Il tuo corpo adesso è un'isola
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Il tuo corpo adesso è un'isola

  1. 250 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Il tuo corpo adesso è un'isola

Informazioni su questo libro

Ascanio è stanco. Dei suoi amici, dei suoi genitori, di tutto, eppure vuole che nulla cambi e l'atteggiamento di indifferenza che offre a quanti lo circondano è l'unico modo che conosce per continuare a cullarsi giorno dopo giorno in un presente sempre uguale. Quando però a scuola conosce Adele, i ricordi tornano e minacciano il suo piccolo mondo tranquillo mandando in pezzi la facciata che si è costruito e che lo protegge. Sarà proprio lei a insegnargli il valore di una libertà assoluta che a poco a poco lo spinge lontano dagli altri e dai vincoli della famiglia. E poi c'è Jacopo, il fratello il cui ricordo ogni volta lo conduce verso quella parte di sé intrappolata nella memoria e mai vissuta completamente. Infine, quando tutto diventa troppo difficile da comprendere e la libertà diventa un bisogno insopprimibile, Ascanio fugge. Alla ricerca di un'isola.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2015
Print ISBN
9788817082549
eBook ISBN
9788858681961

1

Dal finestrino dell’auto, ogni volta che tornava, la città gli appariva diversa, come se nel frattempo l’avesse dimenticata e potesse guardarla con occhi nuovi. Allora, in quei pochi istanti, lasciava finalmente andare tutto quello che conosceva e provava a immaginare di essere in un posto nuovo dove sarebbe stato se stesso ogni volta che voleva e ogni volta in modo diverso, senza che nessuno gliene chiedesse il motivo. Non importava per quanto tempo fosse stato via, la sensazione era sempre quella e gli trasmetteva un’eccitazione strana, quasi stesse immaginando qualcosa di proibito. Quando scese dalla macchina e si ritrovò davanti casa, pensò che forse un giorno non si sarebbe accontentato di quei pochi attimi e non sarebbe più tornato.
La vacanza con suo padre era saltata fuori all’ultimo minuto. Dopo un agosto che aveva sempre piovuto, a settembre era tornato il sole e all’improvviso gli era presa l’idea dell’isola. «Parto questo fine settimana, vuoi venire?» gli aveva chiesto il padre un pomeriggio al telefono, e quella proposta inaspettata l’aveva infastidito – si stava preparando per tornare a scuola e mentalmente aveva già preso distanza dall’estate, l’euforia di quei mesi già lontana e tutti costretti di nuovo a cambiar pelle. Mentre il padre dall’altra parte ancora parlava e spiegava, aveva sentito la propria voce dire «ok» e poi, dopo un saluto frettoloso, aveva riattaccato ed era uscito. Agli amici non aveva detto niente e nella smania di quei giorni quasi se n’era dimenticato, gettando in fretta la sua roba nel solito borsone da viaggio a poche ore dalla partenza.
Nelle due settimane che erano seguite gli era sembrato che il tempo si fosse fermato, scandito solo dai brevi spostamenti in macchina per raggiungere i paesi lungo la costa che poi visitavano a piedi, procedendo a passi lenti lungo le strette vie del centro e cercando di immaginare come sarebbe stato viverci d’inverno quando la fredda, grigia aria marina avesse spazzato via tutto, anche le ombre. A metà della vacanza il padre aveva ricevuto una telefonata da un suo amico che aveva una villetta poco distante dal paese in cui avevano preso alloggio e una barca, ancorata al porticciolo che aveva visto il primo giorno mentre la macchina risaliva i tornanti che conducevano all’hotel. Non aveva protestato quando l’aveva sentito accettare l’invito a cena e con la stessa docilità, al termine di una noiosa serata che gli era parsa interminabile, aveva acconsentito al giro in barca organizzato per il giorno dopo. Unico ragazzo in mezzo agli adulti, dal momento in cui erano salpati non aveva fatto altro che guardare il mare fino a quando il riverbero del sole sulla superficie liscia l’aveva abbagliato. La moglie dell’amico del padre, una bionda alta ed esile, a un certo punto si era accorta del suo silenzio e gli si era avvicinata.
«Ti piace nuotare?» gli aveva chiesto.
Lui aveva annuito e poi aveva lanciato una rapida occhiata al padre che conversava con l’amico.
«Vogliamo fare un tuffo!» aveva gridato la donna al marito. «Ferma la barca!» e quando non avevano più sentito il rollio del motore si era tolta occhiali e pareo e con un rapido sforbiciare di gambe aveva scavalcato la draglia buttandosi in acqua. Sorpreso da tanta velocità, si era spogliato anche lui, e stava per gettarsi quando l’azzurro cupo della superficie l’aveva spaventato, facendolo esitare.
«Non vieni?» gli aveva gridato la donna. «L’acqua è fantastica!»
Le aveva sorriso impacciato e poi per non fare brutta figura si era buttato, immaginando all’improvviso che il mare l’avrebbe inghiottito. Stava per mettersi a gridare quando la paura gli aveva tolto il fiato e non era riuscito a coordinare il tuffo. Prima di toccare l’acqua, sospeso a mezz’aria, aveva sentito braccia e gambe scomposte e avuto l’orribile sensazione di averne perduto il controllo. Mentre riemergeva – il cuore che batteva forte come se sotto di sé palpitasse un abisso di buio e silenzio – aveva spinto la testa all’indietro, spalancando la bocca per respirare. E in quel momento aveva pensato a suo fratello.

2

Cominciò la scuola con una settimana di ritardo, in una mattina dall’aria afosa, sotto un cielo incolore e soffocante. Parcheggiò lo scooter e poi rimase qualche attimo seduto senza pensare. Prima di entrare aspettò che fuori non ci fosse più nessuno e dopo un paio di minuti imboccò il portone senza fretta, rallentando apposta per essere sicuro di trovare la porta dell’aula chiusa – non aveva voglia di mettersi a fare chiacchiere e con l’insegnante già in classe avrebbe preso tempo almeno fino alla ricreazione. La sera prima Ludovico gli aveva mandato un messaggio, ma l’aveva cancellato senza leggerlo, immaginandolo uguale a quelli ricevuti mentre era in vacanza e che aveva finito per ignorare. Appena entrò in classe, sentì levarsi un frastuono di voci e vide Ludovico alzare le braccia in segno di vittoria e poi spostarsi sulla sedia accanto per lasciargli il suo posto, quello vicino alla finestra che poteva aprire e chiudere a suo piacimento ogni volta che sentiva il bisogno di respirare aria fresca. Seccata da quella ridicola ovazione, la professoressa lo salutò, «Canti, bentornato» gli disse, e poi aspettò che si mettesse seduto, rivolgendo uno sguardo muto e severo alla classe perché facesse silenzio.
«Hai visto il mio messaggio?» sussurrò Ludovico eccitato.
«No, ero stanco. Siamo arrivati tardi e sono andato subito a letto» rispose, guardandosi intorno e salutando con un cenno i compagni che aveva trascurato entrando.
«Tra due giorni arriva quella nuova» lo informò Ludovico con aria trionfante.
«E sai che notizia!» esclamò lui annoiato. «E da dove viene, dal Burkina Faso?» disse tanto per dire qualcosa, ma vergognandosi subito per la battuta cretina.
«No, è italiana» rispose pronto l’amico, tenendo d’occhio la cattedra. «Adele Marconi, è sul registro.» Per un istante trattenne nella mente quel nome senza essere in grado tuttavia di ricollegarlo a nessuno che avesse conosciuto e che si chiamasse così, ricavandone solo la vaga idea di qualcosa di malinconico e vecchio. Per tutta la lezione Ludovico continuò a parlare e la professoressa lo riprese più volte, facendo innervosire anche lui. Lo detestava quando si comportava così, ma stavano in banco insieme dal primo anno e dell’amico aveva imparato a sopportare molto più di quanto avesse mai fatto con i genitori o con le ragazze. A ricreazione più tardi ritrovò tutti, le femmine furono quelle che gli si avvicinarono per prime, ma lui tagliò corto e preferì parlare con i ragazzi, soprattutto quelli che d’estate vedeva poco perché frequentavano altre compagnie. Veronica la lasciò per ultima per rivolgerle un’attenzione particolare: l’anno prima erano stati insieme alcuni mesi e anche se poi si erano lasciati, da allora si sforzava sempre di essere gentile. Lei come al solito arrivò subito al sodo, voleva sapere se stava con qualcuna o con chi si era visto durante l’estate e mentre glielo chiedeva sorrideva, cercando di apparire disinteressata come avrebbe fatto con un’amica, disposta ad ascoltare e a dare consigli. Lui fu evasivo e cambiò subito argomento, poi quando sentì di averle dedicato tempo a sufficienza chiuse il discorso e tornò da Ludovico, che non vedeva l’ora di aggiornarlo e di riferirgli a voce il contenuto dei messaggi che non aveva letto.
Tutto come sempre, ogni anno uguale a quello prima. Questo voleva. L’effetto anestetizzante dei giorni tutti uguali gli piaceva, lo trovava confortante e gli permetteva di non pensare. I cambiamenti lo stressavano, lo rendevano poco tollerante verso gli altri e con se stesso, gli facevano perdere il filo delle cose, ma soprattutto, quando poi accadevano, non era mai pronto e gli sembrava sempre di subirli.
Finita la ricreazione, tornò a sedersi e guardò fuori: il cancello della scuola; le macchine parcheggiate ai lati della strada e, dalla parte opposta, oltre lo spazio erboso dei giardinetti, l’edificio del vecchio ospedale. Lo stesso paesaggio l’avrebbe visto con la nebbia, la neve, sotto la sferzata delle piogge primaverili e illuminato dal primo caldo sole dell’estate. Ogni volta che si trovava a guardare fuori gli veniva in mente l’album delle cornicette, lo stesso disegno in quattro stagioni diverse. Così, come una raffigurazione, cominciava il suo quarto anno di liceo – ma poteva essere anche il primo per quello che lo riguardava – e la vista di quel paesaggio nudo e senza sorprese lo tranquillizzò.
La svogliatezza delle ultime ore lo avvolse e insieme alla voce della sua compagna che leggeva a voce alta dal libro, cantilenante e a tratti insicura, gli sembrarono la parte conclusiva di una cerimonia di benvenuto cominciata già alla prima ora, e com’era accaduto quando quella mattina era arrivato a scuola vide nel mantra dei giorni che si sarebbero avvicendati l’uno uguale all’altro un rito necessario, la garanzia che nulla sarebbe cambiato.

3

Rientrato a casa trovò la madre in camera sua: aveva svuotato l’intero contenuto del borsone da viaggio sul tappeto e sul viso aveva una smorfia disgustata.
«Non ce l’aveva un servizio di lavanderia, l’albergo dove siete stati?» gli disse, cominciando a dividere quell’ammasso confuso di roba.
«Cosa c’è da mangiare?» domandò lui senza risponderle.
«Sul tavolo. Non ho avuto il tempo di fare la pasta, sono rimasta in studio fino a tardi.»
La madre si era laureata in giurisprudenza, ma non aveva mai voluto diventare avvocato. Dopo la laurea e vari impieghi ne aveva trovato uno tranquillo nello studio di un notaio e, finito il lavoro, divideva equamente il suo tempo tra la casa, le sessioni di pilates e, nell’ultimo anno, Luca, il suo nuovo compagno.
Quando lo raggiunse in cucina gli passò veloce una mano tra i capelli e poi gli domandò se in vacanza si era divertito.
«Normale» rispose.
«Eravate soli?» domandò lei, sforzandosi di non dare nessun tono alla voce.
I suoi erano separati ormai da cinque anni eppure la vita del padre rappresentava per lei qualcosa su cui sembrava dovesse mantenere ancora il controllo. «No» rispose secco, e non aggiunse altro apposta.
«E si può sapere con chi eravate?» chiese lei ironica, come faceva ogni volta che lo sentiva schierato dalla parte del padre.
«Un collega di papà e la moglie. Hanno una barca, ci hanno portati a fare un giro.»
«Lei è una alta, magra, una bella donna?» insisté la madre.
Lui sbuffò rumorosamente. «Sì. Posso mangiare adesso?»
Lei non disse altro: evidentemente li conosceva e non aveva nulla da ridire. Continuò ad affaccendarsi attorno al lavello e poi uscì dalla cucina.
Sua madre era bella. Quel giorno indossava una vecchia felpa e un paio di fuseaux che ne mettevano in evidenza il corpo affusolato e tonico, aveva superato i quaranta ormai da un po’, ma chi non la conosceva non gliene dava mai più di trenta e spesso glielo avevano detto anche i suoi amici. «Sembra una ragazza» aveva osservato un giorno uno di loro, ma lui aveva fatto finta che quel commento gli scivolasse addosso.
Dopo il divorzio era rimasto con la madre – allora era sembrato a tutti naturale – e anche se negli anni successivi aveva pensato spesso di andare a vivere con il padre, alla fine non si era mai deciso, e non perché la vita da lui sarebbe stata meno confortevole – oltretutto faceva il medico all’ospedale e a casa c’era molto di meno della madre – ma perché con lei la vita aveva mantenuto gli stessi ritmi e lui poteva ancora fingere che tutto fosse rimasto come prima. Con l’arrivo di Luca però le cose erano cambiate: lo conosceva poco ma non gli piaceva, e a volte, per quanto si sforzasse, non riusciva del tutto a nasconderlo. La madre gliel’aveva presentato subito e con altrettanta rapidità aveva fatto diventare ufficiale quel rapporto in modo che tutti si adeguassero e aggiungessero alla conta dei parenti anche il nuovo compagno. Il padre invece delle sue relazioni parlava giusto l’indispensabile. Eppure da lui l’avrebbe voluta, quella confidenza, gli sarebbe sembrata normale, come a sancire un legame tra maschi, una prova che di lui ci si poteva fidare. Tuttavia non riusciva nemmeno a immaginarlo mentre gli raccontava di questa o di quella – e in passato non era mai accaduto: si figurava solo mentalmente una situazione in cui il padre parlava e lui ascoltava come avrebbe fatto con un amico. Non avrebbe saputo dire cos’era peggio, se il comportamento di suo padre o quello di sua madre, e a volte credeva di essere figlio proprio perché non avrebbe mai saputo dirlo.
Accadeva spesso che quando litigavano la madre gli rimproverasse di essere uguale al padre, uno che pensa solo per sé e non gliene importa niente di nessuno, e quando gliel’aveva detto anche la ragazza con cui era stato per un po’ all’inizio dell’estate, per un attimo ci aveva pensato, ma non se l’era presa – che credesse pure quello che voleva, la libertà è sacrosanta, si era detto – e quella era diventata la sua regola d’oro, non ne voleva altre e non gli importava a chi l’avrebbe fatto assomigliare. A stare dal padre però non ci voleva andare, anche se una volta c’era mancato poco. Era stato quando per colpa di una stupida gara era finito contro il cancello di una villetta in collina, distruggendo tutto, scooter e cancello, ma uscendone perfettamente illeso a parte un’ammaccatura sul braccio e una coscia brasata dallo sfregamento sull’asfalto. Al pronto soccorso sua madre, passata la paura, l’aveva rimproverato di essere un irresponsabile e quando lui alzando la voce l’aveva mandata a quel paese di fronte a dottori e infermiere, lei aveva aspettato di arrivare a casa e poi gli aveva fatto una scenata, dicendogli che se le avesse ancora mancato di rispetto in quel modo poteva pure andarsene da suo padre. Lui era rimasto in silenzio alcuni istanti, giusto il tempo di prepararsi a quella parola che gli stava per uscire dalla bocca, quella vile e mostruosa che non aveva mai usato nemmeno con certe ragazze che disprezzava, e quando gliel’aveva buttata in faccia lei era andata spedita in camera sua e gli aveva preparato le valigie, dicendogli che quella non era più casa sua. Lui non aveva detto niente ma l’aveva odiata. Aveva preso la sua roba e, malconcio com’era, era sceso ad aspettare che il padre venisse a prenderlo. Dopo, per alcuni giorni, lei non l’aveva chiamato e lui aveva fatto lo stesso, fino a quando una mattina si era presentata a casa del padre per portarlo a scuola. Lui era salito in macchina senza nemmeno guardarla e davanti a scuola, proprio mentre stava per scendere, lei l’aveva trattenuto per un braccio – gli era piaciuta la dolcezza di quel gesto, impulsivo e bisognoso. Imbarazzati, avevano parlato per qualche minuto scambiandosi le solite frasi di rito. Lei poi gli aveva chiesto scusa, attirandolo a sé e stringendo in un goffo abbraccio anche lo zaino con i libri che lui ricambiando la stretta aveva fatto cadere per sentirla più vicina.
E comunque era vero che da un po’ le cose che aveva sempre fatto gli interessavano meno e insieme a un’inquietudine nuova che a poco a poco aveva sentito crescere anche la curiosità che l’aveva sempre spinto verso le persone non era più la stessa: finiva sempre per annoiarsi o per sentirsi di malumore, soprattutto quando usciva con quelli che ormai conosceva da tempo. Anche con Ludovico aveva smesso di divertirsi e ormai erano più le volte che lo sopportava che altro. Nato per fare più cazzate di lui, l’amico era sempre pronto a ridere per qualsiasi cosa, come quella volta che a notte fonda li avevano beccati i carabinieri mentre armeggiavano con il distributore dei preservativi e si era messo a ridacchiare come uno scemo, e lui lì a spiegare che aveva messo i soldi ma la scatoletta di uscire non ne voleva sapere. «Toglietevi di torno» aveva detto poi uno di quelli, e Ludovico che non la finiva. A un certo punto gli aveva dato una botta sulla spalla e c’era mancato poco che gli mettesse anche le mani addosso.
A volte lo guardava e non sapeva perché se lo era scelto come amico, forse era solo capitato, come tutto quello che lo riguardava. Quella del liceo ad esempio era stata una scelta indiscussa, in matematica era sempre andato bene, era forse l’unica materia che gli era sempre piaciuta, e non ci aveva pensato più di tanto, ma spesso si chiedeva lo stesso se fosse stata la decisione giusta e da un giorno all’altro gli era sembrato di galleggiare nella vita di un altro con cui sentiva di non condividere più nulla, a scuola si era messo a fare lo sbruffone e con gli amici oscillava tra sopportazione e un improvviso non poterne fare a meno, come se nei rapporti non sapesse mai individuare l’equilibrio giusto. Certi pomeriggi gli capitava di uscire e poi, quando era ora di tornare a casa, si sarebbe messo a girare per la città da solo piuttosto di rientrare, eppure di case ne aveva quante voleva oltre a quella dove abitava: sarebbe potuto andare dal padre, dai suoi nonni materni e pure in quella di nonno Stefano, il padre di suo padre, che dopo la morte di nonna Elisa e un ictus viveva con la badante ucraina, Karina, una donna minuta e premurosa. L’inquietudine che sentiva non gli era tuttavia sconosciuta, sapeva di averla già provata e, come una malattia avuta da bambini e mai curata, ogni tanto tornava a farsi sentire.
Era stato in un periodo simile a quello che stava attraversando che aveva conosciuto Siro, un ragazzo arrivato nella sua classe l’ultimo anno delle medie e che la madre allora aveva ritenuto responsabile del suo cambiamento di carattere e del peggioramento dei suoi voti. Per i primi due anni era stato infatti un allievo modello, calmo, forse un po’ troppo chiuso, con capacità superiori alla media. I suoi quando tornavano dai colloqui erano contenti, lo portavano fuori a festeggiare e almeno in quei momenti poteva respirare. L’arrivo di Siro fu una bomba per tutti. Aveva quasi tre anni più di lui e viveva con la madre e la nonna in campagna, in un vecchio casolare sulla collina da cui si vedeva tutta la città. Il padre era un giostraio e s’incontravano di tanto in tanto, quando la madre glielo permetteva o quando, se capitava in zona, veniva a scuola per vederlo di nascosto. Il giorno dopo in classe era tutto un mio padre ha fatto, mio padre ha detto, e in quelle parole risplendeva come nel nome che portava – al padre di Siro lui non è mai riuscito a dare un corpo e un volto e gli è sempre apparso come il personaggio di una fiaba popolare, ora furbo ora crudele.
L’avevano messo in banco con lui perché doveva recuperare e invece a un certo punto fu lui a scegliere di tornare indietro per aspettarlo. Con Siro l’amicizia era facile e a volte aveva l’impressione che l’altro sapesse tutto di lui. Non doveva – come spesso gli era capitato di dover fare con altri – fingere interesse a ogni costo e, ancora meglio, poteva dimostrare una genuina indifferenza. Gli sembrò da subito che Siro lo vedesse e lo accettasse per com’era, senza pretendere da lui infantili forme di fedeltà o devozione. Era accaduto spesso che i ragazzi che frequentava se la prendessero quando lui all’ultimo momento decideva di non uscire o di fare qualche altra cosa e quella reazione gli era parsa una seccatura, ma soprattutto l’aveva vissuta come un limite – a volte addirittura gli era sembrata un’imposizione bella e buona. Siro al contrario non pretendeva niente dagli altri e la cosa che detestava più di tutte erano le menzogne.
Già dal primo giorno attaccò bottone come se si conoscessero da una vita, non aveva esitazioni, insicurezze, e solo dopo un po’ lui capì che quello non era del tutto il suo carattere, ma solo una strategia che lo portava a muoversi per primo e senza paura per capire che spazio aveva e con chi aveva a che fare. Ricordava di averlo visto ombroso qualche volta, ma i malumori di Siro erano di breve durata, come se dopo un po’ si stancasse anche di quelli, e pure l’inquietudine con lui ne usciva sconfitta, le domande dirette e semplici che rivolgeva di continuo agli altri erano quelle che già faceva a se stesso e non avrebbe mai accettato risposte sfuggenti, prima di tutto da sé. Quando cominciarono a vedersi fuori della scuola lui dimenticò presto la parola noia. Siro aveva sempre qualcosa da raccontare e da mostrargli, con lui la città si riempì di angoli proibiti da scoprire in cui entravano di nascosto e dai quali di solito si allontanavan...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Capitolo 1
  4. Capitolo 2
  5. Capitolo 3
  6. Capitolo 4
  7. Capitolo 5
  8. Capitolo 6
  9. Capitolo 7
  10. Capitolo 8
  11. Capitolo 9
  12. Capitolo 10
  13. Capitolo 11
  14. Capitolo 12
  15. Capitolo 13
  16. Capitolo 14
  17. Capitolo 15
  18. Capitolo 16
  19. Capitolo 17
  20. Capitolo 18
  21. Capitolo 19
  22. Capitolo 20
  23. Capitolo 21
  24. Capitolo 22
  25. Indice