Le piene di grazia
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Le piene di grazia

  1. 191 pagine
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Le piene di grazia

Informazioni su questo libro

Non esistono colpe, se nessuno paga. Lo sgomento nel cuore di Palma è sconfinato, quando ritrova sua sorella in punto di morte. È tutta colpa di quello che le hanno fatto. E Maria Rosaria in fondo si era solo innamorata di Cosimo Logreco, il primogenito di una famiglia poco raccomandabile. Lei che era sempre stata la bella del paese, che ogni anno vestiva i panni della vergine durante la processione, ha perso famiglia e futuro in un istante. Quando con una borsa e niente più si è presentata a casa del ragazzo, la sorella di lui l'ha fatta entrare e, promettendole di portarla da Cosimo, l'ha scortata fino a una masseria cadente; allora è successo tutto e tutto è finito. Lei era incinta. Per Palma è impossibile dimenticare, l'impotenza la logora, nonostante siano passati anni e con il marito e la figlia piccola si possa dire felice. Nel momento in cui vede la sorella di Cosimo al sesto mese e piena di gioia qualcosa di primitivo nasce in lei. Prepara la propria vendetta con minuzia. In una lingua asciutta e aspra, capace di guardare alla tragedia con quieta disperazione, Carmen Totaro ci racconta una storia ancestrale e attualissima. Ci descrive un mondo costellato da donne, sempre in bilico tra grazia e orrore, ma le cui leggi sono ancora brutalmente stabilite dagli uomini.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2015
eBook ISBN
9788858678077
Print ISBN
9788817074919

1

Maria Rosaria

«Quest’anno mi vesti tu» dice Maria Rosaria a sua sorella.
Palma non l’ascolta. Ha la testa infilata negli indumenti e nel vecchiume dell’armadio. Grugnisce. Non si sa cosa cerchi ed è inutile domandarselo. Tutto ciò che è stipato in quel mobile roso dai tarli è stato inghiottito una volta per tutte.
«È l’ultimo anno che vado in processione» continua.
Palma ha introdotto un ginocchio nell’armadio. Si potrebbe darle una pacca sul sedere, per scherzo, e farla annegare per sempre nel mucchio di stracci.
«Perché?» chiede alla fine, con la testa di nuovo fuori. Aspetta che Maria Rosaria sputi il rospo, ma sua sorella, come al solito, temporeggia e le spuntano le lacrime. Allora Palma si stizzisce e curva ulteriormente la schiena per frugare meglio, più in basso.
«Che hai da piangere? Fatti sposare, fatti» dice.
La parola “sposare” suona stonata a tutt’e due. Palma l’ha pronunciata come se l’avesse appena letta sul vocabolario e Maria Rosaria se la fa riecheggiare in testa come un concetto del tutto nuovo.
«Non mi vogliono» dice Maria Rosaria.
«Chi non ti vuole?»
«Tutti. Suo padre, sua madre, sua sorella.»
Maria Rosaria si asciuga gli occhi. Sa che sua sorella non la sopporta quando si compiange. È già difficile sopportare la mamma.
«Che t’importa? Peggio per loro, se non ti vogliono» ribatte Palma.
Lei abbozza un sorriso. Ha un fazzoletto in una mano e la faccia coperta di chiazze. D’altronde le bastano poche lacrime e qualche starnuto per ridursi in questo stato pietoso. Ed eccola che prova ad allontanare un pensiero cupo, un uccello nero che da giorni le sbatte le ali in faccia, e quando crede di esserci riuscita un altro pensiero, peggiore del precedente, la opprime.
«Tu non sai» dice Maria Rosaria.
«Dio buono, che cosa?»
Palma si mette le mani sui fianchi. Ha voglia di alzare la voce. Te l’avevo detto, ha voglia di rispondere. La prima volta che ti ho vista a passeggio con quel vanitoso, con quel cretino. Ma si trattiene e insiste: «Che hai nella testa?».
Maria Rosaria non lo sa neppure lei. Non sa che ci ha trovato di speciale in Cosimo Logreco, un tipo belloccio, taciturno, ma chiuso in se stesso. Per anni ha ricevuto proposte amorose dagli uomini che portano il baldacchino in processione. Per anni l’hanno infastidita con richieste di grazia e rivolgendole sorrisi carichi di aspettative.
«Quella volta che ho mangiato a casa loro, ti ricordi?»
Palma se lo ricorda. Era il lunedì dell’Angelo, a fine marzo. La mamma credeva che Maria Rosaria fosse a casa di un’amica, in campagna.
«Ho mangiato la pasta e il bis della pasta. Ho mangiato le salsicce e le braciole. I peperoni, il formaggio, il salame. Ho mangiato tutto, ma al dolce non ce l’ho fatta.» Maria Rosaria è seduta sul letto mentre racconta, Palma è in piedi accanto all’armadio con le ante aperte. «Finisci, mi dicevano, è peccato. Ma se mettevo in bocca la crostata vomitavo. Già mi girava la testa per un po’ di vino, già non capivo più cosa dicevo a furia di ringraziare.»
«E allora?»
«E allora la domenica dopo uscivo dalla messa e sua madre e suo padre non mi hanno salutata. Me li sono trovati davanti. Io ho detto buongiorno e non mi hanno risposto. Mi sono fatta forza e ho messo la mano sul braccio del padre di Cosimo. Quello si è girato e mi ha fissata dall’alto in basso, come una pezzente.»
Maria Rosaria ha di nuovo le lacrime agli occhi. Palma è girata dalla parte del guardaroba e si contiene una guancia con la mano, come una che ha mal di denti.
«E lui, Cosimo, che ti ha detto?»
«Niente. Che non è possibile, che non mi hanno riconosciuta.»
«Non ti hanno riconosciuta?»
Maria Rosaria rimane in silenzio. Ha l’impressione che dalla sua bocca sia uscito un sasso e che il sasso sia rimbalzato addosso a sua sorella, che lo ha raccolto, lo ha osservato, e ora medita come rispedirglielo indietro.
«Cosimo mi sembrava sincero» dice Maria Rosaria. «È sempre stato silenzioso. Delicato. Ha voluto portare il baldacchino, l’anno scorso, perché gli faceva piacere.»
«Cosa ti ha promesso?»
Maria Rosaria sa che sua sorella sa essere brutale, quando vuole. Lo è in modo diverso dalla mamma, che è brutale e senza pudore. Palma invece è brutale e piena di pudore.
«Non lo so. Niente, credo.»
Palma chiude un’anta dell’armadio facendola sbattere di tutto cuore.
«Che sfasciate?» grida la mamma. La sua voce viene dalla cucina.
A cena Maria Rosaria ha finito il suo piatto e ora mangia il pane con le olive. Mangia uguale a prima, né di più né di meno. Palma pure ha terminato e ogni tanto pesca un’oliva dalla ciotola e la inghiotte, senza pane. Papà ha spazzolato il piatto per primo, perché vuole andare a vedere la televisione da amici. La mamma, che si è seduta per ultima, ancora fa rumore con il cucchiaio.
«Non uscite stasera?» chiede papà.
«No» dice Maria Rosaria.
«Tu neanche?»
«Non ne ho voglia» risponde Palma.
Papà non domanda altro.
«Sono troppo serie queste due» è il commento della mamma. «E non mi guardare storto» si rivolge a Palma «dico solo la verità.»
«Tu dici sempre la verità.»
Da un po’ di tempo Palma ha l’abitudine di rispondere alla mamma. E la mamma, che non ci è abituata, si zittisce, per meglio mostrarsi offesa.
«Eh, non vi arrabbiate, adesso» taglia corto papà. «Non è successo niente.»
«Per te non succede mai niente» replica Palma.
Papà si zittisce anche lui, ma non è offeso. Ha paura della guerra. È circondato da donne con i nervi a fior di pelle, che si guardano in cagnesco ogni momento, e si difende.
Palma alza gli occhi su Maria Rosaria. Facciamoci coraggio e diciamoglielo, le si legge in fronte. Diciamo che sei incinta e che quest’anno vuoi che ti vesta io da madonna del Rosario, anziché quelle bizzoche delle tue amiche.
Ma sua sorella ha gli occhi nel piatto, perché non vuole confessare niente a nessuno. Che possono fare i genitori? Solo rumore, solo una gran confusione.
Il macigno che ha sulle spalle glielo renderebbero più gravoso e lei si sentirebbe una stupida cui l’età – ventisette anni – non ha portato giovamento.
Affonda il dito nel mucchio di noccioli da buttare e nella mollica di pane che non ha ancora mangiato.
«Mangia» la esorta papà.
Diglielo, è la preghiera muta di Palma.
La mamma afferra il barattolo sul tavolo per riempire la ciotola di olive.
«Mangia» insiste, come se alle sue figlie fosse mai mancato l’appetito o avessero mai avuto bisogno di aumentare di peso.
Maria Rosaria avverte un che di dolciastro e un che di velenoso in quell’invito, però mangia lo stesso. Mangia finché la saliva non le va a male e la puntura del pianto non le trafigge la gola.
Non ce la faccio, è la muta risposta alla sorella, ma Palma le ha già voltato le spalle. È lei la prima ad abbandonare la cena. Passa svelta dalla prigionia della cucina a quella della loro camera. E non serve che chiuda la porta.
La sua delusione volteggia sopra la brocca dell’acqua, il suo disprezzo manda in briciole la scorza del pane anche dopo che se n’è andata.
Maria Rosaria si confida con lei, ma non si fida dei suoi consigli. Non accetta di parlare con franchezza né di essere aiutata. Si accontenta di vivere con lo stomaco. Proprio lei cha va in chiesa tutte le domeniche, proprio lei che da dieci anni si aggira in paese travestita da madonna.
Le prime giornate estive Maria Rosaria le trascorre in campagna, su una sdraio, con un libro in mano. Quest’anno ha voglia di fare compagnia al padre che va a custodire la proprietà di un parente e con questa scusa se ne sta lontana da casa.
«Ti devo aiutare, papà?» chiede di tanto in tanto.
Il padre, chino su una pianta, un po’ stupito di non essere solo, risponde in ritardo: «Tutto a posto».
Quando è stanca di leggere, va a fare un giro. Si apparta sotto i pini. Si aggrappa al ramo più grosso, solleva i piedi da terra e si dondola. Alla fine dell’esercizio si accoccola nel mezzo di un tronco squarciato. Lì nascosta, si mette a pregare.
Signore, aiutami, dice. Ho sognato teschi stanotte. Ho sognato anche Palma, ma soprattutto teschi. Dimmelo tu che significa.
Maria Rosaria prega a occhi chiusi con tutto il suo cuore. Prega un dio che sa tutto di lei e che penetra nell’intimo del suo orecchio come un soffio.
Ma dio tarda a rispondere e nell’attesa lei si distrae. Gira la testa da un lato e vede rocce. Gira la testa dall’altro lato e, dall’alto, intravede il mare in lontananza. Sopra il silenzio c’è il fracasso delle cicale. Sopra il fracasso delle cicale c’è anche il silenzio.
Sulla testa piovono pigne e aghi di pino. Dai rami filtrano raggi che scottano e incubi di facce conosciute.
Via, fa Maria Rosaria con una mano davanti, via tutti, maligni e seccatori, questo posto è mio.
Tra quelle facce c’è anche Cosimo. È come se Maria Rosaria lo vedesse da lontano.
Avanza a grandi passi. S’intrufola in un pagliaio abbandonato e subito ne esce fuori, dopo aver staccato una pietra dal muro. Il pagliaio crolla, la pietra la fa rotolare giù per la montagna. Sta cercando proprio lei, la raggiunge. Senza parlare, le tira una ciocca di capelli, dello stesso colore della corteccia dei pini.
Non sono solo vaneggiamenti. Qui, in mezzo alle fantasie, c’è l’assenza delle mestruazioni e una corda intorno alla vita, lunga e spessa, che la lega a Cosimo. Nel bene e nel male.
Voglio andarmene, le aveva detto Cosimo. Va bene, aveva risposto lei, ti seguo. Un lavoro qualsiasi in una città qualsiasi, una casa con le toppe alle finestre. Lavorerò anch’io, finalmente.
Lui era rimasto in silenzio. Non sapeva che farsene di entusiasmi passeggeri, di volontà docili, lui doveva affrontare suo padre.
Poco prima di confessare la gravidanza di Maria Rosaria, Cosimo bacia il crocifisso che ha al collo e si ammira allo specchio. Ce la posso fare, dice a se stesso. Ma lo specchio è crudele.
Occhi spavaldi e una bocca di pietra.
Tutto qui, ragazzo mio? Non sei tu il più forte, gli dice lo specchio, è tuo padre.
Cosimo vacilla. Non trova le parole per suo padre. È anche indeciso sulla data della partenza, lo ha già detto a Maria Rosaria.
Le ha detto: Voglio essere onesto con te.
Sdraiata sotto il pino sente un rumore di passi. Qualcuno che non le rivolge la parola e passa oltre.
«Palma» chiama Maria Rosaria.
«Che vuoi?»
Non sa perché sua sorella sia voluta venire in campagna. Ha sempre sostenuto che questo posto è di una noia assassina, e ora eccola qua, a gironzolare fra i cespugli come una gatta selvatica.
«Perché mi segui?» le chiede.
La gatta soffia nelle narici: «Hai un bel coraggio. Tu mi segui».
«Io?» sussurra Maria Rosaria. Un raggio di sole la colpisce in faccia, mentre la sagoma di Palma si muove, consumata dall’abbaglio della luce.
«Io non sto a casa a lavare i pavimenti mentre tu pigli il sole.»
Maria Rosaria solleva la testa: «Sei arrabbiata con me?».
«No. Sì.»
«Che ti ho fatto?»
Palma si fa avanti come un angelo coperto di fulgore. «Mentre a te cresce la pancia, il furbone se ne va in giro.»
«Chi?»
«L’ho visto.»
«Che hai visto? Tu non lo conosci Cosimo.»
«Nemmeno tu.»
Maria Rosaria doveva saperlo che Palma, anziché offrirle il braccio, l’avrebbe costretta a ruzzolare sotto il peso della croce. «Non devo giustificare Cosimo davanti a te» dice. «E poi la pancia non si vede ancora.»
«Macché giustificare. Sei da manicomio, ormai.»
«E tu sei gelosa.»
Palma alza le braccia. Non si sa se in segno di rassegnazione o perché ha voglia di assalire la sorella. Il sole sembra bruciargliele, in ogni caso. Brucia la sua chioma, le sue gambe, il suo vestito. Finché Maria Rosaria non mette la testa all’ombra e in mente non le rimangono che un mucchio di sagome cieche.
È il 1972 e sono le tre del pomeriggio del 4 novembre.
Maria Rosaria è davanti alla porta di Cosimo Logreco. Prima di suonare, prende uno specchietto dalla borsa per dare un’occhiata al trucco. Si è messa il suo rossetto preferito, che ha il nome di “Ambra del deserto”, la matita marrone sugli occhi e un ombretto dello stesso colore della bocca. Da un sacchetto estrae un paio di scarpe con il tacco che ha usato una volta sola, al matrimonio di sua cugin...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Dedica
  5. Prologo
  6. 1. Maria Rosaria
  7. 2. Palma
  8. 3. Le cose che servono
  9. Ringraziamenti