l’altra sarebbero bastati a conquistarmi per sempre, pensavo –, l’intensità del mio entusiasmo non poteva durare all’infinito. E immagino che sarebbe potuto diventare sempre piú fievole sino a scomparire, restando consegnato alla Storia come l’ultimo ricordo di una tumultuosa adolescenza, se il Fato, ammesso che una tale forza esista, non avesse deciso altrimenti.
Lo strumento che il Fato scelse per riportare insieme me ed Ella fu individuato con gusto squisito: Camilla Boardman mi telefonò proprio quando avevo ormai deciso che non c’era niente da fare e che, se Ella aveva stabilito di sprecarsi con Charles Stanhope, tanto peggio per lei.
Tesooooro!– tubò la voce che non avevo piú sentito da quando mi aveva dato il numero di telefono di Ella, parecchie settimane prima.
– Camilla. Come stai?
– Come stai tu? Piuttosto!
– Sto benissimo, grazie.
– E allora perché te ne stai rintanato? E ignori tutti i tuoi amici?
Conoscevo Camilla abbastanza da insospettirmi per questo tono di finta offesa. Risposi cautamente che non me ne stavo rintanato, ma che stavo studiando come un matto per prepararmi alla Guildhall.
– Ah, già, dimenticavo che stai per diventare un famoso concertista, – disse. – Ti ricorderai ancora di me quando sarai famoso, vero, tesoro? Anche se ci saranno schiere di donne affascinanti che ti si butteranno addosso.
Intuii che a questo punto ci voleva un complimento. Esitante, provai con: – Escludo che possano essere piú affascinanti di te, Camilla... tesoro.
– Oh, Jamie, sei cosí caro. Cosí adorabile. Sei sempre un amore –. Un’enfasi tanto insistita mi preparò all’inevitabile climax. – Ed è proprio per questo che ti ho chiamato. Ed Saunders mi ha piantata in asso, come al solito –. Intuii che Ed Saunders era l’attuale ragazzo di Camilla, e finsi di conoscerlo.
– Oh, Ed, – dissi.
– Già, quel verme –. Una Camilla petulante era ancora piú preoccupante del normale. – E la festa per il fidanzamento di Ella Harcourt comincia fra un’ora, ti rendi conto?
– Hai detto Ella Harcourt? – trattenni il fiato, e sperai, nonostante tutto.
– Sí, i suoi genitori danno una colazione per lei e Charlie. Ci vanno tutti. Pamela, la matrigna di Ella, è una padrona di casa fantastica. E quel verme di Ed mi ha appena telefonato dicendo che ha la laringite e non può venire. La laringite. Figurati! – disse Camilla, come se si trattasse di una delle piú rare malattie tropicali. – In agosto! E cosí – passò a un altro tono di voce – mi chiedevo se per caso tu saresti libero. Non sopporto l’idea di andarci da sola. E poi – rendendosi conto che poteva sembrare un po’ egoista – sono secoli che non ci vediamo e inoltre mi sono ricordata che alla mia festa tu ed Ella sembravate grandi amici.
Mi chiesi a quanta gente avesse già telefonato prima di provarci con me. Ad alta voce dissi: – Non saprei, Camilla. Sarei felice, certo, di vederti, ma cosí all’ultimo momento...
Camilla rispettava profondamente chi aveva un gran numero di impegni.
– Lo so, tesoro, – disse. – E se la laringite non ammazza Ed, puoi star sicuro che lo farò io. Ma mi piacerebbe tanto vederti. E se ti può consolare, sono sicura che sarà una festa molto divertente –. Camilla era tenace se si trattava di obiettivi sociali. – E poi ci saranno quintali di ex allievi di Oxford, – proseguí. – E... – si chiese in che modo potesse ancora allettarmi, – ci sarà di sicuro anche la cugina di Ella. È molto carina. Un tipo strano, bisogna dire, – perché Camilla era estremamente sincera, – ma molto carina.
– Lo so, – dissi, pensando alla fredda bellezza di Sarah.
– Allora, mi accompagni?
Un’ora dopo ero sui gradini della casa in Chester Square, sulla porta davanti a cui ero passato e ripassato nella speranza di incontrare Ella. Accanto a me, Camilla mi stringeva la mano con sollievo e si produceva in un sorriso esperto e accuratamente formato da labbra rosse e denti bianchi, raddrizzati a caro prezzo. – Tesoro, sei il mio salvatore, – mi sussurrò mentre suonavo il campanello.
Eravamo in ritardo, perché Camilla pensava fosse elegante farsi aspettare, entrammo in salotto proprio mentre gli altri ospiti cominciavano ad agitarsi, affamati, e a guardare l’ora. Saremo stati una trentina: una coppia trasandata ma rispettabile, in tweed, che individuai, senza sbagliarmi, come i genitori di Charles, parecchia gente della mia età, tra cui la ragazza con la villa a Biarritz, e gli Harcourt, alti e statuari, proprio come me li ero immaginati, intenti a conversare con Sarah accanto a una delle grandi finestre che davano sulla piazza. Non si vedevano in giro né Ella né Charles.
Camilla si diresse decisa verso i padroni di casa, con le braccia spalancate in segno di saluto. Seguendola, mi accorsi che la conversazione si era spenta. – Lady Harcourt, – disse Camilla abbracciando una donna spigolosa con i capelli rossi ammonticchiati in una complicata acconciatura, – come sono felice di vederla.
La voce che le rispose le chiese, con l’accento strascicato dei bostoniani, di lasciar perdere le formalità. – Mi chiamo Pamela, – disse la donna spigolosa, in modo leggermente enfatico, porgendomi una mano ossuta e ingioiellata. – Stiamo aspettando i nostri colombi. Sono di sopra che sistemano i doni di fidanzamento.
Mentre parlava, mi resi conto di essere andato alla festa a mani vuote, ma in quel preciso momento Camilla estrasse dalla borsetta un pacchetto vistoso e lo porse alla signora. – Da parte di tutti e due, – disse con un sorriso dolcissimo, poi baciò il padre di Ella.
Alexander Harcourt aveva gli stessi colori della figlia, anche se i capelli biondi si stavano diradando e le guance erano piú rosse che rosee. Aveva gli occhi azzurri, come Sarah, ma luminosi come quelli di Ella, e si muoveva con la sicurezza di un bell’uomo che è sempre stato considerato tale. Aveva mani grandi, spalle larghe, modi aperti. Mi piacque.
– Ed eccoli qui, – disse con un cenno del capo, guardando verso la porta del salone, alle mie spalle. Sua moglie, eretta nel suo abito verde che non le stava bene, andò incontro alla figliastra. – Come sei bella, – le disse, baciandola.
Se era bella, io non me ne accorsi. Le abili mani di un parrucchiere avevano gonfiato i suoi lisci capelli corti, trasformandoli per l’occasione in una specie di caschetto. Si notavano anche gli sforzi di un qualche artista del make-up, nelle labbra rosa e nell’azzurro vivo dell’ombretto. Le occhiaie scure, se ancora c’erano, erano state abilmente nascoste. In quel vestito rosa a fiori con le manichette gonfie sembrava una bambola edoardiana e si muoveva con la stessa rigidezza. Non diede l’impressione di avermi visto.
– Sei fantastica, tesoro! – Come sempre, Camilla risultò la prima nella coda che a un tratto si era formata per salutare i fidanzati. Charles stava alle spalle di Ella, in abito scuro e capelli divisi da una rigida scriminatura, ed era proprio raggiante mentre la sua promessa si sottoponeva all’abbraccio dell’amica. Attesi insieme agli altri che lui ed Ella, ceduti con riluttanza da Camilla, smaltissero la coda, ricevendo le congratulazioni dei loro amici e dei genitori degli amici.
Ella mi vide quando ancora ci separavano tre persone. Stava baciando Sarah molto formalmente, su una guancia e poi sull’altra, quando i nostri occhi si incontrarono. Distolse subito lo sguardo, e mi parve di notare un rossore autentico sotto il fard. Gioii per questo segreto trionfo.
– Non sapevo che saresti venuto, – mi disse quando mi raggiunse, stando ben attenta a porgermi la mano invece che la guancia.
– Mi ha invitato Camilla, – risposi. – E poi non avevo ancora avuto l’occasione di fare le mie congratulazioni a te e a Charles.
Mi guardò per un attimo, piú imbarazzata che ostile, e passò oltre.
Charles, quando mi vide, mi salutò come un vecchio amico.
– Allora è lei la splendida ragazza di cui non dovevo parlare? – gli chiesi sorridendo.
– È lei, – disse, guardando Ella che era piú avanti lungo la fila. – Ed è davvero splendida, no?
– Congratulazioni, – gli dissi, piano.
Passò oltre. Piú tardi nel pomeriggio la colazione fu servita su un lungo tavolo carico di argenteria, nella sala da pranzo, una stanza imponente tappezzata di rosso, con un enorme lampadario e vista sul giardino. Pioveva. Ero seduto tra Camilla e Sarah, di fronte alla ragazza con la villa a Biarritz, che era accanto a Charles. Il cibo, come aveva previsto Camilla, era eccellente; anche il vino era buono; bocce piene di rose appena colte, di colore rosa come il vestito di Ella, riempivano di profumo la stanza. Di tanto in tanto riuscivo a cogliere frammenti della conversazione di Ella, seduta alla mia sinistra, tre posti piú in là; tormentosamente vicina.
Ma solo dopo un po’, ascoltandola ancora, mi resi conto che ogni sua frase era del tutto formale, che il mio amore parlava con la stessa esperta e indifferente disinvoltura che tanto lei aveva criticato poche settimane prima. Ringraziava con garbo per i doni ricevuti; esprimeva con belle parole il proprio entusiasmo per l’imminente matrimonio; manteneva il convenzionale riserbo riguardo all’abito da sposa. Non trovavo la minima traccia della donna con il viso teso che mi aveva parlato di isole e maree sulle scale dei Boardman, al buio; e questa trasformazione mi mandò su tutte le furie. A quanto sembrava Ella aveva deciso di nuotare secondo la corrente, invece che contro; e nuotava con una grazia ben allenata che mi rammentava quella di Charles e che mi piaceva poco quanto la sua.
Eppure non persi tutte le speranze. Qualcosa nella sua voce mi ricordava la voce che avevo ascoltato nel parco e nel piccolo rifugio. Risentivo qualcosa di quella sua confusione, della sincerità con cui aveva inveito contro le forze che la... – come aveva detto? – «trascinavano giú». E una volta trascinata giú, Ella aveva deciso di affrontare la cosa con coraggio. Cosí pensavo, e avevo in parte ragione; giunsi piú vicino alla verità con quella conclusione che con tutte le mie fantasie ottocentesche. Sbagliavo soltanto nel credere di conoscere ciò che l’aveva trascinata nel profondo.
Per quanto la vicinanza di Ella mi tormentasse, non scordai i miei doveri di accompagnatore di Camilla Boardman, anche perché non ne ebbi la minima possibilità. La risata contagiosa della donna che mi aveva portato lí, l’atteggiamento intimo con cui mi confidava indiscrezioni sul conto d’altri, l’attenzione totale e gratificante che concedeva alle mie reazioni, tutto questo riuscí a mettermi di buon umore. Ella non era l’unica, pensai, che riuscisse a nascondere i propri sentimenti sotto un flusso apparentemente spontaneo di chiacchiere mondane. Le avrei dimostrato che ero anch’io un perfetto adepto. E cosí parlai con Camilla, con Sarah, con la proprietaria della villa a Biarritz, e per tutto il tempo non feci che pensare a come riuscire a restare un attimo solo con lei, ben deciso a non andarmene da lí senza averci almeno provato.
Sarah Harcourt, rigida nell’abito di lino blu, mi parlò della sua antipatia per le rose rosa. Le sue critiche, che non potevano raggiungere l’orecchio della padrona di casa, erano, sospettai, rivolte piú a Pamela che ai fiori di Pamela; e pensai di aver capito cosa c’era all’origine di tanta disapprovazione. Per Sarah, Pamela era un’intrusa. Tanto per cominciare, aveva l’accento americano, e questo certo non le faceva onore; ma la cosa piú deplorevole era la deliberata anglicizzazione di ogni altro dettaglio personale. I capelli di Pamela, impilati sulla testa, erano vistosamente edoardiani; i suoi gioielli erano antiquati e pesanti; si rivolgeva alle cameriere con la perfetta sfumatura di educato disprezzo. Tutto ciò irritava Sarah quasi quanto la seducente conversazione di sua cugina irritava me. E anche se non ne fece parola percepii in lei quell’ostilità nei confronti degli stranieri, in particolare nei confronti degli stranieri usurpatori, che è latente in certe anime inglesi. Sedeva accanto a me, lasciando quasi intatto i...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Anime alla deriva
  3. Prologo
  4. Capitolo primo
  5. Capitolo secondo
  6. Capitolo terzo
  7. Capitolo quarto
  8. Capitolo quinto
  9. Capitolo sesto
  10. Capitolo settimo
  11. Capitolo ottavo
  12. Capitolo nono
  13. Capitolo decimo
  14. Capitolo undicesimo
  15. Capitolo dodicesimo
  16. Capitolo tredicesimo
  17. Capitolo quattordicesimo
  18. Capitolo quindicesimo
  19. Capitolo sedicesimo
  20. Capitolo diciassettesimo
  21. Capitolo diciottesimo
  22. Capitolo diciannovesimo
  23. Capitolo ventesimo
  24. Capitolo ventunesimo
  25. Capitolo ventiduesimo
  26. Capitolo ventitreesimo
  27. Capitolo ventiquattresimo
  28. Capitolo venticinquesimo
  29. Capitolo ventiseiesimo
  30. Capitolo ventisettesimo
  31. Capitolo ventottesimo
  32. Capitolo ventinovesimo
  33. Capitolo trentesimo
  34. Capitolo trentunesimo
  35. Capitolo trentaduesimo
  36. Capitolo trentatreesimo
  37. Capitolo trentaquattresimo
  38. Il libro
  39. L’autore
  40. Dello stesso autore
  41. Copyright