Resistere non serve a niente
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Resistere non serve a niente

  1. 336 pagine
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Resistere non serve a niente

Informazioni su questo libro

Tommaso è un ex ragazzo obeso, matematico mancato e giocoliere della finanza dalle frequentazioni inconfessabili. Vive in un mondo dominato dal potere del denaro, dalla grettezza dei furbetti di quartiere, dei politici corrotti e delle starlette della televisione. Un mondo dove la stessa distinzione tra bene e male appare incerta e velleitaria. Con il suo stile mimetico e complice Walter Siti conduce un'eccezionale indagine narrativa.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2015
eBook ISBN
9788858666272
Print ISBN
9788817072335

E se ci fosse ancora speranza?

1.

“Con threesome si intende una forma di sesso di gruppo cui partecipano tre persone in qualunque tipo di combinatoria”; per l’unica combinazione che gli interessa Tommaso ha capito che molto si fa con le mani. È con le mani che le donne si scaldano tra loro e che vogliono essere eccitate dall’uomo quando sono in coppia; mani vischiose che scavano e picchiettano, e comunque ce ne sono sei a disposizione mentre di cazzi ce n’è uno solo. Le due amiche preferiscono tenere il maschio sdraiato sulla schiena perché così possono far prevalere la loro superiorità numerica, anche quando si esercitano nel doppio pompino pur continuando a baciarsi. Il maschio si ritrova a essere, volente o nolente, nella posizione di chi fa il morto in acqua – spettatore estasiato e passivo.
Amiche fino a un certo punto: chissà come e dove l’ha conosciuta questa Inés, argentina bionda. «Non chiamarmi Gabriella in sua presenza, chiamami Gloria»; «tranquilla, non ti chiamo proprio»; dev’essere una escort raccattata all’ultimo momento anche se pretende di non essere pagata. Ma l’intesa sessuale tra loro c’è eccome, sanno dove e cosa toccare l’una dell’altra: mentre lui le possiede alternativamente, si gridano a vicenda puta o troia ma senza offesa, per incitarsi a godere. Ridacchiano del suo imbarazzo, della scarsa agilità nel trovare gli intrecci («pareces un armario»); quando finalmente riesce ad alzarsi in piedi lo rispettano di più: la Gabry chiede a Inés se vuole che le si infili un dildo in lattice e lei scuote la frangetta «no, hay demasiado lui». Tommaso si è trattenuto a lungo, non sapeva decidersi se sborrare dentro l’una o dentro l’altra, tutta una quadriglia di preservativi messi e tolti, in buchi di diverso rango e pulizia. Decisivo è stato quando, inculando Gabry, lei ha strillato perché nel frattempo l’argentina le strizzava con due dita le piccole labbra.
Non sono mai venuta così davanti a lui, pensa Gabriella incerta se rallegrarsi o pentirsene – non capisce se è stato un omaggio quello che ha fatto al suo orsone, un regalo sincero, o una confessione implicita che lui non le basta. Non sessualmente, lei non è una vorace, una mangiauomini, e i belli davvero la lasciano indifferente – quel che la distanzia mille miglia dalle disponibili tipo Inés è che questo numero l’ha organizzato per amore: il sesso tra lei e Tommaso è come un peso, un’incombenza da espletare che ostacola la tenerezza – se questo compito lo svolge un’altra («e quando sto in tandem anch’io mi sento un’altra») è più facile amarlo per quello che è, guardarlo indulgente negli occhi impreparati e nei fianchi troppo larghi, accarezzargli il grosso foruncolo sulla schiena e offrirsi compagna, sua.
Che due ipocriti, pensa Inés, che vita infelice devono avere se hanno bisogno di involucrare un terzo per essere soddisfatti; ero la sola che manteneva un contegno, loro erano scoordinati. I ricchi si sporcano di capricci perché non sanno più che cos’è un desiderio genuino, come il mio quando torno a Rosario da mio marito; certo la Gabita è bellissima, con il pelo della fica dipinto color fucsia.
Tommaso s’è infilato l’accappatoio e vorrebbe che l’argentina fosse già sparita, invece è ancora lì che dettaglia con troppi particolari l’incidente: «una cretina chi se ne pensa che es la ultima maraviglia essistente, ma mai me ha parlato in tres años, y a comenciato a ensultarme y dele offense chi no abievano senzo… dopo di ascoltarla le digo hai finido lei dice no y me comencia a menare… obviamente li ho respuesto, li ho espacato la nariz però la mia lente se rumpe, me fanno chirurgia per trarre via i pezzi de lente y cuscire la cornea… debo stare atenta coi punti…».
Ecco forse perché l’occhio sinistro le lacrimava. La villa è affittata fino a mezzogiorno domani, sarà meglio non addormentarsi troppo tardi; Gabriella soprattutto, che la mattina ci vogliono le fanfare – e in casa no perché poi restano dei ricordi strani, e in albergo no perché ci possono riconoscere, figurati; ammettendo che Inés l’abbia ricompensata Gabriella, resta il fatto che l’affitto della villa costa più di dieci zoccole messe insieme. Gli viene in mente il povero Folco che gli raccontava dei bordelli sadomaso a New Orleans; è una maledizione che i piaceri non aumentino con l’aumentare della spesa.
Se uno dice “psicosomatico” sembra che si tratti di una sciocchezza, una roba di stress e ipocondria – invece sarà pure psico però è anche somatico, il corpo si lesiona davvero; la paura segreta di Tommaso non è l’ulcera ma l’infezione dei by-pass intestinali, stanno lì da più di quindici anni e sa di aver trascurato i controlli. Da quando è rimasto solo a gestire la crisi (ora si accorge di quanto fossero utili le relazioni di Folco e le sue conoscenze giuridiche) ha sempre meno tempo per il trade puro, che in fondo lo rilassava, e sempre più deve interfacciarsi con amministratori più o meno disonesti, commercialisti, faccendieri – col loro inglese pieno di “the” e le facce di tolla, l’innalzamento della soglia probatoria per le rogatorie internazionali e simili amenità. Respira lento per ricacciare la bolla dell’aerofagia. Al Quisisana l’hanno fatto aspettare più del dovuto per la risonanza magnetica: era digiuno, pressione bassa, «mi sento svenire» – tutto ingiustificato, han dovuto iniettargli un calmante perché aveva afferrato l’infermiera per il collo e gridava sto morendo fate qualcosa, peggio che in aereo.
Lo stress è anche una soluzione per non farsi troppe domande. Nella giungla equatoriale, dove piove enormemente, alcuni pesci minuscoli vivono nelle pozze formate dalle orme che gli elefanti lasciano nel fango; quello è tutto il loro orizzonte; però hanno imparato a saltare, anche all’asciutto, e di muschio in muschio raggiungono i fiumi. I ricchi autentici, quelli che comandano il mondo, stanno calmi e fondano dinastie; benché siano anch’essi sottoposti agli uragani e alle palpitazioni diffuse della vita privata, ciononostante garantiscono carreggiate prioritarie e superbe per figli e nipoti, sterminati possedimenti autonomi come feudi. Miliardari e naturali. Tommaso non ha abbastanza cultura per inventarsi un uso originale della ricchezza ma ne ha troppa per accontentarsi del consumo; lui lo traduce a se stesso dicendosi che i suoi soldi sono allo stesso tempo benedetti e inutili – eccomi qui, a trentatré anni compiuti (l’età di Cristo), con una carriera al di là di ogni più rosea speranza, un sistema nervoso intaccato e una vita sentimentale aleatoria. Nessun messaggio per i posteri.
Flat. Perfino la curva della passione si smorza nel piattume. Non si penetra davvero la bellezza, come non si riesce a passare sotto l’arcobaleno; appena un corpo lo usi lo deformi e si deforma anche il tuo desiderio per quel corpo; la perfezione non si evolve, può solo allontanarsi o decadere. I momenti più belli, con Gabry, sono anticipi abusivi di una placidità matrimoniale che pubblicizziamo entrambi pur sapendo che non si realizzerà mai.
«Vuoi mettere con quello di Pompi… questo costa di più ma si fanno pagare il nome del locale.»
«Certo l’altro nome non è che sia il massimo… ti pare che uno che vende il tiramisù si può chiamare Pompi?»
«Vabbe’, sei tu che sei fissato coi doppi sensi.»
«Perché voi donne non sapete scherzare? e poi non c’era neanche il caffè in quello che ha portato la colonnella l’altra sera.»
«Per forza, era alla fragola…»
«Mi dài la mano?»
«Perché?»
«Così, mi piace tenerti stretta.»
«Ci andiamo martedì al compleanno della Venier?»
«Se non mi costringono a bere il mojito analcolico, con la schweppes al posto del rum… a proposito… cameriere, mi porta un succo di pera?»
«Di cosa l’hai chiesto?»
«Di pera… di cosa avrei dovuto chiederlo?»
«Di mirtillo, di solito qui lo chiedi di mirtillo.»
«Ah già…»
«Sei cambiato… non volevo dirtelo ma sei cambiato…»
Nemmeno a me piace fare la corte alle vecchie carampane, si difende Gabriella, ma quella là a Rai Uno conta ancora molto e soprattutto conta il suo manager; con gli scandali recenti il vicedirettore è caduto in disgrazia – il mio programma di medicina mi sa che è saltato, almeno trovassi collocazione come inviata nel pomeriggio. Tommaso è una certezza, anche se adesso quando dice “ti amo” non ha più la bavetta alla bocca – forse mi stima di meno ma gli sono diventata più necessaria. Gabriella a Tommaso dice “ti voglio bene”, non è una disonesta; “ti amo” l’ha azzardato soltanto con un ragazzo di Mantova che lanciava il giavellotto, avevano diciassette anni e si vedevano in bicicletta sotto i pioppi. Lei voleva sempre stare nei suoi pensieri, fingeva disastri in famiglia pur di sentire la sua voce. A quei tempi sognava di fare la ballerina, essere ammirata mentre si muoveva: le vocazioni mancate stingono su tutta l’esistenza. Tommaso mi ammira ma dopo dieci minuti se lo dimentica – probabilmente è lui il porto familiare, il modo giusto per chiudere una stagione disordinata. E se invece gli applausi fossero ancora possibili, se potessi brillare di luce propria? L’occasione migliore, diceva mio nonno, è sempre la prossima. Se ci fosse ancora speranza?
Si annaspa, si annaspa. Gabriella non deve saperlo ma i listini continuano a crollare, nel gennaio 2010 era prevista la ripresa che invece si annuncia timidissima, l’effetto Obama è già evaporato; Tommaso sa che come si guadagna in fretta altrettanto in fretta si perde credibilità, dopo i rendiconti 2009 qualche investitore è mancato all’appello – si consiglia con chi l’ha sempre sostenuto e il soccorso arriva dal nulla, come se l’avesse mandato il Signore; ci dev’essere una linea privilegiata in cielo per chi non può tornare indietro.
Boris ha quarant’anni, occhi celesti e acquosi che contrastano col fisico tarchiato da meridionale; il padre era un latifondista nel foggiano, precisamente ad Apricena verso il lago di Lesina. Ma di Apricena ricorda poco (i campi di girasoli, una chiesa alta e grigia in fondo alla piazza, un cane a pelo lungo) perché a undici anni è partito con la madre, una russa di Leningrado alta e bionda. Mai più tornato in Puglia dove il padre si era impelagato in una storia di ricatti e minacce, per colpa di una borghesuccia con due fratelli nella Democrazia Cristiana; tra il padre e la madre era finita nell’odio, unica eredità paterna la stempiatura precoce. E invece no, i soldi se li era ritrovati a trent’anni su un conto coperto in una banca libanese, quando il padre era morto e a Pietroburgo era arrivato un notaio; in mezzo era passata la Storia, la fine del comunismo e il resto. Boris si era laureato giustappunto in Economia e s’era impiegato a ventiquattro anni presso la banca Berezovskij; era il periodo che le ambasciate all’estero alienavano l’oro centrale e le industrie di Stato venivano svendute a prezzi irrisori. Nel mulinello ci aveva buttato del proprio e s’era divertito a giocare al magnate; aveva successo con le ragazze, molte lo scambiavano per cosacco. Ma l’amore l’aveva trovato a Lugano per una studentessa comasca, avevano disceso i laghi e s’erano sposati a Milano; lui era stato banker alla Cariplo poi amministratore delegato di una società importatrice di combustibile – la proposta a Tommaso suonava sostituisco il tuo socio defunto, ti porto in dote capitale fresco e ci appoggiamo alla mia finanziaria, ci può fare comodo soprattutto nelle manovre sottomarine.
Il mutamento era piccolo in apparenza ma comportava un cambio di strategia: occuparsi molto meno di aziende e azioni (in cui Tommaso era specialista) per nuotare nella finanza di secondo grado, tra le fluttuazioni dell’eurodollaro e le capriole dei prestiti interbancari; inseguire denaro senza padrone, pura nominalità senza origine, “soldi migratori” come diceva Boris.
«Il mondo è in debito con se stesso e noi ci prendiamo la percentuale.»
«Acrobati sul filo…»
«Senti, sta’ a sentire, l’ho visto nel ’95 quanto conta la realtà… la Sibneft era sana, con ottime prospettive nell’Artico… valeva cinque miliardi, una delle più toste società petrolifere del Nord… con un prestituccio da cento milioni ce la siamo sgranocchiata…»
«C’era una nazione allo sbando…»
«Cazzo va bene… se ti cachi sotto è meglio che ne parliamo subito… qui dobbiamo fare fuochi d’artificio o si muore.»
In altri tempi Tommaso avrebbe resistito di più, avrebbe lottato per far valere le proprie ragioni1; ma Boris lo intimidisce con la sua vita piena, tre figli e nessun malessere vago; lui invece, con Gabry, è come quei frutti che marciscono prima di maturare. Nessuno dei due ha mosso un passo verso l’altro, ipnotizzati dalla vastità del possibile. Continuo a scoparla come un adolescente infoiato; ma ora che ho l’esclusiva posso anche farne a meno, mi basta tenerla in cassaforte. L’opzione non scade, posso prorogarla e intanto cercarmi un amore corrisposto, il contratto lega lei e non me. Si sveglia a metà della notte bagnato di sudori freddi, certo di non essere nel giusto; si incazza al telefono («valori di mercato tersicorei… dica ballerini, ma come parla, scusi») con clienti permalosi che poi si lamentano, la nevrastenia sta compromettendo l’efficienza sul lavoro.
Il terapeuta gliel’hanno presentato come qualcosa di diverso da un analista («ti rimette in sesto la macchina, se ne frega delle cause profonde»), ma evidentemente procedono più o meno tutti alla stessa maniera, anche lui dà molta importanza ai sogni. Tommaso ha pesi più gravi da espettorare, il padre in galera, gli amici traditi, l’immaturità emotiva – e quel coglione si fissa sulla lingua di manzo. Tommaso ha sognato che comprava per Gabry una lingua di manzo di almeno due chili e che lei invece di cucinarla gliela srotolava sul piatto cruda costringendolo a mangiarla così, senza un intingolo.
«Forse voleva dirmi che in certi momenti parlo troppo.»
«Prima, per lapsus, non ha detto “cruda”, ha detto “viva”… e ha aggiunto che si muoveva… per lei cuocerla significava ammazzarla?»

2.

A dispetto del terapeuta, il sogno era forse semplicemente una premonizione: è Edith quella che parla e parla, a partire da quel ritorno in macchina – che l’ultimo amore l’aveva abbandonata per una ragazzina finto-ubbidiente e con le ghiandole mammarie in tripudio, non mi umilia il tradimento ma la banalità, lo squallore culturale, li scelgo intellettuali e più grandi di me eppure mi lasciano sempre loro, probabilmente risulto insopportabile, tu lo so che non sei più grande di me, lo vedo, io i quarant’anni li tengo nel mirino sono la mia prossima meta, però hai il fisico maturo, a me piacciono belli grossi e protettivi ti avevo già spiato altre volte in anticamera e avevo fatto cattivi pensieri, avevo notato i capelli dritti sulla nuca per via del lettino, alla mia età il giochetto della ritrosia non ha più senso, ieri il vigliacco l’ho sputtanato...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. Frontespizio
  3. Dedica
  4. Prima e dopo, per sempre
  5. La prostituzione percepita
  6. Avviso di sfratto
  7. Commodore 64
  8. La sala dei dinosauri
  9. Non ti ci ostinare, su
  10. Intermezzo
  11. E se ci fosse ancora speranza?
  12. Il patto cambia
  13. Gli uomini preferiscono le tenebre
  14. Che cos’è una magnolia?
  15. Nota al testo
  16. Indice