3
La Normatività e la Socialità
La cultura del sacro presenta molti altri aspetti che ne hanno favorito e segnato la diffusione. Tra questi s’impone una precipua funzione sociale: l’istituzione e il mantenimento delle norme di comportamento civile, fondamento della socialità stessa. Logica vorrebbe che tutto ciò avesse luogo attraverso una stipulazione di un certo numero di cosiddetti contratti sociali, indipendentemente da ogni intervento del sacro e delle convinzioni religiose, ma la logica non è stata per molto tempo di questo mondo. Si è rivelato così naturale e conveniente far agire il rispetto del sacro come potente agente moralizzatore e normalizzatore.
Nella nostra specie gli istinti non giocano quel ruolo immediato e imperioso che hanno nelle specie a noi più vicine. Sono però importanti anche per noi un certo numero di direttive di comportamento, soprattutto in relazione al comportamento sociale, sia che si tratti di piccolissime comunità che di compagini sociali più ampie. Occorre quindi poter contare su norme facili da apprendere, con una buona accettabilità da parte della maggioranza degli individui, e una grande autorevolezza. All’inizio del nostro cammino verso la civiltà, tali requisiti potevano attenere solamente alla sfera del sacro, alla sua persuasività e alla sua ritualità. Le prime norme, quindi, e molte anche di quelle di età posteriori, sono state di natura sacrale, giocata essenzialmente su promesse e minacce. Ciò ha avuto un certo numero di conseguenze dirette e indirette, inerenti a valori sociali come l’obbedienza, il rispetto e la coesione sociale, per non parlare dell’etica, qualunque significato si voglia attribuire a questo termine.
Per quanto riguarda l’obbedienza, se l’individuo si abitua a rispettare i divieti e i comandamenti del sacro, si dispone progressivamente a seguire le regole e le norme, individuali e sociali, anche se queste non sono imposte con la forza come nello stato di natura. È inutile dire che questo non vale per tutti, ma lo sappiamo benissimo e lo verifichiamo ogni giorno anche oggi. I rudimenti di un retto comportamento sociale li possiamo rilevare in ogni tipo di società, con il relativo prezzo da pagare e con le inevitabili eccezioni e deviazioni. Obbedienza significa in ogni caso conformità a un ordine sociale e rappresenta un germe di socialità, in quanto appunto aderenza a uno schema astratto di convivenza.
Anche il rispetto – degli altri uomini, perché quello del mondo che ci circonda è un concetto che, sorprendentemente, ha solo qualche decennio – si può imparare introiettando i diversi aspetti del culto del sacro. E il rispetto reciproco è notoriamente uno dei capisaldi della socialità. Virtù preziose sono entrambe, l’obbedienza alle leggi e il rispetto degli altri, ma non si può dire altrettanto della paura, e ancor meno del terrore, figli degeneri ma non innaturali del culto del sacro. L’incombenza del sacro, unita all’ignoranza dei meccanismi che fanno andare avanti il mondo, genera la paura, la paura cieca e immotivata che coglie tanti individui e che, invece di portar loro consiglio, li paralizza e li fa sbagliare ancora di più. Potremmo anche dire che tutto il cammino della civiltà non è stato altro che il tentativo, riuscito solo in parte, di scrollarsi di dosso la paura, quella immotivata intendo, perché di quella motivata ne abbiamo continuamente bisogno, tanto al livello individuale che a quello sociale. «Compito della Scienza» dice il Galileo Galilei di Bertolt Brecht, «non è aprire una porta all’infinito sapere, ma porre una barriera all’infinita ignoranza.»
La coesione sociale
Un valore che è stato sovente associato al sacro e alla religiosità è quello della coesione sociale. La coesione fra individui diversi si rafforza se si condividono le stesse idee e la stessa fede. Non c’è dubbio che sia stato e sia molto spesso così, ma questa rappresenta anche un’arma a doppio taglio, i cui effetti variano da epoca a epoca e da situazione a situazione. Oggi, per esempio, il mondo è divenuto sempre più ampio e connesso, e credenti di diverse fedi, in genere portatori di culture assai diverse, si trovano sempre più spesso a vivere fianco a fianco, in piccoli villaggi o in megalopoli. In situazioni del genere l’azione di cementazione e di accresciuta coesione della fede si rovescia spesso nel suo contrario, generando rancori, contrasti o aperti scontri. Il motivo è semplice, anche se non edificante. L’atteggiamento dei fedeli è spesso cieco, possessivo e rancoroso. Ogni fedele miope è convinto che l’unica fede, vera e degna di essere creduta e ossequiata, sia la propria, e che quella degli altri, profondamente menzognera e ingannatrice, non rappresenti che un pericolo e una minaccia. Poiché a questa convinzione si associano spesso condizioni economiche e sociali molto diverse e tendenti a favorire lo scontro, si assiste spesso a un’intolleranza e a un’ostilità fra portatori di fedi diverse che mette a rischio anni e anni di tentata integrazione e di educazione comune.
L’uomo non ha bisogno in verità quasi di niente per distinguere nettamente se stesso dagli altri e ogni minima occasione viene presto colta per accelerare e rinforzare un tale processo. Non si ha bisogno d’altro. Le differenze culturali, con le convinzioni religiose in prima linea, si prestano benissimo a generare muri divisori e barriere magari immateriali ma insormontabili. Il crollo delle cosiddette certezze e il disorientamento conseguente alla caduta degli ideali e dei valori comuni tipici di una società compatta e coesa ha generato in tempi recenti una recrudescenza del culto della propria identità e un’identificazione con essa, presupposto essenziale dei diversi integralismi e fondamentalismi che si sono imposti in molte regioni del globo. Ecco che in questo caso le differenze culturali e religiose divengono eccezionali elementi di divisione e di discriminazione capaci di spingere alcune persone verso il fanatismo con il totale disprezzo, a volte, della propria integrità fisica, in vista di qualcosa di superiore.
Questo è l’inganno; questo è l’abbaglio. Trattare la vita – questa vita – come un semplice episodio conduce a «guardare attraverso» la realtà, tanto sul piano conoscitivo che su quello esistenziale, che non può per definizione che attenere a questa vita, a questa esistenza. Ma ciò è proprio quello che l’uomo ha sempre teso a fare. Trascurare o trascendere la vita per qualcosa di «superiore» – ma che cosa significa superiore, e sotto quale riguardo? – ha sostenuto da sempre milioni di esseri umani e ha fatto loro costruire una costellazione di mondi e di concezioni del mondo che hanno cambiato, in bene o in male, il nostro destino di specie. All’uomo piace da sempre l’impossibile. Ecco perché ogni confessione che lo promette – religiosa o laica che sia – ha un enorme successo.
Le cattedrali, i tribunali, ma anche le scuole di ogni tipo, sono la materializzazione di questo nostro tendere oltre – «oltrepassare» lo chiama con felice metafora Emanuele Severino – verso qualcosa di diverso e di superiore. Sento dire spesso che quella filosofica o quella religiosa sono conoscenze di ordine superiore: per me esiste la conoscenza, non la conoscenza di ordine superiore, o inferiore. L’unica finalità di tali locuzioni è quella di lusingare lo snobismo di persone che si ritengono, loro sì, superiori, e tendono a vedersi come «pastori» alla guida delle greggi ordinarie e spesso nel disprezzo di quelle. Il bello di tale superiorità, o semplicemente distinzione, è che questa non ha bisogno di venire da lontano e appartenere a una tradizione millenaria o a una cultura tramandata, anche se questo aiuta. Può bastare anche una semplice scelta di vita operata ex novo, magari sulla base di criteri largamente arbitrari. I seguaci dell’omeopatia, della psicoanalisi, del salutismo, del vegetarianesimo più o meno spinto, del «biologico», di qualche «religione» o pratica orientale, dell’ambientalismo, dell’animalismo e di tutte le altre «militanze» così frequenti nel nostro mondo, lo fanno solo per sentirsi superiori – agli altri o alla vita stessa – e non mischiarsi con i comuni mortali, dei quali ormai per tutte queste ragioni si è perso anche il seme. È inutile, secondo me, inneggiare alla pace, se poi si cercano e si perseguono tutti i motivi che possano creare fratture e contrasti, a volte anche all’interno di una stessa famiglia. Va da sé che la contropartita di questo è la possibilità di odiare profondamente altre persone che non si sono mai incontrate né forse s’incontreranno mai, «giacché» dice il Manzoni, «è uno de’ vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare ed esser odiati, senza conoscersi».
Questa realtà presenta oggi almeno due facce piuttosto diverse, di cui una molto più grave dell’altra, ma sempre comunque facenti parte integrante del grande circuito dell’odio e del disprezzo. C’è di sicuro un aspetto molto grave o, almeno, giudicato tale dai più, che comporta vere e proprie azioni di guerra o di guerriglia e che oggi viene solitamente inquadrato nel fenomeno «terrorismo», anche se di terrorismi ce ne sono e ce ne sono stati tanti e di vario tipo.
A partire dalla fine della Seconda guerra mondiale si è osservato un crescendo di affermazioni di forte riscatto della propria identità (e di identificazione con quella) fino al punto di farne una bandiera di lacrime e sangue, un fenomeno che in passato sarebbe stato definito irredentismo. Nei Balcani soprattutto, ma anche all’interno delle regioni appartenenti alla ex Unione Sovietica, nel centro dell’Africa e più recentemente nel Vicino Oriente e nei Paesi dell’Islam, è stato tutto un germogliare di rivendicazioni territoriali o anche semplicemente culturali. Ci sono state vere e proprie guerre, sanguinose e velenose; tattiche di logoramento costellate da provocazioni e cruente scaramucce; «prove di guerra» di ogni tipo e localizzazione; e soprattutto infiltrazioni armate di commandos islamici negli Stati Uniti e in Europa con un focus particolare in Francia e soprattutto a Parigi.
Al di là di tali fatti indubbiamente preoccupanti e minacciosi, si osserva comunque un po’ dappertutto una costellazione di irrigidimenti sulle proprie radici religiose, proprio a carico dei credenti delle tre confessioni monoteiste. Anche se mai abbondanti di numero, un po’ dappertutto i giovani ebrei di oggi mostrano un orgoglio culturale e religioso e un’attenzione per le proprie peculiarità che i loro padri non mostravano. Su molti islamici c’è ben poco da dire. Basta pensare che in Iran fino a trenta o quaranta anni fa le donne non portavano alcun velo e oggi sono nascoste da complicatissimi vestimenti. Ma anche dalle nostre parti la professione di fede si è fatta spesso più cupa e integralista, e siamo sempre a combattere per questo o quel diritto civile invocato da alcuni e negato da altri, fino al punto di farci additare come chiusi e retrogradi dalla maggior parte delle nazioni occidentali. Meno male che, per il momento, buddisti e induisti si sono mantenuti relativamente calmi, evidentemente paghi dei loro grandi avanzamenti economici!
Non altrettanto minaccioso, ma comunque molto preoccupante, è il dilagare delle polemiche verbali e delle manifestazioni di piazza o semplicemente mediatiche contro questo o quel punto di vista diverso, anche se non necessariamente antagonistico, fra cittadini delle stesse nazioni, occidentali e non. Certe cose non si possono proprio dire, e perfino pensare. È vergognoso e intollerabile ormai quasi tutto, fino al punto che, sotto la pressione dell’opinione pubblica e dei media, anche la scienza oramai non osa investigare più certi temi, come la natura dell’intelligenza – di cui per qualcuno ci sarebbero addirittura quindici forme diverse! – o le origini dei comportamenti e delle preferenze omosessuali. Se anche la ricerca deve tenersi alla larga da certi temi, non ci potranno essere più limiti all’ignoranza e al pregiudizio, anche se maggioritario. A proposito di pregiudizio, è ormai divenuto di moda chiamare pregiudizio tutto ciò su cui non si è d’accordo, con grave pregiudizio, scusate il gioco di parole, per l’obiettività e la conoscenza delle cause e del decorso di certe convinzioni.
Su certi temi, che sono spesso i più importanti, non c’è di fatto più libertà di espressione, se non privatissima. Impera ovunque un sistema articolato di convinzioni assunte vere apriori, cui gli anglosassoni hanno dato il nome di politically correct, politicamente corretto. All’interno di questo sistema ci si può muovere, anche se con grande circospezione; al di fuori proprio no. Contro certi comportamenti, o anche solo pronunciamenti, non esistono vere e proprie sanzioni, ma una strisciante e virulenta stigmatizzazione e una generale disapprovazione, che non fanno che alimentare il circuito del disprezzo e dell’odio sociale, una sorta di guerra non dichiarata, ma non meno perniciosa. Senza considerare il danno conoscitivo, l’impossibilità di fatto, cioè, di indagare come le cose stanno veramente. Non tutto ciò deriva, beninteso, dall’idolatria del sacro, ma molta parte sì. È questo un esempio che sta davanti a tutti noi di vantaggi derivanti dal culto del sacro che si sono progressivamente trasformati in difetti gravi o gravissimi. È uno dei prezzi che si pagano rinunciando alla razionalità e alla sua propensione a valutare a posteriori piuttosto che apriori.
L’etica
Infine c’è l’etica, la riflessione sul comportamento individuale e collettivo, uno dei campi più direttamente attinenti al sentimento del sacro e alla sua applicazione al quotidiano. L’etica è spesso considerata connessa con il giudizio di bene e di male, due termini tanto seducenti quanto scivolosi. L’uomo chiama collettivamente Male un certo numero di cose diverse: il dolore, la malattia, l’infermità, la consapevolezza della morte, il senso di inadeguatezza, la paura, l’ansia, la noia, il desiderio inappagato, la perdita, il sentimento dell’ingiustizia, la percezione della cattiveria e dell’invidia. In ogni caso si tratta della constatazione di una certa differenza fra ciò che è e ciò che ci aspetteremmo che fosse, che poi sarebbe il Bene.
In natura male e bene non hanno alcuna ragion d’essere. Nello stato di natura il male non esiste, né, per la verità, il bene. Entrambi scaturiscono dai nostri giudizi di valore, che non si confanno assolutamente al mondo naturale. Non si può rimproverare al leone di assalire e sbranare un piccolo di antilope, né alla crittogama parassita di far ammalare ed eventualmente morire un arbusto. Così come non è ragionevole inneggiare a una madre che allatta cuccioli non suoi. Che senso avrebbe? Ciascun organismo si comporta in natura come gli viene «naturale». Nessun animale si sognerebbe mai di biasimare o di lodare le proprie o le altrui azioni, a motivo, non fosse altro, della sua ben limitata libertà di scelta. È l’uomo e solo l’uomo che, abituato com’è a dare in continuazione giudizi di valore, proietta più o meno automaticamente le sue categorie sul mondo naturale. Insomma, è con l’uomo che compare il male: il male nasce con l’uomo e rimane circoscritto al suo mondo.
Se è vero che in alcune circostanze si possono osservare animali che soffrono e constatare che una lupa sazia ci appare più distesa di una lupa terribilmente affamata o assetata, non è legittimo supporre che qualche animale si lamenti apertamente o faccia delle recriminazioni. Per lamentarsi, o per rimpiangere, occorre la capacità di confrontare una serie di circostanze con le loro possibili alternative, compiendo un’operazione riflessiva e comparativa che negli animali anche più evoluti è carente e può riguardare al massimo il presente, ma non il passato. L’uomo al contrario si lamenta, s’infuria, recrimina e rimpiange, almeno a partire da una certa età.
Nella vita di ciascuno di noi non è sempre tutto rose e fiori. Esistono per tutti contrattempi e problemi di ogni genere. Di volta in volta può trattarsi del dolore, della malattia, della morte, della miseria, dell’ingiustizia, della delusione, della sconfitta, della perdita, dell’affanno o della paura. Alcuni di questi problemi li abbiamo potenzialmente in comune con gli animali, almeno i più evoluti; altri sono tutti nostri e nostra è certamente la capacità di abbracciare con la mente periodi di tempo abbastanza lunghi e di prendere in considerazione nel loro complesso gli eventi che li hanno segnati. E nostra è la capacità di commentare e comunicare tutto questo.
Ciononostante, alberga dentro di noi un’ostinata convinzione che non sia sempre stato così, che tutto ciò potrebbe esserci risparmiato e che magari un giorno… chissà? Una strategia concettuale molto diffusa per affrontare questo stato di cose è quella di raccogliere tutto il negativo e lo sgradevole del mondo e della nostra vita, e di metterlo in un unico contenitore, che viene definito come male, al quale viene contrapposto il bene. Una tale doppia personalizzazione, originata dalla necessità e potenziata in ragione dell’intensità emotiva della contrapposizione, è molto popolare. La gente comune di fatto la assume, anche se talvolta inconsapevolmente, mentre il pensiero erudito la prende molto sul serio e si è più volte interrogato sulle dinamiche del male nel mondo, sulla sua origine e sulla sua giustificazione. Poiché l’eterogeneità delle voci che ricadono sotto questo titolo rende difficile trattarlo nel loro insieme, si preferisce spesso allontanarsi dalla definizione primaria basata sulla constatazione di fatti e sensazioni e occuparsi di un tema astratto e spesso intellettualizzato come quello del male nel mondo. Per analizzare a fondo tale tema ritengo utile assegnare le manifestazioni concrete del male a tre capitoli diversi che si distinguono concettualmente per quanto concerne la responsabilità: il male che non ci deriva dal comportamento di alcun essere umano, quello che ci deriva dal comportamento di qualcuno e infine quello che mi deriva dal mio proprio modo di essere, cioè il male insito in noi stessi. È chiaro che qui ci interessano principalmente i primi due tipi di male, ma parleremo quasi soltanto del male commesso da qualcuno, contro sé o contro qualcun altro.
Quello di male eventualmente commesso o non commesso da qualcuno è un giudizio di valore, un giudizio che ha possibilmente una base individuale, ma che nella maggior parte dei casi si appoggia a valutazioni collettive, anche se spesso di portata locale. Esistono alcune rare azioni sulle quali la valutazione è comune e vicina all’universalità, ma nella maggior parte dei casi tale valutazione può cambiare da luogo a luogo, da tempo a tempo e anche da gruppo umano a gruppo umano. Ciò ha generato molto disagio e tensione, soprattutto negli ultimi due secoli, durante i quali – almeno in Occidente – sono caduti molti apriori. In mancanza di una linea di condotta obbligata o fortemente suggerita dagli istinti, infatti, l’uomo si è dotato nel tempo di una serie di prescrizioni e precetti collettivi condivisi – ai quali ha attribuito non di rado un’origine divina – che lo guidano nella sua azione, nei limiti del possibile. La frequenza delle trasgressioni di tali precetti è altissima, ma l’obiettivo è stato quello di ottenere che anche chi si comporta male sappia di andare così facendo contro il precetto collettivo.
È quasi certo che l’uomo non poteva non munirsi di un tale codice di comportamento ed è altrettanto evidente che tale codice è servito e serve. Va però considerato che si tratta appunto di un codice relativamente arbitrario e autoimposto, anche se circondato da un’aura di indiscutibilità e di intoccabilità che ne fanno qualcosa di sacro, nel senso di solenne, supremo e tremendo. All’origine un tale codice è stato sempre di natura religiosa, conforme cioè a qualche Legge divina formulata e trasmessa più o meno direttamente agli uomini della regione in questione. Con gli anni, soprattutto in Occidente, si è andati secolarizzando la maggior parte delle norme morali, così che oggi ci troviamo spesso in presenza di un codice doppio, o almeno doppio: quello della morale sociale corrente, oggetto dell’etica e della politica, e quello della morale conforme all’insegnamento religioso.
Per chi non è o non si ritiene osservante di una certa religione, vale comunque il codice etico di natura sociale, anche se è difficile che questo sia completamente avulso da un qualche precetto religioso. In chi crede, i due codici coesistono. Per gli uni e per gli altri non sussiste alcun problema quando i precetti dei due codici coincidono. Esiste invece qualche problema nel caso contrario. Il fatto stesso però che almeno alcuni dettami fondamentali del codice varino da popolazione a popolazione, e che anche all’interno della stessa popolazione questo abbia subito delle variazioni nel tempo, dovrebbe chiarire senza ambiguità che si tratta di un codice convenzionale, del quale sarebbe arduo rintracciare i fondamenti in qualche legge di natura, sia essa intesa come natura fisica che come natura biologica.
In certe regioni del globo, a partire da una certa epoca, a questo codice morale e religioso se ne è affiancato un altro di natura più palesemente convenzionale e sociale, anche se imposto con la perentorietà delle armi e implicante la restrizione della libertà. Stiamo parlando ovviamente della legge e del corrispondente diritto, che è un insieme di norme di convivenza civile che specificano – sia pure all’ingrosso, come si conviene a uno strumento collettivo – che cosa è lecito e che cosa non è lecito fare e il prezzo sociale da pagare da parte di chi compie qualcosa di illecito. Il diritto non c’è sempre stato e – anche oggi – non contempla dappertutto le stesse norme, ma costituisce comunque un codice parallelo a quello delle valutazioni morali, anche se è stato inevitabile che i due codici si siano nel tempo influenzati a vicenda. Tutti sappiamo, d’altra parte, che esistono Paesi nei quali il codice morale di scoperta origine religiosa ha anche la funzione di codice legale, vedi la legge della Sharia (ovvero «strada battuta») in alcuni Paesi musulmani.
In realtà il codice legale non è stato ritenuto in genere sufficiente per guidare la condotta degli uomini e anche oggi c’è chi ritiene che non si possa risolvere tutto in termini di diritto, soprattutto per certi tipi di questioni. Infatti c’è chi pensa, probabilmente non del tutto a torto, che non si può essere onesti in ogni circostanza solo per paura della legge, né che esista qualche tipo di legislazione che ci possa far diventare altruisti o solerti e premurosi, e forse neppure buoni cittadini. I continui episodi di corruzione nei più diversi campi e nelle diver...