CAPITOLO NOVE
«Se ne deve andare!»
Cammino su e giù per la cucina come un padre nella sala d’aspetto della sala parto. A breve scaverò un solco così profondo che Psycho Nanny potrà seminarci tutte le barbabietole che vuole.
Sono fuori di me. Qualcosa di torbido e indistinto mi opprime il petto, è come se stessi perdendo il controllo.
«Ma cosa stai dicendo?» Beatrice mi fissa allibita, infilandosi la giacca.
«Hai capito benissimo. La tata se ne deve andare! È una pazza pericolosa!»
«Macché!» minimizza lei con un’alzata di spalle, completamente inconsapevole del grave pericolo che stiamo correndo tutti quanti. «Non è pazza, è solo un po’ eccentrica!»
Alzo le mani, disarmato. «Oh, certo!» sbuffo risentito. «Se per eccentrica intendi passivo-aggressiva come il Krakatoa in eruzione, allora sì, è solo un po’ eccentrica!»
Ride. «E tu sei paranoico!»
«Non sono paranoico! Ti dico quello che ho visto: tu hai mai letto il suo blog?» la incalzo senza nemmeno darle il tempo di rispondere. «Be’, io lo guardo sempre, e ti dico che ogni giorno che quella esce con i tuoi figli li porta a spasso per la città assieme al suo fantastico fidanzato, e solo il cielo sa cosa fanno quando sono con loro!» grido tutto d’un fiato.
La mia Sorella Mutante, che adesso stento a riconoscere, mi scruta in silenzio e si morde il labbro, come se stesse trattenendo una risata.
“Grrrrr!”
«Allora, non hai niente da replicare?» sbuffo, al limite della pazienza, sollevando le mani.
«Sì, una cosa ce l’ho.» Assume un’espressione indecifrabile che mi zittisce di colpo. Osservo Bea avvicinarsi e rivolgermi un sorrisetto furbo. «Perché guardi sempre il blog di Katie?»
Qualcosa dentro di me si infiamma, e per un attimo non so nemmeno cosa dire, tanto sono esasperato. Allora non ha ascoltato niente del mio discorso?
«E questa che domanda è? Ti sto dicendo che forse non sai che i tuoi figli passano le giornate con una psicopatica e il suo fidanzato che fanno fare loro giochi strani su mondi incantati e inventano storie fantastiche ai limiti di ogni immaginazione!»
«Oh, sì, questo lo so. Perciò ringrazio il cielo ogni giorno per aver portato Katie qui da noi» sospira afferrando la borsa, la ventiquattrore e le chiavi.
Sono sbigottito. «Si può sapere che diavolo dici?»
Mia sorella diventa di colpo seria. «I miei figli hanno bisogno di liberare la loro fantasia, perché finora purtroppo non hanno potuto farlo. Visto tutto quello che hanno passato, con l’abbandono del padre e il resto, adesso per loro più che mai inventare una storia vuol dire trasformare il dolore e la paura in qualcosa che si può affrontare e sconfiggere, anche con una risata. Vuol dire sfidare i propri mostri e scoprire che non sono poi così spaventosi» mi spiega, e poi aggiunge con un sorriso: «E io non ci sarei mai arrivata a capirlo da sola, se non fosse stato per Katie».
La osservo uscire per andare al lavoro, con un’espressione soddisfatta e serena che non le vedevo da tempo.
Bene. Anche mia sorella è definitivamente perduta. Ieri sera l’ho sentita al telefono dare il benservito al Socio, con la calma di un monaco tibetano e una fermezza che non avrei mai creduto possibile provenire da lei. E adesso questo.
Come i bambini, anche Bea è caduta vittima del sortilegio di quella strega con i boccoli biondi, e a questo punto dubito che ci sia un antidoto per salvarli. Però c’è ancora un modo per salvare me. Se non se ne va lei, vuol dire che me ne andrò io.
Devo solo studiare un piano.
Dopo quattro ore di attente riflessioni, il Piano consiste in una triade di possibilità: la gloriosa «opzione A», andare a Londra e crearmi una nuova vita; la deprimente «opzione B», il ritorno a casa di mia madre… e la utopistica quanto eccitante opzione «C»: Miranda diventerà la mia Favolosa Fidanzata e mi vorrà sempre al suo fianco alle sfilate in giro per il mondo, dove io sarò circondato notte e giorno da modelle seminude.
Per ovvi motivi, al momento decido di concentrarmi sulla opzione A. Andrò a Londra.
Lo fanno in tanti, Stefano l’ha fatto: ha preso il coraggio a due mani, zaino in spalla, ed è andato alla ventura. Okay, forse sarebbe meglio dire che ha preso un paio di manciate dei soldi di suo padre, il set Vuitton di valigie coordinate ed è andato a vivere nel loft della zia inglese. Però l’ha fatto. E forse potrei farlo anch’io, a parte i soldi, il padre, il set Vuitton, il loft e la zia. Mi rendo conto che mi mancano parecchie cose, ma so anche che devo fare qualcosa, l’ansia mi sta uccidendo. È che Stefano e tutti i miei amici mi sembrano così convinti delle proprie scelte per il futuro, tutti pronti a salire sul treno, e io non sono arrivato nemmeno in stazione. Intravedo un mare infinito di strade, di possibilità, progetto una nuova vita fuori di qui, fuori da questa vita, ma in realtà non faccio niente. In un certo senso, è un po’ come se fossi in balia del vento, trascinato qua e là, senza certezze, un palloncino vuoto che non sa dove andare.
Un tonfo sulle scale mi riporta bruscamente alla realtà. Immagino nell’immediato un altro viaggio al pronto soccorso per uno dei bambini, tanto per continuare la nostra raccolta punti, quando sento bussare alla porta.
Sbuffo e giro la sedia, scostandomi dalla scrivania. «Avanti.»
«Ciao!» Tata Katie entra con le mani sulla pancia.
«Ciao» mi costringo a biascicare.
«Ehm, senti, stavo salendo le scale però il mio telefono ha deciso di scenderle…» Apre le mani dove sono adagiati batteria, schermo e cover e altri pezzi in ordine sparso. «Mi chiedevo se sai come si fa ad aggiustarlo…»
Sbuffo talmente forte che quasi mi illudo di poterla spazzar via con una ventata così com’è venuta. Ma, ovviamente, non sono tanto fortunato e la Legge di Murphy impera ancora su di me.
In silenzio prendo i pezzi dalle sue mani, facendo bene attenzione a non sfiorarle. Commetto però l’errore di alzare lo sguardo, e quando incrocio il suo lei mi scocca un’occhiata indecifrabile che di nuovo sembra capace di prosciugare tutta l’aria della stanza.
«Come puoi stare al computer chiuso in camera con un sole così che entra dalla finestra?» mi domanda, volgendo lo sguardo in quella direzione.
Alzo svogliatamente gli occhi e punto la finestra. «Giusto. Mi chiudi la tenda, per favore?»
Poi le sorrido beffardo e lei incassa in silenzio. Per un istante mi gusto la leggera euforia che questa piccola vittoria mi procura. Ma passa subito, non appena la vedo allontanarsi e gironzolare per la stanza sbirciando le mie cose. È come se stesse rovistando dentro la mia vita, dentro di me, e questo mi urta da morire.
Cerco di concentrarmi sul cellulare che ha distrutto, igno...