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Se potessi tornare indietro
Informazioni su questo libro
Andrew Stilman, celebre giornalista del "New York Times" viene assalito mentre fa jogging lungo il fiume Hudson e abbandonato a terra in una pozza di sangue. Quando riprende conoscenza, si convince di essere scampato miracolosamente alla morte. Ma qualcosa non torna: perché il tempo si è avvolto su se stesso tornando a due mesi prima dell'aggressione. Ora Andrew ha sessanta giorni per scoprire e fermare il suo assassino. Sessanta giorni per cambiare il corso del destino e riscrivere il futuro, per compiere un viaggio alla scoperta del prezzo della verità. Un romanzo ricco di suspense ed emozioni, che conferma il grande talento narrativo di Marc Levy.
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Informazioni
Print ISBN
9788817073059eBook ISBN
97888586682381
Farsi invisibile.
Confondersi tra la folla, agire in modo che nessuno si renda conto di nulla, e che nessuno possa ricordare niente.
Una tuta da jogging, l’ideale per non essere notati. L’Hudson River Park, alle sette di mattina, è pieno di gente che corre. In una città che mette i nervi a dura prova, dove ogni minuto ha un prezzo, corrono tutti. Per mantenersi in forma, per smaltire gli eccessi della sera prima, per prevenire lo stress della giornata che li aspetta.
Una panchina. Posarci il piede sopra, allacciarsi la scarpa, aspettare che il bersaglio si avvicini. Il cappuccio calato sulla fronte riduce la visuale, ma permette di nascondere il viso. Approfittare della pausa per riprendere fiato, la mano deve essere ferma. Il sudore non ha importanza, qui sudano tutti.
Quando arriva, lasciarlo passare, aspettare qualche secondo e poi ricominciare a correre, piano. Tenersi alla giusta distanza, finché non è il momento buono.
Stesso copione, ripetuto per sette giorni di seguito. Ogni mattina, alla stessa ora. Ogni volta, la tentazione di agire si fa più forte.
Ma il successo dipende da una buona preparazione. Non sono ammessi errori.
Eccolo che viene giù per Charles Street, fedele alla sua routine. Aspetta che il semaforo diventi rosso per attraversare le prime quattro corsie della West Side Highway. Gli automobilisti si muovono tutti verso nord, diretti al lavoro.
Ha raggiunto lo spartitraffico. L’omino luminoso del semaforo comincia a lampeggiare. Verso TriBeCa e il Financial District le auto procedono una appiccicata all’altra, ma lui attraversa lo stesso. Come sempre, risponde ai clacson alzando il pugno e il dito medio. Gira a sinistra, sul percorso pedonale che costeggia l’Hudson.
Come sempre, si spara i suoi venti isolati in compagnia degli altri forzati del jogging, maledicendo quelli che lo superano. Bella forza, avranno come minimo dieci anni di meno. Quando lui ne aveva diciotto, era tra i pochi che venivano a passeggiare in questa zona della città, allora infrequentabile. I dock montati su palafitte puzzavano di pesce e ruggine. Nell’aria odore di sangue. Ne sono cambiate di cose, in vent’anni. La città è ringiovanita, si è fatta più bella, l’esatto contrario di quel che è successo a lui.
Sull’altra riva del fiume il giorno che nasce spegne le luci di Hoboken, e subito dopo quelle di Jersey City.
Non perderlo d’occhio. All’altezza di Greenwich Street, lui lascia il lungofiume. Bisognerà agire prima. Così non entrerà più nello Starbucks dove di solito ordina un mocaccino.
Quando sarà arrivato al molo numero 40, l’ombra che lo segue l’avrà raggiunto.
Ancora un isolato. Accelerare il passo, mescolarsi alla calca che in quel punto si forma sempre perché la corsia si restringe e i più lenti bloccano i più veloci. Il lungo ago d’acciaio scivola sotto la manica. La mano ferma lo afferra.
Colpire sopra l’osso sacro, giusto sotto l’ultima vertebra. Un colpo secco. Affondare l’ago fino a perforare il rene, risalire all’aorta addominale, e subito estrarlo. L’ago avrà prodotto lacerazioni irrimediabili, prima che qualcuno capisca cos’è successo, prima che arrivino i soccorsi e lo trasportino in ospedale. Anche a sirene spiegate, non è facile raggiungere l’ospedale. Questa è l’ora peggiore.
Fosse successo due anni prima, qualche possibilità di cavarsela forse l’avrebbe avuta. Ma da quando hanno chiuso il St. Vincent per favorire gli speculatori immobiliari, il pronto soccorso più vicino si trova a est, dall’altra parte del River Park. All’ospedale ci arriverà dissanguato.
Ma non soffrirà molto. Avrà un gran freddo, sempre più freddo. Comincerà a tremare, a poco a poco perderà la sensibilità a braccia e gambe, batterà i denti tanto da non poter parlare, e per dire cosa, poi? Che ha sentito una fitta fortissima alla schiena, come un morso? Sai che notizia per la polizia!
I delitti perfetti esistono. Anche i piedipiatti più bravi, arrivati a fine carriera, vi diranno che si portano dietro – che peso enorme per la coscienza – il loro bel numero di casi irrisolti.
Ecco, ora si trova all’altezza giusta. Il gesto è stato simulato decine di volte, ma un conto è piantare un ago in un sacco di sabbia, un altro è conficcarlo nella carne di un uomo. L’importante è non prendere l’osso. Beccare una vertebra lombare vorrebbe dire fallire. L’ago deve affondare nella carne e rientrare immediatamente nella manica.
Dopo, continuare a correre mantenendo lo stesso ritmo, resistere alla tentazione di girarsi, mescolarsi alla gente che corre, continuare a essere nessuno.
Tante ore di preparazione per pochi secondi di azione.
Servirà più tempo a lui per morire, probabilmente un quarto d’ora. Ma quella mattina, alle sette e trenta, morirà.
2
Maggio 2011
Andrew Stilman lavorava al «New York Times». Aveva cominciato a ventitré anni come collaboratore esterno, pagato un tanto a pezzo, poi, un passo dopo l’altro, aveva fatto strada. Avere in tasca il tesserino di giornalista di uno dei quotidiani più prestigiosi del mondo era stato il suo sogno di ragazzo, e ancora adesso, ogni mattina, prima di varcare le doppie porte del numero 620 dell’Ottava Avenue, Andrew alzava gli occhi sull’insegna che sovrastava la facciata con un piccolo fremito di esultanza. Non gli sembrava vero che il suo ufficio fosse proprio lì, nel sacro tempio dell’informazione, dove chissà quanta gente avrebbe fatto carte false per entrare.
Era diventato redattore praticante alla sezione necrologi dopo quattro anni passati all’archivio, quando l’avevano chiamato per sostituire la collega che era finita sotto un autobus uscendo dal lavoro, e tutto per correre a casa dove il fattorino dell’UPS doveva consegnarle un delizioso completino intimo ordinato via Internet. Scherzi del destino…
Da allora, per Andrew erano seguiti cinque lunghi anni di lavoro indefesso e totalmente anonimo, perché i testi dei necrologi non si firmano mai: tutto l’onore va lasciato al defunto. Cinque anni trascorsi a scrivere di donne e uomini che erano stati e non erano più, di cui ormai rimaneva solo il ricordo, buono o cattivo che fosse. Milleottocentoventicinque giorni, e poco meno di seimila martini dry bevuti una sera dopo l’altra, tra le sette e mezzo e le otto e un quarto, al bar del Marriott sulla Quarantesima.
Tre olive per ogni martini. E con ogni nocciolo sputato nel portacenere stracolmo di cicche, Andrew spazzava dalla memoria una di quelle vite spente, che durante il giorno aveva sinteticamente raccontato. Forse era stata la frequentazione di tutti quei morti a mettergli addosso la voglia di bere. Al quarto anno di necrologi, il barman del Marriott doveva servirgli sei martini per placare la sua sete. Capitava spesso che Andrew si presentasse in ufficio con la faccia grigia, le palpebre gonfie, il colletto di traverso e la giacca sgualcita, ma per fortuna non era obbligatorio tirarsi a lucido per lavorare negli open space della redazione.
Al quinto anno, forse per merito della penna del redattore, o forse per le conseguenze di un’estate particolarmente calda, la rubrica dei necrologi occupava due pagine intere. Nel redigere il bilancio trimestrale del giornale, un diligente analista dell’ufficio contabilità aveva sottolineato che la lunghezza media degli annunci era sensibilmente cresciuta negli ultimi anni, e con essa il fatturato. Le famiglie dei cari estinti, a quanto pareva, erano disposte a pagare di più per testimoniare il loro grande dolore, da quando Stilman curava quella sezione del giornale. Così, a ottobre, il comitato di direzione si era riunito e aveva deciso di premiare il vero artefice di quell’inatteso successo, e Andrew Stilman era stato spostato alla sezione annunci matrimoniali, il cui rendiconto finanziario era decisamente poco brillante.
Per un po’ di tempo, smise di andare al bar del Marriott. Cominciò invece a bazzicare i locali trendy frequentati dalla comunità gay della città, distribuendo a destra e a manca il suo biglietto da visita e premurandosi di informare gli interessati che la sua rubrica era aperta ad accogliere annunci di qualsiasi tipo, compresi quelli che la maggior parte degli altri giornali rifiutava di pubblicare.
Nello Stato di New York il matrimonio omosessuale non era ancora stato legalizzato, ma nessuna legge vietava di rendere nota una promessa di eterno amore pronunciata da due persone dello stesso sesso, purché tutto si limitasse alla sfera privata. In fin dei conti, le intenzioni erano buone.
In capo a tre mesi la sezione che annunciava matrimoni e libere unioni occupava ben quattro pagine dell’edizione domenicale, e Andrew aveva ottenuto un bell’aumento di stipendio.
Fu allora che decise di ridurre il consumo di alcol, non tanto per salvarsi il fegato, quanto perché si era comprato una Datsun 240Z, realizzando un altro sogno della sua giovinezza. La polizia era diventata severa con quelli che guidavano in stato di ebbrezza, perciò bisognava scegliere: o bevevi o guidavi. E lui, che si era follemente innamorato di una vecchia auto rimessa a nuovo nell’officina del suo migliore amico, aveva scelto. Tornò a frequentare il bar del Marriott, senza però concedersi mai più di due bicchieri a sera, con la sola eccezione del giovedì.
E accadde proprio di giovedì.
Andrew stava uscendo dal locale quando si ritrovò faccia a faccia con Valérie Ramsay, mezza sbronza come lui, che era appena inciampata in un contenitore di giornali gratuiti ed era finita con il sedere a terra nel bel mezzo del marciapiede.
Valérie rideva a crepapelle, ed era stata quella sua risata inconfondibile a fargli drizzare immediatamente le orecchie, perché il viso e tutto il resto avevano ben poco della ragazza che ricordava. E pensare che aveva una vera ossessione per il suo seno, da adolescente.
Si erano conosciuti al liceo. Lei era stata cacciata dal gruppo delle cheerleader dopo essersi azzuffata con una compagna negli spogliatoi, e si era rassegnata a iscriversi al coro della scuola; lui aveva ripiegato sul coro dopo essere stato esonerato da qualsiasi attività sportiva a causa di un problema alla cartilagine del ginocchio (poi il ginocchio se l’era fatto operare per via di una ragazza a cui piaceva fin troppo ballare).
Aveva flirtato con Valérie fino alla fine del liceo. Non c’era stato sesso tra loro, solo mani e lingue che giocavano, alla scoperta del desiderio e delle forme generose di lei.
Però era stata Valérie a regalargli il primo orgasmo provocato da una mano che non fosse la sua. Era successo una sera, mentre tutti gli altri erano alla partita: i due colombi si erano chiusi negli spogliatoi e Valérie aveva finalmente accettato di infilargli la mano dentro i jeans. Quindici secondi di vertigine, seguiti dalla risata cristallina di lei, che aveva prolungato almeno un po’ quel piacere troppo breve. La prima volta non si dimentica mai.
«Valérie?» balbettò Stilman.
«Ben?» disse lei, spalancando gli occhi.
Al liceo tutti lo chiamavano Ben, chissà poi perché. Erano vent’anni che nessuno lo chiamava più così.
Per giustificare il suo stato penoso, Valérie disse che era reduce da una cena tra amiche come non ne faceva più dai tempi del college. Andrew, che non era messo molto meglio di lei, parlò di una bevuta con i colleghi per festeggiare la sua promozione. Che per la verità risaliva a due anni prima, ma le buone notizie non cadevano in prescrizione.
«Che ci fai a New York?»
«Ci vivo» rispose Valérie, mentre lui l’aiutava a rialzarsi.
«E da quando?»
«Da un po’. Non chiedermi quanto, non sono abbastanza lucida per contare. Tu, invece?»
«Faccio quello che ho sempre sognato di fare. Ma voglio sapere di te.»
«È un po’ difficile riassumere vent’anni di vita, non credi?»
«Nove righe» sospirò Andrew.
«Nove righe, cosa?»
«Dammi vent’anni, e li riassumo in nove righe.»
«Sì, figurati.»
«Scommettiamo?»
«Dipende.»
«Una cena?»
«C’è già un uomo nella mia vita, Andrew» replicò decisa Valérie.
«Non ti sto proponendo una notte in albergo. Un bel piatto di dumpling al Joe’s Shanghai, magari? Ti piacciono sempre i dumpling?»
«Sempre.»
«Al tuo compagno potresti dire che hai fatto tardi con una vecchia amica.»
«Prima vediamo se sei capace di riassumere in nove righe i miei ultimi vent’anni.»
Valérie lo guardò con lo stesso sorriso malizioso con cui un tempo gli diceva di raggiungerla nello sgabuzzino del laboratorio di scienze. Lo stesso sorriso, e nemmeno una ruga.
«D’accordo» acconsentì alla fine. «L’ultimo bicchiere, e ti racconto tutto.»
«Però non qui, c’è troppo chiasso.»
«Guarda che se ti sei messo in testa di portarmi a casa tua, hai sbagliato ragazza.»
«L’idea non mi ha neppure sfiorato. Dico solo che forse non ci farebbe male mangiare qualcosa, visto tutto l’alcol che abbiamo in corpo.»
Lei dovette riconoscere che la proposta era ragionevole, perché il lurido marciapiede della Quarantesima Strada le dava ancora l’impressione di oscillare sotto i suoi tacchi come il ponte di una nave. Andrew fermò un taxi e diede al tassista l’indirizzo di un ristorante di SoHo che restava aperto tutta la notte. Un quarto d...
Indice dei contenuti
- Cover
- Frontespizio
- Copyright
- Dedica
- 1
- 2
- 3
- 4
- 5
- 6
- 7
- 8
- 9
- 10
- 11
- 12
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- 16
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- 22
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- 24
- Ringraziamenti