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La Freccia Nera (Einaudi)
Romanzo delle Due Rose. Introduzione di Masolino d'Amico
- 288 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
La Freccia Nera (Einaudi)
Romanzo delle Due Rose. Introduzione di Masolino d'Amico
Informazioni su questo libro
La Rosa Rossa o la Rosa Bianca? York o Lancaster? In un'Inghilterra insanguinata dalla guerra delle Due Rose, il giovane Dick Shelton, un cavaliere senza macchia e senza paura, per vendicare la morte del padre, decide di schierarsi dalla parte della Rosa Bianca e della Freccia Nera, una banda di fuorilegge che, stanca di vessazioni e soprusi, combatte le crudeli ingiustizie dei potenti.
Seguendo le vicende della guerra, Stevenson avrà modo di offrire al lettore un romanzo storico di grande respiro, dalle intense emozioni, ricco di avventure ben congegnate e momenti di alta tensione, in cui l'inestinguibile aspirazione dell'uomo alla giustizia e alla libertà si scontra con la ferocia del potere.
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Informazioni
Print ISBN
9788806184988eBook ISBN
9788858413920Libro primo
I due ragazzi
Capitolo primo
Alla locanda del Sole di Kettley
Quella notte Sir Daniel e i suoi uomini si trovavano, ben alloggiati e al sicuro, a Kettley; ma il cavaliere di Tunstall era uno di quegli uomini che trovano ovunque modo di guadagnare, e anche allora, all’una di notte, era pronto a lanciarsi in un’avventura che poteva fare la sua fortuna o rovinarlo, era ancora sveglio a mettere sotto torchio quei poveri contadini. Si occupava specialmente di eredità contestate; comprava i diritti del pretendente che aveva meno probabilità, poi, grazie ai favori dei grandi signori che attorniavano il re, si procurava una sentenza favorevole, oppure, in caso fosse andata troppo per le lunghe, s’impadroniva con le armi del maniero contestato, confidando nella propria influenza o nella competenza legale di Sir Oliver. Kettley era una delle proprietà che si era accaparrato in quel modo anche se per vincere l’opposizione dei feudatari aveva condotto da quella parte le sue truppe appunto per mettere a tacere lo scontento.
Alle due del mattino, Sir Daniel sedeva in una stanza della locanda, accanto al camino, poiché a quell’ora tra le paludi di Kettley soffiava un vento freddo. Teneva a portata di mano un boccale di birra. S’era tolto l’elmo a visiera e sedeva con una mano che sosteneva la testa calva e minuscola; con il volto scuro se ne stava ravvolto in un mantello rosso sangue. Dalla parte opposta, una dozzina di uomini montavano la guardia alla porta o dormivano sdraiati sulle panche; un po’ piú vicino un ragazzo di dodici o tredici anni se ne stava sdraiato sul pavimento avvolto in un mantello. In piedi, di fronte a lui, stava l’oste del Sole, un uomo grande e grosso.
– Attento, caro oste, – disse Sir Daniel, – obbedite sempre i miei ordini e io sarò sempre il vostro buon signore; a capo dei borghi pretendo uomini fidati, e conestabile sarà Adam-a-More; pensateci bene. Se si dovessero scegliere altri uomini, ciò non vi gioverebbe affatto; anzi, sarebbe a vostro svantaggio. Per quelli che hanno versato tributi ai Walsingham, prenderò un buon provvedimento.... e anche uno per voi, caro oste.
– Mio buon cavaliere, – rispose l’oste – vi giuro sopra la santa Croce che se pagai i Walsingham lo feci perché fui costretto. Buon cavaliere, non amo affatto quei farabutti dei Walsingham; erano spiantati come ladri, mio buon cavaliere. Datemi un signore grande come voi; e chiedete ai vicini se non sono anima e corpo per Brackley.
– Forse, – replicò seccamente Sir Daniel. – E allora pagherete due volte.
Una smorfia di disappunto comparve sulla faccia dell’oste; ma si trattava soltanto di un brutto tiro della sorte che poteva facilmente colpire un proprietario in quei tempi di disordini; cosí fu quasi contento di essersela cavata tanto a buon mercato.
– Selden, portate qui il vostro uomo! – gridò il cavaliere.
E uno dei suoi subordinati gli condusse un povero vecchio, pallido come uno cencio e tutto tremante, come se fosse affetto dalla febbre malarica.
– Messere! – chiese Sir Daniel. – Come vi chiamate?
– Se alla signoria vostra non dispiace, – rispose l’uomo, – mi chiamo Condall... Condall di Shoreby, al vostro servizio.
– Girano cattive voci sul vostro conto, – replicò il cavaliere. – Siete un traditore, mascalzone; praticate l’usura in tutto il paese. E per di piú siete sospettato della morte di parecchie persone. Come fate ad avere tanta superbia? Ve la farò passare… Vi sistemerò io!
– Onorevolissimo e riverito signore! – gridò il poveruomo; – qui deve esserci un malinteso, col vostro rispetto. Io sono solo un disgraziato che non ha fatto mai male a nessuno.
– Il vicesceriffo mi ha riferito che siete un furfante! – disse il cavaliere. – «Pigliatemi quel Tyndall di Shoreby», mi ha detto.
– Condall, mio buon signore; Condall è il mio povero nome, – rispose lo sciagurato.
– Condall o Tyndall non fa differenza, – rispose bruscamente Sir Daniel. – Siete in mio potere e dubito fortemente della vostra onestà. Se tenete alla vostra pelle, scrivetemi immediatamente un’obbligazione per venti sterline.
– Per venti sterline, mio buon signore! – gridò Condall. – È una vera follia! Tutto quello che possiedo non arriva neanche a settanta scellini!...
– Condall o Tyndall, – sogghignò Sir Daniel, – sono disposto a correre il rischio. Scrivete venti e quando avrò racimolato quanto potrò, sarò per voi un buon signore e lascerò correre il resto.
– Ahimè! Mio buon signore, non è possibile; io non so scrivere, – rispose Condall.
– Ah! – esclamò il cavaliere. – Se è cosí non c’è rimedio. Eppure avrei potuto risparmiarvi, se la mia coscienza avesse avuto degli scrupoli. Selden, portatemi questo vecchio mascalzone all’olmo piú vicino e appendetelo delicatamente per il collo, in modo che possa vederlo passando a cavallo. Addio, buon Mastro Condall, caro Mastro Tyndall; presto sarete in paradiso; buon viaggio dunque!
– Oh! Mio amabilissimo signore, – rispose Condall, tentando di abbozzare un sorriso ossequioso; – se voi potete tanto, come a voi si addice, cercherò di fare tutto il possibile per obbedire ai vostri benevoli comandi.
– Amico, – riprese Sir Daniel, – adesso scriverete quaranta. Suvvia! Siete troppo furbo per avere da parte solamente settanta scellini. Selden, fateglielo scrivere bene e fatevi apporre le firme dei testimoni.
A questo punto Sir Daniel, che era davvero un cavaliere gaio, il piú gaio di tutta l’Inghilterra, bevve un sorso di birra e rovesciò indietro la testa sorridendo.
Nel frattempo il ragazzo che dormiva per terra cominciò a muoversi e a stiracchiarsi; poi si alzò prontamente in piedi, guardandosi intorno tutto impaurito.
– Qui, – esclamò Sir Daniel; e mentre l’altro, obbedendo ai suoi ordini, si avviava verso di lui lentamente, Sir Daniel gettò di nuovo indietro la testa, ridendogli in faccia. – Per la Santa Croce! – gridò; – che bel giovanotto!
Il giovane si fece paonazzo di collera e i suoi occhi neri fiammeggiarono d’odio. A vederlo in piedi, era piú difficile dargli un’età; aveva la faccia liscia come quella di un bambino, anche se l’espressione sembrava un po’ piú matura; inoltre era insolitamente slanciato e piuttosto goffo nei movimenti.
– Mi avete chiamato, Sir Daniel? – disse – L’avete fatto per prendervi gioco della mia condizione?
– Suvvia, lasciatemi ridere, – rispose il cavaliere. – Lasciatemi ridere, mio caro, ve ne prego. Se poteste vedervi, vi assicuro che voi stesso ridereste per primo.
– Orbene, – esclamò il ragazzo, tutto rosso in viso, – risponderete anche di questa, quando dovrete rispondere di tutte le altre. Ridete, finché potete!
– Suvvia, mio buon cugino! – rispose Sir Daniel, con una certa serietà. – Non pensate che io vi prenda in giro, se non giusto per ridere un po’, come si usa tra parenti e amici. Vi farò fare un matrimonio di mille sterline, vedrete! Insieme a molti altri favori. Vi ho preso un po’ bruscamente, a dire il vero, come volevano i tempi; ma d’ora in poi vi servirò con amore e gentilezza. Diventerete la signora Shelton... Lady Shelton, in fede mia! Il giovanotto promette bene. Su, non dovete adombrarvi per un riso onesto; una buona risata guarisce la malinconia! I furfanti non ridono mai, caro cugino... E voi, mio buon oste, portate da mangiare per mio cugino Mastro John. Sedete, caro mio, e mangiate.
– No, – replicò Mastro John; – poiché mi costringete con la forza a rimanere in questa locanda, non toccherò un tozzo di pane e digiunerò per la salute della mia anima. Ma vi prego, caro oste, portatemi una tazza d’acqua; vi sarò assai grato della vostra cortesia.
– Avrete la dispensa, via! – gridò il cavaliere. – Sarete assolto, in fede mia! Mettetevi il cuore in pace, dunque, e mangiate.
Ma il ragazzo era ostinato. Bevve una tazza d’acqua e, avvoltosi di nuovo nel mantello, si sedette in un angolo a rimuginare.
Un paio d’ore dopo, il villaggio fu scosso da un grido d’allarme e da un gran frastuono di armi e di cavalli; poi uno squadrone di cavalleria si schierò davanti alla porta della locanda, e Richard Shelton si presentò sulla soglia tutto ricoperto di fango.
– Salve, Sir Daniel!
– Accidenti! Dick Shelton! – esclamò il cavaliere; nel sentire il nome di Dick, l’altro ragazzo gli lanciò uno sguardo incuriosito. – Che ne è stato di Bennet Hatch?
– Vi prego, signor cavaliere, di leggere questo messaggio di Sir Oliver che spiega tutto, – rispose Richard, consegnandogli la lettera del prete. – E consentitemi di consigliarvi di recarvi in fretta e furia a Risingham poiché, venendo qua, abbiamo incontrato un messaggero che cavalcava furiosamente portando certe lettere. Da quanto diceva, il conte di Risingham si troverebbe in grande pericolo e avrebbe bisogno urgente di voi.
– Che dite? In pericolo? – rispose il cavaliere. – Se è cosí ci affretteremo sedendoci, mio buon Richard. Considerando come vanno le cose in questo povero regno d’Inghilterra, chi va piú adagio va piú sicuro. Il ritardo, dicono, genera pericolo; ma si dice anche che sia la fretta a rovinare gli uomini; ricordatevelo, caro Dick. Ma vediamo, prima, che bestiame mi avete portato. Selden, una torcia, qui alla porta!
Sir Daniel uscí a gran passi in strada e ispezionò le sue nuove truppe alla luce scarlatta della fiaccola. Era un uomo poco simpatico e un padrone poco amato; ma come condottiero era assai stimato da chiunque seguisse il suo stemma: il suo slancio, il suo provato coraggio, la sua attenzione ai bisogni dei soldati, i suoi stessi scherzi grossolani erano incredibilmente apprezzati da quelle canaglie in elmo e spada.
– Ehi! per la Santa Croce! – gridò; – chi sono questi poveri diavoli? Storti e curvi come archi, secchi come arpioni. Amici, voi dovrete formare la prima linea! Posso risparmiarvi, cari miei! Guardate quel vecchio furfante in sella a quel pezzato! Un montone di due anni a cavallo di un porco avrebbe un aspetto piú marziale. Ohi! Clipsby, ci siete anche voi, vecchio caprone? Ecco un uomo che posso perdere senza rammarico; andrete davanti a tutti, con un occhio di toro dipinto sulla schiena; sarete il miglior bersaglio per gli arcieri; sarete voi a mostrarmi la strada, messere!
– Vi indicherò qualunque strada, Sir Daniel, fuorché quella di cambiar bandiera, – rispose seccamente Clipsby.
Sir Daniel scoppiò in una sonora risata.
– Bravo! Ben detto! Avete in bocca una buona lingua! Vi perdono per il vostro spirito. Selden, badate che abbiano da mangiare, uomini e bestie!
Il cavaliere rientrò nella locanda.
– Ora, mio caro Dick, – disse, – mangiate! C’è della buona birra e del prosciutto! Mangiate, mentre io leggo.
Sir Daniel aprí la lettera; via via che leggeva, la fronte gli si faceva sempre piú scura. Quando ebbe finito, sedette per qualche minuto a riflettere. Poi fissò negli occhi il suo pupillo.
– Dick, avete visto questi versacci?
Il ragazzo annuí.
– Recano il nome di vostro padre, – proseguí il cavaliere; – e il nostro povero parroco è accusato da un pazzo di averlo ucciso.
– Lo ha negato con tutte le sue forze, – rispose Dick.
– Negato? – gridò il cavaliere con voce stridula. – Non badategli. Ha la lingua lunga; chiacchiera come una gazza. Un giorno o l’altro, se si presenterà l’occasione, Dick, vi informerò meglio io di questa faccenda. Fu fortemente sospettato un certo Duckworth, ma erano tempi burrascosi e non era possibile avere giustizia.
– È accaduto a Moat-House? – chiese Dick con il cuore in tumulto.
– Accadde tra Moat-House e Holywood, – rispose Sir Daniel in tono calmo, ma lanciando al ragazzo un’occhiata furtiva piena di sospetto; poi aggiunse:
– Ora, sbrigatevi a mangiare; dovete tornare a Tunstall con un biglietto.
Il volto di Dick si adombrò.
– Di grazia, Sir Daniel, – gridò, – mandate uno di quei contadini. Vi scongiuro, lasciatemi prendere parte alla battaglia. Sarò di grande aiuto, ve lo assicuro.
– Non ne dubito, – rispose Sir Daniel, sedendosi a scrivere. – Ma questa volta, Dick, non c’è onore da conquistare. Io rimarrò a Kettley finché non avrò sentore di come sta andando la guerra, e poi andrò a unirmi al vincitore. Non gridate alla codardia; è semplicemente saggezza, Dick; questo povero regno è scosso a tal punto dalle ribellioni, e il nome e i sostenitori del re cambiano cosí spesso, che nessuno è piú certo del domani. Gli scriteriati si precipitino pure a testa bassa, ma le persone prudenti siedono da una parte ad aspettare.
Detto ciò, Sir Daniel girò le spalle a Dick e, sedutosi all’altro capo del lungo tavolo, si mise di nuovo a scrivere facendo smorfie di ogni tipo poiché quell’affare della freccia nera non piaceva affatto.
Intanto il giovane Shelton mangiava di buon appetito, quando avvertí un colpo al braccio e sentí una voce dolcissima che gli bisbigliava nell’orecchio.
– Non fatevene accorgere, vi supplico, – disse la voce, – ma, per pietà, insegnatemi la strada piú veloce per andare a Holywood. Vi supplico, mio buon ragazzo, date conforto a una povera anima disgraziata in estremo pericolo; aiutatela a trovare un rifugio.
– Prendete il sentiero che passa accanto al mulino; – rispose Dick, con il medesimo tono di voce; – vi porterà a Till Ferry; arrivato là chiedete di nuovo.
E senza girare la testa si rimise a mangiare, ma con la coda dell’occhio seguí il ragazzo che Sir Daniel chiamava Mastro John e lo vide uscire furtivamente dalla stanza.
– Ma pensa, – pensò Dick, – è giovane come me... e mi ha chiamato «mio buon ragazzo!». Se mi fossi accorto che era lui, avrei preferito vederlo impiccato, quel mascalzone, piuttosto che rispondergli. Comunque... deve attraversare la palude... Lo raggiungerò e gli tirerò le orecchie.
Mezz’ora dopo Sir Daniel consegnò a Dick la lettera, con l’ordine di portarla di gran carriera a Moat-House. E di nuovo, mezz’ora dopo la partenza di Dick, entrò in gran fretta un secondo messaggero inviato dal conte di Risingham.
– Sir Daniel, – cominciò il messag...
Indice dei contenuti
- Copertina
- La Freccia Nera
- Introduzione di Masolino d’Amico
- La Freccia Nera
- Prologo - John Riparatorti
- Libro primo - I due ragazzi
- Libro secondo - Moat-House
- Libro terzo - Lord Foxham
- Libro quarto - Il travestimento
- Libro quinto - Il gobbo
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
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