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Informazioni su questo libro
Dopo aver lavorato quattordici anni a "Repubblica" e diciassette all'"Espresso", Giampaolo Pansa svela in questo libro protagonisti, retroscena e faziosità che hanno portato il quotidiano diretto da Eugenio Scalfari a diventare un impero editoriale con pochi uguali nel nostro Paese. Grazie ai molti ricordi personali e a un diario tenuto per decenni, l'autore riporta sulla scenale stagioni che hanno reso forte "Repubblica": l'epoca violenta del Settantasette, l'assassinio di Moro, il caso P2, le battaglie con il Psi di Craxi e il Pci di Berlinguer, l'intesa con De Mita, la guerra contro Berlusconi per il possesso della Mondadori. E nel far emergere vizi e virtù dei personaggi che nel corso degli anni hanno affiancato o contrastato "Barbapapà", Pansa non solo ripercorre le vicende di "Repubblica" con il ritmo e i colpi di scena di un thriller politico, ma costruisce anche un ampio percorso di vita italiana che appartiene a tutti noi.
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Eugenio, devo dirti di no
«Non verresti a lavorare con me a “Repubblica”?» mi domandò Eugenio Scalfari.
La mia risposta fu senza esitazioni: «Ti ringrazio per l’invito, ma devo dirti di no».
«Perché no?» chiese ancora Eugenio.
Questa seconda domanda mi creò un po’ d’imbarazzo. Avrei dovuto ribattergli con una spiegazione che non avevo voglia di offrire. E mi nascosi dicendo: «Ho un patto di lealtà con Piero Ottone. Gli ho promesso che resterò con lui al “Corriere della Sera”. Me ne andrò soltanto quando Piero si dimetterà».
Era il 2 giugno 1975, giorno di festa repubblicana. Ricordo una mattina di cielo terso, un sole brillante nell’azzurro, Milano silenziosa e immobile. Scalfari mi aveva chiesto di incontrarci in un residence di piazza Santo Stefano, a due passi dall’Università statale. Ero lusingato dall’invito. E anche incuriosito. Non mi ero mai trovato a tu per tu con Eugenio. Ma pensavo di conoscerlo bene per aver letto tanti suoi articoli sull’“Espresso”.
Il primo numero del settimanale era uscito il giorno del mio ventesimo compleanno e da quel momento non avevo mai smesso di acquistarlo. Allora vivevo nella provincia piemontese, a Casale Monferrato, tra i fumi dei cementifici e respirando la micidiale polvere di amianto sparata nell’aria dall’Eternit.
Il nostro piccolo gruppo di amici non aveva un credo politico definito. A volte ci sentivamo socialisti, altre volte liberali di sinistra. Ci aveva affascinato un ritornello ideato da chissà chi: “Se non ci conoscete – guardateci i calzini. – Noi siamo i liberali – del conte Carandini”.
Anche noi portavamo i calzini lunghi, con fastidio delle nostre madri che volevano imporci quelli corti, più facili da lavare e da asciugare. Dai calzini alle idee il passo era stato facile. “L’Espresso” era diventato una lettura obbligata, una specie di vangelo laico. Come “Il Mondo” di Mario Pannunzio e “Il Ponte” di Piero Calamandrei.
Adesso mi trovavo di fronte al padreterno di via Po, la storica sede dell’“Espresso” a Roma. Scalfari aveva 51 anni, undici più di me. E mi fece un’impressione eccellente, per usare un aggettivo che per Eugenio riassumeva il massimo del giudizio positivo. Ieratico, fervido, sicuro di sé, assolutamente tranquillo nella riuscita dell’impresa che stava progettando.
Chissà perché, mi obbligò a pensare a un nuovo Cristoforo Colombo impegnato ad arruolare l’equipaggio per una caravella, anziché per tre. Purtroppo a non convincermi era proprio lui, il capitano di un altro viaggio verso l’ignoto.
C’erano troppi lati di Scalfari che suscitavano la mia diffidenza. Nel 1968 il Partito socialista, portandolo a Montecitorio, lo aveva salvato dai guai giudiziari legati all’inchiesta dell’“Espresso” sul presunto tentativo di colpo di Stato del Sifar, il servizio segreto delle forze armate. Per un caso voluto dalla sorte, quella era stata la prima legislatura di un altro deputato socialista che in seguito sarebbe diventato il bersaglio di una violenta guerra politica di Scalfari: Bettino Craxi.
Bettino aveva dieci anni meno di Eugenio. E i due, eletti entrambi nella circoscrizione Milano-Pavia, non erano fatti per andare d’accordo. Nella minuziosa biografia di Massimo Pini dedicata al leader socialista e pubblicata da Mondadori, si legge un giudizio asprigno di Craxi sullo Scalfari conosciuto in campagna elettorale: «Eugenio è un geniaccio con un carattere fragile, instabile. Se oltre ai salotti avesse frequentato anche qualche sezione di partito, se avesse alternato i colloqui con esponenti della finanza a qualche incontro con gli operai, be’, direi che non gli avrebbe fatto male».
Da deputato milanese, Scalfari si era gettato tutto a sinistra, diventando un sostenitore del Movimento studentesco che dopo il Sessantotto dominava la piazza. Le assemblee alla Statale lo vedevano spesso tra i vip che assistevano a quei riti. C’è una suggestiva fotografia scattata da Massimo Vitali che ritrae Eugenio in un’assemblea nell’aula magna dell’università. È in piedi e sta fumando. Accanto a lui c’è la sua spalla abituale: Giuseppe Turani, detto Peppino, piccoletto e occhialuto, giornalista esperto di questioni economiche.
La fotografia risale al gennaio 1970, forse scattata nel pomeriggio che vidi Eugenio per la prima volta. Durante un corteo del Movimento che marciava “contro la repressione” messa in atto dal secondo governo del democristiano Mariano Rumor, a danno degli studenti che sognavano la rivoluzione. Era soltanto una mossa di pura propaganda, poiché il pio Rumor non appariva assolutamente in grado di reprimere alcunché.
Eugenio, forse in cerca di popolarità, era tra i vip che guidavano il corteo, mentre io, da inviato a Milano della “Stampa” di Alberto Ronchey, mi ero sistemato sul fronte opposto, quello della polizia. Non impugnavo un manganello, ma soltanto la biro e un taccuino. E mi limitavo a osservare quanto poteva accadere, accucciato alle spalle del vicequestore Luigi Vittoria, un funzionario per niente bellicoso, incaricato di ordinare la carica dopo aver indossato la fascia tricolore.
Di quel primo contatto visivo non rammento quasi nulla. Non ricordo neppure se la carica ci fu. A restarmi impressa fu soltanto la figura di Eugenio. Era bello, aitante, ancora senza barba e si difendeva dal freddo con un magnifico tre quarti di montone. Procedeva in prima fila senza mostrare alcun timore. E portava “la testa come il Santissimo in processione”, secondo una battuta coniata dal suo socio di sempre, Carlo Caracciolo.
Milano viveva anni orribili. Nel novembre 1969 c’era stato l’assassinio di un agente di polizia, Antonio Annarumma, trafitto da un dimostrante con un tubo d’acciaio durante una manifestazione violenta in via Larga. In dicembre una bomba ci aveva gettato addosso la strage di piazza Fontana. Poi la fine oscura dell’anarchico Giuseppe Pinelli aveva seminato dosi di veleno insopportabili.
Camilla Cederna, la star milanese dell’“Espresso”, capace di una faziosità forsennata, dettava la linea del settimanale su quanto stava accadendo attorno a quel mistero e al suo contesto. Per Camilla la colpa dei disordini che tormentavano la città era soltanto della polizia e dei fascisti, che a sentir lei erano la stessa cosa.
Quale fosse allora la posizione di Eugenio a proposito dei torbidi che rendevano invivibile Milano lo compresi all’inizio del 1971. Quando si conobbe il contenuto di un rapporto del prefetto Libero Mazza, inviato al ministero dell’Interno il 22 dicembre 1970.
Il prefetto l’aveva steso dopo la battaglia di piazza ingaggiata dal Movimento studentesco e da altri gruppi estremisti nel primo anniversario di piazza Fontana. In quel caso gli scontri con le forze dell’ordine erano stati molto violenti. Vi aveva perso la vita uno studente di 23 anni, Saverio Saltarelli, colpito in pieno petto da uno dei candelotti lacrimogeni, sparati dai carabinieri e dalla polizia.
Mazza descriveva con minuzia l’estendersi dell’estremismo di sinistra a Milano, la sua organizzazione quasi militare e i connotati eversivi che presentava. Un pericolo continuo, assai più forte dell’estremismo di destra che il prefetto non dimenticava di segnalare.
Era quello che i giornalisti lontani dalle faziosità contrapposte vedevano di continuo nelle strade della città. Ma il rapporto spinse la sinistra a gridare allo scandalo. E tra quanti si scatenarono contro il prefetto ci fu anche il deputato Scalfari.
Pure i giornali meno ciechi come “La Stampa” presero un abbaglio e scrissero che Mazza aveva avallato una montatura della destra. Ma Scalfari si spinse assai più in là. Il 18 aprile 1971 “La Stampa” pubblicò il giudizio di Eugenio su Mazza: «Il prefetto o è uno sciocco che non capisce quanto accade, o un fazioso che non vuole capire. Milano merita un prefetto della Repubblica e non un portavoce della cosiddetta Maggioranza silenziosa, che poi non è altro che una querula minoranza».
Il verdetto scalfariano mi sembrò ingiusto e sgradevole. Come molti cronisti che descrivevano le giornate isteriche di Milano, sapevo bene che il rapporto Mazza raccontava la pura verità. E mi domandai perché un giornalista del rango di Scalfari, per di più eletto alla Camera, si abbassasse a mentire in modo tanto palese. Condannando senza riserve un funzionario onesto come Mazza, da lui definito “uno sciocco o un fazioso” soltanto per aver compiuto il proprio dovere.
La stessa disinvoltura, per non dir di peggio, Scalfari la rivelò nella campagna contro il commissario Luigi Calabresi, indicato come il torturatore e l’assassino di Pinelli. In quel caso il ferro di lancia di un’operazione mostruosa fu la Cederna, sia pure non da sola. Camilla poi scrisse un libro, Pinelli: una finestra sulla strage pubblicato da Feltrinelli nel 1971. Vi sosteneva che la polizia non solo aveva ucciso l’anarchico, ma copriva gli autori della strage di piazza Fontana.
Nel giugno 1971 proprio sull’“Espresso” apparvero le ottocento firme contro Calabresi. Un manifesto indecente, siglato anche da Scalfari, insieme al fior fiore della cultura e della politica rossa. I promotori dell’appello chiesero anche a me di firmarlo. Le pressioni nei miei confronti furono molte e pesanti, poiché ero l’inviato della “Stampa” che aveva seguito quanto era accaduto a Milano dall’estate 1969 in poi.
Non mi lasciai convincere. Ero sempre stato contrario a tutta quella robaccia faziosa. I miei articoli sulla “Stampa” mi portavano da un’altra parte. E nel maggio 1972, quando Calabresi venne assassinato da un killer di Lotta continua, scrissi un ritratto del commissario e una serie di cronache che di certo non piacquero alla Cederna e al vertice dell’“Espresso”.
Non mi sono mai curato di sapere quello che Scalfari poteva aver pensato del mio atteggiamento di tre anni prima, a proposito dell’inferno di Milano dalla strage di piazza Fontana sino all’omicidio di Calabresi. Ma da comandante pragmatico e un po’ cinico forse lo riteneva un dettaglio senza importanza.
Nel giugno 1975 voleva arruolare un inviato per l’Italia settentrionale, esperto e di buon comando. Facevo al caso suo e questo gli bastava per propormi di passare al quotidiano che stava preparando.
Tuttavia io ragionavo in modo diverso. Dentro di me rammentai quello che ho appena ricordato, mentre Scalfari mi mostrava le prove grafiche di alcune pagine della futura “Repubblica”. E la mia conclusione fu immediata. Mi domandai perché dovevo mettermi in una compagnia che non mi assomigliava e sentivo distante. Fu così che rifiutai la proposta di Eugenio. Limitandomi a spiegare il mio no con il patto che avevo stretto con Ottone al “Corriere”.
Il secondo invito ad andare a “Repubblica” me lo presentò Carlo Caracciolo, il socio di Scalfari. Doveva essere la tarda estate del 1976 e il nuovo giornale era nato da pochi mesi, il 14 gennaio. In quell’epoca lavoravo sempre per il “Corriere” di Ottone e mi recavo spesso a Roma per raccontare gli alti e bassi della politica italiana.
In maggio avevo pubblicato un’ampia inchiesta sul Pci. Conclusa a metà giugno da un lungo colloquio con Enrico Berlinguer, passato poi alla cronaca come “l’intervista sulla Nato”.
Il leader comunista mi aveva confessato di sentirsi più al sicuro sotto la bandiera dell’Alleanza atlantica, piuttosto che sotto quella del Patto di Varsavia, capeggiato dall’Unione Sovietica. Il nostro colloquio aveva fatto scalpore. E tra un istante racconterò che cosa mi chiese Caracciolo a proposito di quello scoop.
Carlo aveva appena superato un infarto. Su ordine dei medici, stava trascorrendo un periodo di riposo fuori Roma, in una villa affittata sull’Appia Antica. Quando venne a sapere che stavo in città, mi fece cercare dalla segreteria del “Corriere” e mi pregò di andarlo a trovare.
Caracciolo era un cinquantenne affascinante che non sembrava affatto malato, ma soltanto un po’ stanco. Nel piccolo mondo della carta stampata sapevamo che era un editore diverso dagli altri proprietari di giornali. Di solito si trattava di signori boriosi e ingrugnati, sempre alle prese con i debiti e con il ribellismo delle redazioni. Carlo, invece, apparteneva a un’altra razza.
Un gentiluomo brillante, ben introdotto in società anche per essere il cognato di Gianni Agnelli. E un dongiovanni impenitente che confessava di avere due passioni: i giornali e le donne. Era per davvero il principe di Castagneto e il duca di Melito, ma scherzava sul proprio titolo nobiliare, ereditato dal padre. Spiegando che gli era sempre servito soltanto per rimorchiare turiste americane belle e facoltose. Comunque sia, tutti lo chiamavano il Principe.
Pur appassionato della carta stampata, Caracciolo non amava per niente i giornalisti che la sfornavano. Quando morì, nel dicembre 2008, Carlo De Benedetti raccontò in un’intervista a “Repubblica”, raccolta da Giovanni Valentini, che il Principe non era un estimatore della nostra corporazione.
L’Ingegnere disse: «Alcuni giornalisti lo divertivano, con altri sapeva divertirsi. Un po’ come faceva Gianni Agnelli con i calciatori della Juventus. A pensarci bene, Carlo amava pochissimi di voi. Lui sapeva anche essere un uomo cinico, aveva il cinismo del giocatore».
Purtroppo noi giornalisti eravamo necessari all’editore, ma lui ne avrebbe fatto volentieri a meno. In compenso, andava d’accordo con personaggi molto lontani dal suo ambiente, come avremo modo di vedere. Inoltre, da vero snob, ammirava politici sopravvissuti al comunismo: Massimo D’Alema, Fausto Bertinotti, persino Oliviero Diliberto.
Il perché lo spiegò sempre De Benedetti nell’intervista a Valentini: «Caracciolo aveva senz’altro una certa nostalgia per il comunismo. Certamente non per l’Unione Sovietica, ma per l’utopia comunista sì. Quella era la sua stella polare. Non ha mai avuto molte simpatie per tutto ciò che è venuto dopo il Pci: riteneva che queste esperienze non avessero un solido fondamento, un set stabile di valori. Il suo cuore batteva per il Pci di Berlinguer. Posso dire che Carlo era più a sinistra di me».
Insomma, un Principe rosso. Lo definiva così la stampa di destra. E anche qualche collega del Gruppo Espresso quando lo scopriva tirchio, “con il braccino corto”. Ce ne rendemmo conto il giorno che divenne un super miliardario, vendendo a De Benedetti la propria quota del gruppo, compresa “Repubblica”. Ma di questo lato poco generoso del Principe dirò in seguito.
Quel giorno d’estate del 1976, Caracciolo mi accolse con calda cordialità, pregandomi di accompagnarlo in una breve passeggiata nei dintorni della villa. Durante la lenta camminata, mi domandò di raccontargli del “Corriere” e di Ottone.
Gli regalai qualche banalità che di certo doveva conoscere meglio di me: le difficoltà finanziarie di Angelo Rizzoli junior, nostro editore da un paio d’anni, il sindacalismo esasperato di una parte della redazione, l’abilità di Ottone nel non lasciarsi imprigionare troppo dai tanti ostacoli che incontrava ogni giorno.
Il Principe osservò: «Piero è davvero bravo. L’unico che lo batte è Eugenio. Prima o poi, finiranno con il lavorare assieme».
Poi volle sapere in che modo ero riuscito a strappare a Berlinguer quelle battute sul Patto di Varsavia e sulla Nato. Mentre nell’intervista a Fausto De Luca di “Repubblica” il segretario del Pci non aveva detto nulla di memorabile. Quindi aggiunse: «Eugenio si è incazzato a morte perché Berlinguer ha scelto di parlare schietto al “Corriere” invece che a “Repubblica”. E immagina congiure e trame a non finire, ai suoi danni e per avversione al nostro giornale appena nato…».
Mi misi a ridere e risposi: «È inutile che Scalfari, e forse anche tu, cerchiate di catturare le mosche con le chiappe. Non c’è stato alcun complotto e non è intervenuto nessun potere segreto. Avevo appena concluso la mia inchiesta sul Pci. E tanto Ottone che io pensammo che si doveva intervistare il segretario comunista. Insieme abbiamo steso le domande e io le ho portate alla governante di Berlinguer, l’occhiuto Tonino Tatò. Dopo un giorno, Tatò mi ha chiamato: Enrico ha deciso di dare l’intervista al “Corriere”. E vuole che sia tu a farla, per rimediare alle balle che hai scritto nei quattro interminabili articoli sul partito… Tutto qui».
Caracciolo osservò: «Me la racconti troppo semplice. E non ti credo!». Alzai le spalle: «È andata esattamente così. Non so che altro dirti. Ma dovresti rammentare che la mia intervista a Berlinguer è uscita qualche giorno prima delle elezioni politiche di questo giugno. Il segretario del Pci aveva bisogno di dire certe cose a un pubblico più vasto di quello del vostro giornale. E ha scelto il “Corriere”. Eugenio non perda tempo a incavolarsi!».
«Già, parliamo dei lettori di “Repubblica”» mi propose Caracciolo. «Oggi sono ancora pochi, ma presto cresceranno. Se è questo il motivo che un anno fa ti ha spinto a rifiutare l’invito di Eugenio, hai sbagliato…»
Interruppi Caracciolo: «Ho detto di no per altre ragioni» e mi decisi a spiegargli per bene l’insieme di dubbi e dissensi che mi avevano fermato. Lui mi lasciò parlare a lungo, poi si limitò a osservare: «Hai ragione, quel manifesto contro Calabresi è stata una vera carognata. Ti rammento che, a differenza di Eugenio, io mi sono ben guardato dal firmarlo. Ma non potevo né volevo bloccare l’iniziativa dell’“Espresso”. Ho sempre pensato che gli editori non debbono mai sovrapporsi ai direttori. O li lasciano fare oppure li cacciano su due piedi».
Comunque, il Principe se ne infischiava dei miei fastidi nei riguardi di Scalfari, della Cederna e dell’“Espresso”. Adesso gli premeva soltanto “Repubblica”. Mi disse: «Un giornalista come te deve lavorare con Eugenio. Lascia perdere i quotidiani dove sei stato fino a oggi. Loro appartengono al passato, mentre noi siamo il futuro. Ma per affermarci abbiamo bisogno di gente con una buona esperienza professionale...
Indice dei contenuti
- Cover
- Frontespizio
- Copyright
- Introduzione - La Triade
- 1 - Eugenio, devo dirti di no
- 2 - Due cugini rissosi
- 3 - Indro se ne va
- 4 - Via Solferino in rosso
- 5 - I soci del Quartetto
- 6 - Un Corrierino dei piccoli
- 7 - Ghino di Tacco al Raphaël
- 8 - Il Fattore Pci
- 9 - Morte di un cronista
- 10 - Stupro e saccheggio
- 11 - Una Renault piena di copie
- 12 - Il Grande vecchio
- 13 - Il sangue di Walter
- 14 - Bingo con la P2
- 15 - Ciriaco mon amour
- 16 - Offerte di lavoro
- 17 - Boicottaggio rosso
- 18 - Molestie in redazione
- 19 - Miliardari e satanassi
- 20 - Belzebù
- 21 - Il Cav mangiatutto
- 22 - Il Mediatore
- 23 - “Repubblica” addio
- 24 - Barbapapà e Topolino
- 25 - Il club dei Giacobini
- 26 - Abbasso Pansa!
- 27 - Via dal Gruppone
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