
- 656 pagine
- Italian
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Command authority
Informazioni su questo libro
Un uomo dal pugno di ferro è appena salito al potere in Russia: Valeri Volodin non nasconde le sue mire espansionistiche sui territori dell'ex blocco sovietico. Quando un ex agente dei servizi segreti russi in visita alla Casa Bianca muore per avvelenamento da polonio, il sospetto di essere ripiombati in piena Guerra fredda si fa sempre più reale. Il presidente degli Stati Uniti, Jack Ryan, chiede allora al figlio di intervenire e Jack Ryan jr si butta in un'indagine segreta per portare a termine ciò che suo padre, trent'anni prima, aveva cominciato: una guerra silenziosa contro un nemico spietato.
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9788817087070eBook ISBN
97888586837051
Presente
La Bronco nera sfrecciava nel temporale, con le ruote che schizzavano fango, acqua e pietrisco mentre correva sulla strada di ghiaia, e la pioggia colpiva il parabrezza troppo in fretta perché i tergicristalli potessero liberarlo.
Mentre il SUV filava a cento chilometri all’ora, le portiere laterali si aprirono e due individui armati uscirono nella pioggia, uno per parte. Gli uomini rimasero sui predellini, afferrandosi al telaio della portiera con le mani guantate. Per proteggere gli occhi dal fango, dall’acqua e dalle pietre che schizzavano avevano grandi occhiali protettivi, ma i loro abiti di Nomex e i mitra a tracolla in pochi istanti erano già fradici e inzaccherati, come il resto del loro equipaggiamento: caschi con cuffie e microfono integrati, protezioni antiproiettile sul petto e sulla schiena, ginocchiere e gomitiere, e giberne. Era già tutto zuppo e incrostato di fango, quando la Bronco si avvicinò a una casa di legno in mezzo a un pascolo sferzato dalla pioggia.
Il veicolo decelerò in fretta, fermandosi a meno di dieci metri dalla porta d’ingresso. I due uomini sui predellini balzarono giù e corsero verso la costruzione, sondando gli alberi intorno con le armi spianate, a caccia di bersagli. L’autista della Bronco li raggiunse poco dopo; come gli altri, aveva un mitra H&K con un grosso silenziatore all’estremità della canna.
I tre operatori formarono un gruppo compatto accanto all’ingresso, e quello più avanti tese la mano per saggiare la porta.
Era chiusa a chiave.
Allora l’ultimo del gruppo – l’autista – si fece avanti senza dire una parola. Si lasciò ricadere l’H&K sul petto, e prese dallo zaino un fucile con impugnatura a pistola. L’arma era carica di munizioni a palla frangibile Disintegrator: cartucce magnum da 76 mm con proiettili da 50 grammi di polvere d’acciaio racchiusa in plastica.
L’agente operativo puntò la canna del fucile a quindici centimetri dal cardine superiore della porta, e sparò una Disintegrator sul cardine. Con un fragoroso scoppio e una vampata di fuoco, il carico di polvere d’acciaio trafisse il legno, separando il cardine dall’infisso.
Esplose un secondo colpo sul cardine inferiore, poi diede un calcio alla porta che cadde nella stanza retrostante.
L’uomo che imbracciava il fucile si fece da parte e gli altri due si precipitarono nel locale buio, rivolgendo i mitra in alto, tracciando archi incandescenti nell’oscurità con le luci delle armi. L’autista ripose il fucile, afferrò l’H&K e raggiunse gli altri nella stanza.
Ognuno di loro aveva un settore da controllare e lo fece in modo rapido ed efficiente. Tre secondi dopo cominciarono a muoversi verso un corridoio che conduceva nel retro della casa.
Davanti a loro si trovavano ora due porte aperte, una su ogni lato del corridoio; in fondo ce n’era un’altra chiusa. I primi due in fila si divisero; uno varcò la soglia di sinistra, l’altro entrò nella stanza di destra. Entrambi vi trovarono dei bersagli e aprirono il fuoco; colpi silenziati sibilarono nello spazio angusto della piccola casa.
Mentre i primi due uomini si inoltravano nelle stanze, quello rimasto nel corridoio tenne l’arma puntata sulla porta di fronte, ben sapendo che avrebbe avuto le spalle scoperte se qualcuno fosse entrato in casa.
Poco dopo, i due uomini tornarono nel corridoio e rivolsero le armi avanti, e l’uomo dietro si voltò a guardar loro le spalle. Un attimo dopo avanzarono verso la porta chiusa. Si raggrupparono di nuovo e il primo controllò la serratura senza far rumore.
Non era chiusa a chiave, perciò gli bastò abbassarsi di una decina di centimetri insieme ai compagni. Poi si mossero compatti, e le luci sotto le tre armi scandagliavano ognuna un’area diversa.
Trovarono il loro tesoro al centro dello spazio buio. John Clark sedeva su una sedia con le mani in grembo, gli occhi socchiusi fissi sulle potenti luci. Poco distanti da lui, a destra e a sinistra, le torce tattiche illuminarono due sagome in piedi, e il viso di un terzo uomo era parzialmente visibile dietro la testa di Clark.
I tre uomini armati sulla soglia – Domingo Chavez, Sam Driscoll e Dominic Caruso – spararono all’unisono. Brevi raffiche di colpi crepitarono per la stanza, accompagnate dai lampi di luce che guizzavano dalla bocca dei mitra, e l’odore di fumo dovuto agli spari prese il sopravvento sul tanfo di muffa e umidità della casa.
John Clark non si mosse, non batté ciglio, mentre i proiettili tempestavano le tre figure intorno a lui.
Sulla fronte dei bersagli si formarono dei fori, ma le sagome non caddero. Erano supporti di legno su cui erano state attaccate immagini fotografiche di uomini armati.
Le torce tattiche sondarono veloci il resto della stanza separatamente, e una di loro incontrò una quarta e una quinta figura, poste una accanto all’altra in fondo, in un angolo. Il bersaglio di legno a sinistra era l’immagine di un uomo con un detonatore in mano.
Ding Chavez gli sparò in fronte due colpi ravvicinati.
Un’altra luce raggiunse l’angolo e illuminò l’immagine di una giovane donna molto bella che reggeva un neonato con il braccio destro. Nella mano sinistra, nascondendolo in parte dietro la gamba, teneva un lungo coltello da cucina.
Senza un attimo di esitazione, Dom Caruso sparò in fronte al bersaglio femminile.
Qualche secondo dopo una voce si levò dall’altra parte della stanza. «Fuori» disse Driscoll.
«Fuori» ripeté Caruso.
«Siamo fuori» concluse Ding.
John Clark si alzò dalla sedia al centro della stanza, stropicciandosi gli occhi dopo aver assorbito tutta l’intensità di tre torce tattiche da 200 lumen. «Mettete la sicura alle armi.»
I tre operatori inserirono la sicura dei loro MP5 e lasciarono l’arma libera sul petto.
I quattro uomini esaminarono insieme i fori sui cinque bersagli, poi si avviarono fuori dalla stanza e controllarono quelli nelle stanze laterali. Uscirono dalla casa buia, e rimasero nella veranda a ripararsi dalla pioggia.
«Pensieri, Ding?» chiese Clark.
«Era giusto così» disse Chavez. «Ho rallentato gli altri quando ho dovuto raggiungerli in modo che fossimo tutti insieme alla porta. Ma per come la si rigiri, se vogliamo scardinare la porta con almeno tre operatori, bisognerà sempre aspettare l’autista.»
Clark accolse l’osservazione. «È vero. Che altro?»
«Quando Ding e Sam sono entrati nelle stanze laterali» spiegò Chavez «sono rimasto solo. Ho coperto lo spazio che non avevamo ancora perlustrato, ovvero la porta in fondo al corridoio, ma non ho potuto impedirmi di pensare che non sarebbe stato male avere un altro uomo per guardami le spalle. Se un nemico fosse entrato avrebbe avuto campo libero per spararmi dietro la testa. Continuavo a voltarmi, ma non è come avere un’altra arma con noi.»
Clark annuì. «Siamo una piccola unità.»
«Più piccola ora, senza Jack Junior» aggiunse Dom Caruso.
«Potremmo forse valutare l’idea di tirare dentro qualcun altro» suggerì Driscoll.
«Jack tornerà» replicò Chavez. «Sai meglio di me che non appena riprenderemo l’attività non riuscirà a stare lontano.»
«Può darsi» disse Dom. «Ma chissà quando succederà.»
«Abbi pazienza, ragazzo» disse Clark, ma a tutti gli altri nella veranda era chiaro che questa volta lo stesso Clark fremeva dall’impazienza di fare qualcosa di più incisivo. Era un guerriero, era stato presente in quasi tutti i conflitti cui avevano preso parte gli Stati Uniti da quarant’anni a quella parte, e benché non fosse più operativo nel Campus, era chiaramente pronto ad andare oltre il semplice addestramento.
Clark guardò la Bronco davanti alla veranda; le portiere erano spalancate, e il temporale non aveva fatto che crescere d’intensità. Doveva già esserci qualche dito d’acqua sul pavimento e l’imbottitura strappata era senz’altro zuppa. «Sono contento di avervi detto di usare la macchina della fattoria.»
«Gli interni avevano proprio bisogno di una bella pulita» osservò Ding.
Risero tutti.
«Bene. Al lavoro» disse Clark. «Voi tornate in fondo alla strada, aspettate venti minuti, e poi riprovate. Così avrò il tempo di sistemare la porta d’ingresso e muovere le sagome. Dom, i colpi sul secondo bersaglio nella camera da letto avrebbero potuto essere un po’ più ravvicinati.»
«Ricevuto» disse Dom. Aveva sparato tre volte al bersaglio numero due con il suo MP5, e tutti e tre i colpi avevano colpito la testa a non più di quattro centimetri l’uno dall’altro, ma non si sarebbe messo a discuterne con Clark. Soprattutto visto che tutti i bersagli di Driscoll e Chavez avevano colpi a meno di due centimetri e mezzo.
«E Sam» disse Clark. «Mi piacerebbe vederti passare la soglia un po’ più basso. Se riesci ad abbassare la testa di altri sette, otto centimetri quando entri, potrebbe fare la differenza tra prendersi una pallottola in fronte e una semplice sforbiciata ai capelli.»
«Lo farò, Mr C.»
Dom fece per uscire dalla veranda, ma guardò il tempo. «Non possiamo aspettare che smetta di piovere prima di riprovare, vero?»
Ding marciò fuori nel fango e si fermò sotto la pioggia battente. «Avevo un istruttore reclute a Fort Ord, un becero contadino ma un istruttore con i controfiocchi, a cui piaceva ripetere: “Se non piove, non ci si muove”.»
Clark e Dom risero, e perfino Sam Driscoll, il più silenzioso del gruppo, si concesse un sorriso.

2
La Federazione russa invase il vicino stato sovrano la prima notte senza luna di primavera. All’alba i carri armati guadagnavano già terreno a ovest lungo autostrade e strade secondarie come se la campagna appartenesse loro, come se il disgelo seguito alla Guerra fredda durato un quarto di secolo fosse stato un sogno.
Non sarebbe dovuto succedere. Quella era l’Estonia, dopotutto, e l’Estonia era uno stato membro della NATO. I politici a Tallinn avevano promesso al loro popolo che la Russia non li avrebbe mai attaccati, ora che si erano unit...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Copyright
- Personaggi principali
- Prologo
- 1: Presente
- 2
- 3
- 4
- 5
- 6: Due mesi dopo
- 7
- 8
- 9
- 10
- 11
- 12
- 13
- 14
- 15
- 16
- 17
- 18
- 19
- 20
- 21
- 22
- 23
- 24
- 25
- 26
- 27
- 28
- 29
- 30
- 31
- 32
- 33
- 34
- 35
- 36: Trent’anni prima
- 37: Presente
- 38: Trent’anni prima
- 39: Presente
- 40
- 41
- 42
- 43
- 44
- 45
- 46: Trent’anni prima
- 47: Presente
- 48: Trent’anni prima
- 49: Presente
- 50: Trent’anni prima
- 51: Presente
- 52
- 53: Trent’anni prima
- 54: Presente
- 55: Trent’anni prima
- 56: Presente
- 57: Trent’anni prima
- 58: Presente
- 59
- 60
- 61
- 62
- 63: Trent’anni prima
- 64
- 65
- 66: Presente
- 67: Trent’anni prima
- 68: Presente
- 69
- 70
- 71: Trent’anni prima
- 72: Presente
- 73
- 74
- 75: Trent’anni prima
- 76
- 77
- 78: Presente
- 79: Trent’anni prima
- 80: Presente
- 81: Trent’anni prima
- 82: Presente
- 83
- 84
- 85
- 86
- 87
- 88
- Epilogo