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L’autonomia
Sollevai la bambina verso una lampada perché fosse ben visibile, guardai il medico con gli occhi iniettati di sangue, e formulai il mio quesito in modo fermo e chiaro: «Mi dica, dottore», gli dissi. «Lei fa questo lavoro da molto tempo.» (Lanciai uno sguardo significativo alla bambina.) «Sta rovinando la mia vita. Non mi lascia dormire, mina la mia salute, mi impedisce di lavorare, guasta i miei rapporti con mia moglie, e… e… e è brutta.» […] Facendo un grande sforzo, riuscii a controllarmi per formulare la mia unica semplice domanda e perorazione. «Perché le voglio bene?»
Melvin Konner, L’ala impigliata1
Ho conosciuto Jessie Thompson a metà marzo, un periodo difficile per i genitori del Minnesota. Nel resto degli Stati Uniti era già primavera, ma lì mancava ancora almeno un mese al giorno in cui i bambini sarebbero potuti uscire in giardino senza rischiare l’assideramento. Per tutta la settimana avevo partecipato ai corsi di «Educazione famigliare nella prima infanzia» che si tenevano a Minneapolis, a St. Paul e nei dintorni, e avevo ascoltato le esperienze di circa 125 genitori.2 Quasi tutti a un certo punto dicevano la stessa cosa: i loro nervi erano a pezzi e così i giocattoli dei loro figli; la plastilina si era seccata e i mattoncini Lego erano sparsi per tutta la casa. Avevano tutti la faccia di passeggeri rimasti troppo a lungo in classe turistica, che non vedono l’ora di sbarcare dall’aereo.
Il programma ECFE (Early Childhood Family Education) esiste solo in Minnesota ed è seguitissimo: motivo per cui mi ero recata fin lì. In cambio di una retta graduata in base al reddito (e in certi casi a titolo gratuito), ogni genitore di un bambino che non vada ancora all’asilo può frequentare gli incontri settimanali. E sono in molti a farlo: nel 2010 si sono iscritti quasi 90.000 madri e padri. Durante gli incontri si affrontano diversi temi, ma è sempre un’occasione di confidarsi, sfogarsi e imparare qualcosa.
La prima metà di ogni incontro ha una struttura semplice: genitori e bambini interagiscono in un gruppo guidato da facilitatori dell’ECFE, specializzati nell’educazione della prima infanzia. Ma è nella seconda metà dell’incontro che le cose si fanno interessanti: i genitori lasciano i bambini nelle mani di quegli stessi professionisti e si spostano in un’altra stanza, dove per sessanta splendidi minuti ridiventano adulti. Si beve caffè, ci si rilassa, si confrontano gli appunti. La discussione è sempre moderata da uno degli educatori.
Ho fatto la conoscenza di Jessie a uno degli incontri di un piccolo gruppo ECFE e mi è piaciuta subito: è una di quelle donne che non sanno di essere belle e hanno un’aria vagamente distratta. I suoi contributi alla discussione, benché a volte sarcastici («È tutta colpa di Oprah Winfrey»), lasciavano intendere anche la volontà di fare i conti con i sentimenti più oscuri e pericolosi, e anzi la capacità di vederli in modo distaccato, come un ricercatore con le sue cavie di laboratorio. A metà dell’incontro, per esempio, ha detto che la sera prima era riuscita a far visita a un’amica – un vero trionfo, considerando che aveva tre figli sotto i sei anni – «e all’improvviso ho capito: Ecco come si sente una mamma che abbandona i figli. Ora capivo perché le madri salgono in macchina e… continuano a guidare». Per un po’ si era beata della solitudine: c’erano solo lei e la strada, e nessun bambino legato sui seggiolini. «E poi, per qualche minuto, ho avuto una fantasticheria. E se continuassi a guidare?»
Non lo pensava sul serio. Jessie era chiaramente un’ottima madre, e proprio per questo era abbastanza a suo agio da riuscire a confessare quella fantasia estemporanea. Ma Jessie era anche palesemente esausta e oberata di lavoro. Aveva allestito uno studio fotografico nel seminterrato di casa e stava cercando di allargare il giro d’affari come ritrattista; arrivava a fine mese con i soldi contati e il figlio più piccolo aveva solo otto mesi. Non poteva permettersi di iscrivere i figli a corsi di calcio e di danza classica, e l’asilo nido era un lusso. Non poteva pagarsi una babysitter neppure una mattina alla settimana: ogni volta che faceva la spesa doveva caricare in macchina tutti e tre i bambini. «A volte ho delle crisi di egoismo» ha detto. «Del tipo: Non voglio cambiare un altro pannolino. Non voglio i bambini sempre addosso per tutto il giorno. Voglio poter fare una telefonata senza essere interrotta.»
Voleva semplicemente qualche breve parentesi della sua vecchia vita, ma con tre bambini piccoli in casa era difficile, sembrava quasi impossibile. Come diceva più di trent’anni fa un personaggio di Erma Bombeck: «Da ottobre a oggi non sono mai andata in bagno da sola».3
Il giorno prima siamo spiriti liberi, l’autodeterminazione fatta persona; poi ci ritroviamo genitori, carichi di fardelli e disconnessi dai ritmi consueti della vita adulta. Non è un caso che i primi anni dopo la nascita di un figlio risultino spesso, negli studi sociologici, i meno felici. Sono gli anni della trincea, brevi in sé ma interminabili per chi li sta attraversando. L’autonomia che diamo per scontata ci abbandona bruscamente quando diventiamo genitori: un rammarico che emergeva di continuo durante gli incontri ECFE.
Un padre che aveva scelto di restare a casa con i due figli ha raccontato al suo gruppo – composto interamente da padri casalinghi – di aver incontrato un ex collega in procinto di andare a Cuba per lavoro. «E così gli ho detto: accidenti, è splendido!» ha riferito digrignando i denti: era palesemente la cosa meno splendida che avesse sentito dire da molto tempo. E poi ha aggiunto:
Le persone che vedo intorno a me sembrano molto più libere, fanno cose che vorrei fare anch’io, ma che non posso fare perché ho famiglia. L’ho voluta io, questa famiglia? Sì, certo. E i miei figli mi danno gioia? Sì, me ne danno molta. Ma nella vita quotidiana è difficile ragionare così. Raramente hai la possibilità di fare ciò che vuoi nel momento in cui lo vuoi.
Fino a non molto tempo fa, cosa volessero o meno i genitori era irrilevante. Ma viviamo in un’epoca in cui la mappa dei nostri desideri si è ampliata a dismisura, e ci è stato detto che abbiamo il diritto (anzi, l’obbligo) di provare a realizzarli. In un editoriale pubblicato al volgere del millennio, lo storico J.M. Roberts scriveva: «Il ventesimo secolo ha diffuso come mai prima l’idea che la felicità umana fosse attingibile sulla Terra».4 È una prospettiva bellissima, certo, ma non sempre è un obiettivo realistico: e quando la realtà non si conforma alle aspettative, spesso incolpiamo noi stessi. «La nostra vita diventa un’elegia ai bisogni insoddisfatti e ai desideri mortificati, alle possibilità che abbiamo respinto, alle strade che non abbiamo percorso» scrive lo psicanalista inglese Adam Phillips nella sua raccolta di saggi In lode della vita non vissuta. «Il mito delle nostre potenzialità fa sembrare il lutto e il rimpianto come le cose più concrete che siamo in grado di fare.» Anche se i nostri sogni erano irrealizzabili e magari persino falsi fin dall’inizio, ci rammarichiamo di non averli inseguiti. «Non possiamo immaginare la nostra vita senza le vite non vissute che contiene» scrive Phillips.5 Così ci chiediamo: e se continuassi a guidare?
Gli adulti di oggi hanno un motivo in più per lasciarsi turbare da quelle vite non vissute: hanno più tempo per realizzare il proprio potenziale prima di avere figli. Utilizzando i dati sulle nascite in America relativi al 2010, uno studio condotto dal National Marriage Project ha calcolato recentemente che l’età media di una donna laureata al primo figlio è pari a 30,3 anni,6 e che le donne istruite «tendono ad avere il primo figlio oltre due anni dopo il matrimonio».7 La conseguenza di questo differimento è la percezione più intensa di un contrasto tra il prima e il dopo. I genitori ricordano perfettamente com’erano le loro esistenze prima che arrivassero i figli: hanno trascorso circa dieci anni a sperimentare lavori diversi, partner diversi e differenti modalità di vita. È il doppio del tempo che la maggior parte di loro ha passato all’università.
Durante la settimana di incontri ECFE cui ho partecipato, poche persone hanno descritto questo prima-e-dopo con più sincerità ed efficacia di Jessie. Tra i venti e i trent’anni aveva insegnato l’inglese in Germania, aveva lavorato in un pub in Inghilterra e per un breve periodo era stata hostess sugli aerei Delta; ora invece passava le giornate in una villetta a schiera di centoquaranta metri quadri con un solo bagno (una villetta graziosa, ma neanche troppo). Poco prima dei trent’anni aveva optato per una carriera nella pubblicità, e se la stava costruendo quand’è nato il primo figlio; ora aveva intrapreso una professione più compatibile con la famiglia (o così pensava lei), sostituendo il tranquillo ufficio in centro con un rumoroso stanzino accanto al soggiorno. «Faccio ancora molta, molta fatica» ha confessato al suo gruppo. «Fino ai trentadue anni c’eravamo solo io e mio marito.»
Avere figli amplia a dismisura l’orizzonte della nostra vita, ma stravolge anche la nostra autonomia in modi assolutamente imprevedibili, sul lavoro come nel tempo libero e nelle più banali routine quotidiane. È da qui che prende le mosse questo libro: con un esame di queste riconfigurazioni della vita e il tentativo di spiegare perché succedono e come si manifestano.
Il sonno rubato
Uno dei vantaggi di piombare in casa d’altri alle otto del mattino – al di là del fatto che tutti siano ancora in pigiama e spettinati – è che sui volti dei genitori si può leggere la storia delle ultime dodici ore. Quando vado a casa di Jessie, a South Minneapolis, qualche mese dopo il nostro primo incontro all’ECFE, suo marito, un ingegnere civile, è già uscito da molto per andare al lavoro. Ma lei è in casa, ed è stanca: evidentemente si è svegliata presto o è andata a letto tardi. Scopro che sono successe entrambe le cose.
«Prima che arrivassi tu ero così depressa» mi confessa, richiudendo la porta alle mie spalle. Indossa una canottiera a righe rosse e viola, i lunghi capelli sono bagnati e stretti in una coda di cavallo. Bella, cinque anni, e Abe, quattro, scorrazzano felici e ignari della stanchezza della madre, mentre il più piccolo, William, dorme al piano di sopra. «Il bambino si è svegliato presto» spiega Jessie. «E anche gli altri, e poi ha vomitato su uno dei peluche.» Più o meno in contemporanea Abe ha bagnato il letto, quindi c’è stato bisogno di cambiare le lenzuola e di fargli il bagnetto. Poi, a colazione, William ha iniziato a sputare il succo di frutta con una gittata impressionante. «Erano le 7.37» precisa Jessie. «Lo so perché stavo pensando: È troppo presto perché vada tutto a rotoli.»
Fin qui mi ha spiegato perché si è alzata presto; il motivo per cui è andata a letto tardi la sera prima è un’altra storia. La sera è l’unico momento in cui Jessie possa lavorare senza interruzioni, e oggi pomeriggio ha un lavoro da consegnare. Inoltre era nervosa: lei e la famiglia si trasferiranno presto in periferia, per tagliare i costi, e in teoria il trasloco dovrebbe alleviare il suo stress («Metà tasse e metà prezzo» mi spiega), ma nel nuovo quartiere non conosce nessuno. Tra le preoccupazioni e il lavoro, è andata a letto alle tre.
Alcune mattine, ammette, è così esausta che posa latte e cereali sul bancone della cucina e se ne torna a letto. «Conosco un paio di madri che dormono a sufficienza. Mi chiedo sempre come facciano, perché io di sicuro non ci riesco.»
Fra gli svariati tormenti dei neogenitori, la privazione del sonno è il più famigerato. Quasi tutti i futuri genitori, per quanti preavvisi ricevano, non comprendono appieno il problema finché non arriva il primo figlio. Forse è perché pensano di sapere come ci si sente quando si dorme troppo poco; ma c’è una differenza profonda tra un’occasionale notte in bianco e un debito cronico di sonno. David Dinges, uno degli esperti di privazione parziale del sonno più noti, afferma che la popolazione statunitense sembra dividersi più o meno equamente riguardo alla perdita di sonno prolungata tra chi riesce a gestirla più o meno bene, chi ne risente parecchio e chi reagisce in modo catastrofico.8 Il problema è che la maggioranza dei futuri genitori non sa a quale categoria appartiene fin quando ha fra le braccia il proprio neonato. (Personalmente facevo parte del terzo gruppo: due sole notti difficili ed ero già a metà strada verso l’esaurimento nervoso.)
Qualunque sia il vostro gruppo – e Dinges sospetta che sia un tratto innato, ben distribuito tra uomini e donne – le conseguenze emotive della carenza di sonno sono abbastanza gravi da aver suscitato l’interesse di Daniel Kahneman e i suoi colleghi, gli stessi che avevano intervistato 909 donne texane scoprendo che preferivano fare il bucato piuttosto che passare del tempo con i loro figli. Le donne che avevano dormito sei ore o meno provavano un’infelicità di natura diversa, quasi, rispetto a quelle che avevano dormito almeno sette ore.9 La differenza nel livello di benessere era così accentuata da superare lo scarto tra quelle che guadagnavano meno di 30.000 dollari l’anno e coloro che ne intascavano più di 90.000. (Su giornali e riviste, questa scoperta è spesso riformulata come: «Un’ora di sonno in più equivale a un aumento di 60.000 dollari»; le cose non stanno proprio così, ma quasi.)10
Un sondaggio condotto nel 2004 dalla National Sleep Foundation ha evidenziato che i genitori con figli sotto i due mesi di vita dormivano in media solo 6,2 ore; e la situazione non migliorava molto per i genitori di bambini sotto i dieci anni, che dormivano in media solo 6,8 ore a notte.11 Altri studi sono meno deprimenti: Hawley Montgomery-Downs, un neuroscienziato che ha indagato a fondo questo argomento, ha scoperto di recente che i genitori dei neonati dormono in media quanto i non genitori, 7,2 ore a notte: ma la differenza cruciale è che non sono sette ore consecutive.12
I ricercatori concordano comunque sul fatto che il sonno dei neogenitori è frammentario, imprevedibile e di pessima qualità, e non riesce ad assolvere al suo scopo primario: ristorare il corpo e la mente. Come dicevo nell’introduzione, un periodo anche breve di privazione del sonno compromette le prestazioni di una persona tanto quanto il consumo eccessivo di alcol. «Quindi potete immaginare gli effetti di quattro ore di sonno a notte per tre mesi» commenta Michael H. Bonnett, ricercatore sul sonno e direttore clinico del Kettering Medical Center di Dayton, in Ohio. «Tendiamo a considerarla una lista di effetti collaterali: “Be’, succede questo, e questo, e questo”. Ma è il confronto con gli studi sull’alcolismo a mettere davvero in luce il problema, perché la nostra società ha stabi...