* Fantasticheria numero 1
Saremo i nuovi nazisti?2
Adoro Steve Jobs, ma ho un po’ paura che per causa sua un giorno verrò considerata una specie di criminale.
L’iPhone 6 è appena uscito. Appartengo a una generazione che non ha potuto fare la sua scelta di campo, che non ha conosciuto né guerre né dittature, e che si domanda spesso cosa avrebbe fatto all’epoca del collaborazionismo.
Se fossi nata in Germania, sarei diventata nazista? Avrei chiuso gli occhi sui crimini di francesi e tedeschi?
A distanza di tempo, ci diciamo che saremmo sicuramente stati dalla parte della libertà, dell’umanità, della gentilezza. E tuttavia, l’iPhone 6 è appena uscito, e il mondo intero gioisce. Ed ecco che mi ritrovo dalla parte sbagliata, quella degli schiavisti, dei torturatori.
Tra vent’anni aver avuto un iPhone potrebbe essere considerato un crimine contro l’umanità.
La Foxconn, la fabbrica che li produce, è un luogo di privazione della libertà, di torture fisiche e morali, di umiliazione. L’Africa viene distrutta dalle estrazioni minerarie perché per fabbricare questi telefoni servono elementi rari, e poi perché i telefoni morti finiscono sulle sue coste, nell’oceano.
E a noi sembra normale glorificare la Apple, gioire dell’uscita dell’iPhone come di un progresso della civiltà. Ma per fabbricarlo, persone di meno di vent’anni trascorrono le notti nei dormitori.
Il lavoro rende liberi, e la storia si ripete.
Immagino i miei nipoti domandarmi:
«Ma tu ce l’avevi un iPhone?».
«Sì.»
«E sapevi come si fabbricava?»
«Sì, lo sapevo.»
«I dormitori, le persone distrutte fisicamente e moralmente?»
«Sì, lo sapevo.»
«Sapevi delle grate alle finestre, delle reti antisuicidio?»
«Sì, lo sapevo.»
«Sapevi che certi operai erano forzati, che non li pagavano e che dovevano pagarsi l’alloggio?»
«Sì, lo sapevo.»
«Sapevi che questi oggetti che facevate fabbricare non erano riciclabili, che dei bambini smontandoli si avvelenavano e che nessuno si preoccupava di sapere dove sarebbero finiti?»
«Sì, lo sapevo. Ero occidentale, liberale, capitalista; all’epoca non era scioccante, lo facevano tutti.»
Quando la storia giudicherà la mia generazione, chi mi dice che non mi considererà un mostro per essere stata partecipe di questo sistema che non dà altra scelta ai miei contemporanei se non quella di sottomettersi alla schiavitù del lavoro?
Siamo felici quando un Apple Store apre, ma dovremmo vietargli di aprire qualsiasi negozio, dato che questi prodotti avvelenano il pianeta e distruggono migliaia di giovani lavoratori.
Si muore tuttora di lavoro. E i carnefici nazisti sono gli unici per i quali non abbiamo nessuna indulgenza. Mi domando se le generazioni future ne avranno per noi…
Ci rallegriamo quando uno di questi nuovi prodotti esce: dovremmo piangere, perché tra vent’anni, quando le immagini d’archivio ci mostreranno indifferenti mentre i nostri schiavi sperimentavano l’inferno, noi non potremo dire «Non lo sapevamo».
«Hi, Steve! E così è lei che ha inventato l’iPod, l’iPhone, il Mac, insomma il computer… Bene, bravo. È un’idea fantastica! A casa ne ho uno, funziona benissimo. E il mouse per cliccare sull’icona è molto pratico.
Ah, ho sempre voluto chiederle – forza… A questo punto può dirmelo; non vorrà mica portarsi il segreto nella tomba… Perché ha messo una mela morsicata come logo sui computer?
Per questo? Ma è inquietante! Posso rubarle un pezzetto di pane?»
Steve Jobs, l’amministratore delegato della Apple, era centotrentaseiesimo.
E Jean-Claude Decaux, il nostro Jean-Claude Decaux di Vélib, è duecentounesimo, insomma non ci siamo… Voglio dire, il design è importante!
Ora entriamo nella parte un po’ tecnica, un po’ pedagogica di questo libro, ma dopo vi farà ridere.
Per esempio, se qualcuno viene da voi e vi dice: «Buongiorno, Stéphane. Piacere, sono millesettecentoquarantunesimo», dovreste subito scoppiare d’indignazione!
Millesettecentoquarantunesimo, per via degli ex aequo, significa che è l’ultimo della lista dei miliardari di «Forbes». Significa che ha appena un miliardo. In questo caso bisogna dirgli: «Millesettecentoquarantunesimo! C’è poco da stare allegri!».
Salvo se è gentile. Se è gentile potete dirgli: «Millesettecentoquarantunesimo, be’ non è male! A poco a poco l’uccello fa il suo nido…».
Attenti alle fregature. Nella lista di «Forbes» ci sono pochi, pochissimi africani miliardari (ventinove) in tutto il continente – non hanno afferrato il trucco. Eppure ci provano…
In Somalia, il Paese più povero del mondo, finalmente si sono decisi a guadagnare qualche soldo. Erano anni che giocavano a battaglia navale sulla spiaggia guardando passare le barche e, un giorno, hanno fatto due più due e si sono decisi ad attaccare le petroliere.
Bene, è una splendida idea!
Qualche giorno fa hanno attaccato una superpetroliera di trecentotrentamila tonnellate, in nove con uno Zodiac.
Un livello di produttività eccellente!
E hanno chiesto un riscatto di sette milioni. Qui si vede che non sono molto forti.
Perché una superpetroliera con due milioni di barili di petrolio, anche al prezzo odierno del barile – cinquantatré dollari – fa minimo centosei milioni di dollari di carico.
Di conseguenza, sette milioni non è abbastanza! La prossima volta bisogna che mi chiamino.
O prendete gli etiopi. Sono loro che hanno inventato il caffè. È una bella invenzione, il caffè, è la materia prima agricola più scambiata al mondo.
Il problema è che non l’hanno brevettato. In un attimo, gliel’hanno portato via.
Mentre alla Nestlé, che sono svizzeri, l’hanno brevettato. Perciò comprano il caffè dagli africani per cinque miliardi e mezzo di euro, gli mandano ancora El Gringo – che è decrepito, sdentato –, e rivendono il caffè a noi consumatori guadagnandoci settanta miliardi.
Comincia a essere un bel margine! A noi comunque mandano George Clooney.
Nella lista di «Forbes» ci sono miliardari dei quali non è chiaro il mestiere.
Ingvar Kamprad, l’amministratore delegato di Ikea,3 è chiaro cosa fa. Fabbrica mobili, poi li taglia molto sottili e li mette in scatole piccolissime. Perché, quando era bambino, poverissimo, vendeva fiammiferi… È una cosa che gli è rimasta dall’infanzia.
Ma poi ci sono miliardari, francamente, di cui non si capisce nulla!
«Che fa suo marito?»
«Algoritmi…»
«Che cosa?»
«Ha inventato Google, è un algoritmo… Si digita una parola nel motore di ricerca e, grazie a Page Rank, una riga di codice di due miliardi di termini con cinquecento milioni di variabili, l’informazione passa nei circuiti del computer. Poi l’informazione va in un centro di elaborazione dati regionale – ci sono un sacco di server, è climatizzato (non deve fare troppo caldo) – e, grazie a un segnale elettrico, torna nel computer via aerea e fibre ottiche. Ma la cosa divertente è che questa andata-ritorno impiega meno di un secondo, è istantanea… Mio marito è diciannovesimo su sette miliardi. È un uomo squisito ma, francamente, quando parla non capisco un’acca.»
Dev’esser bello essere la moglie di Arnault o di Pinault. Avere bei vestiti, borse strepitose. Ma le mogli di Sergey Brin e Larry Page, gli inventori di Google, invece cos’hanno? Ricerche gratuite in Internet? E la moglie di Gordon Moore? Ha dei microprocessori?
Cos’è un microprocessore? È facile: è un circuito integrato inciso su ...