AMINTA
PROLOGO
AMORE in abito pastorale
Chi crederia che sotto umane forme
e sotto queste pastorali spoglie
fosse nascosto un dio? non mica un dio
selvaggio, o de la plebe de gli dei,
5ma tra’ grandi e celesti il più potente,
Mentre in ambito tragico cinquecentesco la presenza di un Prologo a sé stante è oggetto di discussione (lo stesso Tasso non ne fa uso nel Torrismondo, a imitazione dei classici e in ossequio ai precetti aristotelici), nelle pastorali moderne, assimilate in ciò alla commedia, lo si ritrova costantemente. A recitarlo in questo caso è una divinità, Amore, in fuga dalla madre Venere e rifugiatosi nelle selve, il quale non manca di sottolineare come la sua natura “alta” produrrà effetti nobilitanti sui protagonisti della vicenda: ed è una dichiarazione d’intenti da parte dell’autore, che mira a un innalzamento del genere boschereccio. Secondo la tradizionale funzione del Prologo, inoltre, Amore anticipa gli elementi principali della trama, annunciando di voler fare breccia nel cuore di una ninfa ritrosa. Colussi 2013, p. 61, mette in luce i numerosi motivi topici occorrenti nel testo e segnala, sulla scorta del celebre saggio di Carducci, che Amore ricopre un analogo ruolo introduttivo nella frammentaria Favola pastorale di Giraldi Cinzio. Infine, strettamente connesso al Prologo dal punto di vista tematico è l’Epilogo intitolato Amor fuggitivo, qui proposto in Appendice.
che fa spesso cader di mano a Marte
la sanguinosa spada, ed a Nettuno
scotitor de la terra il gran tridente,
ed i folgori eterni al sommo Giove.
10In questo aspetto, certo, e in questi panni
non riconoscerà sì di leggero
Venere madre me suo figlio Amore.
Io da lei son constretto di fuggire
e celarmi da lei, perch’ella vuole
15ch’io di me stesso e de le mie saette
faccia a suo senno; e, qual femina, e quale
vana ed ambiziosa, mi rispinge
pur tra le corti e tra corone e scettri,
e quivi vuol che impieghi ogni mia prova,
20e solo al volgo de’ ministri miei,
miei minori fratelli, ella consente
l’albergar tra le selve ed oprar l’armi
ne’ rozzi petti. Io, che non son fanciullo,
se ben ho volto fanciullesco ed atti,
25voglio dispor di me come a me piace;
ch’a me fu, non a lei, concessa in sorte
la face onnipotente, e l’arco d’oro.
Però spesso celandomi, e fuggendo
l’imperio no, che in me non ha, ma i preghi,
30c’han forza porti da importuna madre,
ricovero ne’ boschi e ne le case
de le genti minute; ella mi segue,
dar promettendo a chi m’insegna a lei
o dolci baci o cosa altra più cara:
35quasi io di dare in cambio non sia buono
a chi mi tace o mi nasconde a lei
o dolci baci o cosa altra più cara.
Questo io so certo almen: che i baci miei
saran sempre più cari a le fanciulle,
40se io, che son l’Amor, d’amor m’intendo;
onde sovente ella mi cerca in vano,
ché rivelarmi altri non vuole, e tace.
Ma per istarne anco più occulto, ond’ella
ritrovar non mi possa a i contrasegni,
45deposto ho l’ali, la faretra e l’arco.
Non però disarmato io qui ne vengo,
ché questa, che par verga, è la mia face
(così l’ho trasformata), e tutta spira
d’invisibili fiamme; e questo dardo,
50se bene egli non ha la punta d’oro,
è di tempre divine, e imprime amore
dovunque fiede. Io voglio oggi con questo
far cupa e immedicabile ferita
nel duro sen de la più cruda ninfa
55che mai seguisse il coro di Diana.
Né la piaga di Silvia fia minore
(ché questo è ’l nome de l’alpestre ninfa)
che fosse quella che pur feci io stesso
nel molle sen d’Amint...