Giuro che non mi sposo
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Giuro che non mi sposo

  1. 372 pagine
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Giuro che non mi sposo

Informazioni su questo libro

"... e vissero felici, divorziati e contenti." Doveva finire così la favola di Elizabeth Gilbert e del suo Felipe. Li avevamo lasciati a Bali, innamorati e decisi a non sposarsi mai più. Un primo matrimonio rovinosamente fallito per entrambi poteva bastare: d'ora in avanti avrebbero celebrato l'amore in modo diverso, senza vincoli e riti ufficiali, viaggiando e lavorando come prima, con Philadelphia come base e il passaporto sempre in tasca. Ma il Dipartimento americano per l'immigrazione aveva in mente un finale diverso. Elizabeth Gilbert riprende il racconto da dove l'aveva interrotto alla fine di Mangia prega ama, ed esplora il tema controverso e affascinante del grande "sì", in un libro pieno di incontri, storie e piccole formidabili rivelazioni.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2013
eBook ISBN
9788858665381
Print ISBN
9788817054713

1

Matrimonio e sorprese

Il matrimonio è un’amicizia approvata dalla polizia.
Robert Louis Stevenson
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In un tardo pomeriggio dell’estate 2006 mi trovavo in un paesino del Vietnam del Nord, seduta intorno al focolare di una cucina fuligginosa insieme a un gruppo di donne del luogo di cui non conoscevo la lingua, e tentavo di far loro delle domande a proposito del matrimonio.
Erano mesi ormai che viaggiavo per il Sudest asiatico insieme all’uomo che di lì a breve sarebbe diventato mio marito. L’espressione «promesso sposo», tradizionalmente usata in questi casi, preferivamo evitarla. A dire il vero, era l’idea stessa del matrimonio a metterci un po’ a disagio. Non avevamo mai preso in considerazione l’eventualità di sposarci, né l’avevamo mai desiderato. Il Fato tuttavia aveva scombussolato i nostri piani e adesso ci trovavamo a vagare senza meta per il Vietnam, la Thailandia, il Laos, la Cambogia e l’Indonesia, mentre cercavamo disperatamente di rientrare in America per sposarci.
L’uomo in questione, che d’ora in poi chiamerò Felipe, era il mio amante e compagno da più di due anni. Felipe è un gentiluomo brasiliano, premuroso e affettuoso, di diciassette anni più vecchio di me. L’avevo conosciuto alcuni anni prima durante un altro viaggio per il mondo (questo programmato), intrapreso per cercare di rimettere insieme i cocci di un cuore spezzato. Verso la fine dei miei vagabondaggi avevo incontrato Felipe, che da anni ormai viveva solo e sereno a Bali, anche lui alle prese con le sue personali ferite d’amore. All’attrazione iniziale, era seguito un cauto corteggiamento e poi, con grande sorpresa di entrambi, era sbocciato l’amore.
La nostra riluttanza a sposarci non dipendeva dunque dalla mancanza di sentimento. Al contrario, Felipe e io ci amavamo senza riserve. Eravamo più che pronti a prometterci di rimanere insieme per sempre. Ci eravamo persino giurati fedeltà eterna, anche se in privato. Entrambi però eravamo reduci da orribili divorzi che ci avevano profondamente segnato e la sola idea di un matrimonio legale, persino tra due persone così devote l’una all’altra come noi, ci riempiva di terrore.
In generale, il divorzio è abbastanza sgradevole (Rebecca West ha scritto che divorziare di solito è una faccenda utile e amena tanto quanto rompere porcellane di grande valore), e i nostri non avevano fatto eccezione. Su una scala da uno a dieci (dove uno corrisponde a una separazione amichevole e dieci... be’, a una vera e propria carneficina) io avrei assegnato al mio divorzio un punteggio di 7,5. Non si erano verificati suicidi né omicidi, ma per il resto le persone coinvolte, normalmente educate, non avrebbero potuto comportarsi in modo più spiacevole. Inoltre, si era trascinato per due anni.
Per quanto riguarda Felipe, il suo primo matrimonio (con un’australiana intelligente e in carriera) era finito quasi dieci anni prima che noi due ci incontrassimo a Bali. Il suo divorzio era stato tutto sommato civile, ma perdere la moglie e una relazione durata quasi vent’anni (oltre al diritto di frequentare la casa coniugale e i figli) aveva lasciato in quel brav’uomo uno strascico di profonda tristezza, acuita dal rimpianto, dall’isolamento e da preoccupazioni di ordine economico.
Le esperienze precedenti, dunque, avevano fatto di noi persone provate, tormentate e decisamente scettiche nei confronti del sacro vincolo del matrimonio. Al pari di chiunque abbia attraversato la selva oscura del divorzio, Felipe e io avevamo imparato sulla nostra pelle una dura verità: dietro l’entusiasmo e la felicità dei primi tempi, ogni unione intima reca in sé i presagi della catastrofe assoluta. Avevamo anche capito che il matrimonio è un territorio nel quale è molto più facile entrare che uscire. In assenza di vincoli legali, l’amante non sposato può mettere fine a una relazione fallimentare in qualsiasi momento. Tu, invece, persona ufficialmente sposata che desideri fuggire da un amore ormai spacciato, sei destinato a scoprire che buona parte del contratto matrimoniale è di competenza dello Stato e che quest’ultimo impiegherà parecchio tempo ad accordarti il permesso di levare le tende. E così ti ritroverai intrappolato per mesi, forse persino anni, in un’unione legale priva di amore confortevole quanto una casa divorata dalle fiamme. E in quella casa, caro amico, tu sei ammanettato a un termosifone giù in cantina, incapace di liberarti, mentre il fumo si spande dappertutto e l’edificio comincia a crollare...
Scusate... forse mi sono fatta prendere la mano.
Condivido con voi queste sgradevoli considerazioni solo per spiegare come mai, sin dall’inizio della nostra relazione, Felipe e io avessimo stretto un patto abbastanza insolito. Ci eravamo giurati di non sposarci mai, per nessuna ragione al mondo. Mai e poi mai avremmo acconsentito a unire le nostre finanze e i nostri beni, per scongiurare preventivamente il rischio di ritrovarci un giorno costretti a spartire materiale esplosivo come mutui, azioni, case, conti in banca, elettrodomestici e libri preferiti. Sulla base di tali promesse, Felipe e io avevamo costruito la nostra relazione accuratamente delimitata e la cosa ci rendeva molto sereni. Così come la promessa del matrimonio può infondere un senso di sicurezza in molte coppie, la nostra promessa di segno opposto ci aveva regalato la tranquillità emotiva di cui avevamo bisogno per provare ad amare di nuovo. E questo impegno reciproco – consapevolmente privo di obblighi ufficiali – aveva avuto l’effetto di una portentosa liberazione. Ci sembrava di aver scoperto il passaggio a nord-ovest del rapporto perfetto, una cosa – come ha detto García Márquez – «simile all’amore, ma senza i problemi dell’amore».
Fino alla primavera del 2006 ci eravamo dunque attenuti ai nostri saggi propositi: farsi ognuno gli affari propri e costruire insieme una vita comune ma separata, priva di vincoli e appagante. E avremmo potuto continuare a vivere felici e contenti, se non fosse stato per un terzo incomodo impossibile da ignorare: il Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti.


Il guaio era che Felipe e io, sebbene avessimo molte cose in comune e stessimo bene insieme, non eravamo della stessa nazionalità. Lui era un brasiliano con cittadinanza australiana che al momento della nostra relazione risiedeva da molto tempo in Indonesia. Io ero un’americana che, viaggi a parte, aveva sempre vissuto sulla costa orientale degli Stati Uniti. All’inizio il dubbio che il nostro amore apolide potesse incontrare dei problemi non ci aveva nemmeno sfiorato, anche se con il senno di poi forse avremmo dovuto prevedere complicazioni. Come recita un vecchio adagio: è possibile che un pesce e un uccello si innamorino, ma poi dove andranno ad abitare? Secondo noi, la soluzione del problema stava nel nostro essere abili viaggiatori: io ero un uccello acquatico e lui un pesce volante; in effetti, almeno per il primo anno della nostra relazione, eravamo vissuti a mezz’aria, tuffandoci in acqua e volando su mari e continenti pur di rimanere insieme.
Le nostre professioni, per fortuna, facilitavano un simile stile di vita. Io, in quanto scrittrice, potevo lavorare ovunque. Lui, che importava gemme e gioielli e li rivendeva negli Stati Uniti, era abituato a viaggiare. L’unico accorgimento da prendere era coordinare i nostri spostamenti. Io prendevo un volo per Bali; lui mi raggiungeva negli Stati Uniti; insieme andavamo in Brasile; poi ci davamo appuntamento a Sydney. Io accettai un lavoro provvisorio come insegnante di scrittura creativa all’Università del Tennessee, e per alcuni strani mesi vivemmo insieme in una fatiscente stanza d’albergo di Knoxville. (Per inciso, raccomando questo tipo di convivenza a chiunque desideri mettere alla prova il proprio livello di compatibilità con un nuovo partner.)
Vivevamo seguendo un ritmo sincopato, senza fare progetti, per lo più insieme, ma sempre in movimento, come testimoni sottoposti a uno strano programma di protezione internazionale. La nostra relazione, benché sempre più solida e tranquilla, era una continua sfida logistica e, con tutti i voli intercontinentali che comportava, ci stava costando una fortuna. In più, inutile negarlo, era destabilizzante dal punto di vista psicologico. Tutte le volte che ci ritrovavamo, Felipe e io dovevamo imparare a conoscerci di nuovo. C’era sempre un momento di imbarazzo all’aeroporto, in cui lo aspettavo lì impalata chiedendomi: «Lo riconoscerò? E lui mi riconoscerà?». Così, al termine del primo anno, cominciammo entrambi a desiderare un rapporto più stabile, e fu Felipe a compiere il grande passo: abbandonò la sua modesta ma incantevole dimora di Bali per trasferirsi nella piccola casa alla periferia di Philadelphia che io avevo da poco preso in affitto.
Lasciare Bali per la periferia di Philadelphia può sembrare una scelta ben strana, ma Felipe giurava di essere stufo dei Tropici. La vita a Bali era troppo semplice; ogni giorno era una replica insieme piacevole e noiosa di quello precedente. Erano anni che desiderava andarsene, ripeteva; da molto prima di incontrare me. L’idea che ci si possa stancare del paradiso può risultare incomprensibile a chi in paradiso non abbia mai vissuto (persino a me sembrava un po’ folle), fatto sta che col passare degli anni i paesaggi da sogno dell’isola avevano finito per annoiarlo e opprimerlo. Non dimenticherò mai una delle ultime sere che trascorremmo a casa sua a Bali: eravamo seduti fuori – i piedi nudi, la pelle accarezzata dalla tiepida aria novembrina – a bere vino e a osservare un mare di stelle luccicare sopra le risaie. Mentre i venti profumati agitavano le palme trasportando la flebile melodia di una cerimonia in un tempio lontano, Felipe mi guardò, sospirò e disse: «Non ne posso più di tutto questo. Non vedo l’ora di essere a Philadelphia».
E Philadelphia in realtà piaceva molto a entrambi. La nostra piccola casa in affitto era vicina a quella dove viveva mia sorella con il marito e i figli (nel corso degli anni la vicinanza a mia sorella era diventata essenziale per la mia felicità). E poi, dopo tanti anni passati a viaggiare in luoghi lontani, era bello e persino rivitalizzante tornare a vivere in America, Paese che, con tutti i suoi limiti e i suoi difetti, era ancora interessante per entrambi: vivace, multiculturale, in continua evoluzione, pieno di contraddizioni esasperanti, stimolante sul piano creativo: vitale, insomma.
Felipe e io ci stabilimmo dunque a Philadelphia e lì ci esercitammo con risultati incoraggianti a convivere nel vero senso della parola. Lui vendeva i suoi gioielli; io mi occupavo di progetti di scrittura che mi costringevano a rimanere stabilmente in un luogo e a condurre ricerche. Lui cucinava; io mi occupavo del prato; ogni tanto, uno dei due si ricordava di passare l’aspirapolvere. Gestivamo con tranquillità il nostro ménage domestico e ci suddividevamo i compiti quotidiani senza problemi. Eravamo ambiziosi, produttivi e ottimisti. Tutto procedeva a gonfie vele.
Simili intervalli di stabilità, però, non duravano mai troppo a lungo. Il visto di Felipe prevedeva infatti un soggiorno di massimo tre mesi negli Stati Uniti, dopodiché lui era costretto a togliere il disturbo per un po’. Quindi saliva su un aereo e se ne andava in un altro Paese, e io rimanevo sola con i miei libri e i miei vicini. Poi, alcune settimane più tardi, Felipe tornava negli Stati Uniti con un nuovo visto di novanta giorni e la nostra vita in comune riprendeva il suo corso. Il fatto che quei tre mesi rappresentassero per entrambi la durata ideale per una convivenza la dice lunga sui nostri timori nei confronti dell’impegno a lungo termine: era il massimo di pianificazione che due reduci da divorzi come noi riuscissero a concepire senza sentirsi minacciati. E a volte, quando i miei impegni me lo consentivano, seguivo Felipe nelle sue trasferte all’estero.
Ecco perché un giorno, dopo un viaggio d’affari di Felipe, tornammo insieme negli Stati Uniti con un volo low cost e atterrammo all’aeroporto internazionale Fort Worth di Dallas da dove avremmo proseguito per Philadelphia. Io passai per prima la dogana nella fila a scorrimento veloce dei cittadini americani. Una volta giunta dall’altra parte, aspettai che Felipe guadagnasse la testa della lunga coda di stranieri. Lo vidi avvicinarsi al funzionario dell’immigrazione, che esaminò con attenzione il suo passaporto australiano voluminoso come una bibbia: ogni pagina, ogni timbro, ogni ologramma. Di solito, gli addetti non erano così solerti, e la lunga attesa mi fece innervosire. Rimasi a guardare, tendendo le orecchie per udire il colpo secco che suggellava ogni passaggio di frontiera andato a buon fine: il rumore del timbro spesso e pesante da bibliotecario che accordava al visitatore un ospitale visto d’entrata. Quel suono, però, non arrivò mai.
Il funzionario dell’immigrazione prese invece il telefono e si mise a parlare sottovoce. Subito dopo giunse un incaricato con la divisa del Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti e portò via il mio amore.


Gli uomini in uniforme dell’aeroporto di Dallas interrogarono Felipe per sei ore consecutive. Per sei ore non ebbi il permesso di vederlo né di fare domande e rimasi in una sala d’attesa dell’ufficio della Sicurezza Interna: un locale squallido con le luci al neon pieno di persone provenienti da ogni angolo del mondo, tutte ugualmente irrigidite dalla paura. Non sapevo che cosa stessero facendo a Felipe là dentro, né che cosa volessero da lui. Sapevo solo che non aveva infranto alcuna legge, ma il pensiero era meno confortante di quel che avrebbe dovuto. Erano gli anni dell’amministrazione di George W. Bush: non certo il momento migliore per avere un compagno straniero nelle mani delle autorità governative. Mi sforzavo di mantenere la calma recitando tra me e me la famosa preghiera di Giuliana di Norwich, mistica del Quattordicesimo secolo («Tutto sarà bene, e tutto sarà bene, e ogni sorta di cosa sarà bene»), ma non ci credevo affatto. Nulla era bene.
Di tanto in tanto mi alzavo dalla mia sedia di plastica per cercare di estorcere qualche informazione in più al funzionario dell’ufficio immigrazione seduto dietro il vetro antiproiettile. Lui, però, ignorava le mie suppliche e mi dava sempre la stessa risposta: «Signorina, quando avremo qualcosa da dirle sul suo fidanzato, gliela comunicheremo».
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In una situazione del genere credo non esista parola più debole di «fidanzato». Il tono sprezzante con cui il funzionario la pronunciava la diceva lunga sulla scarsa considerazione che aveva nei confronti del legame tra me e Felipe. Perché mai un impiegato pubblico avrebbe dovuto rilasciare informazioni su un semplice «fidanzato»? Io avrei voluto dirgli: «Senta, lei non ha la minima idea di quanto sia importante per me l’uomo che state trattenendo!». Ma dubitavo che un’uscita simile sarebbe stata utile. Temevo anzi che le mie insistenze potessero avere ripercussioni negative sul destino di Felipe, quindi tornavo a sedermi impotente. Solo ora mi rendo conto che, probabilmente, avrei dovuto chiamare un avvocato. Ma non avevo un cellulare con me e non volevo abbandonare la mia postazione in sala d’attesa; inoltre, non conoscevo avvocati a Dallas ed era domenica pomeriggio, quindi a chi avrei potuto rivolgermi?
Finalmente, sei ore dopo, un agente mi condusse per un labirinto di misteriosi corridoi fino ad arrivare davanti a una stanza poco illuminata in cui vidi Felipe seduto insieme al funzionario del Dipartimento della Sicurezza Interna che lo aveva interrogato. I due sembravano ugualmente stremati, ma solo uno di loro era mio: il mio amore, il volto per me più familiare e più caro al mondo. Vedendolo in quello stato provai una stretta al cuore, un desiderio intenso di toccarlo, ma pensai che forse non era permesso, quindi rimasi lì immobile.
Felipe mi rivolse un sorriso stanco e disse: «Cara, la nostra vita sta per diventare ancora più complicata».
Prima che potessi replicare, il funzionario che l’aveva interrogato prese in mano la situazione e mi diede le necessarie spiegazioni.
«Signora» esordì, «l’abbiamo convocata per comunicarle che non permetteremo al suo fidanzato di rientrare negli Stati Uniti. Sarà trattenuto in carcere finché non verrà imbarcato su un volo diretto in Australia, dato che è in possesso di un passaporto australiano. Non potrà mai più tornare negli Stati Uniti.»
La mia prima reazione fu fisica. Ebbi l’impressione che tutto il sangue che avevo in corpo fosse evaporato all’istante e, per un attimo, i miei occhi si rifiutarono di mettere a fuoco le immagini. Subito dopo, però, la mia mente reagì ed esaminai in fretta la situazione. Molto prima che ci conoscessimo, Felipe aveva già vissuto negli Stati Uniti; vi si tratteneva per brevi periodi alcune volte all’anno, dato che importava dal Brasile e dall’Indonesia gemme e gioielli che rivendeva sui mercati americani. Gli USA sono sempre ben disposti ad accogliere imprenditori internazionali come lui: gli investitori stranieri portano merce, denaro e commercio. Felipe faceva ottimi affari in America. Grazie a questi aveva potuto mandare i figli (ormai adulti) a studiare nelle migliori scuole private australiane. Anche se fino a poco tempo prima non ci aveva mai abitato stabilmente, gli Stati Uniti erano il centro della sua vita professionale, lì aveva il suo magazzino e tutti i suoi contatti d’affari. Se gli fosse stato impedito di tornarvi, non avrebbe più potuto guadagnarsi da vivere. Per non parlare del fatto che io risiedevo negli Stati Uniti, che lui voleva stare con me e che io – per ovvi motivi famigliari e professionali – desideravo mantenere lì la mia base. Inoltre anche Felipe apparteneva già alla mia famiglia: era stato accolto senza riserve dai miei genitori, da mia sorella, dai miei amici, dal mio mondo. Come avremmo potuto continuare la nostra vita insieme se fosse stato bandito per sempre dagli Stati Uniti? Che cosa avremmo potuto fare? («Dove dormiremo, io e te?» si chiede una triste canzone d’amore dei pellerossa wintu. «Ai confini del cielo? Dove dormiremo, io e te?»)
«Che motivi avete per espellerlo dal Paese?» domandai al funzionario della Sicurezza Interna, cercando di assumere un tono autorevole.
«Da un punto di vista strettamente legale, signora, non lo stiamo espellendo.» Diversamente da me, il funzionario non aveva bisogno di cercare di assumere un tono autorevole: a lui veniva naturale. «Gli stiamo negando il permesso di ingresso perché nel corso dell’ultimo anno è tornato troppo spesso negli Stati Uniti. Non si è mai trattenuto oltre i limiti imposti dal visto ma, osservando le date delle sue entrate e uscite dal Paese, risulta evidente che il signore risiede presso di lei a Philadelphia per periodi di tre mesi, intervallati da viaggi molto brevi al di fuori dei nostri confini. »
Era difficile obiettare: Felipe faceva esattamente questo.
«È un reato?» domandai.
«Non esattamente.»
«Non esattamente o no?»
«No, signora, non è un reato. Infatti non lo stiamo arrestando. Ma il visto di tre mesi che gli Stati Uniti concedono ai cittadini di Paesi amici non autorizza andirivieni di questo tipo.»
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«Noi, però, non lo sapevamo» tentai di giustificarci.
Felipe intervenne. «Un funzionario dell’immigrazione di New York ci ha spiegato che sarei potuto venire negli Stati Uniti tutte le volte che volevo, purché non mi trattenessi più di novanta giorni.»
«Non so chi le abbia dato questa informazione, ma è falsa.»
Mi tornò in mente ciò che una volta Felipe mi aveva detto a proposito delle dogane: «Non prenderle mai alla leggera, cara. Ricorda sempre che un bel giorno, in un Paese qualsiasi del mondo e per un motivo qualsiasi, un agente di frontiera ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Dedica
  5. Nota dell’Autrice
  6. 1 - Matrimonio e sorprese
  7. 2 - Matrimonio e aspettative
  8. 3 - Matrimonio e storia
  9. 4 - Matrimonio e infatuazione
  10. 5 - Matrimonio e donne
  11. 6 - Matrimonio e autonomia
  12. 7 - Matrimonio e sovversione
  13. 8 - Matrimonio e cerimonia
  14. Ringraziamenti