1
E così Lapo era tornato ragazzo. Quella rocambolesca settimana da matita ora gli sembrava tutta un sogno. A volte se lo domandava anche… Che sia stato solo un sogno?
E invece no. In casa c’erano la valigia piena di facce, il temperamatite gigante e lo zaino con le mine colorate.
E poi quella frase, è stato solo un sogno, non gli piaceva affatto. I sogni sono importanti, a volte più della realtà. E allora perché non capovolgere la frase? È stata solo una realtà!
Lapo aveva messo da parte valigia e zaino, li aveva riposti nello sgabuzzino e, pochi giorni dopo esser tornato ragazzo, aveva trovato un lavoro.
Indovinate quale.
No, non il disegnatore di piazza.
Anche se in tanti rimpiangevano i suoi bei disegni e speravano che tornasse sui suoi passi. O meglio, sulle sue linee.
Forse lavorava per il magnate della tv?
Il magnate che adorava i suoi disegni, perché gli ricordavano di quando era un bambino felice e spensierato. Che lo voleva protagonista di un programma televisivo, imprigionato nel rettangolo di un televisore.
No, con lui aveva chiuso! O almeno così credeva…
E non era nemmeno stato assunto nello studio grafico Matisse, il più importante della città.
Era iniziato tutto così: una mattina, molto presto, il telefono aveva squillato.
Drin drin drin…
Lapo non era un tipo mattiniero e, per farsi trovare sempre pronto, aveva comprato un telefono senza fili. Lo teneva giusto di fianco al letto, sul comodino. E così quel giorno aveva risposto subito, dopo appena tre squilli. E zero sbadigli.
«Pronto?»
«Lapo!»
Era Mirella. Lapo si fece rosso.
«Vediamoci subito» disse lei, «ho una sorpresa per te. Non è proprio una sorpresa, più che altro è un’idea, poi vedrai. Facciamo fra mezz’ora, alle otto, davanti alla scuola di Dario.»
La faccia di Lapo si dipinse di un rosso intenso, un rosso fuoco.
E doveva anche fare i conti con la sua pigrizia.
«È un po’ presto per me… lo sai che sono un dormiglione… Non si può rimandare al pomeriggio?»
«Lapo! Hai più di trent’anni!» lo rimproverò Mirella. «Non fare tante storie. Dai, forza, non perdere tempo.»
Lapo allora si concesse un solo sbadiglio. Stranamente quella mattina Stella, il cane della vicina, non abbaiava. Proprio quando lui aveva bisogno di una bella sveglia.
«E va bene, ci vediamo fra poco.»
Riattaccò e corse a preparare il caffè. Con la moka sul fuoco, in tempo record andò in bagno e si lanciò sotto la doccia, che gli lavò via il rosso dalla faccia.
Crur crur crur…
La moka lo chiamava, il caffè era pronto. Lapo lo versò che era ancora caldo. Portò la tazzina alle labbra e chiuse gli occhi. Era un’abitudine che aveva preso da quando… insomma, la punta ben temperata, il colore giallo, la forma esagonale, da quando quella mattina non troppo lontana aveva scoperto il suo mignolo trasformato in una bellissima matita.
Per paura che succedesse di nuovo, beveva il caffè a occhi chiusi e mai e poi mai si metteva le dita nel naso. Perché tutto era iniziato così.
Si vestì di fretta e uscì di casa. L’ascensore era rotto, quindi prese le scale e in prossimità del piano terra sentì una voce che si lamentava. Era Franco, il portiere.
Trasalì. Ce l’aveva con lui? Stava di nuovo lasciandosi dietro dei segni? No, ce l’aveva con la signora Rosa. Stella se ne stava ben legata al suo guinzaglio e abbaiava tutta orgogliosa.
Una lunga striscia di colore giallo correva lungo i gradini.
Non era stato Lapo a tracciare quella striscia, ma Stella.
«Sono cose che capitano…» ripeteva la signora Rosa, avvolta nella sua pelliccia e visibilmente imbarazzata, «Povera Stella, le è scappata.»
Ma Franco sbruffava come un cavallo.
«E chi pulisce adesso? Chi pulisce?»
2
La giornata era fredda, e c’era anche un po’ di nebbia.
Il naso a timbro di Mirella si era fatto rosso, proprio come quello di un clown. Dario, suo figlio, le teneva la mano e salutava i compagni che, alla spicciolata, si radunavano nel cortile della scuola.
«Speriamo che non faccia tardi» disse Mirella, e il suo respiro si condensò in una nuvoletta.
«Che freddo, mamma… Ci stiamo surgelando!»
«Si dice congelando. Non siamo mica bastoncini di pesce.»
«Eccolo!»
Lapo correva verso di loro.
Che buffo vederlo correre! Era goffo e aveva una scarpa slacciata. Da matita si muoveva in maniera più agile. Scivolava che era una meraviglia.
«Uh! Quanti bambini! Non ne avevo mai visti così tanti, tutti insieme…» disse Lapo un po’ imbarazzato, cercando di rompere il ghiaccio.
Mirella gli diede un bacio, ma la sua guancia era così ghiacciata che quasi non sentì niente.
«Ma come?» disse Dario. «Non sei mai andato a scuola?»
«Be’, sì, quando ero bambino.»
«Perciò li avrai già visti tanti bambini, tutti insieme. È solo che non ti ricordi.»
La campanella suonò. Tutti dentro.
«Ciao Dario, buona giornata» lo salutò la mamma, e a lui di baci sulla guancia ne diede due.
«Allora, che si fa?» chiese Lapo.
«Entriamo anche noi.»
«Anche noi? Per fare cosa?»
3
Dentro il suo ufficio iper-riscaldato, impettita e sotto la foto del presidente della Repubblica, la preside si dimenava tra scartoffie e registri. Fuori dalla sua porta, si stava formando una fila di docenti e genitori.
«Buongiorno, signora preside» fece timidamente Mirella. «Posso parlarle?»
«Sono molto indaffarata. Le concedo tre minuti, non uno di più!»
«Cercherò di essere breve. Mio figlio Dario dice che da due settimane il maestro di arte è assente.»
«Sì, poverino, si è rotto una mano. Non potrà disegnare per un mese intero.»
«Mi dispiace, ma… mi chiedevo… avete per caso già trovato un supplente?»
«No.»
«E cosa fanno i bambini durante l’ora di arte?»
«Mmm…» brontolò la preside. «Credo si uniscano alle altre classi. A volte li mandiamo in palestra.»
Mirella non sembrava per niente soddisfatta della risposta.
«Sa, non è facile trovare un bravo maestro di arte» disse la preside, gonfiando il petto.
«Ecco, io… avrei portato una persona. È molto brava a disegnare e, ne sono sicura, anche a insegnare.»
Insegnare e disegnare allo stesso tempo!
Nel sentire quelle due parole insieme Lapo sussultò: non ci aveva mai pensato.
Ma avere a che fare con i bambini non doveva essere facile.
«Lapo, vieni avanti!»
Lapo era rimasto sulla porta, indeciso se entrare o scappare.
«Entra, su, non sarai mica timido?»
Lapo entrò e si presentò. Non sapeva bene cosa dire. Allora sussurrò: «Mi piace disegnare, molto.»
«Ha mai avuto una cattedra?» chiese la preside, iniziando ad agitarsi. I tre minuti erano già scaduti e il segretario continuava a riempire la sua scrivania di documenti da firmare.
«Be’, proprio una cattedra, no… a casa ho una scrivania, come questa qui, ma molto più disordinata.»
«Ma cos’ha capito? Mica volevo sapere se possiede una cattedra. La domanda è: ha mai insegnato?»
«Veramente no, non ne ho mai avuto la possibilità. Ma i miei disegni piacciono soprattutto ai bambini. Pensi che volevano fare un programma televisivo su di me!»
«E l’hanno fatto?»
«No.»
«E perché?»
«Perché io… insomma io, non lo so bene perché ho rifiutato. È che non volevo diventare famoso, volevo solo disegnare e…»
«Capisco. Signor Lapo, oggi è il suo giorno fortunato. Considerato che non è facile trovare un maestro d’arte, sostituirà per questo mese il maestro Bruno. Dovrà venire tutti i lunedì e i mercoledì alle nove. E mi raccomando, puntuale! Adesso via, via, ho tanto da fare e il tempo corre. A proposito, mi deve portare il suo curriculum vitae.»
«Curri cosa?» chiese Lapo.
«Curri-culum» completò la preside. «Insomma, un foglio con su scritto quali sono le sue esperienze lavorative, così ufficializzo l’assunzione e la mando al ministero.»
Alla parola “ministero” il segretario iniziò a passarle dei documenti che la preside prima firmò e poi, brandendo un grosso timbro, con impeto e sempre più impettita, timbrò.
Boom! Boom! Boom!
Un foglio dopo l’altro, come un bazooka che spara a ripetizione.
Lapo odiava quel suono, che aveva già sentito negli uffici della televisione, se lo sognava la notte, gli faceva venire gli incubi. Non perse tempo, salutò e corse fuori insieme a Mirella.
4
Non perse tempo nemmeno a compilare il curriculum vitae. Mirella era felice di aiutarlo, anche se stava facendo tardi al lavoro. Nel grattacielo di cento piani tutti erano entrati, timbrando il cartellino. Mancava solo lei.
Si infilarono nel caldo di un bar, presero un foglio e scrissero a mano, mentre la macchina del caffè macinava chicchi e sprigionava vapore.
«Esperienze lavorative?» chiese Mirella.
«Be’, non...