Signori, si cambia
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Signori, si cambia

In viaggio sui treni della vita

  1. 224 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Signori, si cambia

In viaggio sui treni della vita

Informazioni su questo libro

Il viaggio più affascinante è un viaggio antico, graduale, privato e sociale insieme: il viaggio in treno. I treni sono teatri, caffè, bazar. L'unico talk-show che non conosce crisi è quello che si replica quotidianamente sulle rotaie. La confidenza genera libertà: ci ha messo insieme il caso, ci dividerà una stazione. I treni aiutano a pensare. Tutti i grandi viaggi - dai pellegrinaggi cattolici al Grand Tour, dalla prima partenza con gli amici al viaggio di nozze - sono, in fondo, una scoperta di se stessi: il panorama che c'interessa sta dentro di noi. Il treno esenta da responsabilità, consente di restare passivi senza sentirsi pigri. Possiamo lavorare e riposare. Possiamo parlare, quando siamo stanchi di leggere. E sognare, quando siamo stanchi di parlare. L'autore ha un nome per tutto questo: la terapia dei binari. Dopo il bestseller La vita è un viaggio Beppe Severgnini ci conduce attraverso gli USA dall'Atlantico al Pacifico (due volte, passando da nord e passando da sud); segue le rotaie da Mosca a Lisbona; taglia l'Europa in verticale (da Berlino a Palermo) e l'Australia in orizzontale (da Sydney a Perth). Tra tutti - confessa - il viaggio più emozionante e istruttivo è quello che apre il volume. Gli USA attraversati col figlio ventenne, Antonio. Da Washington DC a Washington State, 8.000 km in treno, in bus, in automobile. "Un figlio, un papà e l'America: e nessun altro che disturba."

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2015
Print ISBN
9788817084994
eBook ISBN
9788858682791
Categoria
Viaggi

1

Da Washington a Washington

Da Washington a Washington

Con Antonio attraverso l’America

Non sono io che lo porto in giro.
È lui che porta in giro me.
Robert M. Pirsig,
Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta

Gli europei non abitano più qui

La casa è di legno bianco e guarda verso occidente. Ha una porta verniciata di nero, un ventaglio scolpito sopra e tre finestre con le imposte inchiodate alla facciata, nel caso qualche europeo pudico pensasse, la sera, di chiuderle.
Non c’è pericolo, ormai. Gli europei non abitano più qui.
Siamo partiti nel 1995, una mattina di maggio, dopo aver tenuto una yard-sale che ha divertito i vicini e un trasloco che ha fatto arrabbiare la moglie del senatore del Montana («Spostate quel furgone! Sono la moglie del senatore del Montana!»). Abbiamo messo quel che restava del nostro arredamento in un parallelepipedo di legno, ci abbiamo scritto sopra l’indirizzo del mittente (1513, 34st NW, Washington D.C., USA) e quello del destinatario (Crema, Italia). Svuotata e dipinta di verde, arieggiata con porta e finestre, munita di tegole, la cassa è finita in fondo al giardino, sotto la quercia e i platani. Una perfetta casa per i giochi dei bambini.
Ma il bambino di Georgetown, adesso, ha compiuto vent’anni; non troverebbe dignitoso portarci la ragazza, anche se noi genitori lo troveremmo romantico. La cassa del trasloco, non più utilizzata, prende sole e pioggia nella pianura lombarda. Dico queste cose ad Antonio, che non mi ascolta. Sta guardando la casa americana dov’è stato bambino, più divertito che commosso. «Me la ricordavo più grande» dice, dimenticando che allora era più piccolo.
Sera di giugno, foglie verdi e cielo azzurro: Georgetown, in questa stagione, dà il meglio di sé. Tentiamo di replicare una fotografia scattata nel 1995 proprio qui, sul marciapiede davanti casa; papà accovacciato, Antonio in piedi con un pallone tra le mani. La differenza è che, allora, piegato sulle ginocchia, ero più alto di lui; oggi gli arrivo al fianco. I nuovi proprietari, Griff e Kathleen Jenkins, ci osservano divertiti. Lui si aggira con la cesoia per la via, e la adopera con foga, affinché nessun ramo americano disturbi la fotografia degli italiani.
Siamo diventati amici, negli anni. La famiglia Jenkins – papà, mamma, due figlie ormai adolescenti – ha sopportato con garbo il flusso di lettori arrivati a vedere la casa di cui avevano letto. Affinché i visitatori non avessero dubbi sull’indirizzo, ed evitassero di suonare il campanello, hanno avvitato alla porta una targhetta di ottone col titolo del libro che racconta la nostra vita dietro quelle finestre: Un italiano in America. Antonio ride. «Complimenti! Pensavo che per avere una targa d’ottone uno dovesse esser morto.»
La casa di legno bianco al numero 1513 della 34esima strada – senso unico in discesa, oggi come allora – è stata rimodernata, ma non stravolta. Il pianterreno, dove giocavamo a calcio sul pavimento di legno usando il camino come porta, è rimasto luminoso. Il piano interrato, che comprende cucina e sala da pranzo, ricorda ancora un rifugio antiatomico. Usciamo nel giardino sul retro. Tutto regolare. L’albero dai fiori bianchi è al suo posto, la magnolia scarica foglie nella proprietà dei vicini, il putto di cemento continua a farsi largo tra le rose. Ce l’ha messa tutta, sono sicuro: ma in vent’anni non è diventato antico. Solo più vecchio, non necessariamente più saggio. Come noi e come l’America, che è tempo di andare a controllare.
L’idea è di viaggiare da Washington D.C. allo Stato di Washington, via terra, passando da sud. In treno, ma non solo. Una curva americana lunga ottomila chilometri che passa da Atlanta, New Orleans, Dallas, Flagstaff, Tucson, San Diego, Los Angeles, San Francisco. Punto d’arrivo: Seattle. Un viaggio col figlio per scoprire il gusto di lasciar decidere il figlio. L’ha sempre fatto, a dire il vero, ma adesso è ufficiale.
Perché non c’è dubbio: Antonio ha idee precise. Per esempio, ha posto questa condizione: restare almeno due giorni a Washington D.C., in un certo hotel vicino a Dupont Circle. Ufficialmente, per riprendersi dal volo transatlantico e dal jet-lag. Di fatto, perché vuole la colazione in camera e sa che, sui treni Amtrak, se la può scordare.
***
Washington D.C. è un equivoco verde e geometrico che accomuna turisti americani e stranieri. Quindici milioni all’anno, per l’esattezza. Arrivano e pensano di trovare una città monumentale, transitoria e artificiale, costruita dalla politica per la politica, scollegata dal resto del Paese. È una sciocchezza. Washington D.C. rappresenta l’America più di New York e Los Angeles, che sono pezzi unici e irriproducibili. La Casa Bianca è una; le case bianche, come la nostra, sono molte e vivaci. Fin troppo, spesso.
Washington è una città mescolata, fantasiosa, torrida d’estate, gelida d’inverno, magica in primavera, energica d’autunno. Una città strana: un centro di potere che può poco. Non è rappresentata al Congresso – riservato agli Stati, e il Distretto di Columbia non lo è – e la cosa irrita i residenti, che pagano le tasse come tutti gli altri americani. Da quest’anno le targhe delle automobili portano la scritta polemica «Taxation without representation», tassazione senza rappresentanza. Una variazione allo slogan della rivoluzione americana («No taxation without representation»). I coloni, a metà del XVIII secolo, protestavano perché subivano l’imposizione fiscale da Londra, senza poter influire sulle decisioni. I residenti, all’inizio del XXI secolo, si lamentano perché subiscono l’imposizione fiscale federale, e non hanno voce in capitolo.
Washington è una città di confine: è il Sud del Nord e il Nord del Sud. Un posto dove i bianchi sono la minoranza, le piante crescono rigogliose e molte abitazioni hanno una veranda. Le classiche guide WPA – una serie sugli Stati americani pubblicata tra il 1937 e il 1945, sotto gli auspici del Federal Writers’ Project – avvertivano i visitatori: «A Washington troverete un’indolente cadenza del Sud e incontrerete l’ammirevole, sebbene irritante, caratteristica meridionale: l’avversione innata a preoccuparsi e affrettarsi».
Be’, non è più così. Da molti anni la capitale è ansiosa, spiccia e formale, come il resto delle città d’America quando si tratta di lavorare. Anche in una giornata come questa. Il caldo è feroce, l’umidità opprimente. Antonio mi guarda e non dice niente: dove mi hai portato? lascia intendere il suo passo strascicato. Sotto un cielo color vetro sporco, uomini con la cravatta e donne in tailleur si muovono come le palline dentro un flipper: cercano di fare più punti possibile prima di sparire in un luogo tranquillo. Magari con l’aria condizionata, che nei flipper non c’è.
Entriamo, spinti da una combinazione di soffocamento e senso civico, al Newseum, dove l’America si racconta come vorrebbe essere: eroica e coerente, con qualche tocco di generosa follia. Passiamo vicino alla sede della FBI. Per decorare le palizzate che proteggono i lavori in corso, utilizzano le frasi celebri dei Presidenti: in ordine cronologico, senza giudizi. Saliamo a Capitol Hill, scendiamo sulla Mall e, stremati, ci ricordiamo improvvisamente ciò che dovremmo sapere, avendo vissuto qui: in America non si passeggia, si va e si torna.
Ci rifugiamo da Charlie Palmer, un ristorante frequentato da membri del Congresso. Luogo austero e servizio ospedaliero, se non fosse per il colore: mogano, non verde. Antonio – sudato, assonnato e decisamente polemico – vuole un hamburger con le patatine. Il capocameriere in uniforme lo guarda come un gondoliere veneziano guarderebbe un agente immobiliare di Richmond, Virginia, mentre scatta fotografie sul Canal Grande. Io guardo il capocameriere. Gli spiego che, davanti all’appetito di un ventenne col jet-lag, deve arrendersi. Sorride, e arriva con l’hamburger.
Prendiamo un taxi, puntiamo verso Dupont Circle, restiamo bloccati dalla Pride Parade. La circostanza non entusiasma il taxista somalo, che interrompe la fitta conversazione al cellulare per lanciare accidenti in una lingua non identificata. Antonio, improvvisamente sveglio, inizia a rivolgermi domande difficili.
– Perché le strade sono piene di gente seminuda ed è scandaloso mostrare un seno in televisione? Ti ricordi quella volta al SuperBowl?
– Cosa vuol dire Dykes on Bikes?
– Perché D.C. Eagle porta solo un gonnellino di pelle nera, e nient’altro?
– Perché quel sacerdote è nel corteo?
E poi, in albergo:
– Perché quel tipo in calzamaglia, sull’ascensore, ci ha offerto preservativi in omaggio, ma non posso ordinare una birra?
Vigliaccamente, tornati nella cafeteria dell’albergo, gli suggerisco di chiederlo alla cameriera, che ha l’aria di essere sua coetanea; ma Antonio, mentendo, sostiene che il suo inglese è insufficiente. La ragazza, comunque, è loquace. Racconta che la Pride Parade porta confusione e clienti; ma il suo salario va in tasse, 700 dollari ogni quindici giorni. Il guadagno sono le mance. Quindi, se la mancia è generosa, meglio. Con gli stranieri, lascia intendere, è preferibile esser chiari. Porta una minigonna microscopica e non sembra interessata al mondo che la circonda; né gli americani presenti alle sue gambe, a dire il vero.
Usciamo, entriamo da Kramerbooks a comprare l’atlante stradale Rand McNally, poi scendiamo per la 16esima strada – quella che un tempo divideva il mondo dei bianchi da tutto il resto – fino a Pennsylvania Avenue. Tavolini all’aperto, biciclette appoggiate ai muri, gente che chiacchiera. Washington D.C. sembra aver capito quello che vent’anni fa ignorava: nessuna legge vieta di rallentare il passo, nessun regolamento impedisce di fermarsi con gli amici per strada.
***
Union Station è cambiata, dal 1995. L’amore statunitense per le procedure, no. Occorre aspettare insieme nello stesso posto; entrare tutti nello stesso momento; attendere il turno per essere accompagnati al binario con un veicolo elettrico. Il conducente con l’uniforme scarlatta – un’età indefinibile, un entusiasmo inspiegabile – guida e grida come se gareggiasse in un rodeo. Ci scarica davanti al binario J25, treno n.19, destinazione New Orleans. Augura buon viaggio e riparte, pronto a ripetere lo show con i prossimi passeggeri.
Prendiamo possesso della cuccetta, che è un concentrato di fantasie meccaniche americane: un lavabo che scompare e diventa un gradino, per esempio. Dobbiamo trovare posto per ogni cosa. Trascorreremo su questo treno poco più di ventiquattro ore, ma non possiamo passarle con le rotelle del trolley sul collo. Mostro ad Antonio Viaggio con Charley, di John Steinbeck, che mi sono portato dall’Italia. Lo apro, cerco la pagina e leggo:
Quando stesi il programma del mio viaggio c’erano domande precise a cui occorrevano adeguate risposte. Non mi sembrava che vi fossero domande impossibili. A me pare che vi fosse un’unica domanda che riassumeva tutto: «Come sono fatti gli americani, oggi?».
Antonio risponde: «Sono più bassi di noi, evidentemente. Almeno quelli che viaggiano in treno: perché io, in questa cuccetta, non entro». Altri commenti?, domando. Lui osserva la copertina. «Il tuo scrittore viaggiava con un cane che, per farsi capire, abbaiava o scodinzolava. Io sono tuo figlio, e ti segnalo che sei seduto sul mio zainetto.»
Ho il sospetto che il ragazzo non leggerà il libro, ma lo ha già commentato. Da grande potrebbe fare il critico letterario.
Partiamo.

Treno della notte per New Orleans

Il nostro treno si chiama Crescent, perché nella fantasia ferroviaria americana l’itinerario – da New York a New Orleans – descrive una falce di luna. Ha lasciato Manhattan/Penn Station alle 14.15. Si è fermato, dopo 91 miglia, a Filadelfia; è ripartito alle 15.55. Dopo 94 miglia è giunto a Baltimora, che ha lasciato alle 17.14. Dopo 40 miglia è arrivato a Washington D.C./Union Station, da dove è ripartito alle 18.30, con due italiani a bordo. Uno più anziano, euforico. Uno più giovane, perplesso.
Il treno dovrebbe arrivare a Charlotte, North Carolina, stanotte alle 2.20. Ad Atlanta, Georgia, domattina alle 8.13. A Birmingham, Alabama, alle 10.23. Infine, New Orleans. Arrivo previsto alle 19.32, dopo 1377 miglia, pari a 2200 chilometri.
Sono certo degli orari e delle distanze perché Amtrak ha disseminato i vagoni di pieghevoli che danno indicazioni sul viaggio. L’amore per i numeri è soddisfatto, la comodità – un altro comandamento nazionale – un po’ meno. Amtrak rappresenta l’altra America, quella pratica e spartana; non quella funzionale, innovativa ed esteticamente impeccabile. Tra il nostro treno e un prodotto Apple l’unica cosa in comune è il colore: l’argento lucido che ricorda le vecchie caravans e il bancone dei diners. I posti dove la nazione ama specchiarsi, e ricordare com’era.
Le Scenic Highlights segnalate ai passeggeri sono tre:
Vibrant Northeast cityscapes (ovvero: il treno attraverserà le periferie disordinate di alcune grandi città).
Blue Ridge foothills (il treno non salirà in montagna, ma i monti si potranno vedere dai finestrini).
Louisiana Bayou country (il treno attraverserà i terreni paludosi della Louisiana).
Considerato il violento temporale in corso, e gli altri che si annunciano, quest’ultimo sarà un passaggio particolarmente umido in un viaggio bagnato. Ma – dice Antonio – nessun treno è mai naufragato, quindi andiamo bene.
Il biglietto recita: Car 1911/Room 008. Car, nell’inglese d’America, vuol dire carrozza (in Inghilterra si direbbe carriage). Room, in questo caso, significa cuccetta. Chiamarla stanza, in effetti, sarebbe troppo. È larga un metro e lunga due. I sedili inferiori, distesi, diventano un letto; il letto superiore si sgancia dalla parete. Ma Antonio non si lamenta: sceglie subito il posto sotto, adducendo vertigini che non ha, e comincia a giocare con l’iPhone. Gli dico, dall’alto: guarda l’America là fuori. Mi risponde, dal basso: dove stiamo andando? Inorgoglito, spiego: gli Stati del Sud, la segregazione, i diritti civili, il jazz, la rivoluzione dell’aria condizionata. Mi ascolta in silenzio. Troppo. Mi sporgo: dorme.
Il Crescent avanza nella pioggia. Lento, ma con ammirevole determinazione.
Quattro matrone settantenni, nelle cuccette vicine, ridono felici, scambiandosi avventure di viaggio attraverso il corridoio.
***
Siamo in ritardo per il breakfast, servito nella dining car. Ma la cameriera, amichevole e monumentale, mi perdona: «What would you like, honey?». Non vuol dire «Cosa vuoi, miele? (o magari marmellata?)», bensì «Cosa vuoi, dolcezza?». Mi piace l’entusiasmo delle cameriere americane vecchia scuola. Le nuove arrivate, spes...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Dedica
  5. La terapia dei binari
  6. 1. Da Washington a Washington
  7. 2. Da Trieste a Trapani
  8. 3. Da Berlino a Palermo
  9. 4. Da Mosca a Lisbona
  10. 5. Da Sydney a Perth
  11. 6. Dall’Atlantico al Pacifico
  12. Equipaggiamento
  13. Ringraziamenti

Domande frequenti

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