Peter Pan nei giardini di Kensington
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Peter Pan nei giardini di Kensington

  1. 108 pagine
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Peter Pan nei giardini di Kensington

Informazioni su questo libro

Prima di nascere tutti i bambini hanno un paio di ali per volare, ma poi se ne dimenticano. Tutti tranne Peter Pan.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2014
eBook ISBN
9788858665275
Print ISBN
9788817071789

La casetta

Tutti hanno sentito parlare della casetta dei Giardini di Kensington, l’unica casa al mondo che le fate hanno costruito per gli esseri umani. Ma nessuno l’ha vista veramente; eccetto proprio tre o quattro, e questi non soltanto l’hanno vista, ma vi hanno dormito, perché, a meno che non vi si dorma, non la si può vedere. E questo succede perché non c’è quando vi ci coricate, ma è lì quando vi svegliate e ne uscite fuori.
In un certo modo tutti possono vederla, ma quello che vedono non è realmente la casa, ma soltanto la luce delle finestre. Quella luce la si vede dopo l’Ora di Chiusura. David, per esempio, l’ha vista benissimo in lontananza fra gli alberi, mentre tornavamo a casa dopo la pantomima, e Oliver Bailey la vide la notte che era stato fino a tardi a Temple, che è il nome dell’ufficio di suo padre. Angela Clare, a cui fa piacere farsi estrarre un dente perché poi la portano a prendere il tè in pasticceria, ha visto più di una luce, ne ha viste centinaia insieme. Devono essere state le fate che fabbricavano la casa, perché la fabbricano ogni notte e sempre in un posto diverso dei Giardini. Lei pensò che una delle luci fosse più grande delle altre, pur non essendone proprio sicura, perché le luci saltellavano di qua e di là, e quella che pareva più grande magari era un’altra. Ma se era la stessa, doveva essere la luce di Peter Pan. Frotte di bambini hanno visto la luce, non c’è niente di straordinario. Ma fu Maimie Mannering la famosa bambina per cui la casa fu costruita per la prima volta.
Maimie era stata sempre una bambina piuttosto strana, e la sua stranezza veniva fuori di notte. Aveva quattro anni e di giorno era come tutte le altre bambine. Era contenta quando suo fratello Tony, un magnifico giovanottino di sei anni, le prestava attenzione. Lo considerava giustamente con ammirazione e cercava invano di imitarlo e quando lui la spintonava, lei invece di arrabbiarsi ne era quasi lusingata. Inoltre, quando era alla battuta, anche se la palla era in aria, si fermava per farvi vedere che aveva le scarpine nuove. Durante il giorno era proprio simile a tutte le altre bambine.
Ma quando scendevano le ombre della notte, Tony lo spaccone perdeva l’aria di disprezzo che aveva per Maimie, e la guardava impaurito, e non c’è da meravigliarsene perché con il buio la faccia di lei assumeva uno sguardo che posso solo definire maligno. Era anche uno sguardo sereno che contrastava grandiosamente con le occhiate inquiete di Tony. Poi Tony le faceva omaggio dei suoi giocattoli preferiti (che si riprendeva sempre il mattino dopo) e lei li accettava con un sorriso che lo turbava. In breve, la ragione per cui ora lui era così pieno di blandizie e lei così enigmatica era che sapevano di stare per essere mandati a letto. Ed era allora che Maimie diventava tremenda. Tony la scongiurava di non farlo quella notte, e la mamma e la bambinaia di colore la minacciavano, ma Maimie non faceva altro che sfoggiare quel suo sorriso inquietante. E dopo poco, quando i due bambini rimanevano soli con il loro lumino da notte, lei balzava in piedi sul letto gridando: «Scicc… cos’era quel rumore?» Tony la implorava: «Non era niente, non fare così, Maimie, non farlo!» e si copriva la testa con le lenzuola. «Si sta avvicinando!» gridava lei. «Guardalo, Tony! Cerca il tuo letto a tastoni con le corna, ti infilzerà, oh, Tony, oh!» E non la smetteva finché lui non si precipitava per le scale in camicia da notte urlando. Quando gli altri salivano per dare una lezione a Maimie, di solito la trovavano tranquillamente ad -dormentata, e non faceva finta, sapete, ma dormiva sul serio e assomigliava al più dolce angioletto del mondo, il che mi sembra che renda la cosa ancora peggiore.
Quando si trovavano nei Giardini però era giorno, e allora Tony chiacchierava per quasi tutto il tempo. Da quello che diceva si poteva dedurre che era un bambino molto coraggioso, e nessuno più di Maimie era orgoglioso di ciò. Le sarebbe piaciuto avere addosso un biglietto in cui si diceva che lei era sua sorella. E non lo ammirava mai tanto come quando le diceva, con ammirevole sicurezza, e lo diceva sovente, che un giorno sarebbe rimasto nei Giardini, dopo la chiusura dei cancelli.
«Oh, Tony» gli diceva con grande rispetto, «ma le fate si arrabbieranno assai!»
«Lo credo bene» rispondeva Tony con noncuranza.
«Forse» diceva lei, tremante «Peter Pan ti farà fare un giro sulla sua barca!»
«Lo costringerò» rispondeva Tony. E non c’è da meravigliarsi che lei ne fosse orgogliosa.
Ma non avrebbero dovuto parlare così forte perché un giorno li udì una fata che stava raccogliendo scheletri di foglie da cui quella gente minuta tesse le tende per l’estate, e da allora Tony fu un bambino segnato. Allargavano le sbarre delle panchine poco prima che vi si sedesse e lui andava a finire in terra battendo la testa. Lo facevano inciampare tirandogli le stringhe delle scarpe e corrompevano le anitre con doni perché affondassero la sua barca. Quasi tutte le cose spiacevoli che vi capitano nei Giardini accadono perché le fate vi hanno preso a mal volere, perciò vi conviene stare attenti quando parlate di loro.
Maimie era uno di quei tipi a cui piace fissare un giorno per fare le proprie cose, Tony invece non era di questo tipo, e quando lei gli chiedeva quale giorno aveva scelto per fermarsi nei Giardini dopo l’Ora di Chiusura, lui si limitava a rispondere: “Un giorno o l’altro.” Era sempre incerto sul giorno, eccetto quando Maimie gli chiedeva: “Sarà per oggi?” Allora lui poteva sempre rispondere con sicurezza che non sarebbe stato quel giorno. Cosicché Tony aspettava la vera buona occasione. Questo ci porta a un pomeriggio in cui i Giardini erano bianchi di neve, e c’era il ghiaccio sul Laghetto Rotondo, non abbastanza spesso da poterci pattinare sopra, ma almeno pronto da rompere con un lancio di pietre, cosa che molti bambini allegramente stavano facendo. Appena giunti, Tony e la sorella vollero andare direttamente al Laghetto, ma la loro bambinaia indiana disse che prima dovevano fare una bella passeggiata, e mentre lo diceva gettò uno sguardo al cartello degli orari per vedere a che ora chiudevano quella sera i Giardini. C’era scritto alle cinque e mezzo. Povera bambinaia! È una di quelle che ridono sempre perché ci sono tanti bambini bianchi al mondo, ma non avrebbe riso tanto quel giorno!
Bene, percorsero la Piccola Passeggiata avanti e indietro; quando ritornarono davanti al cartello dell’orario, la bambinaia fu sorpresa di vedere che adesso l’Ora di Chiusura era alle cinque. Lei non era al corrente degli astuti espedienti delle fate, e così non si accorse (come fecero invece subito Maimie e Tony) che le fate avevano cambiato l’ora perché quella sera ci sarebbe stato un ballo. La poverina disse che ora c’era solo il tempo di andare fino sulla cima della Gobba e ritorno, e mentre i bambini le trotterellavano al fianco, non poteva certo indovinare quello che agitava i loro piccoli petti. Quella era proprio l’occasione ideale per assistere a un ballo di fate. Tony sentì che non avrebbe mai potuto sperare in un’occasione migliore.
E lo sentì perché Maimie così chiaramente lo sentì per lui. Gli occhi ansiosi di lei posero la domanda: «È per oggi?» Egli rimase senza fiato e fece cenno di sì. Maimie lasciò scivolare la sua mano in quella di Tony; la sua bruciava, quella di lui era gelata. Con grande gentilezza lei si tolse la sciarpa e gliela diede, dicendogli sottovoce: «Nel caso avessi freddo.» La sua faccia era raggiante, quella di Tony molto cupa.
Mentre tornavano indietro dalla cima della Gobba lui le bisbigliò: «Ho paura che la bambinaia mi veda, non sarà facile farlo.»
Maimie l’ammirò più che mai perché aveva paura solo della bambinaia, quando c’erano così tanti terrori sconosciuti da provare, e disse ad alta voce: «Tony, facciamo una corsa fino al cancello?» E in un bisbiglio: «Così puoi nasconderti» e si misero a correre.
Tony riusciva sempre a staccarla facilmente, ma lei non lo aveva mai visto correre alla velocità di quel giorno, ed era certa che corresse così per poter avere più tempo per nascondersi. “Bravo, bravo!” gridavano i suoi occhi adoranti, ma ecco il tremendo shock. Il suo eroe, una volta arrivato al cancello, invece di nascondersi, era scappato fuori! A quello spettacolo penoso si fermò sbigottita, come se a un tratto avesse perduto tutti i suoi tesori più cari, e non poté neanche piangere per lo sdegno, e in un impeto di protesta contro tutti i codardi piagnucolosi corse al Pozzo di San Govone e si nascose al posto di Tony.
Quando la bambinaia arrivò al cancello e vide Tony lontano, pensò che l’altra sua sorvegliata fosse con lui e passò oltre. Il crepuscolo calò lentamente sui Giardini e uscirono centinaia di persone, compresa l’ultima, l’eterna ritardataria, ma Maimie non vide nessuno. Aveva chiuso gli occhi con forza e lacrime accorate glieli tenevano incollati. Quando li riaprì, qualche cosa di gelido le salì su per le gambe e le braccia e le cadde nel cuore. Fu l’immobilità dei Giardini. Poi sentì un clang, poi da un’altra parte clang, ancora clang, e poi un clang lontano. Era la chiusura dei Cancelli.
Si era appena spenta l’eco dell’ultimo clang che Maimie udì distintamente una voce che diceva: «Così va bene.» Aveva un suono legnoso e sembrava venire dall’alto. La bambina fece appena in tempo a guardar su e vedere un olmo che si sgranchiva le gambe.
Era sul punto di dire “Non avevo mai saputo che gli alberi parlassero” quando una voce metallica, che sembrava venire dal secchio del pozzo, disse all’olmo: «Sarà freddino lassù.» E l’olmo rispose: «Non tanto, ma ci si intorpidisce a stare per tanto tempo su una gamba sola.» Poi aprì e chiuse con energia le braccia proprio come fanno i vetturini prima di avviare la carrozza. Maimie fu proprio sorpresa nel vedere che molti altri alberi facevano la stessa cosa, e si andò a nascondere nella Piccola Passeggiata. Si rannicchiò sotto un agrifoglio di Minorca che scrollò le spalle ma non sembrò accorgersi di lei.
Maimie non aveva affatto freddo. Indossava un cappottino rossiccio e aveva il cappuccio che le lasciava scoperto soltanto il visino grazioso e i riccioli. Tutto il resto del suo corpicino era nascosto in fondo in fondo a così tanti indumenti caldi che aveva piuttosto l’aspetto di una palla. Il giro vita arrivava forse a un metro.
C’era un gran movimento lungo la Piccola Passeggiata dove Maimie arrivò in tempo per vedere una Magnolia e un albero dei rosari attraversare il recinto e incamminarsi per una bella passeggiata. Si muovevano senza dubbio un po’ come a scatti, ma era perché usavano le grucce.
Un sambuco attraversò zoppicando la passeg -giata e si fermò a chiacchierare con alcuni giovani cotogni, e tutti avevano le loro grucce. Le grucce erano i bastoni che sono legati agli alberi giovani e agli arbusti. Erano oggetti familiari agli occhi di Maimie ma fino a quella notte non aveva mai saputo a che cosa servissero. Gettò un’occhiata furtiva alla passeggiata, e vide la prima fata. Era una fata-monello che correva lungo la passeggiata, per chiudere i salici piangenti. Faceva in questo modo: schiacciava una molla nei tronchi ed essi si chiudevano come ombrelli ricoprendo di neve le piccole piante che erano lì sotto. «Oh, impertinente di un ragazzaccio!» gridò Maimie indignata, perché sapeva che cosa vuol dire sentirsi sgocciolare sulle ginocchia un ombrello.
Fortunatamente il birichino non era a portata di orecchio, ma udì un crisantemo dire forte: «Ohibò! Cos’è questa?» Così la piccola fu costretta a venir fuori e farsi vedere. A quel punto l’intero regno vegetale fu piuttosto perplesso sul da farsi.
«Naturalmente non è affar nostro» disse una fusaggine dopo che tutti ebbero fatto capannello bisbigliando, «ma sai benissimo che non dovresti essere qui, e forse è nostro dovere riferirlo alle fate. Che cosa ne pensi tu?»
«Penso che non dovreste» replicò Maimie, e questa risposta li sconcertò a tal punto che dissero stizzosamente: «È inutile discutere con lei.»
Ma lei li rassicurò: «Non ve lo avrei chiesto se avessi creduto che non fosse giusto» e a questo punto naturalmente essi non potevano mettersi a fare questioni. Allora dissero: «Ahinoi!» e «Questa è la vita!» perché sanno essere spaventosamente sarcastici. Maimie però si sentì dispiaciuta per quelli che non avevano grucce e disse gentilmente: «Prima di andare al ballo delle fate, mi piacerebbe accompagnarvi a fare una passeggiata uno per volta, potete appoggiarvi a me.»
A queste parole tutti applaudirono e lei li accompagnò uno per volta alla Piccola Passeggiata e li riportò indietro, mettendo un braccio o un dito attorno ai più deboli, facendogli muovere le gambe per bene quando diventavano troppo ridicoli, e trattando gli stranieri con la stessa cortesia con cui trattava gli inglesi, anche se non riusciva a capire una sola parola di quello che dicevano.
Nel complesso si comportarono bene, anche se alcuni si lamentarono perché non li aveva portati così lontano come aveva fatto con Nancy, Grazia e Dorothy, e altri la graffiarono, ma lo fecero involontariamente, e lei era troppo signora per lamentarsi. Tutte quelle pa...

Indice dei contenuti

  1. Peter Pan nei giardini di Kensington
  2. Il grande giro dei Giardini
  3. Peter Pan
  4. Il Nido di Tordo
  5. L’Ora di Chiusura
  6. La casetta
  7. La capra di Peter
  8. Ma esiste davvero la sindrome di Peter Pan?
  9. Indice