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Andrew
Fino a qualche mese fa, quando mi trovavo in quel letto d’ospedale, non pensavo nemmeno che sarei sopravvissuto. Figuriamoci se potevo immaginare che avrei aspettato un bambino e mi sarei fidanzato con un angelo dalla lingua lunga. E invece eccomi qui. Anzi, eccoci qui, io e Camryn, ancora insieme a sfidare il mondo. Alla fine le cose hanno preso un’altra piega rispetto ai nostri programmi, come sempre, in fondo. Comunque, anche se potessimo, non cambieremmo niente.
Adoro questa poltrona. Era la preferita di mio padre e l’unica tra le sue cose che ho voluto tenere per me. Certo, ho ereditato anche una bella sommetta, assegno che permetterà a me e Camryn di stare tranquilli per un po’, e ovviamente la Chevelle, ma a questa poltrona ci sono proprio affezionato. So che Camryn la detesta, ma dato che era di mio padre, non me lo dirà mai. Non posso biasimarla se non le piace: è vecchia, puzza e sull’imbottitura c’è una bruciatura di sigaretta che risale a quando mio padre fumava. Le ho promesso che la porterò a lavare. E lo farò, non appena lei deciderà se restare a Galveston o tornare in North Carolina. A me va bene tutto ma qualcosa mi dice che Camryn sta nascondendo ciò che vuole davvero.
Sento spegnere la doccia e qualche secondo dopo una botta fortissima fa vibrare i muri. Scatto in piedi lasciando cadere il telecomando e mi precipito in bagno. Prendo in pieno il tavolino con lo stinco e mi faccio un male cane.
Spalanco la porta.
«Cos’è successo?»
Camryn scuote la testa e sorride, poi si piega a raccogliere il phon che è caduto per terra.
E io sospiro di sollievo.
«Sei più paranoico di me» ride.
Si accorge che mi sto massaggiando la gamba, allora poggia il phon e viene a darmi un bacio sulla bocca. «A quanto pare, non sono l’unica a cui capitano degli incidenti.»
Le metto le mani sulle spalle e la avvicino a me, poi le accarezzo il pancino appena arrotondato. Quasi non si vede che è incinta. Pensavo che al quarto mese già sarebbe stata una specie di ippopotamo in miniatura, ma che ne so io di queste cose?
«Forse» rispondo, cercando di nascondere che sono arrossito. «O forse l’hai fatto apposta, solo per vedere quanto ci avrei messo ad arrivare.»
Camryn mi bacia ancora, poi sferra l’attacco definitivo, e mi bacia con passione premendo il suo corpo nudo e bagnato contro il mio. Gemo e la stringo più forte.
Ma la allontano prima di cadere nella sua trappola.
«Ehi, ragazza, meglio che la smetti.»
«Sicuro?» mi chiede, con quel suo sorriso che non promette mai nulla di buono.
Quando fa così mi spaventa. Una volta, dopo una discussione, mi ha sorriso allo stesso modo e non abbiamo fatto sesso per tre giorni. I peggiori della mia vita.
«Be’, no» rispondo, nervoso. «Intendevo, meglio che la smetti adesso. Tra mezz’ora esatta dobbiamo essere dal medico.»
Speriamo che resti così per tutta la gravidanza. Ho sentito storie orribili di donne che prima vogliono farlo tutti i giorni, poi diventano enormi e appena le tocchi si trasformano in mostri sputafuoco.
Trenta minuti. Cavolo, avrei tutto il tempo di sbatterla sul ripiano…
Camryn mi sorride dolcemente, poi comincia ad asciugarsi. «Dieci minuti e sono pronta» dice, facendomi segno di uscire. «E non dimenticarti di innaffiare Georgia. Hai poi trovato il cellulare?»
«No» rispondo. Sto per uscire dal bagno, poi aggiungo con un sorriso allusivo: «Mmm, magari potremmo…».
Camryn mi sbatte la porta in faccia e io mi allontano ridendo.
Perlustro tutta la casa in cerca delle chiavi; guardo tra i cuscini del divano e nei posti più improbabili, finché non le trovo sotto una pila di volantini pubblicitari ammucchiati sul bancone della cucina. Mi fermo un momento e ne prendo in mano uno. Camryn non mi permetterà mai di buttarlo: era quello che stava guardando mentre era al telefono con il centralino del pronto soccorso, la mattina in cui ho avuto quella crisi epilettica davanti a lei. Credo sia convinta che quel pezzo di carta abbia contribuito a salvarmi la vita; in realtà ha solo aiutato lei a capire cosa mi stava succedendo. Era una crisi innocua, e in seguito ne ho avute altre. Anche in quell’hotel a New Orleans, prima che dormissimo insieme. Quando alla fine le ho raccontato tutto, non c’è bisogno che lo dica, Camryn si è un po’ arrabbiata.
Ha paura che il tumore possa tornare. Credo che sia ancora più preoccupata di me.
Se torna, torna. Affronteremo la cosa quando sarà il momento. Insieme possiamo affrontare tutto.
«Dobbiamo andare, piccola!» grido dal salotto.
Camryn esce dalla nostra stanza con addosso un paio di jeans aderenti e una T-shirt altrettanto stretta. E i tacchi. I tacchi?
«Le schiaccerai la testolina con quei jeans» commento.«
No, non le – o non gli – schiaccerò niente» ribatte. Prende la borsa dal divano e la mette a tracolla, io le afferro la mano e la guido fuori, poi chiudo la porta alle mie spalle.
«Sono certo che sarà una bambina» dico.
«Scommettiamo?» E mi guarda facendomi una smorfia.
Usciamo nell’aria tiepida di novembre e io le apro la portiera dell’auto. «Lo sai che mi piace scommettere» ribatto ridacchiando.
Camryn scivola sul sedile e io faccio il giro per salire. Appoggio i polsi sul volante e la guardo, in attesa. Lei mi sorride e si mordicchia piano un labbro mentre riflette; i capelli biondi le scendono sulle spalle, gli occhi blu brillano di felicità.
«Sei tu quello sicuro» risponde dopo un po’, «quindi scegli tu cosa scommettere e io decido se accettare o no.» Si interrompe e mi punta un dito contro. «Ma niente sesso. Direi che su quel fronte dovresti già essere soddisfatto. Pensavo più a…» agita la mano in aria, «non so… a una sfida, o a qualcosa di importante.»
Mmm, sono ufficialmente in difficoltà. Infilo la chiave nel cruscotto, ma aspetto ancora un istante prima di mettere in moto.
«Ok, allora, se è una bambina il nome lo scelgo io» dico, sorridendo orgoglioso.
Camryn aggrotta appena la fronte e alza il mento. «Non mi piace questa scommessa. Una cosa così dovremmo deciderla insieme, no?»
«Be’, sì, ma… non ti fidi di me?»
Esita. «Sì… mi fido, però…»
«Non se scelgo il nome di nostra figlia.» Alzo un sopracciglio con sguardo interrogativo, ma solo per prenderla un po’ in giro.
Camryn non riesce più a guardarmi negli occhi; sembra a disagio.
«Allora?» insisto.
Incrocia le braccia. «E quale nome avresti in mente, di preciso?»
«Cosa ti fa pensare che ne abbia già scelto uno?»
Giro la chiave e metto in moto la Chevelle.
Camryn mi fa una smorfia e piega la testa da una parte. «Ma per favore! È ovvio che hai già in mente un nome, altrimenti non saresti così sicuro che è una femmina e non scommetteresti con me poco prima dell’ecografia.»
Distolgo lo sguardo ridendo e ingrano la retromarcia.
«Lily» rispondo, e lancio un’occhiata a Camryn mentre esco dal parcheggio. «Lily Marybeth Parrish.»
Camryn increspa le labbra in un sorriso.
«Carino.» Il sorriso si allarga sempre di più. «Devo ammettere che ero un po’ preoccupata. Perché Lily?»
«Nessun motivo particolare. Mi piace.»
Lei non sembra convinta e mi guarda sospettosa.
«Davvero! Penso al nome da quando mi hai detto che eri incinta.»
Il viso di Camryn si addolcisce, e io devo davvero sforzarmi per non lasciarmi andare completamente e arrossire come uno scemo.
«Hai pensato a un nome per tutto questo tempo?» mormora felicemente stupita.
Ok, arrossisco comunque.
«Sì. Non ne ho ancora trovato uno da maschio che mi convinca, ma abbiamo ancora qualche mese per rifletterci.»
Camryn continua a guardarmi raggiante. Non so cosa le stia passando per la testa, ma più lei mi fissa così, più io arrossisco.
«Cosa c’è?» le chiedo, lasciandomi sfuggire una risata.
Lei si allunga sul sedile e mi prende il mento tra le dita. Poi mi bacia.
«Ti amo» sussurra.
«Ti amo anch’io, adesso però mettiti la cintura.»
Per tutto il tragitto verso l’ambulatorio continuiamo a guardare l’orologio sul cruscotto. Otto minuti. Cinque. Tre. Quando entriamo nel parcheggio, credo che Camryn sia agitata quanto me. Tra pochissimo vedremo per la prima volta nostro figlio o nostra figlia.
E pensare che fino a pochi mesi fa non sapevo nemmeno se sarei sopravvissuto…
«Non ne posso più di aspettare» sussurra Camryn.
Siamo seduti in sala d’attesa. È strano essere qui, nello studio del medico, circondati da così tante ragazze con il pancione. Guardarle mi spaventa un po’. Alcune non paiono particolarmente felici. Sembra che su tutte le copertine delle riviste maschili poggiate sul tavolino ci sia lo stesso tizio a bordo di una barca che regge un grosso pesce tenendolo per la bocca. Faccio finta di leggere un articolo.
«Siamo qui solo da dieci minuti» sussurro a mia volta. Appoggio il giornale e le sfioro una coscia col palmo della mano.
«Lo so, è che sono nervosa.»
Sto per prenderle la mano quando un’infermiera con un’uniforme rosa compare da una porta laterale e chiama Camryn. La seguiamo.
Mi appoggio al muro mentre si spoglia e si mette una di quelle camiciole da ospedale. La prendo in giro perché ha il sedere in bella vista: lei finge di offendersi, ma il rossore sulle guance la tradisce. Poi ci sediamo e aspettiamo. E aspettiamo ancora, finché non arriva un’altra infermiera.
Si lava le mani, poi, dopo le presentazioni, chiede a Camryn: «Hai bevuto abbastanza acqua un’ora prima della visita?».
«Sì» risponde Camryn.
Sono sicuro che è preoccupata che il bambino abbia qualcosa che non va e che lo scopriremo con l’ecografia. Ho provato a convincerla che andrà tutto bene, ma non è servito.
Camryn è dall’altra parte della stanza e mi guarda, così mi avvicino. L’infermiera infila un paio di guanti di lattice e ci fa qualche domanda. Io cerco di rispondere a quelle che posso, perché Camryn è sempre più in ansia e quasi non apre bocca. Le stringo la mano per tranquillizzarla.
L’infermiera le spalma del gel sulla pancia e lei fa un profondo respiro.
«Wow, che bel tatuaggio» dice la donna. «Un tatuaggio così grande deve avere un significato particolare.»
«Sì, è molto speciale» risponde Camryn guardandomi e sorridendo. «Rappresenta Orfeo. Andrew, invece, ha Euridice. Ma è una lunga storia.»
Orgoglioso, sollevo la maglietta per mostrare il mio tatuaggio all’infermiera.
«Incredibile» commenta lei. «Non è una cosa che si vede tutti i giorni.»
Inizia a muovere la sonda, e sul monitor compare prima la testa del bambino, poi il gomito e infine tutto il corpo. Camryn allenta la stretta alla mia mano, mentre l’infermiera sorride e ci dice che va tutto bene. L’espressione di Camryn passa da nervosa a seria, poi sollevata e infine felice. Anch’io sorrido.
«Sicura che non ci sia niente che non va?» chiede Camryn. «Sicura sicura?»
L’infermiera annuisce e mi lancia un’occhiata. «Sì, per il momento non c’è niente che non va. Lo sviluppo è nella norma; la mobilità e il battito anche. Puoi stare tranquilla.»
Camryn mi guarda e ho la sensazione che sti...