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La città ai confini del cielo
Informazioni su questo libro
Nella Istanbul del XVI secolo, il giovane Jahan arriva in città per accompagnare Chota, l'elefante bianco che lo Scià dell'Hindustan ha mandato in dono al Sultano Suleiman. Il ragazzo dovrebbe dedicarsi esclusivamente, e per sempre, alle cure di Chota, invece diventa presto apprendista di Sinan, il Capo architetto reale. Sinan è un uomo saggio, pacato, sensibile, e sotto la sua guida Jahan si guadagna un lavoro di prestigio. Ma capisce presto che la vita non accetta di essere disegnata e progettata, come una moschea o un ponte. Pretende solo di essere vissuta. Anche quando sembra impossibile, come abbandonarsi all'amore per la principessa Mihrimah, la figlia del Sultano. Un incredibile romanzo di formazione, un'avventura romantica sullo sfondo di una Istanbul colorata e menzognera, affascinante ed elusiva, una città che vi ruberà il cuore.
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LetteraturaCategoria
Letteratura generaleLa cupola

Jahan avrebbe sempre ricordato il 1562 come l’anno della felicità. Tutti hanno un anno del genere nella vita, ne era convinto. Cresce, fiorisce, e proprio mentre cominci a credere che sarà sempre così, è finito. Il suo tempo di gioia cominciò quando avviarono la costruzione di una moschea per Mihrimah. Ora che suo padre le aveva dato vaste terre e ampie rendite, era diventata la donna più ricca dell’impero, e la più esigente. La gente aveva paura di farla arrabbiare. Compresi gli apprendisti. Perfino il maestro Sinan era a disagio in sua presenza. Faceva venire a tutti i sudori freddi. Tranne che a Jahan. Era troppo innamorato di lei per ricordarsi di temerla.
E così, mentre gli altri apprendisti erano timorosi e riluttanti a dire qualcosa di nuovo, Jahan traboccava di idee. Lavorava così sodo che pur essendo ancora solo un apprendista il maestro teneva in conto il suo entusiasmo. Cominciò a portarlo con sé tutte le volte che andava a trovare la principessa per informarla dei progressi.
In tutti quei primi mesi qualunque cosa Jahan facesse e ovunque fosse pensava al progetto che Sinan aveva disegnato con tanta precisone. La notte a letto si spremeva le meningi su come perfezionarlo. Perfino nel sonno trasportava pietre alla moschea di Mihrimah. Poi, un giorno, raccolto il coraggio, disegnò un portico fatto di sette campate ricoperte da cupole e lo consegnò al Capo architetto reale.
«Hai messo da parte il mio progetto e ne hai disegnato uno tuo» disse Sinan, più incredulo che arrabbiato.
«Maestro, perdonatemi, non volevo mancarvi di rispetto. Credo che l’ingresso della moschea debba essere sorprendente, inaspettato.»
Sinan avrebbe potuto sgridarlo all’istante. Invece no. Invece osservò lo schizzo e chiese: «Perché sette?».
Jahan aveva pensato alla risposta. «È il numero degli strati della terra. E dei cerchi che un pellegrino fa attorno alla Ka’ba. È un numero santo.»
Sinan rimase pensieroso per un momento. Poi arrotolò il foglio e gli disse: «Torna con altri progetti. Fai qualcosa di meglio, se vuoi che ti prenda sul serio».
Jahan lo fece. Continuò a disegnare, a misurare, a sognare. Non confessò mai che voleva che la moschea ricordasse a Mihrimah il giorno in cui si erano conosciuti. Quando era ancora una bambina che fuggiva davanti a una vespa. Quando portava una collana con sette perle.
Nei suoi piani scelse il marmo e il granito più chiaro per le colonne, del colore del suo abito e del suo velo. Quattro torri avrebbero sostenuto la cupola, così com’erano in quattro quel pomeriggio nel giardino: la principessa, Hesna Khatun, il mahout e l’elefante. E un singolo minareto sarebbe svettato, sottile e aggraziato proprio come lei. La sua moschea avrebbe avuto moltissime finestre, sia sulla cupola che nella sala di preghiera, per riflettere il sole nei suoi capelli.
Dopo settimane agitatissime, Sinan prese da parte Jahan e disse: «Ti ho osservato al lavoro. Non sei ancora del tutto pronto, ma credo che tu abbia la forza e il coraggio. Ti darò maggiori responsabilità nella costruzione della moschea della principessa Mihrimah. Lascerò che tu faccia quei cambiamenti».
Jahan gli baciò la mano, se la posò sulla fronte. Qualunque cosa fosse stata la vita per lui fino a quel momento, dopo non sarebbe più stata la stessa. In nessun altro cantiere avrebbe lavorato così duramente, sfinendosi per ogni dettaglio.
Nel frattempo, l’instancabile dedizione di Jahan era fonte di irritazione per gli altri apprendisti, ma lui l’avrebbe capito troppo tardi.

Mentre la fine dei lavori della moschea di Mihrimah si avvicinava, il maestro e gli apprendisti si ritrovarono in una situazione difficile. Da un po’ di tempo gli antichi acquedotti avevano bisogno di riparazioni. Allineati come giganti sconfitti, incombevano sulla città, vecchi e vuoti. Con la popolazione di Istanbul cresceva la richiesta di acqua. In profondità, sotto ospedali, locande, mattatoi, hamam, moschee, chiese e sinagoghe, fonti sacre filtravano attraverso il terreno. Ma non bastavano più.
Sinan era pronto ad affrontare l’impresa. Non voleva soltanto restaurare ciò che era stato fatto nei giorni lontani degli infedeli: il suo disegno era più grande, più audace. Desiderava portare l’acqua in tutta la città costruendo una successione di ponti di pietra, canali e tunnel sotterranei. Cisterne aperte e chiuse avrebbero fornito riserve per le aride stagioni estive. Era un’impresa immensa, che gli guadagnò avversari e critici in gran quantità: nessuno potente quanto Rustem Pasha, lo sposo reale, il nuovo gran visir, il marito di Mihrimah.
Rustem si era opposto al progetto di Sinan fin dall’inizio. Acqua fresca voleva dire migranti freschi: più confusione, più baracche, più pestilenze. Istanbul era già abbastanza affollata e poteva fare a meno di nuovi abitanti, ciascuno dei quali sarebbe arrivato con il suo fagotto di sogni e delusioni.
Molti si schierarono con Rustem, anche se per ragioni personali. Gli architetti rivali che invidiavano il talento di Sinan non volevano che affrontasse una commissione così colossale per paura che potesse riuscire. I laici sostenevano che nessun mortale potesse portare acqua dalle montagne, a meno che non fosse Ferhad che sbucava dal monte Bisutun per portare latte a Shirin. I predicatori dicevano che la terra andava lasciata indisturbata, altrimenti avrebbero risvegliato il djinn e attratto disgrazie sull’umanità. Mentre tutti quanti lo prendevano di mira, Sinan continuò a lavorare sodo come se non ci fosse niente per cui agitarsi. Come riuscisse a mantenersi saldo in mezzo ai tradimenti, e a restare sordo e muto davanti a quei pettegolezzi maligni, a Jahan era quasi incomprensibile. Non una volta il maestro replicò alle calunnie con le calunnie. Ricordava a Jahan una tartaruga che, tormentata dai ragazzini del villaggio, si ritira nel suo carapace, aspettando che la follia passi. Ma la tartaruga che era Sinan lavorava e lavorava per tutto il tempo che restava immobile.
Nikola e Jahan dovevano assistere il maestro nel progetto delle acque. Era loro responsabilità prendere le misure, calcolare le pendenze, perfezionare i progetti e verificare dove le vie d’acqua bizantine avevano fallito e come potevano essere migliorate. Una volta raccolte tutte queste informazioni avrebbero presentato le loro scoperte al sultano.
Con un compito così importante sulle spalle, Nikola e Jahan erano emozionati e sgomenti a un tempo. Di tutti i lavori che si erano sobbarcati negli anni, quello era di gran lunga il più difficile. Ma faticavano più per non mettere in imbarazzo il loro maestro che per impressionare il sultano o battere il gran visir. Uno a uno, individuarono le sorgenti e i pozzi, i torrenti e i ruscelli, le fontane e i serbatoi, li segnarono sulla mappa e rimuginarono su come collegarli con canali sopra e sotto terra. Finalmente un giovedì pomeriggio il maestro e i due apprendisti, eleganti ed eccitati, partirono alla volta del palazzo, carichi di progetti e di speranze.
Fu Rustem ad accoglierli, educato ma gelido. Jahan si piantò le unghie nei palmi per smettere di tremare davanti al croato che gli aveva portato via Mihrimah. Il gran visir non si accorse di nulla. Alto, dotato di una mente astuta e di una naturale flessibilità, aveva conquistato un gran numero di seguaci: e quel giorno sembrava deciso a fare del suo meglio per ostacolare Sinan. Così profondo era il suo disgusto per i migranti dell’Anatolia che per evitare il loro arrivo era pronto a sacrificare la prosperità di tutti i cittadini.
Fatti entrare nella Sala delle Udienze, trovarono il sultano Suleiman sul trono coperto da un drappo dorato disseminato di gemme. Una fontana chioccolava in un angolo, il suono increspava il silenzio. Il Sire dei Mondi, avvolto in una veste di satin giallo e zibellino nero, salutò Sinan con calore, anche se a nessuno sfuggì la durezza della sua voce. Aveva scelto colori vivaci per la prima volta in settimane. I due figli erano diventati nemici acerrimi l’uno dell’altro, ma era stata la perdita di Hurrem a farlo crollare come nessun’altra cosa. La donna per cui aveva scritto poesie d’amore, la madre dei suoi cinque figli, l’amatodiata regina, la concubina che era riuscita a salire là dove nessun’altra fanciulla dell’harem era arrivata, la ridente, non era più. Era morta senza vedere uno dei suoi figli sul trono ottomano.
Gli apprendisti si prostrarono a terra tre volte, gli occhi bassi, e poi seguirono il maestro, il tappeto morbido e sontuoso sotto i loro piedi. Più tardi Jahan avrebbe ricordato la luce che pioveva dai candelabri, e l’odore del tiglio fuori dalla finestra, che non aveva osato sbirciare ma che l’aveva rassicurato con la sua presenza.
«Capo architetto reale, sostenete i vostri progetti» ordinò il sultano Suleiman.
Sinan fece un cenno agli apprendisti. Avevano fatto gli schizzi su pannelli di pelle di cammello così sottili da essere trasparenti. Quattro in tutto. Nikola e Jahan srotolarono il primo progetto e ne ressero le estremità. Nel frattempo Sinan spiegava che cosa intendeva fare, indicando ogni tanto un dettaglio. Né il sultano né il gran visir dissero una parola.
Procedettero a mostrare il secondo e il terzo disegno: acquedotti di varie misure in vari luoghi. Il quarto, un groviglio di condutture sotterranee che avrebbero unito parecchie fonti, il progetto che più li eccitava, Sinan lo tenne da parte. Se avesse trovato una platea favorevole l’avrebbe mostrato. Tuttavia l’istinto gli disse di tenerselo per sé. Disse invece che con l’aiuto delle condutture avrebbe fatto arrivare l’acqua nei giardini, nei cortili e nelle vigne. Disse che non c’era atto più nobile che alleviare il tormento degli assetati. Quando ebbe finito, il sultano Suleiman tossicchiò per un po’. Poi si volse verso il gran visir e gli chiese la sua opinione.
Rustem non aspettava altro. Parlò cauto, come se ciò che stava per rivelare gli desse dolore ma non avesse altra scelta. «L’architetto Sinan è un uomo abile. È venuto qui con un’idea sublime. Ma temo che non comprenda che ci porterà solo guai.»
«Che genere di guai, visir?»
«Mio sultano, è costoso. Graverà sul tesoro.»
Sinan, richiesto di commentare, disse: «Ci sono modi per tagliare le spese. Dove possiamo, sceglieremo il percorso più breve e useremo materiale idoneo».
Il gran visir disse: «E che cosa avrete ottenuto? Più migranti! Se scoppia un incendio, come farete a spegnerlo se avrete case piantate una a fianco dell’altra come funghi selvatici?». Senza aspettarsi una risposta, estrasse un fazzoletto e si asciugò la fronte. «Questa città è piena da scoppiare. Non abbiamo bisogno di altra gente.»
Un’ombra passò sul volto di Sinan. «Quanti arriveranno è una questione che può essere decisa dal nostro sultano. Ma la gente che è qui deve avere l’acqua.»
E avanti così per un pezzo. Il Capo architetto reale che ribatteva al gran visir, il gran visir che ribatteva al Capo architetto reale. Infine, annoiato dalle manovre, il sultano sbottò: «Basta così, ho ascoltato entrambe le parti. Verrete a sapere della mia decisione!».
Sinan e i suoi apprendisti lasciarono la sala camminando all’indietro. Rustem rimase, cosa che Jahan trovò ingiusta. Certo in loro assenza avrebbe cercato di convincere il sovrano. Jahan si spremette le meningi per cercare di salvare la situazione. Se uno di loro avesse potuto passare un po’ più di tempo da solo col sultano, senza il gran visir a interferire, forse sarebbero riusciti a convincerlo. Altrimenti non avevano alcuna possibilità.
Quella sera, snervati dagli eventi del giorno, gli apprendisti ri...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Copyright
- Dedica
- Prima del maestro
- Il maestro
- La cupola
- Dopo il maestro
- Nota dell’autore
- Ringraziamenti
Domande frequenti
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