PARTE SECONDA
1
Il destino
Ironia della sorte?
O volere degli Dèi,
offrire a un uomo la possibilità
di nutrire il proprio nemico?
Il primo bacio, la prima parola d’amore, il primo abbraccio… la vita di un uomo è fatta di eventi che restano immortalati per sempre. La prima arma, il primo colpo inferto, la prima morte data. Tra tutte queste prime volte, chi è in grado di ricordarsi o di essere consapevole dell’attimo in cui la vita acquisisce un senso? Quello in cui il destino si impadronisce di voi e vi conduce su un’unica strada. Quel momento era arrivato diciassette anni prima.
«Non è così che si fa, Laerte» disse una voce dolce.
Le Saline erano sotto la tutela del conte d’Uster, un uomo rispettato per il suo giudizio, la sua autorità e la sua clemenza. Era un uomo di lettere, abile con la spada, ma talmente appassionato della penna da essere noto per lasciare la lama nel fodero quando altri, per farsi ubbidire, si sarebbero avvalsi della forza. Il popolo lo amava sia per il suo talento da spadaccino sia per la sua cultura. Li illuminava.
«Si fa così» spiegò lei, posando le mani sul quadrello per inserirlo nell’incavo della balestra.
A quei tempi nessuno sospettava che due anni dopo la guerra avrebbe abbracciato la religione. Se Oratio era colpevole di qualcosa, lo era di blasfemia, ma persino i più credenti dei suoi sudditi lo avevano perdonato. Contro le leggi dei monaci di Fangol, scriveva egli stesso delle opere, senza limitarsi a registrare i fatti ma facendo riflessioni sull’avvenire del mondo, e metteva in questi testi così tanta intelligenza che ormai venivano discussi in segreto persino a Emeris.
La ragazza prese la balestra dalle mani di Laerte e gliela mostrò. «La sistemi così, imbracci, miri…» fece una pausa, concentrata sul suo bersaglio, «… e spari.» Premette il grilletto e, con uno scatto secco, il quadrello partì per infilzarsi nella corteccia di un albero. Senza aggiungere altro rese l’arma al ragazzo, con un sorriso beffardo. Era bella, aveva lunghi capelli ricci e neri come il carbone, che le scendevano fino alle spalle scoperte. Il vestito verde accompagnava le forme nascenti del suo corpo uscito dall’infanzia. Non ancora donna, provava però ad adottarne i comportamenti. Sicuramente era per questo che Laerte perdeva la ragione davanti a lei. L’opera di Oratio d’Uster le era sconosciuta, così come i turbamenti che provocava ad alti livelli. Benché fosse suo padre, era altro a meritare la sua attenzione. Intimidito, contemplava tutti i suoi tratti, ogni curva del suo corpo, con brevi occhiate furtive. Quando lei puntava gli occhi verdi a mandorla verso di lui, spostava subito lo sguardo, arrossendo.
«È semplice» fece lei con voce all’improvviso acuta.
Quasi lo squadrava, con un sorriso all’angolo della bocca. Laerte non la sopportava quando faceva così: era altezzosa, quasi sprezzante. Solo perché aveva quattordici anni e lui appena dodici. Sentiva ancora il maestro d’armi di suo padre gridargli nelle orecchie: «Stupido imbranato! Persino una ragazza tiene la spada meglio di te!».
Nel caso di lei era vero. Suo padre era fabbro, era cresciuta in mezzo alle armi e aveva imparato presto a maneggiarle. Quando erano piccoli, lei gli aveva sempre dato filo da torcere. Ora era… diverso. Lei non giocava più, non si divertiva più come lui. Si interessava ad altro e a volte gli sembrava di esserne escluso. Peggio ancora, cominciava a parlargli nel tono con cui un adulto si rivolge a un bambino. Ma allora, se lo innervosiva tanto, perché non poteva trattenersi dall’osservare ogni suo minimo particolare?
«No, lo so fare» piagnucolò Laerte soppesando la balestra.
«Che ragazzino orgoglioso» sorrise lei prima di raggiungere l’albero.
Estrasse il quadrello e, quando Laerte la raggiunse, restarono in silenzio uno accanto all’altra. In sottofondo c’era la calma delle paludi delle saline. Qualche salinaio sbrigava il suo lavoro, stando in guardia perché le paludi un po’ più lontane erano piene di Rouarg, in quel periodo dell’anno. Era l’inizio dell’estate, le femmine uscivano dalla loro tana con i piccoli per mettersi a caccia e non era raro che qualche sfortunato finisse tra le loro grinfie.
«È bello» disse lei.
Più del velo di calore che si muoveva sulle paludi, era lei che il ragazzo stava guardando. Quando, con la coda dell’occhio, lei si accorse dell’attenzione di Laerte, anche lui si mise a contemplare il paesaggio. In lontananza due uccelli trampolieri si mettevano su una zampa, tenendo l’altra piegata sotto il ventre. A quella distanza, il becco lungo e sottile assumeva le sembianze di una lama aguzza.
«Sì, sono… sono le saline» sospirò Laerte.
Dapprima lei sorrise soltanto, poi scoppiò a ridere. «È tutto quello che riesci a dire?»
«E allora?» ribatté lui, offeso.
«Il tuo precettore non ti insegna nessun’altra parola per parlare del paesaggio…» si sporse verso di lui con fare smorfioso, «… sono le saline?» terminò con dolcezza.
Sentiva il suo profumo, vedeva le sue labbra vicine alle sue, la pelle olivastra, così dolce. Il desiderio gli strinse lo stomaco come non mai e si trattenne dal baciarla.
«Cosa ne facciamo di te? Dimmi. Non sei molto dotato per le armi…»
«Il maestro d’armi dice che faccio progressi!» mentì Laerte.
«E non sei portato per le lettere come tuo padre… Cosa ti piace fare?» Non aspettò una risposta e scese per la collina fino ai cavalli attaccati a un albero sul bordo della foresta. Dietro le cime, in lontananza, si ergevano i bastioni di legno di Passo d’Aëd e in mezzo a essi un alto mastio di pietra.
«Andare a cavallo» rispose Laerte seguendola.
«E basta?»
No, ovviamente. D’altra parte, stava mentendo. La sola cosa di cui era certo era che gli piaceva stare con lei. Il resto… in realtà non gli importava granché. Il suo cammino era già segnato: suo fratello maggiore era promesso alla carriera militare, avrebbe preso il posto di suo padre. Il primogenito veniva offerto ai servigi dell’Imperatore e il cadetto doveva assicurare la successione. E, anche se il suo destino non era stato così chiaro, non aveva altre idee su cosa lo attendesse.
Non era più un bambino, ma ancora nemmeno un uomo; difficile sapere cosa lo interessasse. A volte, gli piaceva giocare con i soldatini di legno. Altre volte li riponeva, pensando che non erano più adatti alla sua età e che desiderava cavalcare dove voleva. Solo che, nonostante fosse convinto di crescere, tutti, proprio come la sua amica, lo consideravano un ragazzino. Del resto, non aveva forse ragione lei? Teneva ancora nel fondo della tasca il suo giocattolo preferito, un piccolo cavallino di legno che il padre gli aveva intagliato con le sue mani.
«Iago sa maneggiare la spada. Gli piace cavalcare, è un buon arciere e se ne intende di poesia» gli confidò lei.
Ebbe l’impressione che le gambe gli cedessero. Ma restò in piedi e, quando lei gli tese le redini, scoprì di avere le mani terribilmente sudate.
«Come cavaliere è più bravo e avrebbe trovato parole più adatte per descrivere il paesaggio» aggiunse, sciogliendo il suo cavallo dall’albero.
Laerte tirò il destriero dietro di sé, camminando a passo indeciso e a testa bassa. Quando parlava così di Iago, le si illuminavano gli occhi di una luce che lui non apprezzava per niente. Troppo accesa. Iago era il figlio del capitano della guardia; partiva avvantaggiato. E poi aveva sedici anni! Ed era biondo. E alto. Qualsiasi altra cosa potesse avere, Laerte l’avrebbe giudicata un difetto. Iago era l’archetipo del giovane bello, a cui niente e nessuno poteva resistere. Avanzarono entrambi fino al limitare del bosco, accanto ai cavalli.
«Oh! Una rana» esclamò lei mentre si avvicinavano al sentiero che si inoltrava nella foresta.
Gli allungò le redini del cavallo e rincorse l’anfibio impazzito. Con un gesto tanto rapido da far sembrare il tempo brevissimo, imprigionò il povero animale tra le mani. Lasciò che la testa verde striata di nero sbucasse e la baciò. Siccome non successe nulla, aprì le mani e subito la rana saltò fuori, sparendo nell’erba verso le paludi.
«Che schifo» disse Laerte, disgustato. «Perché lo fai tutte le volte che ne vedi una?»
«Perché potrebbe essere il mio principe azzurro» si difese alzando le spalle. Tornò da lui e gli mise un indice sul naso, chiudendo gli occhi. «Chi lo sa dietro quale rana si nasconde un principe azzurro…»
«Di sicuro non dietro quella. E poi chi ti dice che non ti verranno delle verruche?»
Lei condusse il suo cavallo fino al sentiero. Si addentrò nella foresta, serpeggiando tra le siepi fiorite fino a essere niente più di una vaga traccia in mezzo ai tronchi. «Le rane non fanno venire le verruche!» esclamò, indignata. «Mia nonna mi ha insegnato che hanno diverse virtù, nonostante quello che si racconta.»
«Lo so, lo so…» annuì Laerte, con aria da intenditore.
«L’orina della rana dei Joncs è un’ottima medicina! E poi non sono mica solo delle piccole bestioline, sai? Alcune potrebbero insegnare tanto anche ai più esperti strateghi.» Montò in groppa al cavallo. Il vestito scivolò scoprendole le gambe fino alle cosce.
Laerte deglutì, stringendo le redini quanto più forte poté. Aveva voglia di toccare quelle gambe, di sfiorarle con il palmo della mano, di sentirne l’odore. Era una sensazione nuova e improvvisa. Così abbassò lo sguardo. Non per scacciare quell’idea, che tutto sommato gli piaceva, ma per non alimentarla. Montò anche lui e con un colpo di speroni ordinò al cavallo di avanzare al passo.
«Lo sai che la rana di Erain si nutre di vespe e calabroni?» proseguì la ragazza. «Ha una tecnica particolare per cacciarli. La sua pelle prende i colori delle prede; si avvicina a un alveare, si fa accettare quasi come una di loro. E in quel momento, nel momento esatto in cui abbassano la guardia…» Piegò la testa di lato con uno strano sguardo diretto a lui. «La rana di Erain aspetta di essere il più vicino possibile al suo nemico per colpire. Vedi, piccolo conte, che possiamo imparare tanto, persino da un ranocchio…»
«Non mi chiamare piccolo conte» ribatté lui imbronciato.
«Non mi dire, ti sei offeso… Facciamo a chi arriva primo alle porte del Passo?» Diede dei piccoli colpi di tallone e il cavallo partì al galoppo sul sentiero.
Sorpreso, quello di Laerte s’impennò, rischiando di disarcionarlo. Arrabbiato e divertito la osservò allontanarsi. I capelli ricci sembravano ondeggiare sulla pelle olivastra delle spalle. Lei si chiamava Esyld Orbey, figlia del fabbro di Passo d’Aëd. E Laerte d’Uster, figlio del conte della regione delle Saline, la amava sempre di più senza osare confessarlo a nessuno. Si lanciò a sua volta al galoppo.
Il suo cammino era già segnato, proprio come il sentiero che stava percorrendo nella foresta che portava alla città. Un giorno sarebbe stato il conte delle Saline, senza la certezza di essere in grado di governare con la stessa facilità di suo padre e senza potere contare sull’aiuto del fratello maggiore, che sicuramente sarebbe diventato generale, assicurando la pace nell’Impero. Avrebbe avuto moglie e figli. E poi? Si accontentava di quel che già aveva, senza sognare altro; eseguiva quello che gli chiedevano, senza sforzarsi oltre; imparava ad amare in segreto, senza dire nulla. Sì! Una cosa che avrebbe davvero apprezzato c’era: essere come Iago. Non essere Iago il bello, il biondo, il talentuoso. Ma avere un po’ del suo carisma, un po’ della sua destrezza… un po’ dell’attenzione di Esyld.
Riuscì a raggiungerla nel sottobosco. Si era fermata e aveva un’espressione grave, fissava oltre gli alberi una strana fumata nera che si levava da Passo d’Aëd. Quando la raggiunse, calmando il cavallo all’improvviso nervoso, Esyld gli rivolse uno sguardo autoritario. «Non muoverti da qui.»
«Cosa? Ma perché? Che succede?»
Poi vide il fumo. Il mastio bruciava. Il cuore sobbalzò. Impallidì, senza osare avanzare. Esyld spronò il cavallo e si lanciò al galoppo verso i bastioni di legno. Per trovarvi cosa? Laerte avrebbe potuto seguirla, cavalcare verso la città, scoprire da solo il dra...