
- 273 pagine
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My Way. Berlusconi si racconta a Friedman (VINTAGE)
Informazioni su questo libro
Il libro sulla vita dell'uomo più amato e odiato d'Italia: con Friedman Berlusconi si confessa, dalle vicende giudiziarie alla guerra con la magistratura, dalle donne all'amarezza delle sconfitte. Dagli anni Sessanta con Milano 2 agli Ottanta delle televisioni, dal Milan alla politica fino agli intrighi tessuti da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy nel tentativo di far cadere Berlusconi.
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Informazioni
Print ISBN
9788817088596eBook ISBN
97888586842691
Seduttore nato
Silvio Berlusconi è a casa, da solo. Cammina sul prato, nel cuore del parco di Villa San Martino ad Arcore. Mani in tasca, passo deciso, mostra in lontananza l’eliporto e le scuderie. È piena estate, e ai lati del lungo viale alberato si alternano siepi ben potate e vasi di terracotta che traboccano di gerani rossi. Il cammino erboso passa sotto un arco di pietra e si apre in un ampio e curatissimo prato inglese con aiuole di canne di vetro, che in autunno e in inverno si ricoprono di fiori bianchi. In primavera, nel parco sbocciano centomila tulipani nelle delicate note dei colori pastello. È una successione di siepi, piante di limoni, querce, prati che odorano di erba appena tagliata.
Vicino alla villa, Berlusconi si ferma, e sorride con una punta di imbarazzo quasi disarmante per gli ospiti, soprattutto per quelli che si aspettano di incontrare un uomo di potere o un impenitente playboy. Sorride con quell’empatia che l’ha aiutato a conquistare una nazione, e che nel corso degli ultimi venticinque anni gli ha consentito la metamorfosi da magnate della televisione e miliardario tra i più ricchi del mondo a uomo di governo, il primo ministro più longevo nella storia dell’Italia repubblicana e senza dubbio il più controverso. «Questa è la mia casa» dice con semplicità.
È un pomeriggio caldo e Berlusconi indossa i calzoni di una tuta, un maglioncino e un blazer blu. La ghiaia scricchiola sotto le Hogan mentre riprende a camminare, parlando dell’importanza di Arcore per lui, il luogo dove ha preso tutte le decisioni cruciali della sua vita. Sui piedistalli, statue neoclassiche a perdita d’occhio sembrano scrutare al di là delle siepi di rododendro che circondano i giardini, dove regnano l’ordine e la simmetria. Tutto è impeccabile, tutto è geometrico. Tutto fin troppo perfetto.
Berlusconi ha comprato la grande villa settecentesca negli anni Settanta e l’ha restituita al suo antico splendore negli anni Ottanta. L’ha equipaggiata di gadget e attrezzature da film di James Bond, ma i telefoni sono bianchi e fissi, e non si vedono cordless in giro, o almeno il padrone di casa non li usa. Ogni angolo è un pot-pourri di vecchio e nuovo, segnato dall’estetica anni Ottanta, che permetteva ai nuovi miliardari italiani di far convivere dipinti del Rinascimento e un’idea di modernità. Come risultato, in quel decennio molti architetti e decoratori d’interni dell’area milanese sono diventati molto ricchi, e molto in fretta.
Berlusconi è orgoglioso dei suoi giardini e del suo parco, che cura con una maniacale attenzione per il dettaglio. Lui sa che una grande dimora italiana va apprezzata prima di tutto dall’esterno, dal giardino.
«Ho avuto tante case ma questa è la casa della mia vita» ripete sorridendo. E la vita, per Berlusconi, è sempre sia quella pubblica sia quella privata, e spesso l’una si fonde e si sovrappone all’altra, talvolta provocando scandalo. E alla fine tutto ritorna a questa casa in Brianza, vicina a Milano e a Monza, Villa San Martino.
Qui ad Arcore venne in visita, nel 1993, Mikhail Gorbaciov. «È stata una giornata molto simpatica, molto stimolante» ricorda Berlusconi. «Gorbaciov venne con sua moglie Raissa, che fece amicizia con mia moglie Veronica. Voleva incontrare un leader dell’imprenditoria italiana e parlare dell’economia di mercato. Mi fece molte domande, sui produttori, sui mercati finanziari. Alle cinque del pomeriggio ci sedemmo a prendere un tè, e poi come da programma loro avrebbero dovuto andarsene. E mentre li accompagnavo verso l’uscita per salutarli, lui mi disse: “Ma, Silvio, c’è una cosa che non ho capito. Qual è l’istituzione, l’ente che fissa i prezzi a cui devono essere venduti i prodotti?”. Gli chiesi di ripetere la domanda, e lui: “Qual è l’ente che fissa i prezzi?”. Gli risposi: “Mikhail, devi fermarti anche a cena. Devo spiegarti ancora un po’ di cose”. E parlammo a lungo, con l’aiuto di un ottimo Rosso di Montepulciano. Gli spiegai che in Occidente è il mercato che fissa i prezzi, non un’agenzia del governo. È la concorrenza tra i produttori del mercato e la scelta degli acquirenti che determina i prezzi. Può sembrare strano che una persona del livello di Gorbaciov non avesse chiare queste cose, anche se è pur vero che essere nati e cresciuti in una realtà come quella sovietica rendeva naturale una visione statalista del sistema economico. E per me fu una grande soddisfazione spiegare le regole del mercato a Mikhail Gorbaciov. Lui comunque mi sembrò contento del tempo che passammo insieme.»
Quindi Berlusconi descrive le visite ad Arcore del suo amico Vladimir Putin, e indica la stanza in cui il presidente russo ha dormito nel suo ultimo soggiorno. Un ospite va perdonato se, nel frattempo, si domanda in quali stanze abbiano invece avuto luogo le tanto famose feste del bunga bunga, dove si siano tenuti i party sfrenati che hanno attirato infinite ironie sull’Italia e umiliato Berlusconi quando, tra 2010 e 2011, nel bel mezzo della peggiore crisi finanziaria della storia d’Europa, divampò lo scandalo.
Arcore. Nella vita di Silvio Berlusconi questa casa è molto più del luogo che ha ospitato Mikhail Gorbaciov, Vladimir Putin o la famigerata Ruby Rubacuori. È la sua casa, un ambiente di immenso prestigio, un segno di vera ricchezza, il suo rifugio, il centro di comando, il quartier generale. Da qui ha portato a termine la costruzione del suo impero edilizio, le città satellite che hanno contribuito a renderlo miliardario. Qui ha inventato la televisione commerciale italiana, qui ha preso le decisioni che l’avrebbero trasformato in un magnate dei media, facendolo diventare un protagonista sulla scena europea degli anni Ottanta. È qui, in queste stanze, che Berlusconi ha riflettuto a lungo sull’idea di comprare il Milan. Ed è qui che ha deciso per la prima volta di entrare in politica, inventare un nuovo partito e lanciare la campagna elettorale che in sessanta giorni, all’inizio del 1994, l’avrebbe portato a conquistare, lui che era sempre stato solo un imprenditore, la carica di primo ministro.
Arcore è diventata così una sorta di versione italiana di Camp David. Ma anche un bunker, dove Berlusconi avrebbe tenuto infinite sedute notturne con batterie di penalisti, civilisti, investigatori e armate di consiglieri per fronteggiare una tempesta elettromagnetica, un turbine di una sessantina fra indagini e processi, con accuse di corruzione, tangenti, frode fiscale e perfino prostituzione minorile.
Arcore è stata la sua bussola, la sua pietra di paragone. Nella vita, negli affari, nella politica, nelle questioni d’amore e di famiglia. Qui ad Arcore è finito il suo primo matrimonio, qui Berlusconi ha vissuto per un anno di semicoprifuoco e semilibertà, col passaporto ritirato dal tribunale, mentre svolgeva un lavoro sociale in un istituto per anziani malati di Alzheimer, dopo la condanna definitiva in Cassazione per frode fiscale. E qui ha sognato il suo ritorno sulla scena a inizio 2015. Qui, nella cappella di famiglia, conserva le ceneri dei genitori e della sorella. Qui ha scelto una nuova fidanzata, di cinquant’anni più giovane. È accaduto tutto qui. Ad Arcore.
E mentre continuiamo a passeggiare, mi torna in mente la prima volta che lo venni a trovare negli anni Ottanta, quando Tina Brown mi chiese di scrivere un pezzo per «Vanity Fair» sui «nuovi prìncipi» del capitalismo italiano che sfidavano il «re d’Italia senza corona», Gianni Agnelli. Erano i folli e sfrenati anni Ottanta, l’età dell’oro in cui metà del mondo era ubriaca di una prosperità appena scoperta, dagli yuppie di Wall Street ai signori dei soldi della City di Londra, sempre pronti a fare festa, con economie in pieno boom e una classe media in crescita. Ronald Reagan e Margaret Thatcher governavano l’America e la Gran Bretagna. Berlusconi era un self-made man, un outsider, un emergente, un magnate in rapida ascesa, il signore della televisione e dell’industria dell’intrattenimento, fresco miliardario, sulla buona strada per diventare uno degli uomini più ricchi del pianeta. Allora, Berlusconi provocava un particolare fastidio alle élite finanziarie italiane perché il suo ruspante stile da venditore l’aveva reso più popolare e le sue fortune televisive più ricco perfino dell’erede dell’antico patrimonio Fiat, l’elegante e cosmopolita Gianni Agnelli, che da playboy si era trasformato in grande industriale.
In quegli anni, incontrare Silvio Berlusconi nella sua dimora di Arcore era una specie di viaggio in una Disneyland privata. Tutto funzionava premendo un bottone. Tutto aveva a che fare con la bellezza, la perfezione, l’ordine e, sì, l’edonismo.
«Questa è la mia piscina coperta» diceva Berlusconi nel 1989, mentre mi guidava in un tour della villa. Allora era magro e in forma, con il doppiopetto d’ordinanza, l’abbronzatura in ogni stagione, un’energia e un entusiasmo contagiosi. Indicava uno schermo largo due metri sospeso sopra la vasca. Come mai? «Così posso starmene in piscina a controllare le mie tv anche quando nuoto.»
Sorrideva radioso, traboccante d’orgoglio, sfoggiando un’«area fitness e ristoro» accanto alla piscina con sauna, jacuzzi, bagno turco, una piccola palestra e il pezzo forte, un soggiorno d’angolo in pino chiaro scandinavo, con divani morbidi e non meno di nove televisori disposti a scacchiera, ognuno acceso su un suo canale, tra quelli in Italia, Francia, Spagna e Germania. Il padrone di casa indicava un pannello a scomparsa che aveva abbastanza pulsanti per accendere le tv, adattare le luci a una particolare atmosfera o chiamare il maggiordomo. Perfino il bagno riservava una sorpresa. Incassati ai lati dello specchio c’erano schermi televisivi in miniatura, da due pollici, un notevole successo tecnologico per gli anni Ottanta, prima dei display a led e degli iPhone. Come mai questi minuscoli schermi installati accanto allo specchio? «Così posso guardare i miei canali mentre mi faccio la barba» fu la logica risposta.
Oggi, nel 2015, Arcore non è cambiata, è rimasta com’era allora; a parte il fatto che Berlusconi ha quasi ottant’anni. Ha percorso una straordinaria traiettoria di vita, ed è stato e continua a essere odiato e amato da milioni di italiani.
«Questa è la mia residenza principale da più di quarant’anni» ripete, passeggiando sul pavimento in pietra chiara della loggia sul davanti, e fermandosi vicino all’entrata per illustrare il medaglione scolpito che adorna una parete. Sembra uno stemma di famiglia, ma raffigura san Martino, vescovo di Tours nel IV secolo, il cui santuario in Francia divenne un celebre punto di sosta sul cammino di Santiago de Compostela. I primi monaci benedettini che giunsero ad Arcore e fondarono qui il loro monastero quasi mille anni fa gli diedero il nome del santo. La cappella della famiglia Berlusconi è oggi l’unica struttura che risale all’abbazia originaria.
Il bassorilievo in pietra che Berlusconi sta descrivendo mostra il vescovo a cavallo che usa la spada per tagliare il suo mantello in due, e ne dona metà a un mendicante vestito di stracci nel cuore dell’inverno. Secondo la leggenda, quando fu arruolato nell’esercito romano, Martino trovò il servizio incompatibile con la fede cristiana che aveva abbracciato, e divenne uno dei primi obiettori di coscienza.
Berlusconi fa un sorriso da miliardario, senza la minima traccia d’ironia, mentre racconta la storia del santo. La luce estiva abbandona il cortile di ghiaia davanti alla villa. Ma il padrone di casa è esuberante, caloroso, infaticabile.
Ora, entrato in un’ala della villa, fruga in mezzo a pile di cimeli e ricordi in una serie di otto stanze piene zeppe di memorabilia. Sfiora statuine a molla che lo raffigurano, indica ritratti di famiglia e scaffali ingombri di foto. Foto di Berlusconi con la madre Rosa, con Barack Obama, con George H.W. Bush, con George W. Bush, con Tony Blair, con Bill Clinton, con Hillary Clinton, con la regina Elisabetta, con papa Giovanni Paolo II e con papa Ratzinger.
C’è il ritratto di un giovane Berlusconi in tenuta da cantante, un bel ragazzo che indossa una giacca elegante, cravatta e paglietta, e canta con sentimento in un microfono anni Cinquanta.
«Sono io! È un ritratto di me che canto a sedici anni. Come diceva mia madre, ero sempre il più bello della spiaggia.» Ora si dirige rapido verso un’altra stanza piena di cimeli e di trofei del suo passato, e in un locale di passaggio troneggia la sedia di Benito Mussolini a Palazzo Venezia.
L’aria si fa densa di nostalgia. Berlusconi è un’amabile guida turistica, gli piace piacere. Vuole mettere in scena un bello spettacolo. È un intrattenitore formidabile, un venditore di sogni. Nel corso degli anni è stato il Ronald Reagan italiano, con il suo sorriso e la sua bonomia, e per molti l’equivalente di Margaret Thatcher, anche se non è riuscito a realizzare la rivoluzione liberale della Lady di Ferro. Un uomo che è riuscito a incantare gli elettori con il carisma e il fascino, con le promesse di abbassare le tasse, distribuendo pacche sulle spalle e prendendo in braccio bambini: un eterno populista. «Il nostro scopo è far felici i nostri clienti!» sembra essere il suo slogan.
Ma in questi anni Berlusconi è stato anche il leader europeo più a lungo sulla scena, testimone di una serie di eventi epocali, dalla fine della Guerra fredda alla guerra caldissima contro Saddam, dalla Primavera araba e dall’annientamento di Muammar Gheddafi alla crisi finanziaria che ha scosso l’Europa nel 2011 e ha quasi mandato a picco l’Italia.
Curiosamente, la storia recente ha dato ragione alle sue posizioni, spesso controverse, in politica internazionale.
Come è riuscito a fare tutto ciò? Come ha fatto questo self-made man uscito da un quartiere popolare di Milano a diventare miliardario, magnate europeo dei media e, vincendo tre volte le elezioni, primo ministro? Come è riuscito un ex cantante sentimentale a dominare il destino della sua nazione per più di vent’anni?
Berlusconi scherza sul segreto del suo successo.
«Cosa volete farci» dice ammiccando, con il suo sorriso hollywoodiano. «Sono un seduttore nato.»
Sorride di nuovo. Adesso è seduto nel suo salotto preferito, conosciuto in famiglia come «la stanza dei divani». Alle spalle ha una portafinestra aperta, attraverso la quale si vede l’acqua zampillare da una fontana di marmo bianco. Il verde del parco dà all’ambiente una luce naturale e accogliente. Sta raccontando la sua filosofia di vita, la sua naturale strategia da incantatore.
«Quando i miei avversari mi accusano di essere un grande seduttore, credono di rivolgermi chissà che critica. Ma tutto nasce dal fatto che sono sempre aperto agli altri. Ho un grande rispetto per gli altri, cerco sempre di calarmi nei panni di chi mi sta di fronte. Così quando qualcuno è convesso divento concavo, e se qualcuno è concavo allora mi faccio convesso. In questo modo riesco sempre a stabilire un rapporto personale, un’intesa con la persona con cui tratto. La chiamano empatia: per me è un modo necessario per entrare in confidenza con gli altri e per ottenere una sincera collaborazione.»
Il suo desiderio, il suo bisogno disperato di piacere, unito alla soddisfazione così rassicurante che trae dal far sorridere gli altri, non è una messinscena. È profondamente radicato, è un tratto dominante del suo carattere. Forse è un meccanismo di difesa, un metodo per tradurre il proprio fascino in un lavoro, un contratto, un affare, un impero. Il mistero di questo bisogno di piacere, che è anche voglia di raggiungere l’obiettivo facendo leva sulle proprie doti magiche di incantatore, viene da lontano, affonda le sue radici in un’infanzia non facile, in una famiglia piccoloborghese immersa nelle angosce e nelle privazioni della guerra.
Silvio Berlusconi nasce a Milano il 29 settembre 1936, figlio di un impiegato di banca, Luigi, che poi avrebbe fatto carriera fino a diventare alto dirigente, e di Rosa Bossi, segretaria di direzione alla Pirelli. La famiglia abitava in un vivace quartiere popolare, l’Isola, una specie di terra di nessuno oltre la ferrovia, stretta fra le due principali stazioni di Milano, la Centrale e quella di Porta Garibaldi. Nel 1943 nasce la sorella Maria Antonietta e nel 1949 il fratello Paolo.
«L’Isola – che adesso è una zona molto alla moda – era un quartiere di commercianti, anche un po’ malfamato» ricorda Fedele Confalonieri, che abitava a pochi metri da casa Berlusconi ed è amico di Silvio fin da quando entrambi portavano i calzoni corti. «Non proprio da malavita organizzata, ma qualche birichino c’era. Era un po’ un villaggio, il nostro Pian della Tortilla. Poi, la cosa curiosa è che Berlusconi abitava di fronte al Circolo Sassetti, che era un circolo del Partito comunista, quindi qui c’era già una specie di anteprima di quello che sarebbe successo dopo…»
Confalonieri ricorda «un’epoca di povertà generalizzata; però quando sei bambino tutto è magico, quindi in quel villaggio la nostra è stata un’esperienza di vita molto formativa». La situazione si fece difficile soprattutto dopo il giugno 1940, quando Mussolini dichiarò guerra alla Francia e alla Gran Bretagna, a fianco della Germania di Hitler. Sia Confalonieri sia Berlusconi hanno vissuto i bombardamenti a tappeto su case, fabbriche, chiese, scuole e uffici che spinsero molte famiglie a fuggire da Milano e a sfollare in campagna e nei paesi vicini.
«Non scorderò mai i bombardamenti alleati su Milano del 1943» dice Berlusconi. «Avevo sei anni e mezzo, e un giorno di primavera le bombe caddero proprio sulla strada dove abitavamo, via Volturno. Così mio padre e mia madre decisero di trasferirsi in un paesino in provincia di Como, Oltrona San Mamette. Era circa un’ora a nord di Milano, non lontano dal lago di Como, sulla strada per Varese. Lì si stava al sicuro, perché non c’era pericolo che bombardassero in campagna. Mio papà a Oltrona aveva dei parenti, che ci accolsero volentieri e ci misero a disposizione due stanze nella soffitta della loro casa.»
Dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia, la caduta di Mussolini, l’armistizio e l’occupazione tedesca, i bombardamenti alleati su Milano continuarono.
«Tutto accadde molto rapidamente nel 1943. Siccome mio padre, soldato dell’esercito italiano, era antifascista, dopo l’8 settembre si rifugiò in Svizzera e noi ci ritrovammo soli in quel paesino sperduto.»
La notte stessa dell’armistizio cominciò infatti il grande esodo di antifascisti, ebrei, intellettuali, borghesi, perseguitati politici, ufficiali e militari in cerca d’asilo in Svizzera. Luigi Berlusconi era uno dei 45.000 italiani che passarono la frontiera. Il dolore di quel distacco è impresso in un diario, che Silvio custodisce gelosamente. «L’intenzione di compilare questo diario» scriveva Luigi «risale ai primi giorni della mia fuga dalla Patria, fuga decisa per non sottostare alle disposizioni emanate dalle autorità germaniche che avevano occupato militarmente l’Italia settentrionale e centrale. Solo oggi, 8 ottobre 1943, ho potuto acquistare questo quadernetto. La mia mente deve quindi rivolgersi a quella triste sera del 17 settembre 1943 quando, in compagnia di Gino Foscale e del compagno di grigioverde Armando Spalvieri, dovetti lasciare tutti i miei cari, per iniziare questo periodo di esilio in terra Elvetica. Per infondere coraggio e forza di rassegnazione alla mia famiglia ed ai miei parenti presenti alla partenza, mi mostrai molto forte e quasi indifferente. Passammo in Svizzera attraverso una piccola apertura della rete di confine. Era già quasi buio. Il mio esilio cominciava. Il dolore che sino allora avevo soffocato in me dovette avere uno sfogo materiale. Ormai più nessuno dei miei accompagnatori era presente, più nessuno poteva riferire ai miei cari che io avevo pianto, e piansi.»
«D’un...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Copyright
- Dedica
- Nota dell’Autore
- Prologo
- 1. Seduttore nato
- 2. Il ragazzo tycoon
- 3. L’imperatore della tv
- 4. Il diavolo in corpo: il Milan dei sogni
- 5. 1994
- 6. America primo amore
- 7. Uno zar per amico
- 8. Ah, le donne!
- 9. Imputato
- 10. Gheddafi: il grande errore dell’Occidente
- 11. Intrigo internazionale
- 12. Colpevole!
- 13. «Me ne andrò dopo aver vinto un’altra volta»
- Ringraziamenti
- Tavole fuori testo