
- 262 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Viki che voleva andare a scuola
Informazioni su questo libro
Perlustrando la periferia di Milano una sera d'inverno, in cerca di storie, Fabrizio Gatti vede un bambino fare ritorno da solo, nel buio, in una baraccopoli popolata da clandestini. Quel bambino si chiama Viki. Lui e la sua famiglia vengono dall'Albania e stanno cercando di inventarsi una nuova vita in Italia. Non è facile, perché non sono in regola. Ma Viki ha una marcia in più: è bravo a scuola, vuole imparare. Una storia vera, di accoglienza, integrazione, solidarietà, raccontata per la prima volta sulle pagine di cronaca del "Corriere della Sera" e poi diventata un romanzo di successo.
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Informazioni
Print ISBN
9788817078757eBook ISBN
9788858673133Il viaggio
Prigionieri su una barca nel mare in burrasca
Ei fantasmi? Dove li mettiamo i fantasmi? Tra gli europei o la gente dell’altro mondo? Bella domanda. Non so nemmeno dove mi devo mettere io. Tra gli europei? O tra i fantasmi? C’è ancora un mese di tempo, ma non credo che per la fine dell’estate riuscirò a trovare una risposta. Adesso ho davanti a me un quaderno bianco, vuoto, a parte queste poche righe. Perché proprio non riesco a pensare a qualcosa di sensato da scriverci sopra.
È stata un’idea della professoressa di storia e geografia. Un tema per le vacanze. Titolo: “Vecchi e nuovi mondi: gli europei nel mondo, gli stranieri in Europa.” Che titolo, da dare a uno che deve cominciare la seconda media. L’ultimo mese a scuola ci ha chiesto di proporre una soluzione per sottrarre alla guerra i bambini dell’Africa, o i bambini della Palestina e di Israele. Dopo due ore, io sul foglio avevo scritto una sola parola: scappare. Ho preso insufficiente. Nel giudizio c’era scritto che avevo “svolto l’argomento con inaccettabile pigrizia”. E perché? Scappare dalla propria casa è una scelta da pigri?
Mio papà Zef è scappato. Mia mamma Mara è scappata. Io e la mia sorellina siamo scappati. Noi siamo albanesi. Albanesi del Nord. E dove li devo mettere gli albanesi: tra gli europei o tra gli stranieri? Noi siamo abitanti del vecchio mondo o del nuovo mondo?
La professoressa di geografia dice di sì, ovvio, che l’Albania è in Europa, nell’Europa mediterranea. Quindi gli albanesi sono europei. Guardo sull’atlante ed è vero. Anche lì l’Albania è in Europa: a Sud del Montenegro, a Ovest della Macedonia, a Nord della Grecia, a Est dell’Italia, oltre il mare Adriatico. E allora perché siamo costretti a nasconderci? Perché dobbiamo diventare invisibili come fantasmi?
“Si nascondono i fuorilegge, i ladri e i banditi” dice la professoressa, convinta.
«Ma no, Viki» sorride mia mamma, quando le leggo queste righe. «Tu non sei un bandito, noi non siamo ladri. Solo che se la polizia ci prende, ci rimanda in Albania. E papà perde il lavoro. E tu non puoi più andare a scuola, studiare, avere un futuro migliore del nostro.»
«Purtroppo, Viki» spiega papà, «non tutti gli europei sono uguali.»
«E io sono auropea?» chiede all’improvviso Brunilda, spalancando i suoi occhi neri. Papà ride.
«No, Brunilda, tu non sei europea. Tu sei un fantasma, e per di più albanese» le dico strofinando il naso contro il suo.
C’è una parola che non piace a mia sorella. Ogni volta che dico fantasma, lei si spaventa e chiude gli occhi. Nasconde la testa tra le mani e le ginocchia, trema come se avesse freddo. Dopo un po’ alza di nuovo la faccina, guardandomi con un occhio solo.
«Io non sono un fantasma» dice sottovoce. «Io sono Brunilda. E i fantasmi non esistono... vero?»
«No, Brunilda, esistono, esistono. Pensa a Burrel. Burrel è un fantasma o un europeo?»
Lei mi guarda terrorizzata e scoppia a piangere. Grida come una disperata. Papà s’arrabbia. La mamma mi rincorre per darmi una sberla. Scappo.
Succede sempre così quando nomino Burrel.
Burrel è il mio amico fantasma che mi ha seguito fin dall’Albania. Ma per Brunilda è un mostro blu spaventoso che la mattina presto, quando è ancora buio, prende i bambini dai loro letti e li butta dentro le fogne. È successo davvero a me e a mia sorella, una mattina d’inverno di qualche tempo fa alla periferia di Milano, quando Brunilda aveva cinque anni e io sette. Ma quello non era Burrel, no, non era un fantasma come noi. Burrel è un fantasma buono. Io l’ho visto bene: quello era un mostro gigantesco. Un mostro immenso, lungo quasi cento metri, che con il suo respiro colorava la nebbia di blu. Me lo ricordo così. Io correvo dietro la mamma, con l’acqua gelida fino all’ombelico. Papà ci seguiva, tenendo Brunilda in braccio. In quella fogna saremmo morti, se mio padre non avesse trovato il modo di tirarci fuori, lasciando il mostro al di là del bosco. Ma questa è una storia che comincia da lontano. Bisogna tornare a Lezhe, la città nel Nord dell’Albania dove io, Brunilda, papà e la mamma siamo nati.
Anche Burrel viene da Lezhe. Anzi, lui verrebbe proprio da Burrel, una città misteriosa che non ho mai visto, tra le montagne dell’Albania. È la città dove mia nonna, che ci è cresciuta, ha sempre ambientato le sue favole di orsi e cacciatori. Storie in cui vincono sempre i cacciatori: io avrei voluto almeno una volta far vincere l’orso.
Un giorno la nonna arriva a casa con un regalo per me e Brunilda. È un orso di stoffa, con il pelo fatto di migliaia di fili di lana marrone e per occhi due bottoni.
«Mie piccole gioie» dice la nonna accovacciandosi, per essere alta come noi. «Ecco qua l’orso che vincerà contro tutti i cacciatori, come voleva Viki.»
«Ma è un orso buono? Che non ruba le galline, non insegue gli agnellini, non mangia le caprette?» chiede Brunilda.
«Sì, buono come la mia Brunilda» sorride la nonna. «Non ruba le galline, non insegue gli agnelli, non mangia le caprette. Mie piccole gioie, lo dovete portare con voi in Italia e dovete prendervi cura di lui.»
«Promesso» dice Brunilda.
«Italia?» chiedo io, accorgendomi di quanto la nonna ha appena detto.
Gli occhi della nonna cominciano a brillare come due luci in lontananza. Brunilda mi guarda mentre due braccia ci stringono tanto forte da farci mancare il respiro. La mamma è in piedi, sulla porta. Piange anche lei, in silenzio. Il nonno è alle sue spalle. I capelli ancora neri e fitti, nonostante l’età e una bronchite che si è preso in carcere e non l’ha mai più lasciato in pace.
«Mamma, ma andiamo da papà, in Italia?» domanda Brunilda.
La mamma piange. Dice di sì e ci viene incontro nella stanza che nella piccola casa dei nonni fa da cucina, soggiorno e, nelle giornate più fredde, anche da camera da letto.
«Allora papà non torna più? Perché non torna papà da noi?»
«Viki» sospira la mamma, «papà ha trovato lavoro in Italia. Se tornasse qui, perderebbe il lavoro che ha là e in Albania non ne troverebbe un altro. E il mio Viki come fa a mangiare se papà resta senza lavoro?»
«E possiamo portare l’orso della nonna?»
«Certo, Brunilda.»
«Come si chiama?» vuole sapere Brunilda.
«Si chiama... Si chiama... Burrel. Burrel, l’orso buono» risponde la nonna rialzandosi e asciugandosi gli occhi con il dorso della mano.
Chissà quanto tempo ha lavorato per fare Burrel. L’ha cucito tutto lei, di nascosto. Per non lasciarci soli e seguirci, a modo suo, con le sue fiabe, fino in Italia.
Papà è via da un anno e mezzo. Lo zio Arben, suo fratello, da due. Arben lavorava come manovale a Lezhe per pochi lek, i soldi dell’Albania. Guadagnava cinquanta euro al mese. Aveva conosciuto Blerta, voleva sposarla e lasciare la casa dei genitori per vivere con lei. Ma con i soldi che guadagnava a Lezhe poteva mangiare a malapena lui. Così è partito. È andato in Italia. Dove, gli aveva detto un amico, un manovale può guadagnare da seicento fino a ottocento euro al mese. Tanti soldi così non riusciva nemmeno a immaginarli, lo zio. In un mese, faceva più di quanto in Albania si poteva guadagnare in un anno. Avrebbe potuto sposare Blerta, portarla con sé, avere dei figli, comprare una casa, una macchina e magari avanzare soldi per aiutare i genitori anziani.
Da anni gli albanesi lo vedevano tutti i giorni in tivù, sui programmi italiani. In Italia sono così ricchi che i supermercati sono sempre pieni e colorati, le donne sono tutte belle, gli uomini eleganti. Nei negozi anche i cani possono trovare la carne in scatola per loro. E alla televisione i gatti mangiano nei piatti d’argento. “Vuoi che non ci sia posto per una famiglia di albanesi? Se lì in Italia i gatti sono serviti e riveriti, credi che un uomo resti senza cena? E poi io non pretendo piatti d’argento” avevamo sentito ripetere tante volte da zio Arben. “Mi accontento di un pezzo di pane.”
«Ma è vero che i gatti in Italia parlano?» domanda Brunilda.
«Ma no» dice il nonno e la prende in braccio.
«Sì, parlano» insiste Brunilda. «L’ho visto alla tivù. C’era un gatto che parlava con un altro.»
«Era un cartone animato» spiega il nonno.
«No, no, no» insiste mia sorella. «Io l’ho visto, era un gatto vero che parlava davvero, non era un cartone animato.»
«Viki, vieni a sederti in braccio alla nonna.»
Ha in mano un pacchetto di carta colorata.
«Questo è per te» dice la nonna. «Hai imparato l’italiano dalla televisione, ma adesso che vai in Italia devi imparare a leggerlo bene....
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- E se si chiamasse Marco?
- Parte Prima - Il viaggio
- Parte Seconda - La scuola
- Indice