Racconti dello Yorkshire
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Racconti dello Yorkshire

  1. 220 pagine
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Racconti dello Yorkshire

Informazioni su questo libro

Colline sepolte sotto la neve, distese profumate di erica, villaggi sperduti, casolari isolati. James Herriot, amatissimo veterinario-scrittore, sgrana i suoi ricordi di indaffarato "medico degli animali" nella campagna incantata dello Yorkshire: l'affascinante cuore verde dell'Inghilterra fa da sfondo alle incredibili storie vere di agnellini da guarire, cavalli saggi e cani dal cuore d'oro, che si intrecciano alle vicende degli abitanti di quella terra, gente austera e stravagante, ma buona e generosa. Un mondo semplice e poetico, ricco di quell'umanità stupefacente che solo le "creature grandi e piccole" possono insegnarci.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2014
eBook ISBN
9788858665053
Print ISBN
9788817072885

HERBERT

l’agnellino orfano

Mi accorsi, quasi d’improvviso, che era arrivata la primavera. Era la fine di marzo e io ero stato a visitare alcune pecore in un ovile a mezza costa. Durante la discesa, al riparo di una piccola pineta, mi addossai al tronco di un albero e mi resi conto, tutto in una volta, del sole caldo sulle mie palpebre, dello schiamazzo delle allodole, del rumore del vento in sordina tra i rami più alti, simile al rumore del mare. E benché ci fosse ancora neve in lunghi rigagnoli dietro i muri, e l’erba fosse morta e ingiallita per l’inverno, nell’aria si avvertiva una voglia di cambiamento.
Non era una primavera calda, era una primavera secca con venti taglienti che sconvolgevano le corolle bianche dei bucaneve e facevano piegare i ciuffi di narcisi sui prati del paese. In aprile, sugli argini ai lati della strada, sarebbe esploso il giallo delle primule.
Riflettei su ciò che mi aspettava nei mesi a venire. In aprile ci sarebbero stati i parti delle pecore. Erano come una grande ondata di marea, il momento più intenso e interessante dell’anno per il medico veterinario, lo zenit dell’attività annuale, e come sempre capitavano quando eravamo già occupatissimi con l’altro lavoro.
In primavera il bestiame risentiva degli effetti del lungo inverno. Le vacche erano rimaste per mesi nello spazio angusto della vaccheria e avevano urgente bisogno di erba verde e di sole, mentre i vitelli andavano particolarmente soggetti alle malattie. E proprio mentre ci stavamo domandando come avremmo fatto a cavarcela con le tossi, i raffreddori, le polmoniti e le acetonemie, la marea ci investì.
Yorkshire
La cosa buffa è che per circa dieci mesi l’anno le pecore entravano di rado nella nostra vita. Non erano che lanosi batuffoli disseminati sulle colline. Ma negli altri due mesi cancellavano praticamente tutto il resto. Prima della fine di maggio, poi, il flusso delle nascite si esauriva e le pecore ridiventavano lanosi batuffoli sulle colline.
In quel primo anno scoprii nel lavoro diversi lati affascinanti che in seguito vi trovai sempre. L’agnellatura era emozionante come la figliatura delle vacche, ma senza la stessa fatica. Di solito era scomoda in quanto si svolgeva all’aperto; in recinti battuti dai venti, improvvisati con balle di paglia e steccati o più spesso nei campi. Ma non sembrava che ai contadini venisse in mente che la pecora avrebbe potuto preferire partorire al caldo.
Agnelli
E poi c’erano gli agnelli. Tutti i cuccioli sono graziosi, ma l’agnello ha ricevuto in dono una dose di leggiadria che è addirittura ingiusta nei confronti degli altri. Mi ritornano in mente alcuni momenti. Per esempio, una sera terribilmente fredda in cui avevo fatto venire alla luce due agnelli su una collina battuta dal vento; i piccoli che scuotevano la testa in modo convulso, e poi nello spazio di pochi minuti uno di loro che riusciva a mettersi in piedi e a dirigersi, vacillante, verso la mammella della madre mentre l’altro lo seguiva deciso sulle ginocchia.
Il pastore, il viso violaceo reso ruvido dal vento e sempre nascosto dal pesante mantello che lo avvolgeva fino alle orecchie, emise una risata bassa e lenta. «Come diavolo lo sanno?»
Aveva assistito a quello stesso evento migliaia di volte e ancora se ne meravigliava. Lo stesso è per me.
Ricordo quando affrontammo duecento agnelli in una stalla, un caldo pomeriggio. Li stavamo vaccinando contro la gastroenterotossiemia e non potevamo proferire parola a causa delle acute proteste degli agnelli e dell’incessante, profondo belato di quasi cento pecore che si assiepavano ansiose all’esterno. Non riuscivo a capire come le madri potessero individuare la prole in quella massa di piccoli esseri quasi identici. Ci sarebbero volute ore.
Ci vollero invece circa venticinque secondi. Quando terminammo le vaccinazioni, aprimmo le porte della stalla e il flusso degli agnelli che si precipitavano fuori cozzò contro l’ondata delle madri impazzite. Dapprima il rumore fu assordante, ma svanì rapidamente trasformandosi in un belato occasionale quando l’ultima bestia isolata venne ritrovata. Poi, ordinatamente appaiate, le bestie si diressero con calma verso il campo.
Macchina d'epoca
Una mattina fui chiamato alla fattoria di Rob Benson. In cima ai pendii erbosi, i recinti, fatti di balle di paglia, formavano una lunga fila di cubicoli quadrati, ognuno dei quali conteneva una pecora con il suo piccolo. Vidi Rob Benson spuntare dietro l’ultimo cubicolo con due secchi di mangime. Rob lavorava sodo. In quel periodo dell’anno non si coricava per circa sei settimane; magari si cavava gli stivali e sonnecchiava accanto al fuoco della cucina, ma era lui stesso il pastore delle sue pecore e non si allontanava mai troppo dalla scena dell’azione.
«Ho un paio di casi per te oggi, Jim.» Il suo viso, screpolato e arrossato dall’aria, si aprì a un sorriso. «Veramente non ho bisogno proprio di te, ma di quella manina da principessa che ti ritrovi, e della sua rapidità.»
Mi guidò fino a un recinto più grande, dove stavano parecchie pecore. Ci fu un moto d’agitazione quando entrammo, ma lui, con mano esperta, afferrò per il vello una pecora in procinto di scappare. «Questa è la prima. Come vedi non abbiamo tanto tempo.»
Sollevai la coda lanosa e rimasi senza fiato. La testa dell’agnello sporgeva e si era gonfiata arrivando al doppio delle sue dimensioni normali. Gli occhi non erano più che fessure tumefatte e la lingua, bluastra e congestionata, pendeva dalla bocca.
«Be’, qualche testa grossa l’ho vista, Rob, ma questa le batta tutte!»
«Eh, sì, poveraccio, si presentava con le zampe all’indietro. E me l’ha fatta. Sono stato via solo un’ora ma lui si è gonfiato come una palla. Non ci ha messo molto, che diavolo. Lo so che bisogna fargli girare le zampe, ma che posso fare io con queste dannate pale che mi ritrovo…» Mostrò le mani enormi, ruvide e gonfie per anni di lavoro.
Mentre lui parlava, mi tolsi la giacca e mi arrotolai le maniche. Il vento mi colpì come un coltello sulla pelle. M’insaponai rapidamente le mani e cominciai a cercare a tentoni un po’ di spazio intorno al collo dell’agnello. Per un attimo i piccoli occhi si aprirono e mi guardarono con espressione sconsolata.
«In ogni caso è vivo» dissi. «Ma deve sentirsi malissimo e non può farci niente.»
Tastando con le dita trovai uno spazio dove pensai di poter infilare la mia «manina da principessa». Era appunto in questi frangenti che si dimostrava utile, e io non mi stancavo di benedirla ogni primavera; ero in grado di lavorare provocando un minimo disagio all’animale e questo era della massima importanza, perché le pecore, malgrado la robustezza fisica, non sopportano un trattamento rude.
Mi spinsi avanti gradatamente, con la massima attenzione, lungo il vello ricciuto dal collo fino alla spalla. Avanzai ancora un po’ e fui in grado di uncinare una zampa con un dito, poi tirai la zampa finché sentii la curva del ginocchio; la feci girare leggermente e potei afferrare il piccolo piede fesso e tirarlo con delicatezza fuori, alla luce.
Bene, metà del lavoro era fatto. Mi alzai dal sacco sul quale ero inginocchiato e mi avvicinai al secchio d’acqua calda; per l’altra zampa dovevo utilizzare la sinistra e cominciai a insaponarla per bene mentre una delle pecore, con gli agnelli schierati attorno, mi guardava con indignazione battendo una zampa ammonitrice.
Mi voltai, m’inginocchiai di nuovo e ricominciai la stessa procedura e, mentre daccapo mi spingevo avanti a tastoni, un agnellino mi sgusciò da sotto il braccio e cominciò a succhiare la mammella della mia paziente. E doveva godersela un mondo a giudicare dalla piccola coda che mi roteava a poca distanza dal viso.
Pecora
«Da dove arriva questo?» chiesi, continuando a tastare.
Il coltivatore sorrise. «Ah, lui è Herbert. La madre non vuole assolutamente questo povero piccolino. L’ha preso in antipatia dalla nascita, però tiene molto al fratellino.»
«Allora gli dai tu da mangiare?»
«No, avevo intenzione di farne un agnello domestico, ma ho visto che sapeva badare a se stesso. Passa da una pecora all’altra e si fa una bevutina alla svelta ogni volta che gli capita. Mai visto niente del genere.»
«Ha solo una settimana ed è già un tipo indipendente, eh?»
«Più o meno è così, Jim. Ogni mattina noto che ha la pancia piena perciò suppongo che di notte la madre gli dia da mangiare. Al buio non lo può vedere… dev’essere il suo aspetto che lei non sopporta.»
Osservai la bestiola. Mi pareva dotata dello stesso fascino storto e ossuto di tutti gli altri. Le pecore erano una cosa strana.
Riuscii ben presto a far uscire l’altra zampa e appena quest’ostacolo fu rimosso l’agnello seguì facilmente. Era grottesco vederlo sdraiato sull’erba cosparsa di paglia, con la testa enorme che faceva apparire piccolo il corpo; ma le costole si sollevavano in modo rassicurante e sapevo che la testa sarebbe tornata alle dimensioni normali con la stessa rapidità con cui si era ingrossata. Feci un’altra esplorazione nella pecora, ma l’utero era vuoto.
«Nient’altro, Rob» dissi.
Agnellino
Il coltivatore grugnì. «Sissignore, lo pensavo, ce n’era solo uno grosso. Sono quelli che fanno penare.»
Mentre mi asciugavo le braccia, osservai Herbert. Aveva abbandonato la mia paziente quando lei si era girata per leccare il suo agnello e si muoveva meditabondo in mezzo alle altre pecore. Alcune di loro lo allontanarono scuotendo la testa, ma alla fine riuscì a raggiungere cautamente una grande pecora dal corpo ampio e a spingere la testa sotto di lei. Immediatamente quella si girò brusca e con un colpo della testa da sotto in su fece volare in aria la bestiola in un turbinio di zampette. Herbert atterrò di schiena con un tonfo, ma non appena mi affrettai verso di lui, saltò sulle zampe e se ne andò trotterellando.
«Disgraziata!» gridò il coltivatore. Quando mi voltai verso di lui preoccupato, scrollò le spalle: «Lo so, povero piccolo, è dura, ma mi sa che preferisce così piuttosto che stare nel recinto con gli agnelli domestici. Guardalo adesso».
Assolutamente impassibile, Herbert si stava avvicinando a un’altra pecora e, mentre questa si chinava sul cibo, s’infilò rapidamente sotto di lei e ricominciò a far funzionare la coda. Non c’era dubbio: quell’agnello aveva fegato.
«Rob» chiesi mentre lui prendeva la mia seconda paziente. «Perché lo chiami Herbert?»
«Be’, è il nome del mio secondogenito e quest’agnello è proprio come lui per come si butta a testa bassa e va all’attacco, intrepido.»
Infilai la mano nella seconda pecora. Qui c’era una fantastica confusione di tre agnelli: testoline, zampe, una coda, tutti cercavano di farsi strada verso il mondo esterno e riuscivano a impedirsi a vicenda il minimo movimento.
«Si è trascinata tutta la mattina con i dolori» disse Rob. «Lo sapevo che qualcosa non andava.»
Spostando cautamente una mano nell’utero cominciai l’affascinante lavoro di separare quel groviglio, che è poi una delle operazioni che prediligo. Dovevo riunire una testa e due zampe per far venir fuori un agnello: ma bisognava che appartenessero allo stesso individuo, altrimenti ero nei guai. Si trattava di risalire lungo ogni zampa per vedere se era anteriore o posteriore, per scoprire se raggiungeva la spalla o scompariva negli abissi.
Dopo qualche minuto avevo raccolto un agnello con tutti i suoi annessi ma, mentre facevo uscire le zampe, il collo si incastrò e la testa scivolò di nuovo all’interno; non c’era spazio sufficiente per farlo passare tra le ossa pelviche con le spalle e dovetti tirare piano piano mettendogli un dito nell’orbita. Fu terribilmente doloroso perché le ossa mi comprimevano la mano, ma durò solo qualche secondo perché la pecora fece uno sforzo finale e si vide il musetto. Poi tutto fu facile e pochi secondi dopo il piccolo era sull’erba. Scosse la testa con un moto convulso e il coltivatore lo pulì con la paglia prima di spingerlo verso la testa della madre.
La pecora si chinò su di lui e cominciò a leccargli il muso e il collo con piccoli movimenti rapidi della lingua; poi emise quel suono rauco e profondo di soddisfazione che questi animali fanno sentire solo in occasioni come quella. Continuò a emettere lo stesso suono mentre io portavo alla luce un altro paio di agnelli, uno dei quali dall’estremità posteriore. Asciugandomi di nuovo le braccia, rimasi a osservarla mentre annusava con aria estasiata il suo terzetto.
Ben presto quelli cominciarono a risponderle con belati acuti e tremolanti e, mentre io mi infilavo la giacca coprendo finalmente le bracc...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Prologo di Jim Wight
  5. 1. Herbert: l’agnellino orfano
  6. 2. Una lezione dal cavallo del carbonaio
  7. 3. Tricki Woo ha il piacere di…
  8. 4. Susie: messaggera d’amore
  9. 5. Il signor Cuorcontento
  10. 6. Mick: il sognatore
  11. 7. Blossom torna a casa
  12. 8. Myrtle non ha nulla
  13. 9. Qualche motivo di turbamento
  14. 10. C’è Natale e Natale