L'Iliade. Il poema degli uomini e degli dei
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L'Iliade. Il poema degli uomini e degli dei

  1. 256 pagine
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L'Iliade. Il poema degli uomini e degli dei

Informazioni su questo libro

Il primo grande poema dell'Occidente, per secoli cantato e ascoltato, cui hanno attinto studiosi e poeti, ragazzi e maestri, linguisti e saggisti e antropologi: ciascuno, anche in tempi recenti (film, spettacoli, romanzi), vi ha trovato motivi di interesse. In questa edizione il filo conduttore è la costante compresenza degli dèi accanto agli uomini: nel difficile cammino umano, percorso dalla guerra che domina con la forza e rovescia continuamente le sorti di vincitori e vinti, gli dèi si inseriscono con una fisicità che ha punte eccessive e sconcertanti, ma poggia essenzialmente sull'idea che l'obbedienza al dio è garanzia di giustizia, senso del limite e rispetto del destino. Scandita da questa obbedienza, la vita dell'uomo e della donna si snoda _ a l'eroismo e il timore, l'esaltazione e l'angoscia, gli affetti e i rimpianti: tutto lo spessore dell'umano che sente dietro di sé (si pensi ad Atena che ferma Achille prendendolo per i capelli) la forza di una presenza a cui si può dare del tu. Il volume si articola in due parti: la prima racconta il poema in una prosa narrativa in cui si inseriscono ampi stralci del poema omerico; la seconda propone i commenti ai brani in versi.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2013
Print ISBN
9788817018081
eBook ISBN
9788858666111
Argomento
Letteratura
Categoria
Poesia

Il poema degli uomini e degli dèi

Omero, Iliade


a cura di LAURA CIONI, GIULIA REGOLIOSI MORANI
e PAOLA TAMBURINI










BUR
Proprietà letteraria riservata
© 2007 RCS Libri S.p.A., Milano
eISBN 978-88-58-66611-1
Traduzione di Giovanni Cerri

Prima edizione digitale 2013 da prima edizione BUR settembre 2007


In copertina: Scudo di un guerriero caduto (part.), 500-480 a.C.
Tempio di Afaia, Egina, Grecia, Antikensammlungen und Glyptothek Monaco (© Erich Lessing/Contrasto)
Progetto Mucca Design
Per conoscere il mondo BUR visita il sito www.bur.eu
Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
I libri dello spirito cristiano
collana fondata da don Luigi Giussani diretta da don Julián Carrón

Dio si è fatto uomo.
L’imprevedibile è diventato un avvenimento
reale: Dio si è fatto compagno agli uomini,
così che la vita possa non essere vana.
Nell’incontro con questo fatto storico
la ragione, la volontà e L’affettività umane
sono provocate a realizzarsi, a compiersi
secondo tutta l’ampiezza del loro desiderio di
giustizia, di bontà e di felicità. Lo spirito
cristiano è l’umanità di persone stupite e
commosse da questo avvenimento.
Questi testi ne sono una documentazione
particolare, specie dove le parole scavano nei
fatti e nei cuori con tutta l’energia della
grande arte.

Si tratta di romanzi, saggi e testi di poesia non
facilmente reperibili e che hanno comunque
lasciato segno in chi li ha accostati. Perché in
essi si mostra, con varia genialità e secondo
diverse prospettive storiche e psicologiche,
uno spirito cristiano impegnato a scoprire e a
verificare la ragionevolezza della fede dentro
le circostanze della vita. Un’umanità, cioè, che
realizza la sua passione per l’esistenza e la sua
adesione al dramma della vita con un
realismo e una profondità altrimenti impossibili.

INTRODUZIONE

È bene rileggere i classici, e tra questi Omero è il primo.
Messa da parte l’immensa letteratura critica e la pretesa di una definizione univoca, ciò che stupisce nell’Iliade, poema di guerra e quindi di morte, è il fatto che vi si trovi in primo piano la vita: quella degli uomini e degli dèi, quella della natura e delle città, della memoria e della patria, dei sentimenti e delle passioni. La consapevolezza di che cosa sia vivere, e l’amore per ogni cosa che, pur nella sua brevità e finitezza, esiste, risaltano in questo grande poema epico anche attraverso l’uso che Omero fa delle similitudini, elementi non secondari del fascino della sua poesia.
L’Iliade canta la guerra di Troia, ma il suo è un canto che maledice quella guerra, e tutte le guerre, come seminatrici di lacrime. Nato per vivere, l’uomo in guerra uccide il nemico o muore: perché?
In tutto il poema ricorre la domanda sulle cause che hanno scatenato la guerra di Troia: Ettore rimprovera Paride di averla provocata a causa del rapimento di Elena. Paride gli risponde che il suo insulto non ha ragioni: nella vita è giusto accogliere i doni degli dèi, ed Elena è il più splendido. La sua bellezza affascina anche gli anziani di Troia, quando ella si avvicina a Priamo sulla torre della città assediata da dieci lunghi anni. E il vecchio re scagiona la nuora e afferma che non i Greci, ma gli dèi hanno scatenato la guerra, e che i mortali sono costretti a sottostare alla loro volontà.
Allo stesso modo persino la brutalità di Agamennone e l’ira di Achille che danno inizio al poema non sono pienamente volute dai due eroi, ma piuttosto sono subìte come un accecamento fatale: Ate, l’errore che tanto spesso si aggira tra gli uomini, ne è il solo responsabile.
Se centrale è nell’Iliade la domanda sull’origine della guerra, il tentativo della risposta è uno degli aspetti in cui si rivela il genio della costruzione omerica, inno all’eroismo privo di ubris e pieno di sofferto equilibrio che caratterizza l’uomo greco. Omero rappresenta nel poema il fondamento umano della saggezza, la parte chiara e stabile dell’edificio antico, tutto fondato sulla ragione serena, sulla semplicità e sulla calma appena venata dall’inquietudine. Più tardi Virgilio ne mostrerà il misterioso chiaroscuro, l’attesa certa e confusa di un mondo nuovo: anche per questo forse predilige l’ombra e la notte. Omero ama lo splendore del pieno giorno, l’atmosfera solare che definisce i contorni.
I protagonisti dell’Iliade sono dèi e uomini, ma c’è un abisso tra i loro mondi. Gli uomini invecchiano e muoiono e gli dèi si divertono a distruggere il loro fragile edificio di lealtà e di onore, fondato sul rispetto della parola data. Gli uomini sono più puri e ragionevoli dei loro dèi, non di rado capricciosi e incomprensibili; contro di essi non si può combattere, ma solo sottomettersi con tremore al loro volere. Da qui proviene quell’ombra di tristezza che vela l’immagine dell’uomo omerico, anche del più bello e del più sereno. Egli sa che la vita è piena di dolore: Ulisse, emblema dell’intelligenza greca, è definito da Omero come colui che ha molto sofferto.
Ma su questo dolore prevale l’amore alla vita, unico bene che l’uomo possiede, benché insidiato dalla morte; il grido dell’eroe più grande, Achille, è: anche senza gloria, ma vivere.
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La purità dell’uomo greco, di cui le figure di Achille e di Ulisse compongono aspetti complementari, sta nell’accettazione eroica del proprio destino, connotata dalla lucidità sulla fragilità dell’esistenza, dalla gloria ottenuta con fatica e non millantata, dal pudore e dalla dignità serena, dalla volontà di essere grandi per amore della sola bellezza, senza speranza di guarire dalla ferita della morte. Altri elementi significativi sono presenti nel poema che celebra la serietà di un eroismo venato di nostalgia. I Greci possiedono il segreto di un’ineffabile dolcezza virile, che è il segno degli uomini grandi.
Simone Weil definisce l’Iliade poema della forza, nel quale l’evocazione di un mondo lontano, quello della pace, è crudele. Come Foscolo aveva osservato alla fine dei Sepolcri, in Omero gli uomini non sono divisi in vincitori e vinti, ma sono tutti sotto una uguale miseria: la giustizia è vendicativa e come nella maledizione biblica uccide l’uccisore. La gioia del vincitore è breve e i vinti, non più dei vincitori, sono innocenti. C’è in tutti la stessa emulazione per una morte gloriosa, ma anche la certezza di rimanere per sempre nella memoria degli uomini: «La tristezza è il nostro destino: ma è per questo che le nostre vite saranno cantate per sempre, da tutti gli uomini che verranno», afferma il vate che la tradizione vuole cieco, figura di una più profonda capacità di vedere.
Forse solo uno tra gli eroi greci custodisce in sé compiutamente l’amore alla vita, e in questo senso è giusto affermare che l’amicizia fra Patroclo e Achille sia l’anima profonda dell’Iliade. Ma non c’è una tra le forme dell’amore che sia assente dal poema: la nobiltà verso l’ospite, così presente nella cultura antica, la tenerezza per i figli e la devozione per i genitori, l’amore coniugale, come è raccontato nel mirabile passo dell’incontro tra Ettore e Andromaca. Sono momenti rari, ma bastano a far vedere ciò che la violenza farà perire. E la straordinaria equità di Omero, la sua equidistanza da Greci e Troiani, parla di un senso di giustizia intravisto e sognato, pur dentro le lacrime che la morte estingue. In tal senso la pagina finale dell’incontro del vecchio Priamo e di Achille sul cadavere di Ettore ha una potenza indimenticabile.
Tutto ciò (e altro che il lettore troverà da sé) dona all’Iliade l’accento di semplicità che è il marchio del genio greco e che verrà ritrovato soltanto nel racconto dei vangeli.
Una parte della critica ritiene che le apparizioni degli dèi siano nell’Iliade le parti più estranee alla sensibilità moderna, e che la sua ossatura laica consenta di ridimensionare il loro intervento, proprio perché nel racconto al gesto divino corrisponde sempre, come un suo doppio, il gesto umano. Il poema è allora leggibile oggi solo come un romanzo, definibile come epopea disertata dagli dèi?
La presenza divina, sia quella di Teti che consola il figlio, sia quella di Giove onnipotente, manifesta l’imprevedibile che accade in ogni vita, anche quella che oggi soprattutto cerca una logica degli eventi, il cui artefice sia soltanto l’uomo. Senza valorizzare la rappresentazione poetica del lato dell’esistenza, non dominabile dal calcolo umano, la lettura di Omero non rende giustizia alla verità della concezione greca della vita, se non della concezione della vita tout court. Gli dèi, per quanto ciò sia lontano dalla nostra mentalità di moderni, sono, al pari e forse più degli uomini, i protagonisti del poema.
L’Iliade si conclude con un duello mortale, ma grande è la compassione con cui sono guardate le ragioni dei vinti, voce dell’umanità intera e non solo di se stessi. Omero racconta di battaglie, di vendette e di ira, ma nel testo non di rado è custodita la memoria di un amore ostinato per la pace, sia da parte di chi vive in silenzio quella guerra, le donne e i bambini, sia da parte di chi, a cominciare da Achille, spesso usa le parole come armi con cui differire lo scontro. È presente nel poema l’ammirazione per la bellezza delle armi, il fascino dei movimenti degli eserciti, persino la dolorosa attrattiva del sangue, quasi a riscattare la mediocrità del quotidiano, a definire un fulcro in cui si condensi l’esperienza umana in tutta la sua densità. Per costruire la pace non basta preparare la guerra, occorre sapere di un’altra bellezza, più potente dello scintillìo delle armi. Una bellezza che Omero e tutta la grande poesia hanno donato all’umanità, voce e profezia della Bellezza indicibile di Dio.

LAURA CIONI

PARTE I

Il poema a cura di Giulia Regoliosi Morani e Paola Tamburini

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AVVERTENZA

La prima parte del volume presenta il racconto dell’Iliade, trasposto in prosa da Giulia Regoliosi Morani e Paola Tamburini, nel quale trovano spazio ampi stralci del testo di Omero nella traduzione di Giovanni Cerri. Nella seconda parte vengono proposti commenti ai brani in versi, a cura di Laura Cioni.
La numerazione dei versi fa riferimento alla traduzione utilizzata (che differisce dall’originale greco).
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LIBRO I

Canta, o dea, l’ira di Achille figlio di Peleo,
rovinosa, che mali infiniti provocò agli Achei
e molte anime forti di eroi sprofondò nell’Ade,
e i loro corpi fece preda dei cani
e di tutti gli uccelli; si compiva il volere di Zeus,
dal primo istante in cui una lite divise
l’Atride, signore di popoli, ed Achille divino.
Ma chi fu, tra gli dèi, colui che li spinse a contesa?
Fu il figlio di Leto e di Zeus: adiratosi contro il re,
scatenò sull’esercito un morbo maligno, e la gente moriva,
perché il figlio di Atreo non aveva fatto onore a Crise,
suo sacerdote; venne costui alle rapide navi degli Achei
per riscattare la figlia, portando un compenso ricchissimo,
aveva in mano le bende di Apollo saettatore,
intorno allo scettro d’oro, e pregava tutti gli Achei,
più degli altri i due Atridi, ordinatori di popoli:
«Atridi e voi altri Achei, che portate solide gambiere,
vi concedano gli dèi, che hanno casa in Olimpo,
di abbattere la città di Priamo, ed un felice ritorno in patria;
ma liberate a me la figlia amata, accettate il riscatto,
onorando il figlio di Zeus, Apollo saettatore».
Allora, fra gli Achei, tutti gli altri acclamarono:
rispettare il sacerdote, accettare il riscatto splendido;
ma non era d’accordo Agamennone Atride,
che lo scacciava malamente, faceva una dura ingiunzione:
«Vecchio, che io non ti colga presso le navi ricurve,
né ora ad indugiarvi né poi a tornarvi di nuovo:
non ti sarebbe d’aiuto lo scettro né la benda del dio!
Lei, io non la libero: dovrà prima invecchiare
nella mia casa, in Argo, lontano dalla patria,
intenta al telaio e pronta al mio letto.
Ma vattene, non m’irritare, fa’ di tornartene sano».
Disse così, il vecchio ebbe paura ed obbedì al comando:
s’avviò in silenzio lungo la riva del mare sonoro
e molto poi, venuto in disparte, il vecchio pregava
Apollo signore, figlio di Leto dalla splendida chioma:
«Prestami ascolto, dio dall’arco d’argento, che proteggi Crisa
e Cilla divina e regni potente su Tenedo,
Sminteo, se mai t’ho eretto un bel tempio,
se mai ho bruciato per te le cosce grasse
di tori e di capre, esaudisci a me questa preghiera:
che i Danai paghino le mie lacrime sotto i tuoi strali!».
(vv. 1-42)

Apollo ascolta la preghiera. Corrucciato, oscuro in volto come la notte per l’affronto che è stato fatto al sacerdote, scende dall’Olimpo armato di arco e faretra e si apposta nel campo dei Greci. Per nove giorni volano nel campo le sue divine e mortali frecce e colpiscono prima gli animali e poi gli uomini. È una strage: fumano fitte le pire dei roghi dei cadaveri. Non può continuare a lungo questa pestilenza. Achille al decimo giorno, per suggerimento di Era, prende l’iniziativa di convocare in assemblea l’esercito. Davanti a tutto il popolo riunito accusa apertamente Agamennone di essere la causa di tale sciagura. Se continua così i Greci non potranno che fare ritorno, bisogna perciò al più presto interpellare un indovino, o un sacerdote o anche un interprete dei sogni, dato che i sogni vengono da Zeus.
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Si alza allora Calcante, l’indovino che conosce il passato, il presente e il futuro, e che già aveva illuminato con le sue parole il viaggio ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio

Domande frequenti

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