AUTUNNO
1
La torre si alza dal cielo quieto di settembre come un’immagine rovesciata, mai vista prima da terra. Solo ora che lei è in cima e guarda verso la strada, riesce a rivederla dal basso, squadrata e imponente. Ora sa che la torre esiste e occupa uno spazio fino a ieri sconosciuto, come ogni cosa quando se ne ignora il funzionamento. Lei si vanta spesso di non sapere come funzionano gli oggetti e si esalta per questa scarsa perizia che dovrebbe renderla soggetta a un minore logoramento delle forze. O, in breve, di vita. Quando gli oggetti si rompono, non sa ripararli, avvertendo nei fogli delle istruzioni una minaccia.
Ha paura che quelle parole minute la confondano, le facciano perdere tempo; teme che la distolgano dalla sacra missione di scrivere solo cose intelligenti, eppure non la pagano per questo. La pagano da qualche anno per spiegare e correggere compiti, soprattutto la pagano per convincere i suoi studenti che c’è una logica in ogni cosa del mondo.
Quest’anno sarà più difficile, dovrà farlo indossando un camice bianco, una mascherina davanti alla bocca, un paio di soprascarpe di plastica blu. Dovrà salire e scendere ogni giorno da una torre e andare per reparti a mendicare le sue lezioni. Non saranno loro a venire da lei che siede comoda dietro a una cattedra. Sarà lei ogni volta ad andare e venire, sarà lei che dovrà accettare i loro assensi e i loro rifiuti, sarà lei che dovrà sperare ogni volta di non rivederli più.
2
«Professoressa Ragone, sa già come funziona?»
«No» aveva risposto Ida il primo giorno.
«Meglio. Sono Melania Stiva. So che il ritardo non è colpa sua, ma è bene mettersi subito al lavoro.»
«Mi dispiace.»
«Dobbiamo scendere al piano terra.»
Melania Stiva non smette mai di parlare, neppure in ascensore. Cammina davanti alla professoressa nuova con un tubino bianco, tacchi alti e una gestualità quasi assente, le braccia restano sempre lungo il corpo, anche quando si porta una mano davanti alla gola se deve dire qualcosa sottovoce.
«Lunedì, mercoledì e venerdì dovrà salire all’ultimo piano della torre, firmerà sul registro la sua entrata, poi firmerà su un foglio di presenze giornaliero, infine accanto al nome dei ragazzi a cui avrà fatto lezione quel giorno.»
«Tre firme?»
«Sì, è più semplice. Poi metterà una quarta firma prima di uscire.»
«Va bene.»
«Il Ministero ci sorveglia.» Melania Stiva abbassa la voce anche se sono sole. «Non vedono l’ora di tagliarle queste cattedre. Stia attenta. Appena scesa in reparto, lei chiederà alla caposala se tra i ricoverati ci sono ragazzi dai quattordici ai diciannove anni. Quella fascia è nostra.»
«Sì.»
«Poi parlerà con la famiglia, che dovrà firmare un’autorizzazione.»
«Sì.»
«Poi dovrà indossare un camice bianco. È a sue spese, lo sapeva?»
«No.»
Camice bianco e soprascarpe blu, obbligatori. Camice verde sopra il camice bianco, consigliato. Mascherina alla bocca se si è raffreddati o se i ragazzi hanno i valori bassi. Se si ha un herpes, la lezione è annullata. In ogni caso gli insegnanti saranno sempre mediamente infetti per gli studenti, in cambio però potranno introdurre Dante e le equazioni di secondo grado.
«Professoressa Ragone, sa già come si indossa la mascherina?»
«No.»
Camminano lungo il corridoio.
Melania Stiva continua a spiegare sempre un passo davanti, mentre Ida spia nelle stanze i televisori appesi in alto sulla parete. È curiosa come se non avesse mai visto un ospedale.
«Quel ragazzo è nostro: Scivo Salvatore, fa il primo liceo scientifico; Marilù no, è troppo piccola; Luca troppo grande, fa il primo anno di università; Palumbo Elisa sì, si diploma quest’anno, almeno spero.»
«Ricapitolando, per ora: Salvatore, Elisa.»
«Esatto. Un’altra cosa, professoressa: mai correre in corridoio, nemmeno se ha fretta.»
«No.»
«Arriverà almeno dieci minuti prima dell’orario di servizio, in modo da scendere in reparto con il camice già indossato.»
«Sì.»
Eppure stanno già correndo. Melania Stiva ha occhi spalancati da ipertiroidea, Ida sorride nel pensarlo poi si pente. “Che hai da ridere qua dentro?” sembra chiedere la coordinatrice. “Non ti ho spaventato abbastanza?” Ma non lo dice, non le darà mai del tu.
«Come mai ha deciso di prendere questa cattedra, professoressa?»
«Volevo fare un’esperienza diversa.»
«Ci sono insegnanti che sono andati via prima della fine dell’anno. Non hanno resistito, lo sapeva?»
«No, non lo sapevo.»
Melania Stiva sorride ora, soddisfatta. Una bambina calva è illuminata dalla luce arancio di un televisore invisibile per chi passa veloce in corridoio. Colori ovunque, prati verdi alle pareti, Ida Ragone non si aspettava questo stato d’assedio al dolore. Non se le aspettava queste papere gialle per indicare i numeri delle stanze, cos’è questo divertimento? Cos’è questo circo? La malattia dov’è, che prima la vede e meglio sta.
«Al terzo piano ci sono i trapiantati, quest’anno non abbiamo ancora nessun caso professoressa, le presento la caposala del piano. Domani invece andremo a NEU. Vede? È scritto qui.»
La chiama professoressa di continuo, ogni frase finisce così, professoressa. Ogni frase comincia così, professoressa: nemmeno sapesse che lei ha sempre avuto problemi con questo titolo, e non per falsa modestia.
«Professoressa Ragone?»
«Sì?»
«Vada subito da Palumbo.»
«Subito? Non ho neppure i libri.»
«Vada a presentarsi, improvvisi una prima lezione, poi torni da me.»
Melania Stiva se ne va lasciandole l’orario personale: gli appuntamenti cambieranno di settimana in settimana a seconda delle esigenze, delle vite e delle morti, dei TSO, degli attacchi di panico.
Dopo aver incontrato Elisa, Ida Ragone era risalita all’ultimo piano della torre, dove aveva trovato i suoi colleghi – alcuni sono qui da anni, le aveva fatto notare Melania Stiva – che l’avevano misurata in più punti, come se dalla distanza tra le sue pupille o dalla lunghezza delle sue braccia potesse dipendere una più o meno marcata resistenza al dolore.
«Cari colleghi, questa è la professoressa nuova, Ida Ragone» ha detto con voce querula Melania Stiva.
«Benvenuta.»
«Grazie.»
La sua prima riunione: i nomi degli alunni presenti dall’anno precedente; i nomi di chi è stato trapiantato, di chi ha la malattia in remissione, di chi non ce l’ha fatta ed è morto in estate; i nomi dei medici, dei chirurghi, degli psichiatri, delle psicanaliste, degli psicologi, delle specializzande, dei tirocinanti, dei fisioterapisti, delle volontarie della Croce Verde, delle caposala, delle infermiere, dei portantini. Nomi di nessuna consistenza.
3
Lei è sempre nuova. Ogni anno.
Appena uscita di lì, si ricorda che non ha ancora chiamato la padrona di casa. Lo schianto c’è stato tre giorni prima. Era andata subito in direzione del bagno e trovato un’esplosione di pezzi di vetro tra water e bidè, e Mario insaponato dentro la cabina doccia, nella parete rimasta integra.
Hanno pulito in fretta: lui deve partire, e non si lascia trattenere neppure un attimo in più. C’è un treno da prendere in direzione Sud e un uomo importante da incontrare. Mario finisce di sciacquarsi davanti al lavandino e in un attimo è vestito e incravattato, così diverso dai maglioni sdruciti di un anno prima. Ida lo guarda imbambolata, chiedendosi se questa facilità nel cambiare aspetto e lineamenti sia un bene o un male per gli umani.
«La chiami tu la signora Aurora, vero?» dice lui. «Secondo me non creerà problemi.»
«Cioè?»
«Ci darà i soldi. La doccia era vecchia e consumata.»
«Non puoi chiamarla tu?»
Mario si gira appena un attimo interrompendo quel ritmo frenetico che lo sta portando all’uscita. Dice solo: «Io vado, torno giovedì».
Poi la bacia riuscendo perfino a infilare un poco di lingua tra le sue labbra semichiuse, infine è fuori. La porta si chiude con un rumore mai bello, mai consolatorio. Si può cercare di fare più piano o più veloce, ma quello è.
Palumboelisa, le aveva risposto tutto d’un fiato la sua prima alunna: anche lei aveva avuto bisogno di bagnarsi a un certo punto.
«Posso mettere i piedi nell’acqua per favore?» le aveva chiesto.
Mentre la professoressa Ragone aveva già cominciato a parlare di Madame de Staël e del suo ruolo fondamentale nel diffondere il Romanticismo in Italia, la ragazza aveva soffocato malamente un sospiro, indicandole una bacinella appoggiata sotto il letto. Poi si era seduta, aveva penzolato le gambe verso terra, fino a immergere i piedi nell’acqua. «Mi bruciano, stanotte non ho dormito.» A quel punto, la professoressa aveva smesso di parlare e guardandole i piedi non aveva trovato niente di meglio da dirle se non: «Che bei piedi che hai, così magri». E mentre lo diceva, si ricordava di un’altra regola di Melania Stiva: «Mai fare commenti sul corpo dei ragazzi». Primo errore, professoressa.
4
«Andrea, hai un accento del Nord.»
«No, io sono asburgico.»
«In che senso?»
«Nordest.»
«Cioè?»
«Trieste. C’è una bella differenza.»
«Sì?»
«Noi abbiamo la bora.»
«Bello.»
«Non mi pare la parola giusta.»
Si accascia sul tavolo, come se avesse esaurito l’energia in questa sola frase.
Primo piano degenti NEU. La professoressa nuova non pensava di fare la prima lezione qui senza aver parlato con lo psicologo di Andrea, il dottor Campolongo, ma oggi è martedì e la riunione con i medici è tra due giorni. Non sa nulla di questo ragazzo, soltanto il nome.
«Ti piace Roma?»
«No.»
«Perché?»
«Ha una luce troppo chiara.»
«Cioè?»
«Ha una luce abnorme. Insostenibile.»
«Soffri il caldo?»
«No, non è quello…»
«Allora, cosa?»
«Il cielo è troppo alto. La luce va dappertutto.»
«E dove dovrebbe andare?»
«La città è così aperta. Mi viene il mal di testa. Noi a Trieste abbiamo il senso del limite.»
«Sì?»
«Noi stiamo tra il mare e il Carso.»
«Non c’è niente che ti piaccia di Roma?»
«A Roma la gente parla male.»
«Male?»
«Sì. Lo fanno apposta.»
«Perché?»
«Pensano…»
«Cosa?»
«Di essere simpatici.»
«Invece?»
«Invece no. Non si danno il tempo per rifletterci sopra.»
«Su cosa?»
«Sulle parole. Le trascinano.»
«Ah.»
«Io invece quando una parola non mi viene…»
«Sì?»
«Quando una parola non mi viene è perché l’aveva trovata l’istinto, ma poi…»
«Poi?»
«Poi la mente ci ripensa e dice...