Giochi di società
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Giochi di società

  1. 342 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Giochi di società

Informazioni su questo libro

Una scrittura dal taglio inconfondibile, corrosiva, rapida, agrodolce. Dorothy Parker è stata la regina dei salotti intellettuali della New York anni Venti e la più salace fustigatrice del costume americano: nei suoi racconti vivono personaggi indimenticabili che si agitano tra i dettami di un codice sociale frivolo e grottesco, che l'autrice mette all'indice con feroce ironia. Questo volume raccoglie alcuni dei suoi pezzi migliori, per la maggior parte inediti in Italia, in cui la magnifica scrittura della Parker si avventa contro i conformismi e le schizofrenie del mondo borghese, senza mai dimenticarsi di sorriderne.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2013
Print ISBN
9788817062411
eBook ISBN
9788858662809

STORIE

Conversazione alle tre di notte

«Acqua, nel mio» disse la donna col cappellino color petunia. «No, lasci perdere l’acqua. Al diavolo. Scotch liscio. Che m’importa? Liscio. Io sono fatta così. Non ho mai rotto le scatole a nessuno in vita mia. Va bene, possono dire quello che vogliono di me, ma io so – io lo so – che in vita mia non ho mai rotto le scatole a nessuno. Puoi anche dirglielo, ci siamo capiti? Non m’importa.»
«Ascoltami» disse l’uomo con i capelli azzurro ghiaccio. Si sporse verso di lei attraverso il tavolo e aggrottò la fronte osservando i disegni che aveva tracciato col coltello. «Ascoltami. Vorrei solo che ti fosse chiaro che…»
«Sì» rispose lei. «Chiariamo le cose. Ottimo. Mi fa morire dal ridere. È una cosa ridicola. Cioè, visto che qui non c’è nessuno che ha intenzione di chiarire le cose, l’unica che vuole chiarire le cose sarò io. Cosa vuoi fare, tornare da Jeannette e dirle che so quello che sta dicendo di me? Non voglio coinvolgerti in questa storia, ma dille almeno questo da parte mia. Puoi tenertene fuori. Non devi per forza dirle che me l’hai detto. Non devi neppure dirle che mi hai visto. Cioè, se ti vergogni di dire alla gente che mi conosci, per me va bene. Non voglio rompere le scatole a nessuno. Che m’importa se ti vergogni di dire ai tuoi amici che sei amico mio? Penso di poterlo sopportare, giusto? Ho sopportato un sacco di cose.»
«Oh, ascoltami» replicò lui. «Vuoi per favore starmi a sentire solo per un minuto?»
«Sì, ti ascolto» disse lei. «Va bene. Ti ascolto. Però sono stufa marcia di ascoltare. Puoi riferire loro tutto quello che ti dico, guarda, da adesso sarò io quella che parla. Puoi dirlo a Jeannette. Che m’importa? Puoi correre dritto da lei e spifferare ogni cosa. Dice che il vestito rosso mi ingrassa, eh? Bello che qualcuno dica una cosa del genere su di te. Ti fa sentire proprio benissimo, eh? Puoi riferire alla signorina Jeannette che sarà meglio per lei che non si affanni tanto a fare battute sui vestiti rossi delle altre. È tutta da ridere, giuro. Dille che quando le chiederò di pagare per una cosa che ho addosso, allora potrà permettersi di fare battute. Lei e chiunque altro. Io vivo la mia vita, grazie a Dio, e non devo chiedere niente a nessuno. Puoi pure andarglielo a dire. Tu o chiunque altro.»
«Mi fai un piacere?» disse lui. «Vuoi farmi un piccolo piacere? Vuoi starmi a sentire solo…»
«Sì, piaceri…» ribatté lei. «Nessuno è obbligato a farmi dei piaceri. Io mi faccio la mia vita, e non devo chiedere favori a nessuno. Non ho mai rotto le scatole a nessuno in vita mia. E se a loro non sta bene sanno cosa possono fare. La vetrina di Tiffany, eh? Tutti quanti loro. Ah, ho rotto quel vetro? Oh, è davvero terribile… Va bene… se è rotto è rotto, no? All’inferno la vetrina. All’inferno tutti loro.»
«Se solo mi stessi a sentire» disse lui. «Non c’è motivo che tu te la prenda così. Ascolta…»
«E chi se la prende?» disse lei. «Io non me la prendo di sicuro. Sto benissimo. Non devi preoccuparti per me. Né tu né Jeannette né nessun altro. Prendersela. Cioè, se una persona non deve prendersela per una cosa come questa, allora per cosa dovrebbe prendersela? Dopo tutto quello che ho fatto per lei. Il mio problema è che sono troppo buona. Me l’hanno sempre detto tutti. “Il tuo problema è che sei troppo buona.” E adesso guarda quella come sparla di me. E tu hai permesso che ti dicesse una cosa del genere, e ti vergogni di ammettere che sei mio amico. Va bene, non sei costretto. Puoi tornare da Jeannette e rimanerci. Tutti quanti voi.»
«Adesso ascolta, tesoro» disse lui. «Non ti sono sempre stato amico? Eh? Allora, per favore, puoi stare a sentire un amico solo per…»
«Amici…» disse lei. «Amici. Begli amici che ho. Che se ne vanno in giro pronti a pugnalarti. Ecco cosa ottieni a essere troppo buona. Solo una grassona troppo buona, ecco cosa sono. Oh, al diavolo l’acqua. Lo berrò liscio. Io mi faccio la mia vita e non vado in giro a rompere le scatole alla gente, e tutti quanti mi si rivoltano contro. Dopo il modo in cui sono stata allevata, e la casa che avevamo e tutto quanto, loro vanno in giro a fare battute su di me. Lavori tutto il giorno e non chiedi niente a nessuno. Ed eccomi qui, e con il cuore debole, oltretutto. Vorrei essere morta. Cosa vivo a fare, comunque? Se tu volessi gentilmente rispondere a questa domanda… Cosa vivo a fare?»
Le lacrime le rigavano le guance.
Attraverso la tovaglia inzuppata di scotch, l’uomo con i capelli azzurro ghiaccio le prese la mano.
«Ah, ascoltami» disse. «Ascoltami.»
Un cameriere comparve dal nulla e si mise a fluttuare cinguettando intorno a loro. Si sarebbe detto che fosse sul punto di ricoprirli di foglie…
«The New Yorker», 13 febbraio 1926

Diario di viaggio

La donna con l’abito nero di lustrini si staccò dal resto del gruppo e fece posto sul divano al giovane con gli occhi quieti e il viso arso dal sole.
«Siediti qui immediatamente» disse. «E raccontami di te. Che idea! Scappar via per quasi due anni, senza nemmeno mandare una cartolina! Non ti vergogni? Rispondi, Muvver. Non ti vergogni terribilmente?»
«Sono stufo marcio di scrivere lettere» disse lui. «Mi spiace. Immagino di essere irrecuperabile. Ho sempre intenzione di scrivere, ma poi evidentemente pare non lo faccio mai. Non è che non pensi alle persone, è che sono un disastro a scrivere lettere.»
«Dove sei stato, a ogni modo?» chiese lei. «Quasi due anni! Dov’è finito questo ragazzaccio?»
«Be’, perlopiù sono stato in Arabia» rispose lui.
«Tu sei pazzo» ribatté lei. «Semplicemente matto. Cosa sei andato a fare in un posto come quello, santo cielo?»
«Non lo so» fu la risposta. «Mi è solo passato per la testa che mi sarebbe piaciuto vederlo.»
«Oh, lo so» disse lei. «Non c’è bisogno che tu me lo dica. Io sono come te. Adoro viaggiare. Lo dice sempre anche Freddy: datemi un paio di bauli e una lettera di credito, non ho bisogno d’altro. Be’, chiedi a Freddy. È una cosa buffissima, ma gli stavo dicendo l’altra sera a cena – eravamo soli soletti, dovevano venire gli Allen ma all’ultimo minuto il bambino si è ammalato, povero piccolo, è così delicato che se lo vedessi ti spaventeresti a morte, oh, mio Dio, devo chiamare Kate Allen per sapere come sta, ho detto a Freddy di ricordarmelo – gli dicevo: “Uno di questi giorni” gli faccio “non mi vedrai più seduta qui”. Gli dico: “Mi impacchetto solo uno spazzolino e un paio di calze di ricambio e quando avrai di nuovo mie notizie sarò in Egitto o in India o da qualche altra parte”. Oh, sono una viaggiatrice nata io!»
«Davvero?» fece lui.
«L’Arabia!» esclamò lei. «Be’, ma te lo immagini? Raccontami tutto. Innanzitutto: ti è piaciuta?»
«Sì, mi sono divertito» rispose lui.
«Ma pensa!» disse lei. «Laggiù, in quel posto lontano. Be’, mi sono chiesta spesso come sia l’Arabia. Raccontami qualcos’altro. È vero che è terribilmente piena di sabbia?»
«Be’, sì, è vero» rispose lui. «Ma, vedi…»
«Sabbia!» esclamò lei. «Lungi da me! Dopo quest’estate a Dune Harbor ne ho avuto abbastanza della sabbia. Anche se facevi attenzione ti entrava sempre nelle scarpe, e i bambini la portavano in casa a chili: pensavo di diventare matta. Sei mai stato a Dune Harbor?»
«No» rispose lui. «No, non ci sono mai stato.»
«Be’, non ci andare» disse lei. «Nient’altro che sabbia, sabbia, sabbia. Puoi trovare tutta la sabbia che vuoi in quel posto, senza dover andare fino in Arabia.»
«Ma, vedi» disse lui, «in Arabia è diverso…»
«E Freddy sulla spiaggia!» esclamò lei. «Saresti morto. Il primo giorno che è sceso in spiaggia si è steso lì e non si è più mosso, e dopo… cosa non erano le sue spalle! Ti ho pensato, subito. Ho detto che se avessi visto quelle spalle saresti morto, punto e basta!»
«Dev’essere stato terribilmente buffo» disse lui. «Ma stavo dicendoti che in Arabia è…»
«Ecco, sì» disse lei. «È esattamente quello che voglio che tu faccia. Raccontami tutto del tuo viaggio. Voglio sentire ogni singolo particolare. Com’è stato? Com’era la gente? Sono proprio tutti… arabi e tutto il resto?»
«Be’, ovviamente» disse lui. «C’è un sacco di…»
«Ma pensa!» disse lei. «Arabi! Non è proprio spiccicato a un libro? Oh, dev’essere proprio come me lo sono figurato. Raccontami di tutti questi arabi. Come sono?»
«Insomma… sono praticamente identici a chiunque altro» disse lui. «Certi sono davvero belle persone, e certi altri non sono tanto per bene. Ma la maggior parte è praticamente…»
«Sai una cosa?» disse lei. «Sono sempre stata convinta di poter andare d’accordo con gente come quella. Gli arabi e cose del genere. A me interessano le persone, e loro a quanto pare lo capiscono e mi lasciano entrare nel loro io più segreto. Faccio di continuo amicizia con più gente possibile! Chiedi a Freddy. Una volta mi fa: “Certo che nessuno potrà dire che sei snob”. E io l’ho preso come un complimento, sai? Gli arabi! Oh, mi piacerebbero da matti! Be’, vai avanti, raccontami del viaggio. Dove stavi?»
«Be’» rispose lui, «per un sacco di tempo ho vissuto proprio con la gente del posto. Sai, volevo…»
«Ma pensa! Proprio con loro!» esclamò lei. «Ma non era terribilmente scomodo e tutto il resto?»
«Sono stati incredibilmente gentili con me» disse lui. «E non appena ti sei abituato alla cosa cominci a…»
«Ah, ma io ci riuscirei» disse lei. «Ci riuscirei in mezzo minuto. Non m’importa cosa mi tocca sopportare, a patto di essere in viaggio e vedere cose nuove. Quando siamo stati a Milano, tre anni fa, siamo andati in questo piccolo albergo… un posto talmente affollato! C’erano solo americani, ovunque andassi. Dicevo sempre a Freddy: “Certo che potrebbero avere il buonsenso di starsene a casa!”. Comunque, stavamo in questo alberghetto e sai cosa ci è successo? Be’, a te lo dirò, perché sei un vecchio amico, ma se solo ti azzardi…! Abbiamo preso le pulci. Da non crederci. Pulci. Freddy era impazzito, sai com’è lui, ma io gli ho detto solo: “Be’, è il genere di cose che devi aspettarti quando viaggi”. Oh, io sono fatta così. Niente riesce a scuotermi. Ma senti, questi arabi… Non sono loro che hanno un sacco di mogli o qualcosa del genere?»
«Mah, tanti sì, hanno più di una moglie» disse lui. «Vedi, il modo in cui considerano la cosa è una questione di…»
«Non sono tremendi?» disse lei. «Ma pensa, più di una moglie! È una cosa molto orientale, non credi? Sono tremendi! E non fingono tutti di essere terribilmente religiosi o qualcosa del genere?»
«A quanto pare la religione significa molto per loro» disse lui. «Non importa quanto povero sia un uomo, non importa dove vada, porta sempre con sé la sua stuoietta per…»
«Sì, lo so» fece lei. «I tappetini da preghiera. Così li chiamano. Tappetini da preghiera. Non lo scorderò mai: prima di sposarmi avevamo questo meraviglioso tappetino da preghiera in soggiorno, davanti al pianoforte. Noi ragazze ci scherzavamo sempre. Tormentavamo papà chiedendogli a chi di noi l’avrebbe lasciato… Oh, lui ci teneva talmente a quel tappetino da preghiera! Così poi papà si è risposato, e naturalmente ha tenuto il tappetino sempre là, nello stesso posto. Ah, a parlare di quel tappetino da preghiera ci facciamo sempre tante risate!»
«Davvero?» chiese lui.
«Davvero» disse lei. «Santo cielo, quel tappetino! Oh, era proprio stupendo, per chi apprezza queste cose. Azzurro e giallo e una quantità di altri colori. E ogni cosa nel disegno aveva un significato. Oh, sono terribilmente abili in questo, gli arabi. Riescono a fabbricare delle cose davvero graziose. Immagino che tu ne abbia viste un sacco.»
«Sì» disse lui. «Sì, un sacco.»
«Io vado matta per i loro lavori» disse lei. «Mi piacerebbe vederli mentre li eseguono. Ho pensato spesso cosa mi piacerebbe fare, mi piacerebbe proprio… Oh, ecco Freddy, già sulla porta. Vuole tornare a casa. Non è sempre la solita vecchia mummia? Caschi il mondo, lui vuole andare a casa alle undici e mezzo. Io gli dico: “Sei come un orologio”, gli dico: “Tutte le volte che siamo a una festa so sempre quando sono le undici e mezzo”. A essere sincera lo prendo in giro da morire. Ma lui non fa mai caso a quello che dico. Ride e basta. Be’, sono proprio morta anch’io, comunque. Tutto il giorno in giro a far compere… è una cosa che mi uccide. Rimando sempre fino all’ultimo, tanto odio andare per negozi. Allora, senti, devi proprio venire a trovarci. Ci siamo rimasti talmente male per come ti sei comportato… Verrai presto? Vero? Ti prego, ti prego, ti prego!»
«Sei molto gentile» disse lui.
«Ed è stato semplicemente meraviglioso sapere tutte quelle cose sull’Arabia. Caspita, mi hai fatto sentire una terribile pantofolaia, a non muovermi mai da qui. Ma un giorno o l’altro lo farò. Ti avverto. Uno di questi giorni ti sveglierai e io sarò già dall’altra parte del mondo. Io sono così… devo farlo, prima o poi. Guarda che muso lungo ha Freddy! Visto che siamo seduti qui da così tanto tempo probabilmente pensa che stiamo escogitando un piano per fuggire insieme. Oh, lui lo sa che razza di viaggiatore sei! Allora, verrai presto, vero? C’è un mucchio di cose che voglio chiederti. Non pensare di aver esaurito l’argomento Arabia, assolutamente no. Vieni presto! Sei avvertito Muvver! Non fare il cattivone. Hai capito?»
«Grazie, grazie davvero» disse lui.
«’Notte nottina» disse lei. «Sogni d’oro.»
«Buonanotte» disse lui.
Lei si avviò per raggiungere Freddy.
«The New Yorker», 30 ottobre 1926

Casanova da salotto

La padrona di casa, tutta sorrisi e luccichii e piccoli passi di danza abortiti, guidò il giovane con le basette attraverso la stanza verso la ragazza alla quale avevano detto già due volte che assomigliava a Clara Bow.1
«Eccola!» esclamò. «Ecco la ragazza che stavamo cercando! Miss French, permetta che le presenti Mr Bartlett.»
«Sono lieto di fare la sua conoscenza» disse Mr Bartlett.
«Chiedo scusa per il guanto bagnato» disse Miss French.
«Ah, che coppia!» disse la padrona di casa. «Non aspettavo altro che di vedervi insieme. Sapevo che vi sareste intesi immediatamente. Non ti avevo detto che ha un portamento elegantissimo, Alice? E a te, Jack, non ho ripetuto centinaia di volte che era uno spasso? Ed è sempre così. Aspetta di conoscerla bene come la conosco io! Accidenti, come vorrei fermarmi qui ad ascoltarvi chiacchierare!»
E tuttavia, visto che il suo desiderio era irrealizzabile, sorrise di cuore, agitò la mano come una deliziosa bambinetta che fa ciao ciao e riattraversò la stanza a passo di danza scozzese, indossando di nuovo il fardello dell’ospitalità.
«Ehi, dove ti eri nascosta finora?...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. STORIE
  5. BOZZETTI