CAPITOLO UNDICI
La produzione del campionario della Martin-Dubois procedeva a rilento. Sui tavoli da lavoro giacevano solo primitivi ritagli di pellame e cumuli di fibbie ancora da lucidare. Stare con il fiato sul collo degli operai criticando in continuazione il loro metodo lavorativo aveva innescato una sorta di rivolta silenziosa dei dipendenti, che decisero di ignorare le disposizioni della loro superiore proseguendo l’attività secondo la loro ormai pluriennale esperienza.
Se fosse per me li licenzierei tutti oggi stesso, pensò mentre dal suo ufficio guardava il personale lavorare con effetto moviola.
È già passato un mese, da un momento all’altro la sede americana mi chiederà un resoconto dettagliato con tanto di documentazione fotografica dei modelli, e non ho alcuna intenzione di rinunciare al trasferimento a San Francisco per colpa del personale incompetente. Sono io il capo, e se ci tengono al loro posto di lavoro dovranno starmi a sentire, si disse lasciando la scrivania e dirigendosi a passo deciso verso il laboratorio.
Raggiunta la zona taglio e cucito salì su un piccolo sgabello, e da quel pulpito che la rendeva più alta di trenta centimetri si sentì pronta a richiamare l’attenzione dei presenti per l’ennesimo sermone sul ritmo di produzione.
«Vi chiedo un minuto di attenzione» gridò affinché la sua voce superasse il rumore dei macchinari. «In quanto responsabile della produzione voglio comunicarvi alcune modifiche all’orario di lavoro» continuò mantenendo un volume sostenuto. A quelle parole, nel laboratorio si levò un incalzante brusio che sapeva già di protesta. «Per rispettare i tempi di consegna, da domani l’orario d’ingresso sarà anticipato alle otto e la pausa pranzo ridotta a venti minuti, ho già pensato di installare dei distributori di snack e merendine» annunciò. Gli operai presero a fissarla a braccia conserte, sbalorditi.
«Inoltre vi chiedo massima disponibilità qualora si presentasse la necessità di lavorare il sabato matt…»
Non fece in tempo a terminare la frase che le sue parole furono neutralizzate dall’acuto strillo della campanella. A quel segnale tutti gli operai cominciarono ad abbandonare le proprie postazioni con gran foga.
«Aspettate, non ho finito!» urlò per richiamare l’attenzione dei presenti, ma nessuno le diede ascolto.
«Dove andate tutti?» Alzò ancora di più la voce, battendo i piedi sullo sgabello, poi sconvolta guardò l’orologio appeso alla parete, e vedendo le lancette segnare le sedici e trenta ipotizzò un guasto al sistema.
«È ancora presto. Tornate subito indietro!» ordinò. Le sue parole riecheggiarono nello stabilimento ormai deserto.
Solo un piccolo gruppo di donne impegnate a prendere giacche e golfini dall’appendiabiti le prestò attenzione.
«Oggi è San Crispiero» le rispose la più giovane.
«Patrono di Piane di Petrella» aggiunse la sua collega.
«C’è una gran festa in paese, tutte le attività chiudono in anticipo» concluse la più anziana infilandosi il grembiule da lavoro nella borsa e dileguandosi verso l’uscita insieme alle sue amiche.
San Crispiero…
Giulia si accovacciò sullo sgabello e cominciò a ripetere quel nome fino a quando non si ricordò di aver saputo dell’esistenza di quella festività da Wikipedia. Certo all’epoca non poteva immaginare che quel santo fosse così influente da autorizzare la chiusura pomeridiana della fabbrica senza consultarsi prima con lei.
Con lo sguardo fisso nel vuoto si rese conto che, per quanto fosse lei a ricoprire la posizione più alta di tutta l’azienda, la sua voce non era stata minimamente considerata e in quel momento si trovava in netta minoranza. Il senso di sconfitta la paralizzò; dopo alcuni minuti si riscosse e si sorprese essere ancora appollaiata sullo sgabello.
«Altro che responsabile della Martin-Dubois! Non sono riuscita a trattenere in fabbrica neanche uno dei venti operai» commentò ad alta voce sgranchendosi le gambe e avviandosi verso il suo ufficio.
San Crispiero 1 - Giulia Corsi 0, pensò impadronendosi nuovamente della sua scrivania. Vorrei proprio sapere cosa c’è di tanto interessante in una festa di paese.
Poi considerò che in fondo un modo per scoprirlo c’era, e forse, recandosi di persona alla festa del patrono, sarebbe riuscita a capire un po’ di più di quella bizzarra comunità e perché no ingraziarsi il santo, che così l’avrebbe aiutata a volare verso San Francisco.
Magari tra santi si intendono, si disse, uscendo anche lei dall’azienda.
Il centro storico di Piane di Petrella si trovava a due curve in salita dalla strada provinciale. Il cartello di benvenuto tradotto in varie lingue riportava la scritta PIANE DI PETRELLA UNO DEI BORGHI PIÙ BELLI D’ITALIA.
Scesa dalla Mini, Giulia cominciò a percorrere il chilometro in discesa che separava il parcheggio dalla piazza principale. Sulla sommità delle mura di cinta sventolavano bandiere e araldi dai colori sfarzosi che conferivano all’antico borgo medievale un clima di festa e allegria, mentre in lontananza risuonava un ritmo crescente di tamburi e squilli di trombe.
La celebrazione di San Crispiero sembrava a tutti gli effetti una rievocazione storica, con persone che sfilavano in costumi d’epoca e abili sbandieratori. Le viuzze del paese erano gremite di bancarelle e stand gastronomici dai quali si levava uno stuzzicante profumo di specialità tradizionali e genuine.
Giulia non riusciva a immaginare che in un paese così piccolo si potesse riversare quel fiume di gente accorsa da ogni dove per prendere parte alla celebrazione del patrono.
I suoi occhi scivolarono sulla torre dell’orologio e sul campanile della basilica, poi sulle esplosioni floreali affacciate dai minuscoli balconi, e si accorse che a pochi passi dalla piazza, intorno a una lunga tavola di legno, sedeva un nutrito gruppo di suoi operai. Un po’ stordita dall’atmosfera folkloristico-popolare, piuttosto diversa da quella degli aperitivi vista Duomo che era abituata a frequentare, Giulia decise di avvicinarsi a loro. Quando li raggiunse accennò a un timido saluto con la mano. Qualcuno prese a fissarla sospettoso, domandandosi cosa fosse venuta a fare la loro responsabile.
«Ho deciso di prendermi il pomeriggio libero anch’io» affermò, sentendosi in dovere di giustificare la propria presenza.
«Qui non siamo in azienda, quindi niente rotture di scatole, chiaro?» disse il tagliatore che qualche giorno prima le aveva puntato contro un punteruolo.
«Vi garantisco che sono qui per prendere parte ai festeggiamenti» lo rassicurò lei aggiungendo un sorriso di circostanza.
«Allora, se vuole qui c’è ancora posto» la invitò un operaio.
L’umore dei suoi dipendenti era particolarmente euforico, e le loro guance stavano diventando dello stesso colore del vino delle caraffe appoggiate sul tavolo.
Il più attempato di loro fece per versarle da bere.
«La ringrazio, ma meglio di no» rifiutò lei coprendo il proprio calice con la mano.
Quel gesto suscitò profondo sgomento tra i commensali, che ripresero a guardarla con diffidenza.
«Ha appena detto che è qui per festeggiare» la rimproverò il suo vicino di posto.
«Sì, è così…»
«E crede di poter mangiare la polenta senza bere del buon rosso piceno?» la ammonì il più corpulento della compagnia.
«Po-polenta? Io veramente non…»
«A San Crispiero si mangia e beve un giorno intero!» la interruppe un altro concludendo con una sonora risata.
Ricordandosi che l’unico motivo per il quale si era recata a quella festa era capire la mentalità dei suoi dipendenti, senza opporre resistenza Giulia liberò il bicchiere, che in meno di trenta secondi si riempi fino al bordo del nettare rosso.
«E ora, alla goccia!» esclamarono tutti all’unisono, svuotando il calice in un solo sorso.
Davanti a quel gesto Giulia rimase esterrefatta, e fu ancora più sconvolta quando li vide riempire i calici per la seconda volta.
«Deve fare come noi» la incoraggiò uno dei presenti.
«Sono abituata a bere a piccoli sorsi, grazie.»
«Alla goccia, dottoressa!» esclamarono tutti in coro.
Sotto il peso di quella ventina di occhi puntati su di lei, Giulia si portò timidamente il bicchiere alle labbra, prese un piccolo assaggio ma si accorse che il suo pubblico non era affatto soddisfatto, così alzò il gomito e ingollò tutto il contenuto ottenendo l’applauso dei presenti.
Il liquido le bruciò prepotentemente in gola, una vampata di calore le risalì lungo l’esofago e le infiammò le guance.
Al termine di quel gesto eroico una donna robusta si avvicinò a loro e rovesciò il contenuto di un pentolone su tutta la lunghezza del tavolo. D’istinto Giulia balzò sulla panca, timorosa di essere investita da quell’ondata gialla oro, densa e bollente.
«Le p...