Solitude creek (VINTAGE)
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Solitude creek (VINTAGE)

  1. 451 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Solitude creek (VINTAGE)

Informazioni su questo libro

Al Solitude Creek sta per iniziare un concerto rock. Ma dopo un paio di canzoni qualcosa non va: nel piccolo locale affollato si addensa del fumo, e non c'è tempo di chiedersi cosa stia succedendo. La gente balza in piedi rovesciando sgabelli e tavoli, corre, cade, si ammassa alle uscite di sicurezza. Trovandole chiuse. C'è un assassino a piede libero che si diverte a scatenare con freddezza l'inferno. Quello che vuole è stare a guardare le persone prese in trappola. Più nessuno d'ora in poi, può ritenersi al sicuro. Per Kathryn Dance è l'inizio una partita a scacchi che non consente la minima distrazione.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2016
Print ISBN
9788817088138
eBook ISBN
9788858684290

MERCOLEDÌ 5 APRILE


LINEA GUIDA

CAPITOLO 3

Le due persone sedute al lungo tavolo da riunione la guardarono con gradi mutevoli di curiosità.
C’è altro?, si chiese lei. Diffidenza, avversione, gelosia?
Kathryn Dance, esperta di cinesica (linguaggio del corpo), veniva pagata per «leggere» la gente, ma i tutori della legge erano per tradizione difficili da analizzare, perciò al momento non era sicura di cosa passasse loro per la testa.
Era presente anche il suo capo, Charles Overby, pur non trovandosi al tavolo, ma sulla soglia, tutto preso dal suo Droid. Era appena arrivato.
I quattro erano in una stanza destinata all’osservazione degli interrogatori al piano terra della West-Central Division del California Bureau of Investigation, sulla Route 68 a Monterey, nei pressi dell’aeroporto. Una di quelle stanze buie e fredde separate dalla sala interrogatori da uno specchio traslucido che nessuno, neanche il più ingenuo o fatto dei malviventi, credeva fosse stato messo lì affinché ci si potesse sistemare la cravatta o i capelli.
Gente pragmatica, dal punto di vista della moda. L’uomo che aveva requisito il posto a capotavola era Steve Foster e indossava un completo a doppio petto nero e una camicia bianca. Era a capo delle indagini speciali della Divisione criminale del California Bureau of Investigation. Era di stanza a Sacramento. Dance, un metro e settanta per cinquantaquattro chili, non sapeva esattamente quando descrivere qualcuno come «mastodontico», ma Foster doveva andarci vicino. Grosso, con una notevole criniera d’argento e baffi flosci che con un po’ di cera avrebbero potuto diventare a manubrio, se fossero stati orizzontali e non a forma di graffetta. Assomigliava a uno sceriffo del vecchio West.
Di fronte a Foster c’era Carol Allerton, con un pesante tailleur grigio. Era un’agente della DEA in trasferta da Oakland, coi capelli corti mechati d’argento, nero e grigio. Quella donna robusta aveva diverse operazioni di successo all’attivo. Non una leggenda, ma un esemplare di tutto rispetto. Aveva avuto la possibilità di fare un rapido avanzamento di carriera a Sacramento, se non a Washington, ma aveva rifiutato.
Kathryn Dance indossava una gonna nera e una camicia bianca di cotone ritorto, sotto una giacca marrone scuro, fatta per camuffare se non nascondere del tutto la sua Glock. L’unica nota di colore nel suo abbigliamento era l’elastico azzurro che le chiudeva l’estremità della treccia alla francese biondo scuro. Era stata sua figlia a fissarglielo mentre la accompagnava a scuola.
«Questa è fatta.» Sulla cinquantina, atletico, anche se dalla forma vagamente a pera, Charles Overby alzò lo sguardo dal telefono, col quale poteva aver organizzato un incontro di tennis o letto una e-mail del governatore. Ma, data la riunione in corso, poteva trattarsi di qualcosa a metà strada tra le due. «Okay, tutto operativo? Procediamo con la cosa.» Si mise a sedere e aprì un raccoglitore in cartone manila.
Le sue parole ossequiose furono accolte dalle stesse occhiate intransigenti che avevano appena squadrato Dance. Tra le forze dell’ordine era risaputo che il talento principale di Overby era, ed era sempre stato, per l’amministrazione, mentre quelli presenti erano investigatori da prima linea. Nessuno dei quali avrebbe mai usato i termini che aveva utilizzato lui.
Mormorii e cenni di saluto.
La «cosa» a cui si riferiva era il tentativo di affrontare una recente tendenza delle gang dello Stato. Si poteva trovare il crimine organizzato ovunque, in California, ma i centri principali delle gang più grandi erano due: nord e sud. Oakland era il quartier generale del primo, L.A. del secondo. Ma, invece di essere rivali, le gang avevano deciso di lavorare insieme, con le armi che andavano a sud dalla Bay Area e la droga che veniva mandata a nord. In qualsiasi momento c’erano decine di carichi illegali che viaggiavano sulla I-5, la 101 e la polverosa 99 a scorrimento lento.
Per rendere più difficile l’individuazione e il blocco di tali spedizioni, i trafficanti avevano avuto un’idea: avevano iniziato a usare carichi frazionati e stazioni intermedie, dove la merce veniva trasferita dagli autotreni a dozzine di camion e furgoni più piccoli. Due ore a sud di Oakland e cinque a nord di L.A., Salinas, con la sua vivace popolazione di gang, era uno snodo perfetto. Centinaia di magazzini, migliaia di veicoli e camioncini. La presenza della polizia era praticamente ignorata e l’attività prosperava. Solo per quest’anno le statistiche riferivano che i proventi del traffico di armi e droga erano arrivati a quasi mezzo miliardo di dollari.
Sei mesi prima, il CBI, l’FBI, la DEA e le forze dell’ordine locali avevano messo in piedi l’operazione Pipeline per cercare di bloccare la rete dei trasporti, ottenendo però risultati trascurabili. I trafficanti erano talmente ammanicati, svegli e sfacciati da essere sempre un passo davanti ai bravi ragazzi della polizia, i quali riuscivano a beccare solo piccoli spacciatori o corrieri con qualche grammo attaccato all’inguine col nastro adesivo. Gente che non valeva neanche i byte che occupava nei sistemi informatici. Peggio ancora, gli informatori venivano identificati, torturati e uccisi prima che ci si potesse ricavare una pista.
Come membro della Pipeline, Kathryn Dance si stava occupando di quella che aveva ribattezzato la Guzman Connection e aveva messo insieme una task force che comprendeva Foster, la Allerton e altri due agenti, attualmente sul campo. L’eponimo Guzman era un grosso malvivente con disturbi mentali borderline, che si diceva fosse a conoscenza di almeno metà dei punti di trasferimento dentro la città di Salinas e nei suoi paraggi. Un trofeo per antonomasia, nel folle mondo dei tutori della legge.
Dopo un sacco di lavoro preliminare, appena la sera precedente Dance aveva informato la task force di un primo passo in direzione di Guzman e aveva organizzato la riunione informativa a cui ora stavano partecipando.
«Allora, dicci di questo coglione con cui parlerai oggi, quello che credi ci darà Guzman. Come si chiama? Serrano?» La domanda veniva da Steve Foster.
«D’accordo. Joaquin Serrano. È incensurato, così dice il sistema. Fedina pulita. Trentadue anni. Abbiamo saputo di lui da un nostro informatore...»
«Nostro di chi?» domandò secco Foster. Dance aveva imparato che quell’uomo era esperto nelle interruzioni.
«Del nostro ufficio.»
Foster – proveniente da un diverso ufficio del Bureau of Investigation – grugnì. Forse era irritato perché il suo dipartimento non aveva scovato un Serrano tutto suo. O forse il problema era che non l’avevano informato prima. Le indicò di proseguire con un gesto delle dita.
«Serrano è in grado di collegare Guzman all’uccisione di Occhi Tristi.»
La vittima, al secolo Hector Mendoza (le palpebre cadenti erano all’origine del soprannome), era un trafficante che conosceva i pezzi grossi delle operazioni a nord e a sud. Cioè il testimone perfetto, se fosse rimasto in vita.
Nonostante il cinismo, l’acido Foster parve contento della possibilità di attribuire l’omicidio di Occhi Tristi a Guzman.
Overby, spesso bravo ad affermare l’ovvio, disse: «Guzman cade, e il resto della Pipeline va giù come i pezzi del domino».
«Questo testimone, Serrano. Dicci qualcos’altro di lui.» Carol Allerton giocherellava con un blocco giallo di fogli per appunti; parve accorgersi di quello che stava facendo, allineò i bordi dei fogli e lasciò perdere il blocco.
«È un giardiniere, lavora per una delle grosse ditte di Monterey. In possesso di documenti. Probabilmente affidabile.»
«Probabilmente» precisò Foster.
«È qui adesso?» domandò Allerton.
«Fuori» rispose Overby.
«Perché dovrebbe voler collaborare con noi? Voglio dire, parliamoci chiaro. Sa cosa farà Guzman, se verrà a saperlo. Lo userà per il tiro al bersaglio» disse Foster.
«Forse lo fa per soldi, o forse ha qualcuno nel sistema e vuole che lo aiutiamo» buttò lì Allerton.
«O magari vuole fare la cosa giusta» disse Dance, meritandosi la risata di Foster. Sogghignò anche lei. «Mi dicono che di tanto in tanto accade.»
«Si è presentato spontaneamente?» domandò Allerton.
«Sì. L’ho contattato e ha detto di sì.»
«Quindi dipendiamo dalla sua buona volontà?» chiese Overby.
«Più o meno.» Il telefono alla parete trillò. Dance si alzò e andò a rispondere.
«Sì?»
«Ehi, capo.»
A chiamare era un agente del CBI sulla trentina, appartenente alla West-Central Division. Si trattava del socio giovane di Dance, pur non essendo questa la descrizione più giusta della sua mansione. TJ Scanlon, agente affidabile e stakanovista e, meglio ancora, mosca bianca rispetto ai conservatori del CBI.
«È qui. Pronto a cominciare» disse TJ.
«Okay, ci sono.» Dance riattaccò e annunciò alla stanza: «Serrano sta arrivando».
Da dietro lo specchio guardarono la porta della sala colloqui che si apriva. Entrò TJ, magro e con i ricci più ribelli del solito. Aveva una giac...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Copyright
  3. MARTEDÌ 4 APRILE: DELIRIO
  4. MERCOLEDÌ 5 APRILE: LINEA GUIDA
  5. GIOVEDÌ 6 APRILE: LA PROGENIE
  6. VENERDÌ 7 APRILE: DOMANI È IL NUOVO OGGI
  7. SABATO 8 APRILE: FLASH MOB
  8. DOMENICA 9 APRILE: IL CLUB DEI SEGRETI
  9. LUNEDÌ 10 APRILE: IL SANGUE DI TUTTI
  10. MARTEDÌ 11 APRILE: L’ULTIMA SFIDA
  11. RINGRAZIAMENTI