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I fumetti nella città
La puzza sotto il naso
Le città sono cariche di odori. Ognuna ha il suo, una miscela di cibo, strada, tradizioni e vegetazione, indescrivibile e inconfondibile al tempo stesso. Milano, no. Milano non ha un suo odore caratteristico. Certo, ci sono le consuete puzze metropolitane che, come un’ossessione globalizzante, si possono sentire in ogni punto del mondo: urina, feci canine, sudore, gasolio… Ma, apparentemente, non sembra esistere un olezzo squisitamente milanese.
C’è dell’altro. Man mano che ci si avvicina al centro, Milano sente di nuovo. Una sensazione persistente che colpisce l’olfatto e si concreta in una frattura insanabile, ogni qualvolta ci si infila in uno dei punti in cui la storia della città è maggiormente stratificata.
Milano, nelle sue aree più prossime al Duomo, grande cattedrale che rischiara le notti meneghine con la bella Madonnina tutta d’oro e piccinina, è un posto per turisti e impiegati. Dopo il tramonto si svuota progressivamente di vita e, poiché la natura aborre il vuoto, si riempie tutta di un odore insopportabile. Odore di nuovo.
Le città sono anche scrigni. E sono difficili da aprire se si usa, come solo grimaldello, una guida turistica. Richiedono dedizione. E tempo.
Vivere e conoscere una città sono affari da oziosi. Sono lussi riservati a chi può permettersi di andare a zonzo, rallentando il passo di fronte a ogni stimolo sensoriale. Ed è proprio in casi come questi che l’assenza di odori riconoscibili diventa insopportabile. Bisogna correre ai ripari e cercare punti salvifici per i sensi e per la memoria.
Un giocoso ritratto di Gandini
Dal Duomo, allora, si attraversa rapidamente la galleria Vittorio Emanuele II, scansando fast food e centri commerciali che fanno finta di essere librerie. Lo sguardo deve essere attento e il corpo scattante, pronto a evitare i turisti che, come vuole la tradizione, piroettano sulle gonadi del toro portafortuna, una povera bestia mosaicata sul pavimento della galleria i cui testicoli vengono presi di mira quotidianamente da stormi di passanti in cerca di buona sorte. Sopravvissuti alla calca, si emerge in piazza della Scala: a destra si erge Palazzo Marino, a sinistra il Teatro alla Scala e tra i due fioriscono improbabili installazioni temporanee che fanno a gara per compromettere la bellezza dell’ambiente.
È quasi obbligatorio rallentare per puntare con passo lento il teatro. Girargli attorno è facile e, se lo si fa in senso antiorario, ci si immette in via Verdi. Là, al numero civico 2, c’è Milano Libri, una libreria che custodisce un odore indimenticabile: sente di carta, di inchiostro, di storia e di Milano.
Milano Libri
La libreria si sviluppa su tre piani.
Nel seminterrato ci sono picture book, illustrati per ragazzi e un assortimento di fumetti vecchi e nuovi. Muovendosi tra quegli scaffali allestiti con poca disciplina si percepisce il depositarsi progressivo delle ossessioni dei librai: la mania per le pinocchiate coperta da un invaghimento folle per Roberto Innocenti, su cui si è depositato uno strato di versioni illustrate di Alice nel paese delle meraviglie, scalzate dai libri di una piccola case editrice romana, e così via.
Al piano superiore c’è una distesa di libri illustrati in italiano, inglese e francese. Libri di moda, design, cinema, spray art, illustrazione, cartoons… disposti meticolosamente di costa a infittire la scaffalatura serratissima. Tutti questi volumi preziosi, a volte difficili da reperire, hanno prezzi di copertina che denunciano un modello di importazione e vendita che non ha ancora fatto i conti con i siti di commercio elettronico più agguerriti.
Il piano terra, quello cui si accede dall’ingresso, offre il discreto assortimento di editoria di qualità che la grande distribuzione libraria espone con sempre minore frequenza. Tra i librai esperti c’è una bella signora con gli occhi azzurri. Gestisce un piccolo negozio nel negozio, un angolo in cui si possono comprare vecchie riviste, pagine originali di fumetti, giocattoli e libri autografati da autori importanti e a volte dimenticati. Si chiama Anna Maria Gandini ed è la prima protagonista di questa storia.
Gandini con Roland Topor, Anna Maria Gregorietti e Laura Lepetit a Milano Libri
Il 2 aprile 1962, Anna Maria Gandini, Laura Lepetit e Vanna Vettori, con un nutrito gruppo di soci, rilevano dal signor Schwarzwald una libreria centralissima, innestandosi in un settore, quello librario, che in quegli anni sembra essere quasi esclusivamente maschile. Il negozio è molto più piccolo della libreria che può essere visitata oggi, ma la posizione centralissima, in una Milano dai confini estremamente più vicini, è l’ideale per il progetto di offerta culturale che le tre giovani signore hanno in mente.
La libreria mantiene il nome che le aveva dato il precedente proprietario e che, ancora oggi, veste con dignità e orgoglio: Milano Libri. Quel nome le calza con precisione esemplare, quasi a indicare con fermezza la relazione fortissima che il negozio vuole stringere con la città che la ospita e che in quel momento, come registrato puntualmente dal censimento del 15 ottobre 1961, ha 1.582.534 abitanti.
Le librerie stanno attraversando un periodo di grande trasformazione scatenato dalla volontà del lettore di toccare i libri. Fino a quel momento, il libraio è stato il custode di un sapere prezioso cui accedere attraverso richieste mirate. I libri, stipati alle sue spalle, esigevano che si interagisse con lui per poterli guardare, toccare e comprare.
Tra i benefici effetti della ricostruzione nel secondo dopoguerra e del miracolo economico che ha investito l’Italia dalla metà degli anni Cinquanta, c’è la nascita di nuovi lettori: una piccola e media borghesia adeguatamente alfabetizzata dai programmi scolastici ministeriali e con un’inaspettata disponibilità a spendere per cose inessenziali come il cinema, i libri, i dischi e i fumetti. Le librerie devono fare i conti con questi nuovi visitatori, sempre meno occasionali: devono inventare nuovi modi per esporre le merci, per renderle accessibili ai potenziali acquirenti, per assicurarsi che essi le paghino prima di uscire, per ordinarle nuovamente agli editori e ai distributori quando stanno per finire.
Si tratta di una tradizione portata a Milano dalla catena di librerie voluta da Giangiacomo Feltrinelli, che in città ha già aperto due punti vendita: uno nel 1957, subito dopo l’inaugurazione della catena a Pisa, e l’altro nel 1961. I negozi Feltrinelli definiscono un nuovo modo di stare in libreria per gli italiani: il libero servizio, grazie al quale la mediazione del libraio è ridotta al minimo e l’acquirente può girare con agio tra gli scaffali e prendere in mano i libri, soprattutto i tascabili che la Biblioteca Universale Rizzoli, la BUR, pubblica dal 1949.
Milano Libri si caratterizza presto. Favorisce la libera consultazione, ispirandosi, più che al modello Feltrinelli, a certe librerie parigine che tanto piacciono alle tre animatrici e inoltre decide di specializzarsi nei volumi che dedicano largo spazio all’illustrazione e alle immagini: libri per bambini, fumetti, testi sul cinema con ricco corredo iconografico… Grazie alla specificità della sua offerta, attrae una clientela attenta e fedele, costituita da lettori voraci, colti e curiosi, capaci di leggere libri in inglese e in francese ed estremamente ben disposti nei confronti delle figure. Per questi clienti, che respirano una frizzante aria di novità, le tre signore inventano un servizio inusuale: a essi vengono spediti a casa pacchi contenenti le ultime novità librarie perché vengano consultate e, all’occorrenza, acquistate. Questi acquirenti formano un circolo di amici di letture e chiacchiere, che si ferma nei locali della libreria per discutere di libri importanti e canonizzati dagli studiosi, ma anche di interessi apparentemente minori: opere di cartoonist, di illustratori per l’infanzia, di figurinai, fumettisti, fotografi, designer, illustratori, scrittori di gialli e di fantascienza.
In quella libreria, Rosellina Archinto riscopre i libri bellissimi che ha visto negli Stati Uniti e che non riesce a trovare in italiano per i suoi cinque figli. Ed è così che, ancora trentenne, nel 1966 decide di fondare la sua casa editrice, la Emme Edizioni, che in pochi anni pubblicherà libri per bambini capaci di sedurre anche gli adulti e di formare sguardi esigenti: l’edizione italiana di Piccolo blu e piccolo giallo e Federico di Leo Lionni, Il palloncino rosso e La mela e la farfalla di Iela Mari, Luca, la luna e il latte e, soprattutto, Nel paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak.
Ma la Emme Edizioni non è l’unica avventura editoriale nata all’ombra di Milano Libri. Infatti è proprio tra quelle stesse mura che Laura Lepetit, una delle socie, scopre Le tre ghinee di Virginia Woolf e, stupita dall’assenza di una sua traduzione italiana, decide di fondare, nel 1973, la casa editrice La tartaruga. Il marchio viene creato con un preciso intento programmatico: pubblicare quello e altri libri, scritti esclusivamente da donne.
E sempre in quella libreria si riunisce un curioso gruppo di amici. Discutono di musica, cinema, fumetti e letteratura. Le loro chiacchierate impetuose cominciano in libreria, si spostano al ristorante e, poi, in via Montebello, a casa Gandini, dove proseguono durante interminabili partite a carte. Da quegli accesi scambi di opinioni nasce un’idea editoriale che rivoluzionerà la storia del racconto con le figure.
Un gruppo di amici
Giovanni Gandini è una persona socievole. È nato il 14 ottobre 1929 e ha studiato Giurisprudenza e Scienze Politiche all’Università Statale di Milano. Trentenne, ha sposato Anna Maria Gregorietti. All’inizio degli anni Sessanta si occupa delle pubbliche relazioni della casa editrice Ricordi & C., e segue, con Nanni Ricordi, il settore audiovisivi. Continuerà a farlo fino a metà degli anni Sessanta, trovando il tempo per interessarsi ad altro. Nell’anno in cui, con la moglie, contribuisce a rilevare la Milano Libri, Giovanni Gandini lavora anche alla Orti Film, una casa di produzione specializzata in sperimentazioni animate per la pubblicità.
Chiunque abbia conosciuto Gandini sfodera aneddoti interessanti, a volte esilaranti. Un uomo divertente, dotato di cultura vastissima e fine conoscitore di bar e ristoranti. Ma anche un vulcano di idee, distribuite e dissipate senza alcun riguardo, che si circonda di amici e compagni di discussioni, di bevute, di passeggiate e di partite a carte. Il cazzeggio è un’arte difficile ed estremamente instabile: ci vuole pochissimo perché diventi ozio e si traduca in inutilità. Giovanni Gandini è un funambolo, capace di rimanere in bilico per un tempo apparentemente infinito sull’effimero e sul bello. Si accompagna ad alcune intelligenze vivissime e con questi suoi amici trascorre lunghe ore a chiacchierare di storie e di vita.
In quel gruppo ci sono i fratelli Cavallone, Francesco – detto Franco – e Bruno. Il primo è un giovane praticante in uno studio legale e un appassionato di lirica che, di lì a poco, sarebbe diventato un importante notaio milanese con studio in piazza Repubblica e, soprattutto, un grande traduttore dall’inglese. Sarà la sua impronta a definire il linguaggio dei Peanuts di Charles M. Schulz per come noi italiani lo conosciamo: «toffolette», «misericordia!» e «grande cocomero» sono solo alcuni dei suoi marchi di fabbrica.
Bruno, invece, è lanciato verso la carriera accademica ed è un giovane assistente presso la cattedra di Diritto processuale civile della facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli studi di Milano. È a sua volta un lettore appassionato di fumetti e – come il fratello – presterà il suo italiano a una striscia altrettanto rilevante. Sarà sua, infatti, la traduzione di Pogo, il riflessivo opossum che con la sua sgangherata combriccola di comprimari anima la palude di Okefenokee.
C’è Ranieri Carano, detto Neri, un procuratore legale che ha appena risolto un rapporto lavorativo complesso con una «Grande Case Editrice». Stanco di ricoprire il ruolo, come lui stesso ama definire, «di uomo sbagliato al posto sbagliato», trova rifugio alla Milano Libri. Ora, in libreria, ha il ruolo di direttore, al servizio delle tre signore.
C’è Salvatore Gregorietti, il cognato siciliano di Gandini, che, entrato a far parte del prestigioso studio di design Unimark International, inventerà presto linee grafiche per prodotti editoriali di classe, logotipi e linee coordinate di comunicazione per alcuni dei marchi più importanti dell’industria italiana.
C’è Vittorio Spinazzola, critico letterario tra i più attenti al contemporaneo, in una momentanea pausa dalla carriera accademica, nella quale si reimmergerà di lì a poco.
C’è Oreste del Buono, che ancora non si firma OdB ma ha già definito la propria multiforme professionalità di scrittore, critico, traduttore, consulente editoriale, giornalista e direttore di giornali.
E c’è Umberto Eco, che, dal 1959, è condirettore editoriale di Bompiani e che, nel 1962, pubblica un’importante raccolta di saggi: Opera aperta. Nel ruolo di gestione che copre presso la casa editrice, egli si avvale della sua grande curiosità intellettuale, dimostrando fin da subito un’importante attrazione per i racconti con le immagini. Nel 1961, Eco ha scritto per Mondadori la prefazione a ll paradiso, una raccolta di illustrazioni del romanticissimo e un po’ stucchevole Raymond Peynet, mentre l’anno dopo con Cathy Berberian ha curato, tradotto e prefato per Bompiani Il complesso facile: guida alla coscienza inquieta di Jules Feiffer, fumettista statunitense cui, tra qualche capitolo, dovremo obbligatoriamente rivolgere la nostra attenzione.
Nei locali della libreria fa spesso capolino anche l’avvocato Francesco Mottola, detto Ciccio. È un amico d’infanzia dei fratelli Cavallone e di Neri Carano. I quattro sono cresciuti nella stessa casa in via Bianca di Savoia, al numero civico 8. Lì hanno condiviso le ore di gioco e di lettura e hanno maturato alcune passioni comuni. In età adulta, è stato proprio Mottola a lasciarsi ossessionare, per primo, da Peanuts di Charles Schulz. Durante i suoi frequenti viaggi a Londra, compra i volumetti americani che ne raccolgono le strisce per poi prestarli e regalarli con generosità agli amici.
Charlie Brown e compagni diventano subito una presenza costante delle lunghe discussioni che prendono vita in libreria, al punto che Milano Libri inizia a importare, in esclusiva, quei volumetti. L’operazione ha esiti così felici ...