
- 160 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Informazioni su questo libro
Due tra i più suggestivi racconti lunghi dell'autore delle "Memorie di un cacciatore" e di "Padri e figli" dedicati all'amore. Dalla dolcezza di un'estate nella campagna russa nella prima metà del XIX secolo ("Primo amore") alla cupa atmosfera di intrigo e magia della corte di Ferrara ai tempi dell'Ariosto ("Il canto dell'amore trionfante"). L'innocente amore del giovane Vladimir per la bellissima e affascinante Zinaida, che ai suoi occhi di adolescente incarna l'ideale dell'eterno femminino; la torbida passione di Muzio che, grazie alla magia nera appresa in Oriente, vuole strappare Valeria a suo marito Fabio: la storia di due amori difficili e impossibili.
Domande frequenti
Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
- Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
- Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a Primo amore di Ivan S. Turgenev in formato PDF e/o ePub. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.
Informazioni
Print ISBN
9788817002141eBook ISBN
9788858666630PRIMO AMORE
I
Avevo allora sedici anni. La faccenda accadde durante l’estate del 1833.
Vivevo a Mosca con i miei genitori. Abitavano in una dacia vicino alla barriera di Kaluga, di fronte al Neskučnyj.2 MI preparavo per l’esame di ammissione all’università, ma mi impegnavo poco e senza fretta.
Nessuno limitava la mia libertà. Facevo quello che volevo, specialmente da quando mi separai dal mio ultimo istitutore, un francese, che in nessun modo aveva potuto abituarsi al pensiero di essere caduto «come una bomba» (camme une bombe) in Russia, e con un’espressione feroce negli occhi se ne stava coricato sul letto per giorni interi. Mio padre con me era indifferente e tenero; la mamma non mi rivolgeva alcuna attenzione, benché non avesse altri figli oltre a me; la prendevano tutte le altre occupazioni. Mio padre, un uomo ancora giovane e molto bello, l’aveva sposata per calcolo; era più anziana di lui di dieci anni. Mia madre trascorreva una vita triste; era sempre agitata, era gelosa, si irritava – ma non in presenza di mio padre; ne aveva molto timore, ed egli si comportava in modo severo, freddo, distaccato... Non avevo mai visto una persona più artificialmente tranquilla, sicura di sé e prepotente di lui.
Non dimenticherò mai le prime settimane passate alla dacia. Il tempo era meraviglioso; uscimmo dalla città il nove maggio, proprio nel giorno di San Nicola. Io passeggiavo, ora nel giardino della nostra dacia, ora nel parco Neskučnyj, ora oltre la barriera. Prendevo con me un qualche libro, per esempio il corso di Kajdanov,3 ma raramente lo sfogliavo, e più che altro declamavo dei versi che conoscevo molto bene a memoria; il sangue scorreva in me, il cuore mi doleva persino, sentivo dolcezza, il che era anche ridicolo. Aspettavo sempre, avevo timore di non so che e mi stupivo di tutto ed ero pronto a tutto; la fantasia giocava e correva rapida intorno alle stesse immagini, come all’alba i rondoni intorno a un campanile; ero immerso in meditazioni, ero triste, e piangevo persino; ma anche attraverso le lacrime e la tristezza, ispiratemi da un verso melodioso o dalla bellezza della sera, spuntava come erbetta primaverile un sentimento gioioso della mia vita giovane, ribollente.
Possedevo un cavallo da sella e io stesso lo sellavo e me ne andavo solo, un po’ più lontano, mi lanciavo al galoppo e mi immaginavo di essere un cavaliere al torneo: come era piacevole il vento che soffiava nelle orecchie! Oppure, con la faccia rivolta al cielo, accoglievo la sua luce risplendente e l’azzurro nella mia anima aperta.
Ricordo che allora l’immagine di una donna, o il fantasma di un amore femminile quasi mai sorgeva con tratti definiti nella mia mente; ma in tutto ciò che pensavo, che sentivo, si nascondeva il presentimento semiconscio, pieno di vergogna, di qualcosa di nuovo, di indicibilmente dolce, di femminile–Questo presentimento, questa attesa compenetrava tutto il mio essere: io lo respiravo, esso scorreva nelle mie vene, in ogni gocciola del sangue... E presto si sarebbe realizzato.
La nostra dacia consisteva di una casa signorile, di legno con le colonne, e due basse dipendenze; nella dipendenza di sinistra era sistemata una modesta fabbrica di tappezzerie a buon mercato... Più volte mi recavo là per guardare come una decina di ragazzetti magri, dai capelli arruffati, in vestaglie unte, con i volti smunti, saltavano continuamente su delle leve di legno, che schiacciavano i telai rettangolari di una pressa, e così, con il peso dei loro magri corpi stampavano i variopinti ornamenti. L’edificio di destra era rimasto vuoto e fu affittato. Un giorno, circa tre settimane dopo il nove maggio, le imposte di questa dipendenza si aprirono, apparvero dei volti femminili, vi si era sistemata una famiglia. Ricordo che quel giorno a pranzo la mamma si informò dal maggiordomo su chi fossero i nostri nuovi vicini, e udito il nome della principessa Zasekina, dapprima disse non senza un certo rispetto, e poi aggiunse: «Certamente, una povera».
–I signori sono arrivati con tre vetture a nolo,– notò il maggiordomo nel servire un piatto, – non hanno una loro carrozza, e di mobili non ne hanno.
–Sì, – replicò mia madre, – e così è meglio.
Mio padre la guardò in silenzio: ella tacque.
In effetti la principessa Zasekina non poteva essere una donna ricca: la dipendenza da lei presa in affitto era così decrepita, e piccola, e bassa, che la gente, appena appena un po’ benestante, non avrebbe accettato di viverci. Del resto, allora tutto questo mi uscì subito dalle orecchie. Il titolo principesco agiva poco su di me: avevo da poco letto I masnadieri4 di Schiller.
II
Avevo l’abitudine di girare ogni sera con il fucile nel nostro giardino e di far la guardia alle cornacchie. Provavo un vero odio, da tempo, per questi uccelli guardinghi, rapaci e furbi. Il giorno, in cui ha inizio questo discorso, pure mi recai in giardino e dopo aver camminato inutilmente per tutti i viali (le cornacchie mi riconobbero e solo di lontano gracchiarono, in modo discontinuo), mi avvicinai per caso a una bassa palizzata, che separava i nostri possedimenti dalla stretta striscia di giardino, che si stendeva oltre la dipendenza di destra e a questa apparteneva. Camminavo con la testa china. A un tratto sentii delle voci: guardai oltre la palizzata... e rimasi di sasso... Mi si presentava uno strano spettacolo.
Ad alcuni passi da me, sulla radura fra i cespugli di lampone, verdi, stava una fanciulla, alta, elegante, con un abito rosa a strisce, e un foulard bianco sulla testa; intorno a lei stavano quattro giovanotti, e lei, a turno, li colpiva sulla fronte con quei fiorellini, grigi, piccoli, di cui non ricordo il nome, ma che i ragazzi conoscono bene: questi fiori formano dei piccoli sacchetti e scoppiano facendo rumore, quando te ne servi per colpire qualcosa di duro. I giovani presentavano così volentieri le loro fronti, e nei movimenti della ragazza (la vedevo di fianco) c’era qualcosa di così affascinante, imperioso, carezzevole, canzonatorio e dolce, che io per poco non gridai per lo stupore e la gioia, e, si capisce, avrei dato tutto al mondo perché quei ditini incantevoli colpissero anche me sulla fronte. Il mio fucile scivolò sull’erba, dimenticai tutto, divorai con lo sguardo quel corpo snello, e il collo, e le belle mani, e i capelli biondi un po’ scompigliati sotto il foulard bianco, e quell’occhio intelligente un po’ socchiuso, e quelle ciglia, e la tenera guancia sotto di esse...
–Giovanotto, ehi, giovanotto, – esclamò a un tratto accanto a me una voce, – è forse permesso guardare così le signorine sconosciute?
Sussultai tutto, sbigottito... Vicino a me, dietro la palizzata, c’era un uomo, con i capelli neri tagliati corti, che mi guardava ironicamente. In quello stesso momento anche la ragazza si voltò verso di me... Io vidi degli enormi occhi grigi, un volto mobile, animato, e tutto questo volto a un tratto tremò, si mise a ridere, bianchi denti scintillarono, le sopracciglia in qualche modo divertente si sollevarono... Io avvampai, afferrai da terra il mio fucile e, inseguito da un riso risonante ma non cattivo, corsi nella mia camera, mi buttai sul letto, e mi coprii la faccia con le mani. Il mio cuore mi saltava; provavo vergogna e gioia: provavo un’agitazione mai provata.
Dopo aver riposato un po’, mi pettinai, mi ripulii, e scesi per il tè. L’immagine della giovane fanciulla era dentro di me, il cuore non saltava più, ma in qualche modo si era stretto piacevolmente.
–Che ti succede? – mi chiese all’improvviso mio padre, – hai ucciso una cornacchia?
Avrei anche voluto raccontargli tutto, ma mi trattenni: sorridevo solo fra me e me. Andai poi a dormire, e, non so neppure io perché, feci tre volte un giro su un piede solo, mi misi la brillantina, mi coricai e dormii tutta la notte come un morto. Prima del mattino mi svegliai un momento, alzai la testa, mi guardai intorno con entusiasmo, e poi mi riaddormentai.
III
«Come fare la loro conoscenza?» fu il mio primo pensiero, al mattino, quando mi svegliai. Prima del tè andai in giardino, ma non mi avvicinai troppo alla palizzata e non vidi nessuno. Dopo il tè percorsi alcune volte la strada davanti alla dacia, e di lontano diedi uno sguardo alle finestre... Mi sembrò di vedere dietro la tendina il suo volto e mi allontanai subito, spaventato. «Tuttavia bisogna far conoscenza, – e camminando in modo disordinato sulla piana sabbiosa che si stendeva davanti al Neskučnyj, pensavo: – in che modo? Ecco il problema.» Ricordavo i più piccoli particolari dell’incontro di ieri: avevo in mente, per qualche motivo, in modo particolarmente chiaro, come lei aveva riso di me. Ma, mentre mi agitavo e costruivo i piani più diversi, il destino aveva già deciso per me.
In mia assenza la mamma ricevette dalla sua nuova vicina una lettera su carta grigia, chiusa con ceralacca bruna, quale si usa di solito nei messaggi postali oppure sui turaccioli di vino a buon mercato. In questa lettera, scritta con un linguaggio incolto e con una calligrafia spiacevole, la principessa chiedeva alla mamma di darle protezione: mia madre, secondo le parole della principessa, era molto conosciuta da persone ragguardevoli, dalle quali dipendeva il suo destino e il destino dei suoi figli, perché erano in corso per lei processi molto importanti. «Mi rivolgo a voi, – scriveva, – come signora nobile a una signora nobile, e inoltre mi è piacevole approfittare di questo caso.» Alla fine, chiedeva a mia madre il permesso di andarla a trovare. Trovai mia madre in una spiacevole disposizione d’animo: mio padre non c’era e lei non sapeva con chi consigliarsi. Non rispondere a «una nobile dama», per di più principessa, era impossibile, ma su come rispondere la mamma era perplessa. Scriverle un biglietto in francese non le sembrava opportuno, e in questo a ortografia russa anche mia mamma non era troppo forte, lo sapeva e non voleva compromettersi. Si rallegrò del mio arrivo e subito mi ordinò di andare dalla principessa e di spiegarle a voce che lei era sempre pronta a manifestare a sua eccellenza, secondo le sue forze, i propri servizi e la invitava a venire al tè, dopo l’una. L’improvvisa realizzazione, improvvisa e rapida, dei miei segreti desideri, mi rallegrò e mi spaventò; tuttavia non manifestai il turbamento che mi aveva preso, e dapprima mi diressi in camera mia, per indossare una cravatta nuova e una leggera finanziera: in casa stavo ancora con la giubba e il colletto risvoltato, anche se questo mi era pesante.
IV
Nell’anticamera stretta e poco pulita della dipendenza, dove entrai con involontario tremore in tutto il corpo, mi ricevette un vecchio servitore canuto, con il volto scuro, color del rame, con gli occhietti cupi, plumbei, e con delle rughe così profonde sulla fronte e alle tempie, quali non ne avevo mai viste. Egli portava su un piatto la spina rosicchiata di un’aringa e, ponendo il piede sulla porta che dava in un’altra stanza, disse, parlando a scatti:
–Che volete?
–È a casa la principessa Zasekina?
–Vonifatij! – gridò da dietro la porta una voce femminile tremolante.
Il servitore mi voltò la schiena, mostrando il dietro assai liso della sua livrea, con un unico bottone nobiliare, arrugginito, e uscì, lasciando il piatto sul pavimento.
–Sei andato nell’appartamento? – ripeté la stessa voce femminile. Il servo borbottò qualcosa. – È venuto qualcuno? – si sentì di nuovo. – Il signorino dei vicini? Fallo accomodare.
–Prego, nel salotto, – disse il servo, apparendo di nuovo davanti a me e sollevando il piatto dal suolo.
Io mi raddrizzai ed entrai nel «salotto». Mi trovai in una stanza piccola e non del tutto pulita, con della mobilia che pareva racimolata in fretta.5
Presso la finestra, su una poltrona con il bracciolo staccato, stava seduta una donna di una cinquantina d’anni, a capo scoperto, e non bella, in un vecchio abito verde, con un fisciù di lana variopinta intorno al collo. I suoi piccoli occhietti neri si fissarono su di me. Io mi avvicinai a lei e mi inchinai.
–Ho l’onore di parlare con la principessa Zasekina?
–Io sono la principessa Zasekina. E voi siete il figlio del signor V.?
–Proprio così. Sono venuto per incarico di mia madre.
–Sedetevi, per favore. Vonifatij, dove sono le m...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione
- PRIMO AMORE
- Finale aggiunto all’edizione francese di Primo amore
- IL CANTO DELL’AMORE TRIONFANTE – (MDXLII)
- SOMMARIO