![]()
A Susi e Chicco
e anche a Lilla e Piero
1
«Cosa mi dice, professore?»
«È un dolore per me constatarlo, ma l’esperienza e i risultati delle analisi ci dicono che con ogni probabilità è stata imboccata una strada ormai senza ritorno, purtroppo.»
«Le sue previsioni?»
«Mah… È sempre difficile farle, ma non credo andremo molto oltre i tre mesi, forse quattro, a meno di un miracolo, che l’Onnipotente potrebbe concedere…»
«Trattandosi del Santo Padre… Ma noi dobbiamo preoccuparci dell’uomo e della sua altissima funzione di capo della Chiesa Universale. Lei comunque non lasci nulla d’intentato. Anche l’ultima volta le sue condizioni sembravano disperate e poi si è ripreso. Si sa come possono andare queste cose.»
«Ora è diverso. Ma non dubiti, farò il mio dovere fino in fondo, Eminenza.»
«Rispettando sempre la volontà di non arrivare all’accanimento terapeutico, che poi è stato uno dei capisaldi della sua dottrina bioetica.»
Il Segretario di Stato vaticano, cardinale Augusto Marinetti, congedò con un cenno del capo l’archiatra pontificio e andò alla finestra. Guardò fuori della Terza Loggia, fissò un bambino che correva in piazza San Pietro, e si concentrò su cosa doveva fare.
Il vecchio papa stava morendo, ormai era chiaro che nulla avrebbe cambiato il corso degli eventi.
Lo colpì un senso improvviso di vuoto, d’impotenza e smarrimento, che si diffuse d’un tratto e lo fece tremare. Una sensazione che mai aveva provato nella sua vita, pur movimentata e intensa. Nessuno, per quanto si fosse preparato per tempo, poteva essere pronto ad affrontare un evento così imponente, come la fine di un pontificato e il traghettamento verso quello successivo. Il cardinale era anche camerlengo, delegato alla gestione della sede vacante tra la morte di un papa e l’elezione del successore. Un compito prestigioso ma anche carico di gravami e insidie, che conosceva se non per sentito dire, e su cui neppure poteva chiedere informazioni ad altri, visto che l’ultimo che aveva effettivamente esercitato la funzione era mancato di recente.
Ma tutte le cariche che ricopriva, e che lo facevano sulla carta la figura più importante dopo il pontefice, alla fine erano solo delle mostrine accumulate in un decennio di potere quasi assoluto, durante il quale aveva pur consolidato, non senza difficoltà, la sua influenza ma che a nulla erano valse per conferirgli reale autorevolezza. Marinetti era un bravo cardinale di Curia, ma mai e poi mai sarebbe diventato papa e, per quanto l’autostima sia una caratteristica di cui i porporati non fanno difetto, anche lui lo sapeva. Si convinse che l’unica strada da battere era quella di dare unità al vertice della Chiesa e nel frattempo non farsi distrarre troppo dalle incombenze che sarebbero derivate dal suo incarico di “traghettatore”. Insomma, era il momento di darsi da fare per favorire la migliore soluzione per la Chiesa, e anche per lui. E non necessariamente in quest’ordine.
«Che notizie?»
«Purtroppo pare proprio che non ci sia nulla da fare, l’infezione si è diffusa e anche i farmaci non possono più molto: aggiungerne di nuovi sarebbe controproducente» rispose un addetto di anticamera, sempre ben informato, che di solito ripeteva a memoria quello che sentiva. Posò la cornetta e rimase a lungo in silenzio nel suo appartamento vicino San Pietro, guardando la televisione, accesa ma senz’audio.
Il giovane direttore de «L’Osservatore Romano» – giovane per l’età media degli appartenenti agli organi della Chiesa – aveva fatto carriera in fretta. Sacerdote a ventidue anni, monsignore a quaranta, tre lauree, romano da generazioni, non aveva mai svolto le funzioni di parroco né quelle di diplomatico pontificio, parlava tre lingue ma non era mai stato lontano da Roma per più di due settimane, e di solito quando lo erano anche tutti gli altri. Anzi, di regola passava le vacanze a non più di un’ora e mezzo di macchina dal Vaticano, e insieme a quelle stesse persone che vedeva sempre, forse per evitare che parlassero male di lui e avere mano libera per farlo degli assenti. Tra Vicariato e Curia, Angelo Beltrami aveva speso tutto il tempo utile nelle pubbliche relazioni, e quindi il passaggio al giornalismo era stato quasi naturale. Da cinque anni dirigeva la testata ufficiale della Santa Sede, ed era il primo ecclesiastico a occupare quella prestigiosa poltrona dopo moltissimi anni di brillante guida da parte di laici.
Il quotidiano, poche migliaia di copie in sette lingue, ma di peso specifico enorme, rappresenta un po’ la metafora del Vaticano, mezzo chilometro quadrato che mette in riga mezzo mondo.
Il papa che lo aveva nominato alla direzione del giornale stava morendo, e chi lo aveva sempre protetto fino ad allora era destinato con ogni probabilità a uscire di scena in un lasso di tempo troppo breve per potersi distrarre. Quindi era ora di darsi una mossa: era in gioco non solo il prossimo pontificato, ma il futuro della Chiesa. E di certo il suo, cinquantun anni portati bene, capelli folti dal taglio curato, statura sopra la media, abiti di taglio sartoriale, camicie su misura, alimentazione controllata, sport in modica ma sufficiente quantità, assidua frequentazione delle prime cinematografiche con uno scelto gruppetto di amici del côté intellettuale di sinistra, anche se lui tutto era fuorché un sincero progressista. Troppo giovane per concludere il suo percorso a insegnare teologia dogmatica, per non parlare di finire relegato in qualche diocesi di provincia a fare il vescovo e occuparsi di seminari, scuole e preti con uno standard di moralità spesso sotto la soglia di tolleranza.
Scoppiò a piangere. Uno sconforto profondo lo trafisse, un senso di sconforto lo pervase. Se la malattia stava accelerando il suo corso di certo avrebbe impiegato dei mesi a compiere il suo destino, mesi che avrebbero gettato nel caos la Chiesa, già dilaniata dagli scandali finanziari e da quelli legati alla piaga della pedofilia, e percorsa da lotte interne che via via riaffioravano come un fiume carsico.
«Dov’è la fede, dov’è l’amore verso Dio, dov’è il mistero? Dov’è la mia Chiesa?» si chiese l’arcivescovo Fabrizio Sanmicheli. L’esito della visita dell’archiatra, ufficialmente riservata, aveva fatto il giro dei piani alti dei Sacri Palazzi, e in poco tempo sarebbe arrivato anche ai media.
Sanmicheli era un vero uomo di Chiesa: il suo dolore era sì per le sofferenze del papa ma il pensiero era per l’Istituzione, per la Tradizione, per la Storia. La Chiesa aveva superato i millenni e avrebbe eletto un nuovo pontefice, ma il rischio che tutto potesse avvenire attraverso una guerra fratricida, fatta di scandali e congiure, era davvero grande, tanto da far sembrare quasi verosimile la profezia di Malachia, il vescovo medievale che aveva predetto con inquietante precisione la successione di tutti i pontefici della storia.
Ma lui si era fatto prete spinto da una fede che negli anni si era rivelata incrollabile, man mano che passavano il tempo e gli incarichi, da parroco di periferia a Firenze a vescovo ausiliare di Milano fino al ruolo attuale. A sessantadue anni – portati con un po’ di affanno, complici una statura non proprio generosa e un certo sovrappeso – era segretario dell’APSA, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, in pratica il ministero dell’Economia vaticano, custode di molte tra le principali ricchezze finanziarie e immobiliari.
Era lì da sei anni, da quando era stato chiamato a ricoprire la carica di vice di un cardinale anziano del tutto inadatto ad amministrare le disastrate risorse vaticane, e lo aveva fatto senza mai deflettere un attimo dal suo compito, senza mai avere un dubbio su cosa fosse bene e cosa male, senza mai uno scandalo o anche solo una chiacchiera.
Lui doveva servire la Chiesa di Cristo, ogni minuto di ogni giorno. Il momento era grave e imponeva di fare tutto il possibile per evitare una guerra di successione. Lasciò la scrivania dello studio del suo appartamento dentro le mura vaticane, nel complesso di Sant’Anna, accanto al Torrione Pio V, entrò in una stanzetta vicino all’ingresso, dove c’era una minuscola cappella attrezzata dal suo predecessore, s’inginocchiò e iniziò a pregare.
Si incontrarono nei giardinetti di Testaccio, quartiere-paese del centro di Roma, con un passato popolare e un presente di professionisti, attori, architetti e giornalisti, che i vecchi abitanti guardavano con sospetto. Era quasi mezzanotte, ma i bar e le pizzerie erano ancora aperti, la primavera faceva già sentire chiaramente che presto avrebbe fatto caldo.
«Allora?»
«Tre mesi, forse quattro, dice il medico» rispose l’uomo, che aveva agganci ovunque in quella città, specie nella zona vaticana.
«Tre mesi… molto meno di quanto pensavamo.»
«Già, meno di quanto pensasse chiunque. La notizia farà il giro in un attimo, e presto sarà di dominio pubblico.» L’informatore non aggiunse altro e si dileguò, lasciando lui fermo a riflettere. Sedette su una panchina. Era il caso di muoversi subito, ma come? La cosa non era stata pianificata, anzi, a dire il vero nessuno dei suoi ci aveva proprio mai pensato seriamente: del resto il suo lavoro, quello vero, era agire sull’emergenza, tappare le falle, organizzare le difese, confondere le acque. Ma negli ultimi tempi l’aveva svolto molto poco e si era dovuto limitare a faccende di routine. Colpa del suo capo, che reputava del tutto inadatto al ruolo che ricopriva.
Tre mesi, forse quattro.
Se davvero le cose fossero andate come in molti, in troppi, andavano dicendo, sarebbe stata una catastrofe, peggio del 1973, peggio della guerra del Kippur, esperienza mai mondata nella memoria israeliana. No, era necessario agire subito, senza indugi, scavalcando tutto, le procedure, le gerarchie, i protocolli, le scartoffie. Vide all’angolo della piazza una cabina telefonica a scheda.
«Chiamo da Roma.»
«È un po’ tardi, ti ricordo che qua siamo un’ora avanti…»
«Lo so, ma la questione è veramente grossa!»
«Sentiamo, allora.»
«Il vecchio sta morendo, gli restano tre mesi, e tutti danno per certo l’esito di cui ho scritto due mesi fa.»
L’uomo dall’altra parte del telefono fece un salto nel letto.
«Tre mesi? Ma non era in buona salute? Sì, insomma, a parte gli acciacchi dell’età…»
«Evidentemente sono sopraggiunte delle complicazioni. È molto anziano, anche se apparentemente in forma, come sembrava dall’ultima visita pastorale, due settimane fa…»
«In forma? Ma che cazzo dici, se sta morendo! Da quanto è che non dài un’occhiata di persona alle sue analisi?»
«Da un po’… dalle visite mediche non emergeva nulla. Ma è una sorpresa per tutti!»
«Per noi è peggio, molto peggio che per gli altri.»
«Credo sia il caso che ne parliate laggiù. Io attendo istruzioni e nel frattempo continuo a raccogliere informazioni. Ah, e non dire nulla al mio capo, qua, altrimenti quello chi lo sente!»
Buttò giù la cornetta, distrusse la scheda e si mise in tasca i pezzi. La pizzeria all’angolo era ancora aperta, e decise di regalarsi la miglior pizza di Roma. Aveva fatto un buon lavoro, ma forse quello serio e più impegnativo ancora lo attendeva.
2
«Eminenza, buongiorno» pronunciò con voce decisa e profonda.
«Buongiorno a lei» rispose distrattamente il cardinale Marinetti. «L’ho fatta chiamare per una faccenda delicata, che nulla ha a che fare con i dossier di cui si sta occupando.»
Il monsignore della segreteria di Stato si sedette annuendo, era chiaro che per il momento meno parlava e meglio era.
«Naturalmente il livello di riservatezza di quello che sto per dirle è superiore a quello solito, che è già alto di per sé. Coinvolgo lei perché conosco le sue doti e la sua discrezione» aggiunse il cardinale con un tono che scivolò appena nella condiscendenza.
Il prelato rimase in silenzio, e accennò un movimento della testa.
«Il Santo Padre si è aggravato, stanotte l’archiatra lo ha visitato e crede che non possa superare l’estate. Confido che la crisi sarà passeggera e la misericordia di Cristo proteggerà il papa dalla malattia che sta avanzando. Tuttavia dobbiamo fare il nostro lavoro di umili servitori di Santa Madre Chiesa, che ci ha chiamati con la vocazione a svolgere l’arduo compito di combattere le forze del male…»
Al monsignore aveva sempre fatto sorridere questa premessa standard che gli ecclesiastici vecchio stampo e i patetici loro emuli di fresca generazione facevano prima di dare il via a qualche nefandezza o comunque compiere azioni quantomeno disinvolte.
«La questione – proseguì il cardinale Segretario di Stato – è complessa e attiene al governo della Chiesa in questo periodo: la gestione della malattia nella presunta fase finale e, Dio non voglia, della sede vacante nel tragico caso in cui il papa fosse chiamato a sé dal Padre Celeste. Dopodiché si aprirebbe la questione del conclave. E qui veniamo a noi.» Fece una breve pausa a effetto, lo sguardo rivolto verso le grandi finestre.
«Lei sa bene chi è il candidato diciamo… forte, a oggi quello con le maggiori chance. E sa anche chi potrebbe essere sulla carta una possibile alternativa. Naturalmente sono due cardinali che conosco benissimo, da decenni, ma con loro non ho mai avuto una reale consuetudine. Non conosco a fondo i loro ambienti di provenienza, e quindi non so chi sono i loro confidenti, e su chi veramente possono contare. Mi sono spiegato?»
Altra interruzione, per un bicchiere d’acqua e una brevissima telefonata con la segreteria per annullare un appuntamento: una pausa strategica per dare al suo interlocutore il tempo di assorbire bene quanto detto fino a...