Amore lontano
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Amore lontano

  1. 304 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Amore lontano

Informazioni su questo libro

Sette racconti, sette vite, sette uomini: Vassalli ripercorre le storie di poeti fondamentali, da Omero a Jaufré Rudel, da Virgilio a Qohélet, da François Villon a Giacomo Leopardi a Arthur Rimbaud. Per capire il mistero della parola e della poesia nelle esistenze di uomini ingenui, falsi, avidi, nevrotici, in una parola, normali. Che però, almeno per un breve momento della loro esistenza, hanno pronunciato con la loro voce parole di grande valore per tutti, in ogni tempo: "La poesia è vita che rimane impigliata in una trama di parole. Vita che vive al di fuori di un corpo, e quindi anche al di fuori del tempo. Vita che si paga con la vita: le storie dei poeti che ho raccontato stanno a dimostrarlo". Un libro vivo che ci mostra finalmente, e per davvero, questi uomini di lettere e le loro esistenze, e che alza per un attimo il velo sul significato della poesia, come in un'illuminazione, o un amore lontano, che rimane misterioso e potente in eterno.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2016
Print ISBN
9788817087100
eBook ISBN
9788858683804

1

La notte e le storie

Il più antico poeta a cui noi diamo un nome, il leggendario Omero, è, contemporaneamente, uno, nessuno e centomila. È centomila perché dietro alla sua leggenda si nasconde una storia vera: quella dei cantori ciechi, che durò per molti secoli e che riguardò, oltre alla Grecia, anche altre civiltà del mondo antichissimo. Forse anche l’Egitto e la terra dei due fiumi, il Tigri e l’Eufrate. Certamente, in Italia, il paese degli Etruschi.
Gli antichi attribuivano ai ciechi una capacità di inventare, di elaborare e di raccontare le storie degli uomini, superiore a quella delle persone normali. Avendo meno percezioni, i ciechi avevano più vita interiore. Erano dei «veggenti», che sapevano riempire il buio in cui vivevano di figure apparentemente reali; che sapevano creare dal nulla una melodia e poi, anche, sapevano adattare quella melodia alla storia che stavano raccontando. I cantori ciechi del mondo antico: gli «aedi», erano in grado di dire ciò che succede al di sopra dell’uomo, negli spazi abitati dagli Dei dell’Olimpo; conoscevano gli abissi del mare popolati di mostri, e si avventuravano perfino nella terra dei morti, per riferire ai vivi ciò che avevano visto. La civiltà era nata con i loro poemi. Le guerre, le paci, le gare di corsa o di pugilato, i commerci, i banchetti, le cerimonie per placare gli Dei e quelle per prendere congedo dai defunti, tutto veniva fatto come loro lo raccontavano, e acquistava un senso con la loro presenza. Senza le storie degli aedi, il mondo avrebbe perso la memoria dei tempi passati, e avrebbe perso anche la consapevolezza delle cose che lo rendono bello e grande. Le gesta degli eroi non avrebbero più avuto ragione di compiersi, e gli uomini sarebbero tornati a vivere e a morire come gli animali. Cosa resta di un animale dopo che è morto? E cosa resta di un uomo, se la sua storia non può essere conosciuta dagli uomini che verranno?
Non tutti i cantori del mondo antico erano ciechi. Non lo era, nell’Odissea, l’aedo Femio, che parlando con Ulisse gli dice: «Un Dio mi versò nel cuore ogni genere di storie». Ma la cecità, ai tempi di Omero, veniva considerata una condizione ideale per essere poeti: perché è una forma di silenzio, e le storie e le melodie nascono dal silenzio. E poi, perché è una menomazione che non permette a chi ne soffre di avere storie proprie. Si può essere chiunque soltanto se non si è più nessuno. Un cantore cieco è, appunto, «nessuno»: è un contenitore vuoto di storie altrui. Omero è Achille e Ettore e tutti gli altri personaggi che non può essere nella vita reale. È Ulisse ma è anche il ciclope Polifemo che cerca di ucciderlo; è perfino Demodoco, il cantore che Ulisse incontra nella reggia di Alcinoo (un altro Omero!):
E venne di lì a poco l’araldo conducendo per mano l’amabile cantore, che la Musa ebbe più caro degli altri uomini: gli diede un bene e un male. Lo privò degli occhi, ma gli diede il dolce canto.
E per lui Pontonoo pose un seggio dalle borchie d’argento in mezzo ai convitati e lo appoggiò ad un’alta colonna. Appese poi ad un chiodo la cetra sonora, sopra la sua testa; e gli insegnò, l’araldo, a prenderla con le mani. E gli mise davanti una mensa con un paniere (di cibo), e una coppa di vino vermiglio, da bere quando ne aveva voglia.
E loro intanto, i convitati, stendevano le mani sui cibi che avevano davanti, ciascuno sulla propria mensa.
E dopo che si furono tolta la voglia di mangiare e di bere, la Musa spinse l’aedo a cantare le gesta gloriose degli eroi, quel poema di cui allora la fama giungeva fino all’ampio cielo: era la contesa tra Odisseo e Achille figlio di Peleo, come litigarono un giorno con violente parole ad un ricco banchetto in onore degli Dei...
Saffo
Il primo personaggio della letteratura occidentale e, forse, della letteratura universale, è Ulisse. (Odisseo.) Ulisse rende raccontabile un mondo che prima di lui non era raccontabile, perché era dominato dagli istinti primordiali e dalle forze della natura: dalla violenza cieca, dalla cupidigia, dalla lussuria, dalla morte. Quel mondo, su cui si affacciarono i primi cantori, non aveva storie e, almeno in apparenza, non poteva produrne. La sua unica storia era l’avvicendarsi degli uomini che, generazione dopo generazione, nascevano e morivano combattendosi tra di loro, senza che restasse traccia del loro passaggio. Quegli uomini uccidevano i loro padri, si accoppiavano con le loro madri, mangiavano i loro nemici e ne venivano mangiati, come le nuvole trascorrono nel cielo e come gli animali si accoppiano e si mangiano l’uno con l’altro. Perché esistessero delle storie, e perché le storie diventassero raccontabili, era necessario che le forze della natura prendessero forma di miti; ed è proprio questo che fanno i cantori ciechi delle origini, inventando il padre di tutti i personaggi: il personaggio di Ulisse.
Ulisse affronta una dopo l’altra, in una specie di gioco dell’oca da cui nasce l’arte del racconto, le forze primordiali che governavano il suo mondo, e gli dà forma e nome di miti. La violenza incontrollata, nell’Odissea, è rappresentata dal gigante Polifemo; la lussuria è la maga Circe; le false illusioni sono le Sirene; l’ebrezza sono i Lotofagi... Guidato dall’indovino Tiresia (un altro cieco!), il nostro eroe scende nell’Oltretomba e rende raccontabile anche la morte. Tutte le vicende umane, dopo di lui possono diventare argomento di un romanzo; e tutti i personaggi di tutte le letterature del mondo discendono da lui e dalla sua storia.
Chissà quanti secoli hanno impiegato i cantori ciechi, gli aedi, per rendere raccontabile il mondo! E chissà quante storie hanno dovuto inventare, prima di dare vita a questa che nella sua apparente semplicità le riassume tutte, e che noi attribuiamo al leggendario Omero. Ulisse è una creazione così perfetta, che perfino il suo autore si rispecchia in lui, quando gli fa dire: «Il mio nome è Nessuno». Ora, i personaggi della letteratura devono sempre e per forza essere Qualcuno, e Nessuno è il poeta che li fa vivere; ma l’uomo che rivendica la sua inesistenza con la voce di Ulisse, è un personaggio così grande e totale da poter essere l’autore dei suoi autori. Chissà quante generazioni di cantori ciechi si riassumono e, per così dire, si firmano in quell’affermazione: «Il mio nome è Nessuno!».
Saffo
Omero è nessuno ed è centomila. Ma è anche uno: perché è assolutamente possibile che, mentre l’epopea degli aedi era già in declino, sia esistito un cantore di nome Omero, nato a Chio come vuole la tradizione e vissuto nel decimo o nel nono secolo prima di Cristo. Perché dovremmo dubitarne? Le tradizioni hanno sempre una base di verità. Nel magazzino di storie degli aedi, che comprendeva centinaia di opere in versi, di genere sia religioso che profano, Omero si è ritagliato un suo repertorio, adatto ad ogni circostanza. In quel repertorio ci sono alcuni inni sacri, che lui canta nelle feste degli Dei; c’è un’opera buffa (la Guerra dei topi contro le rane) per le occasioni in cui bisogna far ridere la gente; infine, ci sono due poemi del ciclo troiano, la storia dell’ira di Achille e quella del ritorno in patria di Ulisse. Il nostro cantore ha dato un’impronta personale a quei componimenti, rielaborandoli qua e là e aggiungendoci alcuni episodi, che i contemporanei hanno notato e apprezzato. È diventato famoso quanto può diventarlo un aedo: cioè molto meno di un atleta o di un condottiero, e anche un po’ meno di un indovino o di un guaritore. La sua fama, che dall’isola di Chio ha raggiunto le isole circostanti e perfino la terraferma, gli permette di vivere senza troppi disagi e senz’altri fastidi che quelli legati alla necessità di spostarsi in continuazione, da un luogo all’altro dove viene richiesta la sua presenza. Omero non ha una casa, come ce l’hanno gli uomini della sua epoca e di tutte le epoche. La sua casa sono le strade dell’antica Grecia, piene di sole, di polvere e di vento; e la sua vita si è sempre svolta in quel modo, viaggiando da un mercato a un altro mercato, da una festa religiosa ad un’altra festa religiosa, da un palazzo di signori ad un altro palazzo di signori...
Possiamo immaginare l’aspetto del nostro cantore partendo dal busto in marmo che si trova nel Museo nazionale di Napoli e che raffigura un vecchio con gli occhi privi di sguardo, i capelli incolti e una lunga barba, probabilmente bianca, sulle guance e sul mento. Omero, per definizione, è un uomo anziano: perché i poeti, e in generale gli artisti, se non rappresentano una moda del loro tempo, soltanto da vecchi arrivano ad avere qualche notorietà. Ma l’Omero che ci sta di fronte in questa immagine di pietra è anche un uomo stanco di vagare per le strade del mondo e preoccupato per ciò che gli riserva il futuro. Il buio dentro alla sua mente è pieno di storie ordinate e bellissime, dove lui si trova a suo agio e dove vorrebbe vivere sempre; ma la sua sopravvivenza come cantore dipende da un ragazzo di nome Lica, che gli fa da guida già da qualche anno e che negli ultimi tempi ha cambiato voce e carattere. Lica, ormai, è diventato grande: e il vecchio Omero, che di guide ne ha avute molte, sa cosa significano questi segnali. Sa che quando il ragazzo lo abbandonerà, lui non potrà continuare a spostarsi da un luogo all’altro e dovrà cercare di sopravvivere chiedendo l’elemosina. Ormai è troppo vecchio per avere una guida. Nessun padre affida un figlio di pochi anni a chi non ha davanti a sé abbastanza vita per farlo diventare adulto...
Un cantore è un po’ più che un uomo, perché dentro di lui ci sono tante persone e tante storie: gli Dei gli hanno concesso questo privilegio. Ma un cantore è anche un po’ meno che un uomo, perché è cieco e perché la sua esistenza è la più misera che si possa immaginare. Non ha una casa e non ha mai avuto una famiglia; non ha dei figli che lo riconoscano come loro padre. Nessuno al mondo si preoccupa per lui. L’unico affetto che gli Dei gli hanno concesso, nei lunghi anni della sua vita randagia, è stato quello dei ragazzi che lo accompagnavano di città in città, di isola in isola e di avventura in avventura, sulla terraferma e anche sul mare. Quei ragazzi sono stati i suoi occhi e le sue mani, la sua famiglia e i suoi figli. Sono stati anche i suoi amanti: perché dovremmo tacere questo aspetto di tutta la faccenda? Anche i ciechi, in fondo alle loro tenebre, hanno bisogno di un poco di dolcezza, per scaldarsi il cuore! Alla fine, però, i ragazzi sono diventati grandi e hanno abbandonato il cantore. Qualcuno, prima di andarsene, si è messo a piangere; qualcuno è riuscito a sottrargli tutto ciò che lui aveva, e ce n’è stato perfino uno che ha cercato di ucciderlo. Omero è riuscito a sopravvivere fino al momento in cui lo vediamo rappresentato nel suo busto in pietra, perché non si è mai fatto illusioni sugli uomini e nemmeno sulle sue guide. Non ha mai creduto che il legame con chi lo accompagnava potesse essere profondo e durevole. Si è fidato soltanto del suo istinto, e nei momenti di difficoltà ha chiesto aiuto ad Apollo, il Dio dei cantori; che lo ha sempre salvato dai pericoli e che ora, però, ha deciso di guidare i suoi passi verso quel luogo dove tutti, ciechi o vedenti, alla fine devono ritrovarsi:
Simile alla stirpe delle foglie è la stirpe degli uomini. Il vento ne sparge molte a terra, ma la foresta rigogliosa ne germina molte altre, e poi torna l’ora della primavera: così anche la stirpe degli uomini, una sboccia e l’altra appassisce.
Saffo
Possiamo immaginare la morte di Omero in molti modi, basandoci su ciò che sappiamo del suo mondo e sulle sue stesse opere. Possiamo pensare, per esempio, che il poeta più famoso del tempo antico sia morto a causa di un’insolazione o perché il suo cuore, improvvisamente, ha cessato di battere, su una di quelle strade di ciottoli e di polvere che sono state il teatro della sua vita. Possiamo vederlo per terra: è un fagotto bianco, con due gambe striminzite che vanno una di qua e l’altra di là; e poi, possiamo vedere gli uomini della carovana a cui lui e Lica si erano aggregati, mentre si piegano sul fagotto e cercano di capire se respira ancora. Il ragazzo che gli faceva da guida è scappato, perché le convulsioni del cieco gli hanno messo paura; e gli altri viaggiatori, ora, scuotono la testa. Dicono: «Era il principe della sua arte. Era il più bravo di tutti i cantori. Nessuno, come lui, ha mai saputo raccontare il duello di Achille e di Ettore, o le avventure di Ulisse nella terra dei Ciclopi. Quando si alzava tenendo in mano la lira, nei banchetti, si sentivano volare le mosche».
Poi i viaggiatori aprono la sacca di Omero e le loro bocche e i loro occhi si spalancano per lo stupore. Sotto a una coperta sbrindellata e a pochi stracci, in quella sacca ci sono dei bracciali e delle fibbie d’oro lavorate a sbalzo, e due bicchieri di stagno coi rilievi in oro.
«Chi l’avrebbe mai detto» esclama uno degli uomini della carovana. «Omero era ricco!»
«E adesso» si chiede un altro, «come ci dividiamo la sua eredità?»
Un altro possibile scenario per la morte di Omero è quello di un naufragio. Il nostro cantore è costretto a spostar...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. 1. La notte e le storie
  4. 2. L’uomo che parlava nelle assemblee
  5. 3. Lacrime delle cose e onnipotenza della Fama
  6. 4. Il cavaliere e la contessa di Tripoli
  7. 5. Quando i lupi si saziavano di vento
  8. 6. L’infinito, la morte, i maccheroni
  9. 7. Una stagione all’inferno
  10. Conclusione. Qualcosa di divino
  11. Indice