Chi il 25 aprile va in piazza a cantare "Bella ciao" è convinto che tutti i partigiani abbiano combattuto per la libertà dell'Italia. È un'immagine suggestiva della Resistenza, ma non corrisponde alla verità. Giampaolo Pansa, che torna a vestire i panni del "revisionista", svela il lato oscuro della guerra di liberazione e la spietatezza dei comandanti e commissari politici rossi. Pagina dopo pagina, tornano alla luce vicende, personaggi e delitti troppo a lungo ignorati: le prime azioni terroristiche dei Gap, l'uccisione di capi partigiani ostili al Pci, il cinismo nel provocare le rappresaglie nemiche e allargare così, tra gli abitanti, l'incendio della guerra civile. Nel mettere a confronto la brutalità di rivoluzionari senza onore con i partigiani che si battevano per un'Italia libera da qualsiasi dittatura, Pansa rievoca una pagina di storia che i "gendarmi della memoria" hanno sempre fatto finta di non vedere, e compie un nuovo importante passo per abbattere la fortezza ideologica che ancora oggi impedisce di affrontare con obiettività meriti e colpe della Resistenza.

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StoriaCategoria
Storia mondialeParte nona
32
Il boia di Porzûs
Per i gendarmi della memoria resistenziale, il caso Porzûs è sempre stato un tabù da non rievocare e, soprattutto, da non approfondire. Sto parlando di una strage compiuta da partigiani comunisti a danno di partigiani autonomi o bianchi. Per di più in un territorio cruciale della guerra civile italiana: il confine orientale, a un passo dalla Slovenia.
Tutto accadde il mercoledì 7 febbraio 1945. Nel primo pomeriggio, un centinaio di partigiani di una formazione delle Garibaldi, appartenenti a due gruppi di gappisti operanti in pianura, l’Ardito e il Giotto, si mossero contro un obiettivo indicato dal loro comandante.
Era Mario Toffanin, detto “Giacca”, 32 anni, nato a Padova il 9 novembre 1912, già operaio ai cantieri navali di Monfalcone, un comunista integrale, fanatico della falce e martello, con due idoli: Stalin e Tito. Ma soprattutto un guerrigliero brutale, convinto che battersi per la rivoluzione proletaria rendesse lecita qualsiasi nefandezza.
Quel giorno Giacca guidò i suoi uomini verso le malghe di Topli Uork, che poi saranno chiamate di Porzûs, dal nome del paese del loro proprietario, una frazione del comune di Attimis. Un posto di montagna, a circa mille metri di altezza. Distante da Udine appena diciotto chilometri.
In quelle malghe, dentro un paio di baracche, c’era il comando di un’altra formazione partigiana. Questi non erano comunisti. Nella banda trovavi cattolici, monarchici, ragazzi vicini al Partito d’Azione e altri soltanto antifascisti. A sentire Giacca, tutta gentaglia, che aveva rapporti equivoci con i comandi repubblichini e tedeschi.
Era la Brigata Osoppo, un gruppo partigiano molto deciso nel rivendicare l’italianità della regione. E per questo visto con ostilità dai guerriglieri sloveni del 9° Corpus dell’Armata popolare di Tito, da qualche frazione del Pci friulano, e soprattutto dai gappisti di Giacca che si preparavano a dargli una lezione.
La lezione fu un eccidio. Nella baracca del comando venne ucciso il comandante dell’Osoppo, Francesco De Gregori, “Bolla”, romano, 33 anni, un militare di carriera, già capitano dell’esercito, che aveva combattuto sul fronte occidentale e su quello greco-albanese. La stessa sorte toccò al commissario politico inviato dal Partito d’Azione, Gastone Valente, “Enea”, udinese, 32 anni, agronomo. Quindi fu accoppato un ragazzo appena arrivato in banda, Giovanni Comin, “Gruaro”, 19 anni, operaio, nato a Bagnaria di Gruaro.
Infine venne ammazzata una ragazza, Elda Turchetti, 21 anni, un’operaia cotoniera che viveva a Pagnacco. Era stata accusata di essere una spia dei tedeschi. E aveva deciso di presentarsi alla baita dell’Osoppo per spiegare che non era vero.
C’era un quinto partigiano destinato a morire nell’agguato. Era Aldo Bricco, “Centina”, un ufficiale dell’esercito appena salito alle malghe per prendere il posto di De Gregori che passava a un altro incarico. Ma lui riuscì a fuggire. Ferito da una raffica di mitragliatore, si gettò in un burrone. Quelli di Giacca lo diedero per morto e invece Bricco si salvò, unico testimone dell’agguato.
Restavano in vita sedici partigiani dell’Osoppo. Giacca se li portò via, ma aveva già deciso di assassinare anche loro. Vennero condotti in anfratti del Bosco Romagno, a Restocina e a Spessa, una frazione di Cividale del Friuli. Con una lentezza inspiegabile, che diventava una forma di tortura, furono processati in modo sommario dalla banda di Giacca, fatti spogliare del tutto e trucidati.
Il massacro andò avanti per undici giorni, dall’8 al 19 febbraio 1945. In quell’assassinio al rallentatore fu ucciso anche il fratello dello scrittore Pier Paolo Pasolini: Guido, detto “Ermes”, uno studente di 20 anni. Si salvarono soltanto due della Osoppo perché scelsero di passare con i gappisti di Giacca. A quel punto, il bilancio della spedizione criminale fu il seguente: tre partigiani bianchi uccisi a Porzûs, altri quattordici eliminati nei giorni successivi. Più la ragazza ritenuta una spia, la diciottesima vittima.
La strage compiuta da Giacca ritornò al centro di un dibattito pubblico nell’estate del 1997, quando uscì il film Porzûs di Renzo Martinelli, un regista coraggioso e bravo. Quando lo vidi rimasi sconvolto e angosciato. Mi sembrava di stare in quei boschi di betulle, ancora coperti di neve, davanti alla buca dove dei partigiani uccidevano altri partigiani, a tre per volta, dopo averli denudati. E li ammazzavano per una tremenda nevrosi ideologica che spingeva Giacca e i suoi gappisti a considerare fascista e servo dei tedeschi chiunque non fosse comunista come loro.
Il film di Martinelli fu boicottato da una parte delle sinistre e dall’Anpi, l’associazione dei partigiani rossi. Ma diede origine a una serie di interventi che aiutarono a comprendere meglio il retroscena di Porzûs e la stessa figura di Giacca.
Su “Panorama” uscì una lettera di un protagonista della Resistenza in Friuli: Giovanni Padoan. Nato nel 1909 a Cormons, in provincia di Gorizia, era emigrato in Francia con la famiglia, una delle tante costrette dalla povertà a espatriare. Ritornato in Italia per il servizio militare, entrò in contatto con il Pci clandestino di Monfalcone.
Nel 1934, quando aveva 25 anni, venne arrestato dalla polizia fascista e condannato a sedici anni di prigione. Per l’amnistia uscì dal carcere nel 1941 e dopo l’armistizio diventò partigiano nella Divisione Garibaldi Natisone, con il nome di “Vanni” e l’incarico di commissario politico. Nel 1965 aveva pubblicato presso l’editore Del Bianco di Udine un libro di memorie: Abbiamo lottato insieme. Partigiani italiani e sloveni al confine orientale.
Nella lettera a “Panorama”, Padoan ricordò che già in quel libro respingeva la tesi che Giacca fosse l’unico responsabile della strage di Porzûs. Alle sue spalle esistevano mandanti politici: due dirigenti della Federazione di Udine del Pci, indicati da Vanni con nome e cognome. Per aver detto questo, scrisse Padoan, “fui messo al bando dal Pci per molto tempo e si arrivò al limite dell’espulsione”.
In un libro successivo, Padoan dimostrò che la Garibaldi Natisone non era mai stata coinvolta nel massacro di Porzûs. Il mandante originario e principale di Giacca era stato il comando partigiano sloveno, attraverso l’Ozna, il Servizio di controspionaggio dell’Armata popolare di Tito.
Due dirigenti del Pci udinese diedero il via libera a Giacca che aveva già in tasca l’ordine dell’Ozna. Uno dei due gli disse: «Va’ e fai bene!». “Era come mandarlo a nozze” osservò Padoan. Secondo lui, a Porzûs “Giacca fu il macellaio, l’esecutore ottuso e feroce. Ma proprio per questo non avrebbe potuto essere il mandante”.
Chi era questo Giacca? L’Anpi ha messo su Internet una breve biografia di Mario Toffanin che ci consente di collocarlo tra gli uomini di marmo che consideravano la guerra partigiana in Italia come l’anticamera della rivoluzione comunista. Del resto, al momento di compiere la strage di Porzûs, Giacca non era più una recluta e aveva già 32 anni.
Nato a Padova nel 1912, all’età di 7 anni Toffanin si era trasferito con il padre a Trieste, appena ritornata all’Italia. A 17 anni lavorava come garzone in un’officina meccanica e chiese l’iscrizione al Partito comunista clandestino. Dopo quattro anni di anticamera, nel 1933 ricevette la tessera e cominciò a considerarsi un militante.
La sua classe era tra le molte destinate a combattere nell’esercito italiano. Ma Toffanin non aveva nessuna intenzione di vestire la divisa di un regime monarchico e fascista. Nel 1939, con l’aiuto del partito, espatriò in Jugoslavia e si stabilì a Zagabria, la capitale della Croazia.
Quando tedeschi e italiani attaccarono l’esercito della monarchia jugoslava, cominciando a bombardare Belgrado, anche Toffanin si diede alla macchia e diventò un partigiano di Tito. Tra il 1941 e il 1943 combatté con le bande comuniste in Croazia. Il 20 aprile 1943 venne arrestato, la biografia dell’Anpi non dice se dagli italiani o dai tedeschi. Ma il futuro Giacca non era tipo da restare in carcere. Nell’agosto di quell’anno, con una trentina di compagni, riuscì a fuggire dal convoglio che lo deportava in Germania.
Dopo l’armistizio passò a Trieste e lavorò a costituire i Gap, terroristi di città. In seguito andò in Friuli con lo stesso incarico. Giacca iniziò a combattere da una parte e dall’altra della frontiera. Era di certo in collegamento con il servizio segreto di Tito. E con il comando del 9° Corpus sloveno. Si era sposato e anche la moglie apparteneva al movimento comunista. Il 19 aprile 1944 venne arrestata e deportata ad Auschwitz, ma sopravvisse agli orrori di quel campo di sterminio. E nell’ottobre 1945 ritornò in Italia.
Sempre nel 1945, una volta conclusa la guerra civile, il Pci di Togliatti non volle liberarsi di un militante che aveva alle spalle la strage di Porzûs. Forse contava di tenerselo buono ed evitare che parlasse del massacro dell’Osoppo. Lo mandò a fare il funzionario del partito a Trieste e la questione Giacca sembrò avviata nella corsia banale della burocrazia comunista. Ma tenere nascosti la strage e i cadaveri di Porzûs non era affare da poco. E infatti cominciarono ad arrivare a Toffanin le prime denunce.
Giacca preferì mettersi al sicuro in Slovenia. Qui aveva molti amici e ottenne la più alta onorificenza partigiana jugoslava. Due anni dopo, era il giugno 1948, Tito ruppe con il Cominform ed entrò in conflitto con Stalin. Giacca era uno staliniano convinto e non intendeva finire in carcere un’altra volta. Tanto meno voleva essere rinchiuso in uno dei lager titini, a cominciare da quello infernale di Goli Otok.
Decise di fuggire e andò in Cecoslovacchia, dove esisteva già un nucleo di partigiani comunisti italiani e di altri paesi, accusati di reati commessi nelle tante guerre civili europee. È possibile che sia rimasto a Praga o in un’altra città ceca per sette anni. Sino a quando nel maggio 1955 il maresciallo Tito riallacciò i rapporti con l’Unione Sovietica, ricevendo a Belgrado il successore di Stalin, un super gerarca con l’aspetto del contadino: Krusciov.
A quel punto Toffanin si stabilì di nuovo in Slovenia. Del resto in Italia rischiava di essere incarcerato per la strage di Porzûs. Il processo si era concluso nel 1952, con la condanna all’ergastolo per Giacca, ormai quarantenne e latitante. La pena gli venne commutata in trent’anni di prigione. Poi Sandro Pertini, nel 1978 eletto presidente della Repubblica, gli concesse la grazia. Suscitando la rabbia sacrosanta di tanti italiani, a partire dai famigliari dei partigiani dell’Osoppo massacrati da lui. E con la grazia, Toffanin ottenne anche una pensione dallo Stato.
Per comprendere meglio il personaggio di Toffanin, bisogna rileggere con attenzione il vecchio libro di Padoan, anche nelle note a piè di pagina. Si scoprono personaggi che oggi sembrano irreali. Figure esemplari di un comunismo primitivo che in Italia sarebbero diventate potenti se la guerra di liberazione fosse stata soltanto il primo tempo di una guerra rivoluzionaria vittoriosa.
Una di queste era un dirigente della federazione del Pci di Udine, molto legato a Giacca ed entusiasta delle sue imprese. Si chiamava Ostelio Modesti, nato nel 1914 a Ronchi dei Legionari, trentenne all’inizio della guerra civile. Il padre era un comunista che nel 1918, chissà come, era stato in grado di raggiungere la Russia e aveva partecipato alla rivoluzione di Lenin.
Nel 1929, all’età di 15 anni, Ostelio era diventato un membro attivo del Pci clandestino. E iniziò un percorso quasi obbligato simile a quello di molti militanti rossi. Nel 1934 fu arrestato dalla polizia fascista, portato davanti al Tribunale speciale per la difesa dello Stato e condannato a vent’anni di detenzione. Padoan scrive che davanti ai giudici e in carcere Ostelio fu d’esempio ai suoi compagni.
Dopo nove anni trascorsi negli istituti di pena, nel luglio 1943 ritornò in libertà per la caduta di Mussolini. Cominciò subito a organizzare il partito in Friuli. In seguito all’armistizio entrò nel comando della Brigata Garibaldi costituita con l’aiuto degli operai del cantiere navale di Monfalcone. Partecipò alla battaglia di Gorizia e rimase ferito in modo grave. Si riprese e diventò un membro influente della federazione del Pci di Udine.
Secondo Padoan, il compagno Modesti aveva una gran fiducia in Giacca. Lo considerava un combattente coraggioso ed era disposto a perdonargli la tendenza a fare da solo, senza stare agli ordini della Garibaldi Natisone. La divisione era nata nell’agosto 1944 e in quel momento poteva contare su due brigate: la 156a Buozzi e la 157a Picelli.
In quell’estate si presentò al comando della Natisone la banda di Toffanin. Dichiarava di essere un battaglione, ma secondo Padoan era soltanto un gruppo di partigiani abbastanza numeroso, però senza nessun ordine e nessuna disciplina. Padoan era il commissario politico della Natisone e nel suo libro racconta quel che vide.
Giacca presentò al comando della divisione un rapporto che, in realtà, era un vero guazzabuglio di azioni che sosteneva di aver compiuto. Da tutto quel che diceva, scrive Padoan, “risultò chiaro che non aveva la minima idea di che cosa fosse la guerra di liberazione. Non era un cattivo compagno, ma di una limitatezza d’orizzonte e di una ristrettezza mentale veramente paurose”.
Allora Vanni gli spiegò quali erano le regole che doveva rispettare a partire dal momento in cui entrava nella Garibaldi Natisone. Niente libertà d’azione, dipendenza diretta dal comando della Brigata Picelli, necessità di essere autorizzato a compiere iniziative militari, accettazione delle regole di disciplina della brigata. Giacca ascoltò esterrefatto, poi esplose.
“Successe un vero finimondo” scrive Padoan. “Rivolgendosi a me, soffocato dall’indignazione, Giacca esclamò: ‘Compagno Vanni, mi tratti come se fossi una recluta! Io sono un vecchio compagno, un partigiano che ha combattuto nelle file della Prima brigata proletaria di Tito. Non posso essere comandato da qualche pivello. Questo è contrario alle direttive della federazione di Udine’”.
A Giacca venne risposto che le regole della Natisone erano quelle: “Se ti stanno bene, vieni con noi, altrimenti stai lontano. Un ordine non eseguito può portare al muro anche il compagno Giacca!”. Dopo qualche minuto di silenzio, Toffanin si alzò e disse che sarebbe andato a Udine per parlarne con il compagno “Franco”, ossia Ostelio Modesti. Dopo due o tre giorni ritornò al comando della Natisone. Sembrava rinsavito, ma in seguito si comprese che non era affatto così.
In quel momento il Battaglione Gap di Giacca era composto da quarantacinque uomini e da tre donne. Il fanatismo del capo si rifletteva nell’abbigliamento di tutti i suoi uomini. Il fazzoletto rosso al collo era uno scialle che scendeva fino alla cintola. Sul berretto avevano una stella rossa “le cui punte andavano da un orlo all’altro. E davano la sgradevole impressione” scrive Padoan, “che una piovra avvolgesse la testa di chi lo portava. Ma tutta la divisa era cosparsa di stelle rosse. Ce n’erano dovunque, sulla giacca, sulle maniche, persino sui pantaloni. Li guardavo e mi dicevo: cosa mai posso spiegare a questi uomini che sono l’immagine vivente del pensiero di Giacca?”.
Il film di Martinelli non ebbe soltanto il merito di riportare in primo piano il massacro dell’Osoppo, un crimine ormai dimenticato. Infatti rimise sulla scena il vecchio Giacca, un killer del tutto sconosciuto alle generazioni più giovani.
Mentre la rissa tra i critici cinematografici e gli opinionisti politici andava al massimo, un giornale scovò Toffanin e lo intervistò. Era “l’Unità”, in quel momento affidata a un direttore intelligente e liberale, Giuseppe Caldarola. Un suo inviato, Danilo De Marco, rintracciò a Capodistria l’ex partigiano Giacca. Aveva 85 anni, era cittadino jugoslavo, ma con pensione italiana, sempre comunista e soprattutto uomo senza rimorsi.
Era il 12 agosto 1997. Nelle fotografie stampate sull’“Unità”, Toffanin mostrava ancora un volto scolpito, da eroe di film western. Il tipo che abita da solo in una fattoria isolata e ha sempre il fucile a portata di mano. Una delle immagini lo ritraeva mentre alzava il braccio nel saluto comunista, con il p...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Copyright
- Introduzione - Rivoluzione senza onore
- Parte prima
- Parte seconda
- Parte terza
- Parte quarta
- Parte quinta
- Parte sesta
- Parte settima
- Parte ottava
- Parte nona
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