Ascolta la luna
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Ascolta la luna

  1. 396 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Ascolta la luna

Informazioni su questo libro

Maggio 1915. Su un'isola disabitata nell'arcipelago delle Scilly, a sud-ovest dell'Inghilterra, Alfie e suo padre trovano una ragazza ferita e confusa, e l'accolgono in casa loro. Lucy – o almeno, questa è l'unica parola che la ragazza ripete – ama la musica e si incanta a guardare la luna ma per il resto non ricorda nulla, nemmeno come è arrivata in Inghilterra. Tra gli abitanti delle isole cominciano così a serpeggiare ipotesi in bilico tra realtà e leggenda: è una sirena, un fantasma... o una spia tedesca? La Prima guerra mondiale infuria, e sospetti e diffidenze crescono di giorno in giorno. Alfie però possiede un'incrollabile speranza nel futuro, e non si arrende. E come Lucy guarda alla luna, che gli svela una storia che lei sola conosce.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2015
Print ISBN
9788817082488
eBook ISBN
9788858681954

CAPITOLO VENTISEI

Io non sono Lucy la Smarrita

Fu all’alba, quattro giorni dopo la sparizione della Hispaniola, che la sua vela fu avvistata a St Mary’s. Quando fu più vicina al porto, i pochi isolani che erano in giro videro che c’era più di una persona a bordo. La voce si sparse in fretta.
greca
Dal diario del dottor Crow, 23 ottobre 1915
Scrivo il mio diario, in parte, come testimonianza della vita di un medico in queste isole remote e sconosciute ai più, ma anche perché in futuro possa io stesso ricordarmi dei tempi passati, quando la memoria si affievolirà. Se c’è un giorno che resterà a lungo nella mia mente e nel ricordo collettivo di queste isole, sarà certamente oggi. Mai nella mia vita c’è stato giorno più memorabile.
Svegliato presto dallo scampanio della chiesa, e dalla baraonda e il trambusto che venivano dalla strada, mi sono affacciato alla finestra e ho visto che le strade erano piene di gente. Tutti si affrettavano in uno stato di grande eccitazione, ognuno diretto, all’apparenza, verso il molo. Ho chiamato, chiedendo a cosa fosse dovuta tutta quella agitazione.
«È la Hispaniola» ha risposto qualcuno.
«È quel vecchio Billy lo Scemo di Bryher» ha detto qualcun altro. «È tornato e non è neppure da solo!»
Mi sono vestito il più in fretta possibile e sono uscito per strada per unirmi alla folla. Ero vestito, come mi sono accorto presto guardandomi attorno, in modo decisamente più adeguato rispetto ad altri. C’era chi nella fretta aveva indossato poco più che una vestaglia sulla biancheria da notte, mentre altri erano ancora in pantofole. Molti bambini, ho notato, correvano per la strada a piedi nudi. Eravamo tutti trascinati dalla calca. Ho avuto come l’impressione che in quel momento si fossero radunati lì tutti gli abitanti dell’isola, ognuno impaziente di raggiungere il molo per poter scorgere la Hispaniola.
Quando ho svoltato l’angolo e l’ho vista, stava già attraccando. Nella ressa che si era creata era tutto uno sgomitare. Come tutti gli altri, anch’io volevo vedere più da vicino, ma non riuscivo a farmi largo in quella calca, fino a quando, per caso, non ho sentito qualcuno che mi cercava.
«C’è il dottore?» era il grido che si è alzato. «Qualcuno vada a chiamare il dottore!»
Il mio primo pensiero è stato che lo zio Billy si fosse sentito male, che fosse rimasto ferito in un incidente o qualcosa del genere, il che spiegava perché fosse stato via così a lungo. La folla si è aperta per lasciarmi passare, ma l’eccitazione di prima era sparita. Sulla banchina era sceso il silenzio e questo mi ha riportato alla mente un’altra folla silenziosa in un altro luogo, sulla spiaggia di Porthcressa, alcuni mesi prima, quando ero stato chiamato per occuparmi di quei due poveri marinai annegati che la corrente aveva trasportato sulla sabbia. E così ho temuto il peggio. Ma poi mi sono reso conto che era un silenzio di tutt’altro tipo, un silenzio che nasceva dall’ostilità. Ben presto avrei capito il perché.
Guardando giù dal molo verso il ponte della Hispaniola, ho visto che c’erano tre uomini. Uno giaceva immobile, bocconi, un altro gli stava accovacciato accanto, mentre lo zio Billy armeggiava sulla barca, ammainando le vele e stivandole, senza prestare alcuna attenzione alla folla radunata sul molo che osservava dall’alto. Mentre scendevo sul ponte dalla scaletta, un paio di persone gli ha urlato contro.
«Cosa li hai riportati a fare, Billy?»
«Non sono dei nostri!»
«Sono crucchi, sono mangiacrauti.»
«Guarda le divise, non sono come le nostre.»
«Sporchi accattoni!»
Poi hanno cominciato a indirizzare le urla verso di me. «Li lasci perdere, dottore!», «Dopo quello che hanno fatto.»
Mi sono soffermato sul ponte, alzando lo sguardo verso quel mare di volti sopra di me. Quel lungo sguardo, che forse era più un’occhiataccia, alla fine, mi fa piacere dirlo, è bastato a zittire quelle poche voci maligne. Nessuno ha più parlato. Ma forse anche perché molti si erano ormai accorti di quello che io avevo notato a prima vista, e cioè che il marinaio che giaceva steso sul ponte era morto. Forse alcuni avevano anche visto che, chiunque fosse, da qualunque parte venisse, era giovane, poco più che un ragazzo. La sua barba, a differenza di quella dell’altro marinaio, era solo una leggera peluria, rada, tipica dei giovani. Mi sono inginocchiato accanto a lui e gli ho sentito il polso e il collo per cercare un eventuale battito, tanto per essere sicuro. Ma non ne avevo bisogno. C’è una immobilità nella morte, un pallore, che sono inconfondibili. Ho capito dagli occhi dell’altro marinaio quando mi ha guardato che non serviva dirglielo.
«Sein Name…» ha detto. «Il suo nome era Günter, Günter Stein. Aus Tübingen. Anch’io vivo lì. La stessa città. Era il più giovane sulla nave. Diciannove anni. Sein Brüder, Klaus, anche lui è stato ucciso in Belgio, nell’esercito. Sua madre, adesso, lei non ha più figli.»
Il suo inglese era stentato e inframmezzato da parole tedesche che in molti casi non capivo. Si è sottoposto con una certa riluttanza al mio esame medico. Era evidente, anche a un rapido sguardo, che era confuso e disorientato, e spaventato anche da quella folla di curiosi, più calma ora, ma pur sempre ostile nei suoi confronti. Era anche chiaramente disidratato, debole, e instabile sulle gambe quando si è alzato. La pelle del viso era ricoperta da vesciche e, in alcuni punti, scorticata per l’esposizione al sole e al vento.
Lo zio Billy, essendo una persona estremamente timida e riservata, come sapevo dalle mie precedenti esperienze, non si sarebbe mai fatto visitare, soprattutto di fronte a tutte quelle persone. Così mi sono limitato a studiarlo da vicino, mentre gli ponevo qualche domanda. Anche lui, com’era piuttosto evidente, mostrava segni di sofferenza dovuti allo sfinimento e all’esposizione al sole, ma sguardo e portamento erano sicuri. Mi ha risposto, come mi ero aspettato, senza mai guardarmi, con frasi brevi e brusche, la voce e il viso impassibili, come al solito. Ma anche così, sono riuscito a cogliere da lui qualcosa di quanto era successo in mare. Da quello che ho potuto scoprire, la Hispaniola si trovava a diverse miglia a sud delle Scilly, bloccata dalla bonaccia e trasportata solo dalla corrente. Lo zio Billy era stato svegliato dal richiamo di una voce.
«Pensavo che era una voce nella mia testa» mi ha detto. «Ma non era così.» Aveva avvistato una zattera di salvataggio nelle vicinanze, con due marinai a bordo, e li aveva raccolti. Sembrava che non sapesse e neppure gli importasse chi fossero, né da dove venissero. Aveva ancora un po’ d’acqua da spartire, pochissima però, e presto non ne era più rimasta. Il cibo era finito. «Un marinaio è morto» ha detto. «E io ero triste che era successo. Era solo un ragazzo, come Alfie.» Poi mi ha detto che non gli andava più di parlarne perché la cosa lo intristiva e che doveva tornare subito a casa, perché voleva vedere Mary, Jim e Alfie.
«Forse sarebbe meglio» ho suggerito io «se mandassi la notizia a Bryher e facessi venire loro qui a St Mary’s. Nel frattempo puoi venire a riposarti a casa mia. Hai bisogno di cibo e di riposo, Billy. Saranno qui presto. Non è il caso che tu ti rimetta in mare, non adesso.»
«Non mi piacciono le case estranee» mi ha risposto. «E non mi piace la gente estranea. Non ci vengo.»
«Io non sono un estraneo, Billy» gli ho detto.
«Loro sì, là» ha replicato, voltando le spalle a me e alla folla. Incutevano timore perfino a me, e nessuno di loro era per me un estraneo. Erano tutti miei pazienti. Ma sapevo quanto Billy odiasse essere fissato. C’erano centinaia di volti che ci scrutavano dall’alto del molo e tra tutti neanche un sorriso. Sapevo quanto potesse essere ostinato lo zio Billy e che non c’era alcun modo di convincerlo a tornare a casa con me passando in mezzo a quella folla, a meno che la gente non si fosse allontanata. Così ho deciso di prendere in mano la situazione e di rivolgermi alla folla, parlando con tutta l’autorità possibile.
Sapevo di non potercela fare da solo. Avevo bisogno di un alleato, qualcuno lì sul molo, qualcuno su cui potessi contare. Setacciando tra i visi, ho trovato la persona che stavo cercando: Mr Griggs, comandante del porto, timoniere alla regata di St Mary’s, consigliere comunale, amministratore della parrocchia, un uomo che sapevo essere molto ammirato e rispettato.
«Mr Griggs» ho detto, alzando la voce così che tutti sentissero. «Le sarei obbligato se come prima cosa mandasse a chiamare il becchino per portare via questo povero giovane. Le chiedo anche di far arrivare notizia ai Wheatcroft di Bryher che la Hispaniola è tornata, e anche lo zio Billy, e che sono entrambi incolumi. Nel frattempo, dal momento che questi due uomini hanno bisogno di cure mediche, intendo portarli a casa mia, dove potranno ricevere le attenzioni opportune.» Il mio pubblico, a quanto vedevo, ascoltava e questo mi ha molto incoraggiato.
«Sarà d’accordo con me, Mr Griggs» ho proseguito, «se dico a tutti che questo non è uno spettacolo e che non dovremmo starcene qui impalati, quanto piuttosto ricordare che un giovane è morto, un giovane marinaio che veniva dalla Germania e che si chiamava Günter. Aveva una madre, come il povero Jack Brody, e Henry Hibbert e Martin Dowd. Loro hanno combattuto per la nostra nazione, e lo stesso ha fatto questo giovane per la sua. E credo che ora dovremmo mostrargli il rispetto adeguato, a prescindere dalla sua provenienza, lo stesso rispetto mostrato da voi e dai vostri predecessori a quei tedeschi salvati, tanti anni fa, dal naufragio dello Schiller, e a quelli periti nello stesso naufragio e che ora giacciono sepolti nel nostro cimitero, inglesi e tedeschi, fianco a fianco.»
Finito il discorso, mi aspettavo qualche grido di protesta, o il levarsi di almeno un paio di voci contro di me, ma non è accaduto. È stato Mr Griggs a prendere la parola, invece. «Quello che dice il dottore è più che giusto. Mostriamo il rispetto adeguato.»
Quasi all’istante, dalla folla si è levato un mormorio di approvazione e la gente ha cominciato a disperdersi o, quantomeno, a indietreggiare dal bordo della banchina. Da quel momento, Mr Griggs si è occupato di tutto il resto. Nel giro di pochi minuti, il carretto a due ruote del becchino era già al porto e il corpo di Günter Stein è stato portato via, avvolto in una coperta, con gli isolani che osservavano, a capo scoperto e gli occhi bassi, mentre il carretto passava loro davanti. Molti si sono fatti il segno della croce. Nessuno ha detto una parola. Regnavano calma e silenzio e quelli che erano rimasti a guardare si sono fatti indietro. Lo zio Billy è venuto con me, controvoglia, ma è venuto.
Era una strana processione, il reverendo Morrison che apriva il corteo, seguito dal becchino e dal suo carretto, a passo solenne e misurato, e subito dietro noi tre, il marinaio tedesco da una parte e lo zio Billy dall’altra, che di tanto in tanto mi toccava il gomito, per sentirsi rassicurato, credo. Dietro di noi venivano Mr Griggs e decine di isolani. Mentre procedevamo verso la casa del becchino, la gente si assiepava ai lati della strada. Si sentiva solo il frusciare dei passi e il rumore delle ruote del carro sul selciato. Quando siamo arrivati davanti all’ufficio postale, qualcuno si è voltato di spalle al nostro passaggio. C’era, l’avvertivo, una sorta di ostilità silenziosa tra la folla che squadrava il marinaio tedesco al mio fianco. E tuttavia, c’era anche un certo rispetto, e pure grande curiosità. Molti bambini si facevano largo a spintoni, cercando di portarsi davanti e stirando il collo per riuscire a vedere meglio.
È stato a quel punto che ho iniziato a notare che il marinaio tedesco che mi camminava accanto era curioso alla stessa stregua di molti presenti, come se guardasse tra la folla, e tra i bambini in particolare, alla ricerca di visi conosciuti. Non ha mai aperto bocca, almeno fino al momento in cui il becchino ha abbandonato la via principale, svoltando con il suo carretto nel vicolo che correva accanto al suo laboratorio. «Mein Freund, Günter» ha detto. «Lo seppelliranno nel cimitero della chiesa?»
«Sì» gli ho risposto.
«Gut. Questo è gut. Günter sarà contento di essere lì con tutti quelli annegati dello Schiller.»
«Tu sai dello Schiller
«Certo. Molti in Germania sanno dello Schiller, tutti quelli sulla mia nave sanno. Mein Kapitän, lui ci ha raccontato. Suo zio è stato salvato su quella nave. Anche molti altri, ha detto. È grazie al buon cuore della gente di qui verso di noi che è verboten attaccare qualunque nave da queste parti. E ora anche io sono salvato da marinaio delle Scilly, e anche Günter. Per lui era troppo tardi ormai. Ma sarà tra amici. Un giorno lo dirò a sua madre, e lei sarà contenta.»
Anche mentre parlavamo, mentre passavamo lungo la strada che portava verso casa, ha continuato a cercare tra la folla, ma cosa cercasse, o chi, non ne avevo idea. «Ich kann das Mädchen nicht sehen» ha detto, parlando tra sé e sé e poi, rivolgendosi a me: «Non riesco a vedere quella ragazzina. Non c’è.»
«Quale ragazzina?» ho chiesto. «Conosci qualcuno che vive qui?»
«Ja, penso di sì. Spero di sì» ha risposto. Ma non ha detto altro.
Mrs Cartwright ci è venuta incontro alla porta. Non sembrava contenta della mia iniziativa. «Colazione per tre, dottore? Pensa che le uova le faccia da sola?» La sua indignazione era scherzosa, ma non per questo era meno sentita. «In futuro, gradirei un preavviso adeguato, dottore» disse, facendosi da parte e lasciandoci entrare. «E pulitevi i piedi, per favore.» E quando ho chiesto che preparasse due bagni caldi per i nostri ospiti e abiti puliti per entrambi dal mio guardaroba, mi ha scoccato una delle sue occhiate, una di quelle che solo Mrs Cartwright sa scoccare. Ho atteso la battuta sarcastica che sapevo sarebbe inevitabilmente seguita. «E c’è altro che po...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Dedica
  5. Per cominciare
  6. Capitolo uno. Su, da bravi, pesciolini
  7. Capitolo due. Un luogo di anime perdute
  8. Capitolo tre. Proprio come una sirena
  9. Capitolo quattro. Lucy la Smarrita
  10. Capitolo cinque. Soltanto un’idea
  11. Capitolo sei. Stiamo arrivando, papà
  12. Capitolo sette. Il tempo lo dirà
  13. Capitolo otto. Un raggio di speranza
  14. Capitolo nove. Un muro bianco impenetrabile
  15. Capitolo dieci. Dobbiamo sempre vivere nella speranza
  16. Capitolo undici. A scuola controvoglia
  17. Capitolo dodici. Qui non si ridacchia
  18. Capitolo tredici. Una bambina di oscure e dubbie origini
  19. Capitolo quattordici. Lacrime e sorrisi
  20. Capitolo quindici. Siluro! Siluro!
  21. Capitolo sedici. Vivi, bambina mia, devi vivere!
  22. Capitolo diciassette. Non una parola venne fuori
  23. Capitolo diciotto. Ricordatevi del Lusitania!
  24. Capitolo diciannove. Sicuro come l’oro
  25. Capitolo venti. Il lazzaretto
  26. Capitolo ventuno. La nave-balena
  27. Capitolo ventidue. Auf Wiedersehen
  28. Capitolo ventitré. Da un altro mondo
  29. Capitolo ventiquattro. Sporca crucca
  30. Capitolo venticinque. Il brutto anatroccolo
  31. Capitolo ventisei. Io non sono Lucy la Smarrita
  32. Capitolo ventisette. La fine di tutto e nuovi inizi
  33. Capitolo ventotto. Coloro che ricordiamo
  34. Per concludere
  35. Qualche cenno storico di approfondimento