1
Blake
Avevo un fuoco nel petto che si irradiava in tutto il corpo; un dolore familiare, che mi piaceva da morire. C’era solo un’altra sensazione che amavo di più. Be’… due, se considerate anche il sesso.
Il torpore.
Il torpore costante era la mia euforia.
So che non ci credete. È normale.
I miei piedi rimbombavano sull’asfalto. Il sudore mi gocciolava dai capelli, scendendo lungo il collo e la schiena nuda. Chiusi gli occhi, per incoraggiare il torpore a manifestarsi. Volevo sentirlo ovunque. Forse dovrei mollare il basket e come hobby fumarmi le canne. Sorrisi: papà ne sarebbe stato proprio contento. Un altro motivo per litigare.
Non avevo ancora sollevato le palpebre, conoscevo quel sentiero nel parco meglio di casa mia. Una delle ragioni per cui stavo correndo alle due di notte di sabato. O di domenica mattina? Chi se ne frega.
Superai una curva e, dopo nemmeno cinque passi, andai a sbattere contro qualcosa. Spalancai gli occhi e mi ritrovai a fissare una ragazza a terra.
«Oh, cazzo, scusa» dissi ansimando, tentando di riprendere fiato. Appoggiai le mani sulle ginocchia, in attesa che il cuore rallentasse. Mi pizzicava la pelle, e i muscoli vibravano per l’impatto. Ero alto quasi un metro e novanta e avevo un fisico scolpito da allenamenti costanti e rigorosi: se nella collisione avevo provato dolore io, lei doveva essere mezza morta.
Si mise lentamente a sedere. Teneva la testa piegata e i capelli biondi le coprivano il viso. Si scrutò i palmi. Sangue.
«Merda! Mi dispiace tantissimo!» Panico. Mi accovacciai di fronte a lei e le presi le mani per studiare la ferita. Lei le allontanò di colpo e tirò su con il naso, allungando le gambe davanti a sé. Indossava una minigonna che lasciava poco all’immaginazione.
«Cavolo» sussurrò, ancora a testa bassa.
Spostai lo sguardo dall’orlo della gonna alle sue ginocchia. Sangue.
«Cazzo, mi dispiace tantissimo» ripetei per la seconda volta.
Era buio, le uniche luci provenivano dalla luna e da un lampione distante una quindicina di metri. Volevo vederla in faccia, ma ero troppo imbarazzato per chiederle di guardarmi.
«Tutto okay?»
Prima che potesse rispondermi, un fruscio proveniente dai cespugli attirò la nostra attenzione.
Sbucò un ragazzo circa della mia età. Era rozzo, quanto meno più dei ragazzi che frequentavo di solito. Si sfregò la bocca con il dorso della mano. Sangue. Fissò la ragazza e sibilò: «Puttana del cazzo!».
Lei si alzò cautamente in piedi.
A quel punto tutte le tessere del puzzle andarono al loro posto.
Lui: labbra carnose, maglietta strappata e patta aperta.
Lei: top stracciato da cui sbucava il reggiseno. Arricciò le labbra, i suoi occhi diventarono due fessure, si infiammarono, e urlò: «Vaffanculo!».
Lui avanzò verso di lei, minaccioso.
Mi misi subito tra loro, afferrai il ragazzo per un braccio mentre con l’altro, dietro di me, tenevo lei per la vita. Sentivo il suo respiro affannato sulla schiena.
«E tu chi cazzo sei?» domandò il tipo, cercando di liberarsi dalla mia presa.
«Io sono Blake. Tu chi cazzo sei?»
Scoppiò a ridere, sul volto un’espressione di sfida. «Sei la sua guardia del corpo?»
Ero decisamente più alto di lui e l’avrei battuto senza problemi. «Non lo so, coglione. Pensi che le serva?»
Il tizio tentò ancora di divincolarsi, ma lo strinsi di più. Poi gli sfuggì una risata cinica. «Buona fortuna, allora. È solo una rizzacazzi: va in giro vestita come una troia ma non te lo succhia nemmeno.» La osservava da dietro la mia spalla. «Stronza!»
Scattò qualcosa in me. Mi andò il sangue alla testa, il torpore era ormai svanito. Chiusi velocemente il pugno, stavo per colpire…
L’avrei fatto, se non fosse stato per la biondina, che adesso avevo di fronte. Tra me e il mio obiettivo. Mi abbassò il braccio facendo forza con tutto il suo peso. «No» intervenne, spalancando gli occhi. «Non se lo merita.» Il suo tono di voce era tranquillo, ma con lo sguardo mi implorava di lasciar perdere. Restai così sorpreso da quel gesto che mollai Testa di Cazzo all’istante.
«Hai tre secondi per sparire o ti spacco la faccia» lo avvertii.
La ragazza mi teneva le mani premute contro il petto. La guardai dritto negli occhi. Continuava a implorarmi.
Udii un «vaffanculo» e poi un rumore di passi pesanti che si allontanavano. Non le staccai gli occhi di dosso.
Dopo un’eternità, lei abbassò il capo. Si accorse di avere ancora i palmi sul mio torace. «Oh, merda. Scusa» disse, nascondendole dietro la schiena.
«Tutto okay?» le chiesi.
«Sì. E tu?»
La studiai con discrezione. Era un disastro: ginocchia sbucciate, capelli in disordine. Aveva smarrito un infradito. Quando il mio sguardo si posò sul reggiseno viola, che spuntava dal top strappato, lo distolsi immediatamente.
Lei si schiarì la voce e incrociò le braccia al petto per coprirsi. Era immobile, si mordicchiava soltanto il labbro. Si sfregò una guancia con la mano e sussurrò: «Grazie».
Aggrottai la fronte. Era da un bel po’ che non incontravo una sincerità così genuina. «Non c’è problema. Davvero.»
Provò a sorridere e si sfilò l’infradito. Tremava.
«Be’, grazie di avermi salvata.» Sorrise dolcemente, e con la testa fece un cenno in direzione del sentiero alle nostre spalle. «È meglio che vada.»
Annuii. Poi fui colto da un improvviso buonsenso e la bloccai. «Non dovresti allontanarti a piedi da sola, soprattutto…» Mi interruppi bruscamente. «Vestita così» era la cosa più sbagliata da dire, quindi optai per: «Visto che è così tardi».
«Non c’è pericolo» mi assicurò, guardandosi intorno nell’oscurità che ci circondava.
Non smetteva di tremare.
Afferrai la mia maglietta, che tenevo infilata nell’elastico dei pantaloni, e gliela porsi. «Forse è un po’ sudata e potrebbe non essere proprio profumata, ma almeno ti riscalderà.»
«Grazie, Blake.»
«Di niente, uhm…?»
Cercò il mio sguardo, poi rispose: «Abby».
«Abby» ripetei. «Almeno lascia che ti accompagni.»
Esitò un secondo, quindi aggiunse: «Devo recuperare la borsa e il telefono». Mi studiò per un attimo. «Immagino che tu non abbia un cellulare da qualche parte per illuminare, vero?»
«No, è in macchina…» replicai indicando il parcheggio. «Possiamo andare a prenderlo e tornare qui.»
Imprecò a bassa voce. «Non importa. Tanto non penso che riusciremmo a ritrovare questo posto al buio. Tornerò io domattina.»
Sorrisi. Conoscere benissimo il parco aveva i suoi vantaggi. «So dove siamo. Tranquilla.»
«Sicuro? Non è che stavi… andando da qualche parte?»
La notte amplificò l’eco della mia risata. «Sì, Abby, sono sicuro. Dove vuoi che vada conciato in questo modo?»
A quel punto sorrise. Notai la soddisfazione nei suoi occhi. «Non lo so.» Si strinse nelle spalle. «Ad ammazzare qualcuno?»
«Che cosa?» esclamai, sorpreso dalla sua battuta. Mi voltai e mi diressi verso il parcheggio.
Mi raggiunse e continuò: «Pensaci. Quante volte si sentono notizie di cadaveri ritrovati nei parchi? E sai chi li scopre sempre? Quelli che fanno jogging».
Mi girai a osservarla, piegando leggermente il capo, cercando di capire se scherzasse o no.
Si sforzò di nascondere un sorriso e aggiunse: «Mi sembra un po’ sospetto che siate sempre i primi ad arrivare sulla scena del delitto. La mia teoria è che siete un manipolo di assassini, e la scampate usando la scusa della corsa. Forse frequentate addirittura dei club segreti dove vi vantate degli omicidi».
Scoppiai a ridere. «Una teoria molto interessante.»
«Be’» disse, dandomi una gomitata sul fianco, «almeno quando mi ucciderai saprai che ti avevo già scoperto.»
«Eppure, nonostante siano le due di notte e sia buio pesto, mi hai seguito in un parcheggio deserto perché sei convinta che ti aiuterò a ritrovare le tue cose. Non sei minimamente preoccupata di quello che potrebbe capitarti?» A parte gli scherzi, avrebbe dovuto davvero essere un po’ agitata.
«No, Blake. So che con te sono al sicuro.»
Pronunciò il mio nome in modo strano.
Restammo in silenzio fino alla macchina.
2
Blake
Aprii la portiera, tirai fuori una bottiglia d’acqua e gliela porsi. Abby mi ringraziò e ne bevette metà in un sorso. Frugai nella sacca da ginnastica sul sedile posteriore e scovai una maglietta per me; a lei diedi il mio giubbotto. Le stava grande, più che a Hannah: le arrivava quasi alle ginocchia. Lo abbottonò fino al collo, con le dita strette intorno all’orlo delle maniche.
«Cosa?» La sua domanda mi risvegliò dai miei pensieri.
«Le scarpe» borbottai.
«Cosa?» ripeté.
Mi girai e setacciai tutte le schifezze nascoste sotto il sedile posteriore. Da qualche parte doveva esserci un paio di infradito di Hannah. Si era rifiutata di riprendersele quando le avevo detto di averle trovate. Forse era un modo per marcare il territorio. Sempre meglio delle mutandine o del reggiseno. Le gettai davanti ai piedi di Abby.
Lei fece una smorfia. «Ragazza?»
«Sorella» mentii. Perché cazzo ho mentito?
Era ovvio che non mi aveva creduto, ma non domandò altro; si limitò a infilarle e ad aspettare, con le mani nelle tasche.
Tornammo nel punto in cui ci eravamo scontrati. Immaginavo che avesse intuito la mia bugia.
Infransi il silenzio. «Vai a scuola in zona? Cioè, nel senso, quanti anni hai? Secondo me più o meno la mia età. Io sono all’ultimo anno.» Un istante dopo aggiunsi: «Ho diciotto anni». Un’informazione fondamentale, davvero.
«Ecco, appunto, Blake.» Pronunciò il mio nome con lo stesso tono di prima. Poi proseguì: «Niente domande. Evitiamo tutta l’imbarazzante trafila dei convenevoli per conoscerci. Molto probabilmente non ci vedremo mai più. Okay?».
«Uhm… Okay.»
«Ottimo.» Dopo un momento di esitazione disse: «Di solito non mi vesto così».
Mi sembrò strano che avesse voluto specificarlo. Teneva la testa bassa, il volto nascosto dai capelli. La studiai con attenzione, colpito dall’interesse che provavo per lei. «Abby, non sono nella posizione per giudicare.»
Lei sollevò il capo, si accigliò e mi scrutò confusa. Non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. Batté le palpebre e la comunicazione silenziosa tra noi si ruppe. «Grazie, Blake.»
Ogni volta che diceva il mio nome avevo l’impressione che un treno merci mi attraversasse la mente. Perché lo pronuncia così?
«Di niente, Abby.»
Sorrise. Doveva essersi accorta che la stavo prendendo in giro, ma non ci badò. Mi ferma...