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È troppo appassionata di libri,
le hanno dato alla testa.
LOUISA MAY ALCOTT
Chi dice che i soldi non comprano la felicità evidentemente non è mai stato in una libreria. E di sicuro non alla Chaucer, pensò orgogliosa Darcy Archer guardandosi intorno nello splendido posto in cui aveva la fortuna di lavorare.
Il locale era confortevole e invitante, con un’aria vagamente dickensiana conferita dagli scaffali di legno massiccio che si allungavano fino al soffitto e dai cartellini d’oro filigranato sopra ogni sezione. Il bovindo vittoriano rivestito di pannelli e la vetrina a tema natalizio ricordavano le facciate démodé delle botteghe d’altri tempi, così come l’insegna a forma di rotolo di pergamena appesa all’entrata.
Il negozietto, frequentato dalla clientela agiata dell’Upper West Side, proponeva un eclettico assortimento di letteratura, da classici in edizione originale a famosi best seller per adulti e ragazzi. Chi amava leggere o regalare libri adorava la Chaucer; il personale cortese e competente e l’atmosfera intima lo rendevano il luogo ideale per trascorrere un pomeriggio vagando tra gli scaffali o dando la caccia a un titolo introvabile.
In quel periodo dell’anno, poco più di una settimana prima di Natale, la libreria si presentava in tutto il suo splendore: fili di lampadine colorate appesi tra gli scaffali, scintillanti fiocchi di neve fatti a mano che pendevano dalle travi a vista, e il profumo inconfondibile della cannella che proveniva dal minuscolo caffè al primo piano.
«Mi scusi, sto cercando un libro…»
Darcy alzò lo sguardo dal carrello portalibri e vide una signora dall’aria incerta. Era sulla sessantina, ben curata, avvolta in un cappotto e in una sciarpa costosi, e stringeva tra le mani una delle borsette più lussuose del decennio, che – Darcy lo sapeva grazie a zia Katherine, un’esperta di moda – valeva almeno tre dei suoi stipendi.
Cercava un libro in libreria? Se solo avesse avuto un dollaro per ogni volta che aveva sentito quelle parole, pensò Darcy.
Ma le rivolse un sorriso cordiale. «Vediamo se posso aiutarla. Qual è il titolo?»
La cliente si morsicò il labbro. «È questo il punto. Non ricordo, ma so che è di un’autrice con tre nomi… e ci sono quattro figlie, anche se una ha un nome maschile, credo. È Natale e, a quanto ne so, vogliono comprarsi dei regali, ma cambiano idea e ne acquistano uno per la madre…» Si interruppe e, perplessa, fissò gli scaffali.
Darcy si infilò dietro l’orecchio una ciocca ribelle di capelli corvini. Per quanto facesse – anche se, doveva ammetterlo, non era molto –, il ciuffo non restava mai al suo posto. «È una novità?»
«Oh, no, mia cara, è un classico.» La signora tornò a guardarla e parlò in tono quasi altezzoso. «Mi sorprende che non lo conosca. Lavora qui da molto?»
Darcy sorrise. In realtà, era la responsabile della Chaucer e lavorava lì da quasi sei anni. Ma come si poteva pretendere che, con un riassunto così scarno, individuasse come per magia il libro in questione tra i milioni di volumi pubblicati?
Tuttavia amava le sfide.
«Dunque, ha detto che ci sono quattro sorelle e che l’autrice ha tre nomi?» La sospinse delicatamente verso la corsia dei classici. L’altra annuì. Dagli altoparlanti usciva una dolce e sommessa versione jazz di Jingle Bells. «Be’, credo di potermi sbilanciare dicendo che, con tutta probabilità, lei sta cercando Piccole donne di Louisa May Alcott.»
Una smorfia. «Non sono sicura.»
«Nel romanzo ci sono quattro sorelle e una di loro, Jo, ha un nome vagamente maschile.» Darcy estrasse dallo scaffale un libriccino rosso con le pagine bordate d’oro e lo porse alla cliente.
«Oh» disse la donna, prendendolo. «È bellissimo.» Lo esaminò da cima a fondo, ammirando la raffinata rilegatura di cuoio e le illustrazioni originali sparpagliate qua e là.
«È un regalo?»
La signora sorrise. «Sì. Un pensierino natalizio per mia nipote, che ha dodici anni.»
Darcy ipotizzò che avesse optato per il volume su suggerimento di qualcuno e che non avesse mai avuto il piacere di leggerlo personalmente.
Un vero peccato.
Era uno dei suoi preferiti, e la celebre citazione della Alcott sui libri che davano alla testa la descriveva alla perfezione. Era troppo appassionata di lettura, una mania nota come «bibliolatria». Aveva sempre almeno un libro in ballo e si sentiva quasi nuda senza un romanzo addosso. Era stata immersa in una storia ogni singolo giorno della sua vita dacché ricordava e tendeva a sfruttare ogni opportunità – mentre faceva la fila, mentre mangiava e, di tanto in tanto, persino mentre si lavava i denti – per indugiare nel suo piacere più grande.
Era una delle ragioni per cui adorava lavorare alla Chaucer.
Da adolescente si era trasferita da Brooklyn, dove viveva con zia Katherine, a Manhattan, per frequentare la Columbia University e conseguire un master in scrittura creativa, il programma di studi più vicino alla sua passione. Ma aveva scoperto ben presto che provare a inventare storie era molto diverso dalla gioia di leggerle. L’attitudine per la lettura non implicava certo quella per la scrittura, e il peso delle aspettative, unito alle incertezze sulla portata del proprio talento (o sulla sua mancanza), era sfociato di lì a poco in un blocco dello scrittore, in seguito al quale aveva dovuto ammettere la sconfitta. Dopo la laurea aveva lavorato per qualche tempo per il «Celebrate» di New York, una rivista femminile patinata. Zia Katherine, grazie alla sua prestigiosa agenzia specializzata nell’organizzazione di eventi aziendali, era buona amica del caporedattore e aveva messo una buona parola per lei.
Dopo due tristi anni trascorsi a ridurre noiose descrizioni di scarpe e borse da tremila parole a trecento, e a sudare sette camicie per integrarsi in un gruppo di colleghe strafighe ed eleganti per natura, aveva rinunciato a trasformare la sua passione in lavoro, fino al giorno in cui era entrata nella Chaucer alla ricerca di una guida che la aiutasse a colmare le sue enormi lacune nel campo della moda. L’incapacità di passare davanti a una libreria senza avventurarsi all’interno era sempre stata uno dei suoi principali difetti, ma quella volta si era rivelata un inatteso colpo di fortuna.
Sulla porta c’era il cartello CERCASI PERSONALE e, d’impulso, aveva presentato subito la sua candidatura. Le avevano fatto immediatamente un colloquio, nel caffè al piano di sopra, davanti a una tazza di latte macchiato al caramello. Il mattino successivo, quando la proprietaria l’aveva chiamata per comunicarle l’assunzione, si era sentita come se tutti i Natali della sua vita fossero arrivati in una volta sola. Il pensiero di trascorrere le giornate circondata dai libri, con la possibilità di prenderne uno dallo scaffale in qualsiasi momento, di accarezzarne il dorso, annusarne la carta… pura estasi!
Non aveva tardato a scoprire che, in realtà, lavorare in libreria non significava tanto starsene rannicchiata in un angolo a leggicchiare la merce quanto svuotare scatoloni e riordinare ripiani. Ciononostante aveva sentito di aver trovato la propria vocazione e aveva dimenticato rapidamente gli orari estenuanti, la paga da fame, i taglietti sui polpastrelli e le funeste profezie sul declino dell’editoria.
Quel cambiamento inaspettato era stato un fulmine a ciel sereno per Katherine, che l’aveva considerato un enorme passo indietro sia sul piano della retribuzione sia su quello delle prospettive di carriera. Ma anche se la paga era effettivamente più bassa, Darcy non era minimamente interessata a farsi strada in quel campo. A differenza della formidabile e affermata Katherine Armstrong, Darcy non era fatta così e, da ragazzina, era sempre stata più felice quando aveva il naso infilato in un libro. Uno dei primi e più cari ricordi che aveva era quello di sua madre intenta a leggerle la favola della buonanotte, comodamente accoccolata sul suo letto. L’amore per la lettura era qualcosa che quei topi di biblioteca dei suoi genitori le avevano instillato fin dall’inizio, e insieme avevano passato molti momenti sereni rifugiandosi in magnifici mondi immaginari.
Come diceva sua madre Lauren, i libri erano la prova concreta che le persone comuni erano capaci di creare la magia.
Purtroppo i suoi amati genitori erano morti in un incidente d’auto quando aveva dodici anni, dopodiché lei e sua zia erano state riunite dal caso e dai doveri familiari. Rispettando i desideri della sorella Lauren, Katherine aveva accolto la nipote e provveduto alla sua educazione finché Darcy aveva finito la scuola e poi, a diciassette anni, si era trasferita a Manhattan per iscriversi alla Columbia. Durante gli anni insieme avevano tirato avanti in qualche modo, per quanto potessero fare una teenager traumatizzata e una trentenne single in carriera.
Figura di spicco dell’alta società newyorkese, da oltre quindici anni Katherine era stata al timone dell’Ignite, una delle più importanti agenzie di organizzazione eventi a Manhattan, con sede vicino a Union Square. Da qui il suo interesse per la carriera della nipote, ma, benché Darcy avesse sempre saputo che nessuno diventava libraio per i soldi, pur di assecondare la propria passione era disposta a rinunciare a uno stipendio generoso in cambio di una retribuzione che le permettesse semplicemente di avere un tetto sopra la testa. La risposta che aveva dato a sua zia per giustificare il licenziamento dalla rivista sei anni prima era stata una citazione di Albert Camus: «Quando il lavoro è senz’anima, la vita soffoca e muore».
«Oh, per l’amor del cielo, Darcy! Albert Camus non ti pagherà le bollette, mentre un bel pubbliredazionale di due pagine sull’ultima collezione Dior sì» aveva ribattuto Katherine. «Se proprio devi, almeno aspira a lavorare nella libreria di una grande catena o magari nella redazione di un grande editore. Sì, sono sicura che essere circondati dai libri sembra fantastico in teoria ma, seriamente, che genere di prospettive puoi avere lavorando in un minuscolo negozio indipendente?»
«La prospettiva di passare le giornate facendo qualcosa che amo e di essere felice» aveva replicato allegramente Darcy. «È il massimo che si possa chiedere, no?»
Ma sapeva che Katherine, con la sua mentalità commerciale, non avrebbe mai approvato idee astratte come trovare appagamento nel lavoro fine a se stesso, certo non senza una ricompensa tangibile di qualche tipo. Era consapevole che sua zia aveva sempre lavorato (e continuava a lavorare) sodo per trasformare l’Ignite in un’azienda di successo, ma si domandava spesso se quei risultati le dessero vera gioia o soddisfazione, perché Katherine sembrava perennemente proiettata sull’ostacolo o sulla sfida successivi.
In cuor suo, Darcy sapeva senza ombra di dubbio che ciò che lei voleva era trarre felicità e gratificazione dal lavoro, e non aveva ancora rimpianto la sua decisione. Nel frattempo, inoltre, era diventata responsabile, una promozione discutibile che significava più responsabilità senza un adeguato aumento di stipendio. Tuttavia le concedeva anche una maggiore libertà creativa nell’allestimento delle vetrine e nella disposizione degli scaffali e, soprattutto, le dava carta bianca nella scelta e nell’ordinazione dei titoli che a suo parere avrebbero corrisposto ai gusti della clientela.
Guardò la signora allontanarsi con una copia di Piccole donne in un sacchetto della Chaucer a righe viola e oro, e sospirò contenta. Un’altra cliente soddisfatta.
In quell’istante, la porta si spalancò e, voltandosi, vide Joshua, il suo collega e compagno quando il negozio chiudeva tardi, con un cappello verde da elfo sulla testa. Un bell’uomo di quasi trent’anni, con i capelli cortissimi, la pelle color caffellatte e un maglione grigio che gli fasciava il torace magro, mentre i pantaloni bordeaux di velluto a coste parevano sul punto di scivolargli da un momento all’altro lungo i fianchi stretti. Sembrava una réclame ambulante della Gap.
«Buona settimana prima di Natale!» esclamò con voce piena di calore e allegria. In qualunque stato d’animo si trovasse Darcy, Joshua le tirava sempre su il morale. Augurava a tutti buon «qualcosa» prima di Natale più o meno dal weekend del Ringraziamento: «Buon mese prima di Natale» o «Buone tre settimane prima di Natale».
Era stato esasperante all’inizio, ma ormai era una cosa che Darcy aspettava con impazienza ogni settimana: il suo personale calendario dell’avvento.
Joshua era anche il migliore collega che si potesse desiderare: aveva una soluzione per tutto. Se sospettava o percepiva che Darcy o Ashley, l’altra commessa, erano nervose, giù di corda o stanche morte, era il momento della caccia al tesoro: la libreria si riempiva fino all’inverosimile di «buoni Joshua» personalizzati, coupon scritti a mano che lui infilava nelle tasche o sotto la cassa. Erano sempre piccoli messaggi spiritosi come «Il possessore di questo buono ha diritto a un massaggio gratuito alla schiena» oppure «Sostituzione per mezzo turno». In breve, Joshua era un tesoro, un tipo disponibile e divertente. In più, aveva una vasta cultura libraria e una predilezione particolare per oscuri libri di culto che, unita all’inclinazione più classica di Darcy, li rendeva una squadra eccezionale.
Buttando la giacca di montone dietro il banco, indossò il grembiule viola e oro della Chaucer mentre Darcy slacciava il proprio. Da vicino, odorava del sapone liquido alle bacche di agrifoglio che usava da quando l’aveva comprato in saldo al Body Shop dietro l’angolo. Joshua era l’uomo eterosessuale più effeminato che avesse mai conosciuto, e Darcy era rimasta sbalordita quando, un paio di anni prima, le aveva presentato la sua ragazza: una splendida stangona bionda che non sarebbe stata fuori luogo sulle pagine di «Celebrate».
«Dimmi, che programmi hai per stasera, capo?» chiese Joshua. «A parte la specialità del giorno da Luigi?»
L’appartamento di Darcy era sopra un modesto ristorantino italiano poco lontano da West Houston Street, a venti minuti abbondanti dal negozio, ma valeva tutti quei soldi di affitto perché era comunque abbastanza vicino da consentirle di andare al lavoro in bicicletta. Da quando si era trasferita a Manhattan, aveva vissuto in tre posti diversi e, pur essendo di gran lunga il più piccolo, quell’appartamentino al terzo piano senza ascensore era sicuramente il migliore, per via della vicinanza all’Hudson River Park, un’oasi nel trambusto della città.
Le piaceva andarci nelle giornate libere e fare lunghe passeggiate sul fiume, con lo sguardo che spaziava fino alla Statua della libertà e a Staten Island. E naturalmente, nei mesi estivi gli spiazzi erbosi tra le aiuole fiorite erano ideali per leggere, mentre la brezza soave che soffiava dall’Hudson aiutava a sopportare il caldo e l’afa della città.
«Non stasera» disse a Joshua. Per una volta aveva un impegno. «Vado alla presentazione di un libro.»
«Ooh, qualcuno che conosciamo?» Poiché la Chaucer era una libreria minuscola, non ospitavano presentazioni o eventi letterari ma, anche se l’avessero fatto, Darcy era convinta che quell’autore particolare non avrebbe attirato molti dei loro clienti abituali.
«Hai presente Oliver Martin, lo scrittore di fantascienza?» chiese in risposta all’espressione vacua di Joshua. «È appena entrato nella classifica dei best seller del «New York Times» e secondo zia Katherine è “roba grossa”.» Mimò le virgolette con le dita. «Ci vado solo perché è da un po’ che dobbiamo vederci.» Oliver Martin doveva essere davvero roba grossa se Katherine Armstrong si degnava di assistere alla presentazione del suo libro.
Benché sua zia le elargisse continuamente inviti a eventi e riunioni mondane organizzati dalla sua agenzia in tutta la città, Darcy tendeva a privilegiare solo quelli di carattere letterario. Amava conoscere gli autori, anche se bisognava ammettere che i più famosi avevano spesso la puzza sotto il naso, ma ogni tanto era comunque piacevole muovere un passo negli ambienti più glamour del settore editoriale.
«E ci vai così?» Joshua le scoccò un’occhiata eloquente.
Darcy si guardò i pantaloni grigi, il maglione di lana verde e i grossi stivali di cuoio. «Cos’ho che non va?» Slegò la coda di cavallo e si gonfiò i ricci neri, lasciandoseli cadere morbidamente sulle spalle. Un gesto inutile, perché di lì a poco si sarebbero appiattiti sotto il caschetto da ciclista.
Joshua fece un sorriso affettuoso. «Come continuo a ripeterti, se ogni tanto facessi uno sforzo – magari un filo di mascara e un velo di rossetto –, potresti quasi passare per la sorella grande e un po’ più in carne di Megan Fox. Oh, e niente occhiali da zitella, almeno per questa sera.»
Darcy era abituata alle sue punzecchiature. «Non siamo tutti così fortunati da avere il tuo… originale occhio per la moda» lo rimbeccò in tono maligno, sbirciando i suoi pantaloni a sigaretta. «Gli intellettuali dovranno accettarmi così come sono.»
Era vero che non aveva neanche un briciolo di buon gusto in fatto di abbigliamento. Inoltre, nel suo appartamentino c’era a malapena lo spazio...