Sei grande, Marcus
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Sei grande, Marcus

  1. 232 pagine
  2. Italian
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Sei grande, Marcus

Informazioni su questo libro

Siamo a Lille (e dintorni), all'inizio degli anni Novanta. Ma potremmo essere ovunque e in un qualunque tempo. Pierrot, un giovane ambulante che vende ortaggi nei mercati della zona, riceve in affidamento Marcus, un bambino di circa sette anni. Marcus è il figlio di Hélène, una giovane e inquieta tossicodipendente che si è suicidata gettandosi da un ponte dopo aver lasciato una lettera a Pierrot. C'è in realtà un passato che lega Pierrot a Hélène: lui l'ha amata segretamente, l'ha corteggiata in silenzio, mentre lei lo ha sempre visto come un amico, come un fratello, preferendogli Frédo, un compagno piú ricco e intraprendente. Un bullo finito male. Dopo la morte dell'amica, è Fabienne, anche lei del gruppo, anche lei tossica, a portare Marcus da Pierrot prima di entrare in clinica per disintossicarsi. Marcus si trova cosí a vivere a casa di Pierrot, lo chiama padrino, e quasi subito nasce tra i due una vicinanza che diventa sempre piú forte. A creare questo legame contribuisce l'intera comunità, una banda, un po' alla Malaussène, di amici e parenti, eterogenea e strampalata. Sono i compagni di tutta una vita di Pierrot. Marcus è un bambino irresistibile, è brillante, coraggioso, curioso, assetato di vita e di affetti, e si getta a capofitto in questa nuova esperienza che per lui, cresciuto in una casa occupata insieme ad adulti tossici e distratti, è un mondo nuovo, colorato, pieno di acqua e di sale. Naturalmente il ragazzino deve affrontare anche le prime difficoltà: la scuola, le differenze sociali, le scazzottate con i compagni, i pantaloni strappati e il cuore ferito. Ma insieme sperimenta anche il calore delle cene in una famiglia rumorosa e allegra, i giochi con i bambini della comunità allargata e le festività trascorse in compagnia. Tutto sembra andare per il meglio, quando però, colpo di scena, la narrazione si sposta in un luogo chiuso, colmo di sofferenze e sopraffazioni. Pierrot è in carcere e un nuovo mistero aleggia sulla vita del quartiere, un mistero che la sua variopinta, infaticabile e coraggiosa comunità saprà, ancora una volta, affrontare. *** «Un romanzo generoso, senza patetismi, che induce al sorriso proprio dove meno te lo aspetti». «Advantage»

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806216207
eBook ISBN
9788858413609

Parte prima

Capitolo primo

All’inizio non ero mica tanto dell’idea. Anzi, ero proprio contrario. Poi è stata Fabienne a convincermi. La notte prima di partire per i dintorni di Parigi, dove andava a disintossicarsi, mi ha preso a quattr’occhi a un tavolo del Solfé e mi ha detto quello che pensava. Di me, del bambino, del futuro che gli preparavano i servizi sociali e delle pratiche per l’adozione che avrei dovuto fare per tirarlo fuori da lí.
– E anche se fai tutta la trafila burocratica, l’idoneità per l’adozione di sicuro non la ottieni, Pierrot, – mi ha detto vuotando il bicchiere. – Non lo daranno mai a uno che vive da solo e che fa i mercati con il furgoncino. E soprattutto non a un amico della madre. Vorranno allontanarlo da quel mondo lí.
– E tu non la pensi come loro? – le ho risposto.
– Non mi va che lui dimentichi tutto. Che vada a finire con degli sconosciuti. Voglio che resti con noi. Se potessi, lo sai che me ne occuperei io. E poi è stata Hélène a chiedertelo. È sua madre, cazzo. Conterà pure qualcosa, no?
– Sí, lo so… E se lo lasciassimo con i vecchi, aspettando che tu esca? Poi lo potresti prendere tu. Per un bambino di quell’età, una donna è comunque meglio.
– Ma tu non ti rendi conto, Pierrot. Io non so là come andrà per me. Non so manco se torno…
– Piantala…
– E se anche torno, mica lo so se non ci ricasco. Basta anche solo una volta. Tu non ci hai mai provato e so che non ci proverai mai. È bravo, quel bambino. E non ha mai avuto un padre. E poi, cazzo, non eri tu che un giorno mi dicevi che ti sarebbe piaciuto avere un figlio da Hélène, che avresti voluto essere al posto di Frédo e che con te lei avrebbe potuto metter su una famiglia, una vera famiglia?
Sí, credo proprio che sia stata Fabienne ad appiopparmi il bambino. Anche se avevo amato Hélène come nessuno ha mai amato una donna in vita sua, anche se avevo riletto cento volte la lettera che mi aveva lasciato dai vecchi prima di andare ad annegarsi, probabilmente non avrei mai fatto il grande passo se Fabienne non mi avesse parlato come ha fatto quella sera. Anche dopo, però, qualche dubbio ce l’avevo ancora. Solo quando, passati tre giorni, ci hanno telefonato dall’ospedale per dirci che Fabienne era in coma mi sono deciso. Sono andato con il bambino a prendere le sue cose alla casa occupata dei Patriarches e l’ho portato a casa mia, a Saint-André. La sera siamo stati a cena dai vecchi e al ritorno ho caricato sul furgoncino un materasso, un po’ di coperte e una sedia.
– Vai in solaio e prendi quello che ti serve, – mi ha detto Francis. – Che tanto se è lí vuol dire che non ne abbiamo bisogno.
Il bambino mi sa che non ha detto una parola per tutto il giorno. Tranne a tavola, dai vecchi, per dire che non aveva fame. Francis ha provato a forzarlo un po’, ma quando ha visto che stringeva i pugni con una smorfia e sembrava che ci voleva tirare il piatto in faccia, ha lasciato perdere. Poi, dopo mangiato, il piccolo ci ha visti caricare il furgoncino ma non ha chiesto niente. Si è piazzato sul sedile davanti e ha chiuso la portiera. Ho fumato ancora una sigaretta con Francis prima di mettermi in strada. Francis ha dato un’occhiata al bambino e mi ha detto una roba tipo: «Sei sicuro di quello che fai?» Mi sa che non ho risposto niente.
Il giorno dopo, al funerale, zitto zitto è arrivato lí uno dei servizi sociali. Lo beccavi subito, era l’unica faccia mai vista. All’inizio abbiamo pensato che poteva essere tipo un cugino di Hélène, o un compagno delle elementari, che ne so. Cravatta nera, abito scuro, quello sapeva benissimo che non eravamo venuti a festeggiare l’autunno. E anche da come stava in disparte, ti veniva da dire «Se lo manda la famiglia, per forza che se ne sta bello defilato». Ma certe facce le colleghi subito a qualcosa, anche se non riesci a metterci sopra un nome. Delle espressioni, degli atteggiamenti che sanno di ore passate in ufficio, cosí come altri puzzano di anni di fabbrica. Alla fine, mentre uscivamo dal cimitero e ha visto che andavo con il piccolo verso il furgoncino, mi si è avvicinato.
– Sono qui a proposito del bambino, – ha fatto. – Sarà lei a occuparsene?
L’ho guardato negli occhi e ho risposto:
– Sí, possibile.
Ha fatto una faccia imbarazzata, poi ha continuato:
– Secondo le informazioni in nostro possesso, e stando al rapporto di polizia, risulterebbe che la madre non aveva né fratelli né sorelle, e che entrambi i genitori di lei sono deceduti. Quanto al padre del minore, se è ancora in vita non si è mai dichiarato, pertanto legalmente non ci sarebbe piú un tut…
– Sono il padrino.
Quando mi ha sentito dire cosí, il bambino ha alzato gli occhi e mi ha preso la mano. Poi ha guardato fisso il tipo come per fargli capire che era meglio se la piantava con le domande. Ma quella è gente che per smettere di fare domande deve cadergli un palazzo in testa.
– In tal caso, dovrebbe produrre un documento che attesti che lei è il padrino del bambino. Un certificato di battesimo, per esempio, o una dichiarazione firmata dalla madre…
– Sí, una lettera ce l’ho. Ma non credo che gliela farò leggere.
– Tuttavia sarebbe opportuno che…
– … che cosa? Vada a chiederlo a quelli che erano qui se non sono il suo padrino. Anzi, guardi, lo chieda a lui.
Il tipo non ha fiatato. Ha semplicemente guardato il bambino che continuava a tenermi la mano. Poi ha tirato fuori dal portafoglio un biglietto da visita e me l’ha dato dicendo:
– Passi da me in ufficio in settimana che mettiamo tutto per iscritto. Questo faciliterà le cose a lei e a lui.
– Prima che ci lasciamo, però, devo chiederle una cosa.
– Certo, dica.
– Che cazzo ci è venuto a fare qui? Al funerale, voglio dire.
– La conoscevo.
– Chi? Hélène?
– Sí. Era venuta nei nostri uffici qualche settimana fa per chiedere informazioni. Sull’adozione, per l’appunto.
Non ho indagato oltre e l’ho guardato salire in macchina. Mi sono frugato in tasca in cerca delle chiavi, poi Marcus è venuto a dirmi che le avevo lasciate sul sedile. Una volta al volante, volevo partire subito per non lasciarmi il tempo di pensare. Ma non ce l’ho fatta. Le lacrime sono scese da sole come da un innaffiatore a goccia. Prima una, poi due, poi tre, e il resto in un flusso continuo.
Ho lasciato cadere la testa sul volante e ho pianto, cosí, per dieci minuti. Il piccolo non ha detto niente. D’altronde cosa poteva dire. Doveva solo aspettare che mi passasse e che accendessi il motore. Ho pianto cosí tanto in quei dieci minuti che ho avuto gli occhi rossi per due giorni. Quando ho alzato la testa ho visto che Marcus, invece, li aveva sempre azzurri. Azzurri come gli occhi della madre. Sí, azzurri come gli occhi di Hélène.
La sera ci siamo ritrovati tutti quanti nella cucina di Francis e Margot, a riparlare di queste cose davanti a un bel pentolone di pot-au-feu. Tutti quanti vuol dire Marcus, mio cugino Bob con la moglie Nicole e i due pargoli, il mio amico Dédé, Christine la spilungona dell’ufficio postale dove Hélène aveva lavorato prima di ricominciare a farsi, i due vecchi e io. Per tutti gli altri la porta era chiusa. I pusher, i tossici, i vecchi amici con la faccia smorta della casa occupata di Wazemmes non li volevamo al nostro tavolo. Non li volevamo piú. Quando abbiamo organizzato il funerale, gli abbiamo mandato a dire che era meglio se non si facevano vedere, perché non ci mettevamo né due né tre a rimandarli indietro in quella loro tana di appestati. E comunque sia, dopo la morte di Hélène, detto fatto, una mattina sono arrivati gli sbirri con un carro attrezzi e hanno ripulito tutto. Io non c’ero. Me l’ha raccontato Dédé. Hanno caricato su tutti e hanno sguinzagliato i cani ad annusare il posto. Dentro mica hanno trovato un dormitorio, ma una farmacia. Siringhe, aghi, scatole di Naloxone, di belladonna, e anche degli strumenti per la rianimazione nascosti in una fessura del muro. Era sulla prima pagina di tutti i giornali. E pure che in una delle camere hanno trovato in un angolo un berretto di lana da bambino. «Tra i sette e i nove anni», diceva il giornale. Sí, otto anni e qualcosa, doveva essere l’età di Marcus.
Quella sera nessuno era tanto in vena di parlare, allora Francis si è lanciato:
– In fondo, le cose hanno cominciato a prendere una brutta piega quando Frédo ha portato quei due tipi di Dunkerque. Come si chiamavano, già? Te lo ricordi, Margot?
Si è voltato verso Margot che stava servendo un altro giro di brodo. Lei ha posato il mestolo e ha detto:
– Uno me lo son dimenticato, ma l’altro mi pare che si chiamava Arthur. Quello alto, con la moto. Mi ricordo che un giorno Pierrot voleva dargli una lezione perché aveva insultato Hélène. Era pure passato un bel po’ di volte con la moto qui davanti a casa mentre Pierrot era a cena da noi. Per intimidirlo, pensavamo. Mi ricordo che gli dicevo: «Pierrot, lascia che si diverta. Tanto prima o poi finirà la benzina». Ti ricordi, Pierrot?
– Sí che mi ricordo.
– L’altro era Jean-Luc, – ha continuato Dédé. – Era lui che all’inizio portava la roba a Frédo, prima che andasse a procurarsela da solo…
In quel momento devo aver alzato la testa e, dalle facce di Bob e della moglie, ho capito che questa conversazione non gli andava tanto giú.
– Forse non sono argomenti da tirar fuori davanti ai bambini, – ho fatto.
– Hai ragione, – ha detto Margot. – E neanche davanti a Christine. Probabilmente non ha nessuna voglia di sentir raccontare queste cose. Ci scusi, Christine.
– Non si preoccupi per me, signora Rémilleux. Hélène me ne aveva già un po’ parlato. E comunque tutto quello che la riguarda mi interessa.
Siamo rimasti per un po’ in silenzio, concentrati a masticare, poi Francis ha fatto:
– E il bambino continua a non mangiare?
Ho buttato un occhio a Marcus che era seduto accanto a me e ho visto che non aveva neanche toccato le posate.
– Devi mangiare, giovanotto, – gli ho detto. – Altrimenti non riesci neanche ad arrivare fino al furgoncino. E non pensare che ti ci porti in braccio. Che di pesi me ne carico già abbastanza con le cassette al mercato.
Ho capito che il piccolo proprio non se la sentiva. Non lo faceva per rompere le palle, aveva davvero il magone. Si sforzava di non piangere. Comunque ha preso il cucchiaio e ha accennato a mangiare. Dev’essere stato in quel momento che ho cominciato a volergli bene, con quella sua faccia da teppa e lo sguardo da piccolo selvaggio. Il classico sbarbatello che sopporterà tutto in silenzio finché la gente non avrà piú il coraggio di rompergli i coglioni perché sarà spaventata anche solo dal suo sguardo.
Dopo cena Margot ha preso i bambini, Marcus in testa, e se li è portati in soggiorno promettendogli «un bel film d’avventura sul terzo canale». La piccola Céline ha chiesto se era un film di pirati e Margot ha risposto che le sembrava proprio di aver letto cosí sui programmi. Sono usciti dalla stanza e siamo rimasti fra adulti. Christine ha acceso una sigaretta, io pure, e timidamente abbiamo ripreso a parlare. Quando Bob si è alzato offrendosi di lavare i piatti, Francis ha voluto trattenerlo.
– Lasciami fare, Francis, – ha insistito Bob, – vai a sederti con loro.
In questo, Bob era davvero premuroso. A volte fin troppo, e diventava quasi imbarazzante. Ma fra di noi andava cosí. Ed era cosí che ce la cavavamo nelle difficoltà.
È stata la moglie di Bob ad affrontare l’argomento: «E il bambino, andava a scuola?» Ci siamo tutti guardati come per chiedere al vicino, perché nessuno in fondo aveva idea. Io forse qualcosa sapevo.
– Credo che l’avesse iscritto a una scuola di Lambersart. Ma il direttore non ha voluto che rimanesse. Dopo che gli hanno trovato delle tracce di ero sulla cartella.
A queste parole, Christine a momenti sveniva.
– Prenda ancora un po’ di caffè, – ha detto Francis. – Ne è rimasto parecchio, possiamo tirare fino all’alba.
Invece del caffè, si è presa un bel bicchierone d’acqua ed è tornata a sedersi, tutta tremante. Ci siamo guardati tutti come per chiederci se era il caso di chiamare un dottore, poi Nicole ha continuato:
– Se vuoi, Pierrot, posso andare a parlare al direttore della scuola dei miei figli, il signor Lacourt. Ci conosce bene, magari può fare qualcosa.
– Grazie, Nicole. Potrebbe davvero essere utile. Ma non state a complicarvi la vita per noi.
– Figurati. Non ci complica un bel niente. E comunque lo devo vedere. Cosa ne dici, Bob? Secondo te accetterebbe di prendere Marcus a scuola?
– Vedremo, – ha buttato lí Bob dall’acquaio. – Tentare non costa niente. In fondo quello della Gautier l’hanno accettato.
– È vero, – ha ripreso Nicole. – E Céline mi ha detto che il primo giorno che è arrivato non sapeva neanche leggere.
Siamo rimasti ancora una mezz’ora buona a chiacchierare tutti e sei intorno al tavolo. Della casa occupata, di Hélène, del Frédo e delle brutte storie che hanno mandato nei casini la nostra famiglia. Noi non dicevamo granché. Era soprattutto Francis a parlare. Ci aveva conosciuti tutti quando non avevamo ancora un brufolo in faccia, perciò capisco che per lui sia stato uno choc.
Io me l’aspettavo che andava a finire cosí, anche se non riuscivo ad abituarmi all’idea. Mi dicevo che magari la morte di Frédo poteva in qualche modo cambiare le cose. Lui pagava per tutti, e pensavo che questo ci avrebbe spinti a riflettere. Non tanto per me, per dirmi che Hélène sarebbe tornata. Su questo mica ci contavo piú. No, pensavo a tutti noi. Insomma, a quelli dei primi tempi. Fabienne, Dédé, Ludo, Alice, i fratelli Lurçat. E anche il piccolo Greg, che giocava a pallone con noi nella piazza principale di Lille. Come gli scassavamo i coglioni, a quelli di città, nei giorni dei saldi. Con la palla che schizzava tra i sacchetti del Carrefour e le valigie Louis Vuitton. Un vero bowling urbano. E Greg che gli correva tra le gambe come una volpe in un pollaio. Una scheggia, era. Proprio un bolide. Manco se ci si mettevano in trenta lo beccavano, quel furfante. In realtà per un certo periodo dietro le sbarre ci è finito, il nostro diavoletto. Ma almeno all’epoca non era ancora per storie di droga.
Christine non fiatava. A stento la sentivamo muoversi. Ogni tanto io e Dédé le lanciavamo un’occhiata chiedendoci cosa le stesse frullando per la testa. Francis ha cercato di farla parlare un po’, del suo lavoro, della sua vita. Anche noi volevamo sapere, ma non osavamo chiedere. L’avevamo vista solo quattro o cinque volte, al bar tabacchi della chiesa. Veniva a prendere le sigarette, le offrivamo il caffè e se ne andava. Un giorno però ha accettato di fare una partita a calcetto con me e Dédé. Ci mancava un giocatore, le abbiamo detto ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Sei grande, Marcus
  3. Parte prima
  4. Parte seconda
  5. Parte terza
  6. Epilogo
  7. Il libro
  8. L’autore
  9. Copyright