Sodomie in corpo 11
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Sodomie in corpo 11

  1. 191 pagine
  2. Italian
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Sodomie in corpo 11

Informazioni su questo libro

Un libro-mondo e una storia d'amore, un reportage sulla condizione umana, una caccia al grottesco lungo autostrade, in pizzerie, alberghi, saune, spiagge, treni, capanne, ospedali, accoppiamenti. Dal Marocco alla Tunisia, dalla Germania alla Finlandia a Leningrado, questo non romanzo di non viaggio e non sesso è un esempio lampante della maestria letteraria di Aldo Busi: ricco di un'ironia fulminante e di acrobazie linguistiche di smagliante precisione, Sodomie ha la forza di un "io" narrante ferocemente autobiografico, l'"io" di scrittore che esplora ogni altrove, ogni viaggio e ogni incontro sessuale pagina dopo pagina, senza mai allontanarsi da una divertita, e passionale, meditazione sul mestiere di scrivere e sull'essere scrittore. Un'opera unica nella letteratura italiana, che è, ed è stata, vituperata, giudicata, assolta, disprezzata, amatissima. Perché, come direbbe il poeta Paul Valéry, "Signori e signore, questa pagina di letteratura è una pagina di letteratura. E buonanotte al secchio".

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2015
Print ISBN
9788817080620
eBook ISBN
9788858678268
Sarei così denso da amare: per esempio dalle labbra mieteresti grappoli di sferee umidità vocali e con il battito dattilografico del vecchio organo potresti trascorrere molte notti a ascoltare concerti di pura retorica non dissimili da temporali di primavera. E pensa cosa questi globuli assenti potrebbero per te focalizzare sulla carta incendiando l’accademia della lontananza, l’arcadia delle tristezze pratiche nell’attesa che nuove architetture di cispa crollino sotto il rubinetto aperto d’improvviso da ogni risveglio. Non ti parlerei semplicemente d’amore, non si tratta solo d’amore: è coinvolto in questa storia il fluire circostanziato del sangue che si fa inchiostro e lui si racconterebbe attraverso la pressione dei polpastrelli sulla carne di cellulosa.
Io, in questa bella storia d’amore che devasta tanto più quanto meno c’è, c’entro sempre meno e non di più o di meno di tutti quanti, inclusi gli esclusi.
«Sa che ore sono, per piaser?»
La voce, così fresca, adolescenziale, proviene di là dalla rete che recinta l’area di parcheggio sull’autostrada appena dentro Vicenza Ovest. La sagoma di un ragazzo scontornata dal fanale del motorino in folle, guardingo.
Sorrido di questo trucco che io non ho mai saputo applicare: chiedere l’ora e trovarsi lì, pronto, qualcosa da vivere fuggendo fuori dalle lancette.
«Le sei in punto» dico, e fa buio già da mezz’ora. Si spegne il motorino. Ritorno da un premio letterario che avrà luogo domani, sono andato dietro invito con ventiquattro ore d’anticipo, dalla fretta di sbrigare un così falso impegno ho finito per non sbrigarlo più – perché domani io fino a qui non ci ritorno di sicuro, la mia fiacca ha battuto tutto il suo entusiasmo a proposito. Ero curioso di vedere chi premia una Banca Veneta e con quali crismi – gli scrittori e i poeti in lizza, innanzitutto, appartengono a quella classe affidabile di comunisti tolleranti con la Chiesa e il Capitale, e la Gastronomia come principale portata di conversazione a tavola.
Del resto le banche non premiano mai: acquistano solo, anche azioni a venire, le azioni – già così scarse – degli scrittori, dei poeti, dei critici, dei giornalisti. Contavo di non mancare all’appuntamento per studiare alcuni comportamenti in pubblico, innanzitutto miei, perché sono sempre io il centro del mio interesse, io quello che sottopongo alla giuria del mio insindacabile giudizio su me stesso – mentre del mondo perdono quasi tutto, perché il mondo è sé e indivisibile e non può farci niente, e m’interessa solo come reagente a me stesso e alle sentenze segrete che pronuncerò contro di me, stivando verdetti come se facessi scorta per letarghi della ragione a venire. Ma non mi dispiace di aver frainteso il giorno, non è sempre necessario stare in un posto per dire com’è. Una messa cantata è una messa cantata, che cosa può mai essere un premio letterario dato da una banca o da un’associazione industriali promotori della cultura? Una messa cantata in filodiffusione per recuperare anche la più rara e lontana pecorella smarrita nei rovi della libertà di pensiero e di parola.
«Grazie» fa la voce cantilenante. Deve avere non più di quindici anni. Ha messo il piede sulla staffa, mano e gomito imprimono al buio il balenio del movimento di accensione sulla manopola, sta per partire, il motorino si riaccende.
«Dài, se lo tiri fuori che ci scaldiamo un po’» dice tutto d’un fiato, pronto a fuggire.
«Eccolo qua» dico e lo infilo in uno strappo della rete. Il ragazzo smonta dal motorino, si sbottona la patta, comincia a parlare in dialetto veneto rompendo le frasi, ansando delle corte oscenità come se stesse recitandole per la prima volta e a memoria. Mi scappa una risatina, l’eccitazione si ferma a metà, non mi piacciono i ragazzini, e poi quei pungiglioni di fil di ferro vivi attorno al cazzo, una corona di spine. Gli sussurro quelle che lui crede siano sporcacciate da adulto, ce lo succhiamo a vicenda, io un po’ perplesso dalla goccia di acqua di colonia presa certo alla mamma ma solidale con le convinzioni teneramente buffe che ci si fa alla sua età sulla pulizia personale; lo sento gemere lì in piedi, teso con tutto il corpo contro la rete metallica, respirando il lieve gas del motorino mantenuto acceso, e adesso vuole baciarmi attraverso un rombo della rete, il sapore della brina sulla ruggine fra le lingue, inondo la mia bocca di saliva a fiotti, il ragazzo ha un lungo, rigido singulto, si aggrappa con le mani alla rete, la fa tremare con violenza, quanta energia repressa si scarica in quel bacio fra prigionieri. Subisco come una marionetta attento a recitare bene fino in fondo, a lasciargli o un piacevole ricordo o nessun ricordo, solerte e non partecipe.
«Mi dica quando ripassa, la prego, la scongiuro, mi chiamo Pierluigi» mi fa. «Domenica? Lunedì? Io abito laggiù… laggiù…»
Deve essere un casolare laggiù, o l’orizzonte mentale della solitudine.
Sì, sono stato anch’io così: fremente, col cuore in subbuglio, declinavo a tutto spiano le mie generalità a ombre al di là di qualcosa, mi accontentavo di tutto per innamorarmi di qualcosa, supplicare un appuntamento, avere un desiderio da versare oggi dentro domani, e sono andato a tutti gli appuntamenti che mi davo con la falsa complicità di adulti scettici, o già indifferenti. Niente mi deludeva sino al punto di non cadere nella stessa trappola che mi tendevo un istante dopo esserne uscito. Ero troppo pudico per parlare d’amore, sproloquiavo sul sesso, che facevo ancorandovi rabbia, disperazione, bisogno di essere amato e desiderio di vendetta, di rivalsa sociale e di altri laggiù. Il mio cazzo era il perfetto diagramma del mio cervello, erano fusi e intimamente alieni, in guerra. Debordavo oltre me e non c’era limite che l’intelligenza o l’evidenza dei fatti potessero inventare per arginare la mia astrattezza animale. Ero preda di una fantasia dolorante, morivo dietro a un alone di realtà che provasse per me un briciolo di simpatia ma mi accontentavo anche di chi sapesse simulare un interessamento perché pensava che era l’unico modo per farmi smammare. E adesso queste persone intorno a me, questo ordine raggiunto perché accettato nel suo essere posticcio e di comodo, questa pienezza intellettuale scissa dalle belle sragioni della voglia, questa realtà in cui io mi sento sufficiente a me stesso è molto meno concreta di quelle ombre e di quel caos furtivo. Ma non la cambierei più. E lancio all’inseguimento di quella schiena sopra la gemma rossa del motorino in fuga una benedizione incolume, un vento amoroso che avvolga il ragazzo e gli dia il calore che continuerà a sognare, lo protegga da quelli come me, lo ami in sé.
Sì, sono commosso, ma da me, non da lui, e dalla facile saggezza del vinto.
Sono seduto in un bar e penso che se mi faccio ricoverare a tempo ce la faccio a trascorrere Capodanno in ospedale, così mi tolgo il pensiero – e indagherò su una qualche malattia a portata di mano.
Donna con sguardo trasecolato a un metro e mezzo da me. Oh, conosco il dolorume delle donne innamorate dell’uomo sbagliato – più bello, più giovane, spesso più con la testa altrove e per questo tanto più irraggiungibile, desiderabile, disprezzabile, la sabbia mobile che ci voleva… Lei se ne sta seduta nel séparé poggiata sulle grosse caviglie da contadina ricca, gli occhiali spessi ma dall’elegante montatura barocchetta, il famoso sguardo svilito che fa le prove dell’indifferenza, sorseggiando un cocktail complicato che la dice lunga sul suo intimo bisogno di cose semplici e tradizionali con una coccarda di proibito… E solo dopo un quarto d’ora mi accorgo che non è qui da sola e che c’è un legame fra lei e il mingherlino tenebroso che sta parlottando con un omaccione sugli sgabelli del banco. Lei sorseggia infinite volte senza ingurgitare una sola goccia di quella liquida clessidra color sangue rappreso (sciroppo di lampone), si sfiora le orecchie con gli indici, guarda altrove, un immaginario punto fermo, senza fare smorfie, o cenni d’impazienza, immobile, nel suo tozzo personale di donna che per sé voleva di più, e che ha i soldi, sotto la mattonella, per permettersi un’avventura sui carboni ardenti, lei. Non ha età, una trentina stagnante, pelle lucida (come strigliata dalla cera) senza sonorità, né gioie passate o presenti sfulminano sulla faccia porcellanata in un piacevole quanto perverso sorrisetto fisso; lei è schiava volontaria di un sogno al di sopra del suo sistema onirico: un giovanotto magro, alto, con gli occhi nerissimi e un po’ statici da orientale, il viso triangolare, il neo bruno all’angolo più sinistro delle labbra rosa chiaro, ciglia lunghe, da bambola. La donna mi ricorda altre infelicità senza sbocco, un indugiare nel male più cruento: amare un oggetto vòlto a te solo di profilo, amare un uomo – amarne la metà – che emana fascino finché il tuo illuderlo con l’interesse che ne ricaverebbe non trovi un definitivo assestamento in un rogito, un pianto dirotto, un’epifania del cuore, una fuga, l’amore! finalmente vero. Uno da attirare a sé approfittando del suo complesso di colpa perché, a forza di pensare a quello che potrebbe fare con i soldi che ti spillerà, ha elaborato un qualche sentimento sincero nei tuoi confronti e, mosso da uno slancio di autentica pietà di sé e disgusto di te, ti darà una carezza che, senza neppure sfiorarti più del necessario, ti dilanierà oltre ogni dire.
Lei si accontenta di questo, pensa che col tempo la sua specialità nella comprensione vincerà ogni resistenza del ragazzo alla bruttezza e alla tardonaggine, che lui non potrà più fare a meno di lei, un piumone di sicuro riparo di cui un maschio ambiguo e spompato ha bisogno quando ha già dato tutto a chi dio solo lo sa e vuole essere adorato mentre, dormendo, si ricarica; e, nel sonno, le permetterà di formulargli addosso una rinnovata promessa che lui rinnovatamente non manterrà, perché, donne a parte, va anche con gli uomini e questo la fa imbestialire – la eccita oltre il lecito. Passata la buriana – perché litigano sempre – lei o lui si diranno che il rapporto vero è quello che c’è fra loro due, che nessun altro conta, le altre non contano, capricci… e mentre lei starà sempre sul punto di abbandonare la testa sulla sua spalla e di portargli una mano sul seno, suonerà il telefono o il campanello alla porta e lui dovrà andare di corsa da qualche parte… Lei tenterà anche la carta dell’istruzione – sarà diplomata, anche se non esercita –, lui farà finta di lasciargliela giocare perché intanto che lei gli insegna e lui impara non deve sciupare con lei preziose energie a letto, visto che subito dopo ha un altro impegno improvviso. Alzandosi da una pelliccia di vacchetta stesa davanti al caminetto in un due camere più servizi mansardato lei gli dirà, mostrando una sedia: “È una signora poltrona”, perché non riesce mai a ricordarsi “Frau”, e barcamenandosi sulle robuste caviglie gotiche gli ripeterà di essere figlia unica di un ricco salumiere, un uomo odioso che l’ha tenuta sotto controllo fino a quattro mesi fa e le ha fatto mangiare culatello anche col caffellatte, anno dopo anno, messa e comunione ogni settimana, però che malgrado ciò è una donna rispettabile e di volere un figlio da lui, anche con inseminazione artificiale… Donne che vivono con gli occhi alluvionati di rosso, l’eterna congiuntivite interiore…
Il suo amorazzo impossibile adesso le ha fatto un cenno brusco, come a dirle che ritorna dopo, e esce col grassone con cui stava parlando sottovoce; lei s’alza dal divanetto, va a sedersi sullo sgabello che il suo bello occupava prima di uscire. Un altro cocktail, Iole? Ma sì, è una serata così fredda!
Fuma male, non sa prendere le cose in bocca, la pelle delle labbra vi resta attaccata e adesso sanguina, spegne la sigaretta, fa spallucce, sorride al barista, si tira giù bene la gonna scozzese, si rincalza la camicetta di pura seta sotto il bolerino damascato di ricami oro-argento. Fino a pochi anni fa deve essere andata all’oratorio a insegnare catechismo e a buttare sacchi di fecola nella marmitta del cioccolato per le prime comunioni, è sbocciata molto lentamente, ne è uscito un fiorellone acre, pruriginoso, quasi già secco, che nessuno innaffierà mai più, o non chi dice lei.
Tre quarti d’ora è rimasta con gli occhi incollati al vetro della porta, pioveva anche un po’, senza muoversi, senza parlare con nessuno, senza sorriso, e prodigiosamente insignificante per chiunque tranne che per me. Ma io conosco i neutri mascheramenti delle passioni fatali e l’infelicità si gode di più se la si isola completamente calandola nell’amenità degli altri che ti stanno attorno. Sta così immobile e concentrata su una finta noncuranza per sentirla recitare meglio, l’infelicità, per non dover dividere il proprio disadorno ma roboante spettacolo con nessuno.
Quando lui ritorna è pallido, nervoso, con troppe cose da celare tutte assieme, una bugia che non viene bene, i capelli e gli abiti senza una goccia di pioggia, si siede accanto a lei, che non dice niente e neppure lo guarda più di tanto, allunga indice e pollice della destra e gli toglie qualcosa che pendeva sul mento, che gli mostra: un pelo. Lui si gira e prende a parlare con quello a fianco, sullo sgabello. Lei muove svelta il bacino per via della gonna e del corpetto, si avvia al suo séparé, discreta, speranzosa, più infelice e riconoscente che mai.
Quanto a me, qui solo e certo con meno esistenza di questa sognatrice full-time, far tacere la voce del sangue non è linguisticamente impresa da poco. Essa, comunque, non ha mai trovato nessuno da cui farsi ascoltare una volta smesso il falsetto… e io non potevo continuare a impostarla per darle chimere davanti a cui vibrare un a solo. Ora l’esaltazione del sangue sta tutta in questo scarto mentale ove lascio uno spiraglio non inaccessibile alla morte del vivo che si adegua a vivere meno. Scardinare le frasi fatte o anche i tabù – significa rinunciare alla sola bellezza possibile della vita: la sedimentazione millenaria dei clichés. Non c’è altra vita vivibile fuori da essi, uno scrittore lo sa. Impugnare le frasi fatte del mondo significa togliergli da sotto le uniche palafitte su cui si regge – con la differenza che esso non se ne accorge e tu sei il solo a franarci sotto. Ci vogliono secoli per dar luogo a nuovi luoghi comuni e nessuno fa in tempo a vivere i tempi che prepara per rifarsi della propria inadeguatezza alla società che gli è contemporanea – alle sue frasi fatte, e quindi ai razzismi e esclusioni del suo linguaggio. Mille sono le prove che ne ho e non mi affanno più a proclamare il contrario. Preferisco lasciarmi andare a rispettare la sottile, crudele e fessa armonia del mondo che mi emargina dai suoi riti tanto più possenti quanto più triti e ritriti, che mi perseguita escludendomi dalle sue secolari retoriche, e il mondo, non io, ha sempre ragione nella vita apparente della sua organizzazione del moto. Il mondo si vanta dell’insensibile erezione che si ritrova nella culla, io devo trovare una sensibilità nell’impotenza che mi vado creando perché, volendo castrarlo, possa continuare a tirare nell’unico modo che so: girando su me stesso per avere una parvenza di mondo anch’io.
Solita infezione recidiva alle vie urinarie – quel criminale di urologo che a quindici anni mi andò su per l’uretra con uno stetoscopio di venti centimetri e mi rovinò per sempre, creandomi stenosi, infezioni all’assalto, uretriti che lui, con ammiccante godimento punitivo per le mie confessioni contro-natura, curò versandoci argento liquido che mi causò ustioni plurime dentro e fuori e poi mi fece anche la ramanzina finale…
«Ma lei cosa si sente?» mi ha detto il primario, nella sua prima visita.
«Niente di particolare, è questo gocciolio permanente malgrado tutti gli antibiotici. Non si riesce a bloccarlo. Mi sento come se sgocciolassi fuori con lui…»
La mia immaginazione si è inaridita per cose di limitato impegno temporale, ma ritorna vivida ogniqualvolta insegue la complessità tecnica (di dispiego di forze organizzate in anni di definizione psicologica a me interna prima che di stesura scritturale) di un arazzo narrativo che sia storia e interpretazione del mio tempo e storia dello stile della lingua sino al suo limite di rottura del momento. Mi ricordo che in occasioni come queste – scantinati, treni, gabinetti, poco tempo libero e, appunto, degenze ospedaliere – indulgevo nella breve annotazione talvolta, ahimè, versificata, o nell’immediatezza verbalizzata di una sensazione. I risultati mi convincevano sempre, tutto era destinato alla gloria e ammazzavo il tempo con la raffinatezza psichica del dilettante che prova piacere a essere vittima designata della coazione alla sincerità, valore appena di poco inferiore all’eternità. Ora scrivere così en passant mi costa una fatica fisica certo superiore a qualsiasi ambizioso progetto come imparare cento ideogrammi cinesi o riporre mano al terzo e terzultimo romanzo della mia pentalogia, La Delfina Bizantina. Scrivere per me è un dovere, esattamente come lo sarà smettere – ma in questo caso che sollievo poter mantenere la promessa con un palinsesto.
“Ma cosa farai quando li avrai scritti tutti e cinque i tuoi romanzi?” faccio finta che mi chieda l’inserviente gorillesco in arrivo con secchio e spazzolone.
“Farò la vedova dello scrittore, curerò i suoi interessi nelle varie editorie del mondo, andrò a ritirare targhe in memoria e presenzierò alla scoperta di un monumento cittadino.”
La facilità oggi mi è difficile e insopportabile, quasi quanto lo spunto autobiografico. Che poco convincimento m’è rimasto persino nel rendere credibile un’anamnesi terrificante (scoli, sifilidi, epatite, emorroidi, polipi in gola e nel naso, lussazioni, fratture, sordità, verruche, cuore… cuore?) che, documenti alla mano («Ma questo è un archivio!» ha esclamato il medico-assistente), parla da sola e non dice niente. E anche questa faccenda dell’omosessualità: insostenibile. Sia che venga dichiarata, sia che venga rimossa, omessa o tralasciata per pura svista, nessuno mi crede mai del tutto. Io la dichiaro per spirito ontologico, con un retto complesso di scienza per aver preferito (ottemperando alla flessuosa rigidità intellettuale che mi sono imposto sin da bambino n...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Copyright
  3. Testo
  4. Il processo di Trento
  5. Bibliografia

Domande frequenti

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