L'ultimo nato della covata era tanto, tanto diverso dai suoi fratelli. Tutti lo maltrattavano, e alla fine rimase solo. Ma dopo un lungo, terribile inverno le cose cambiarono per sempre...

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Una comare anatra passò di lì per una visita.
«Come va?» chiese alla giovane mamma.
L’anatra rispose: «Quest’uovo non vuole aprirsi.
Guarda invece gli altri anatroccoli: sono belli e sani e assomigliano tutti al padre.»
«Figliola, fammi vedere l’uovo che non vuole rompersi: io me ne intendo di queste cose. Uh, somiglia tanto a un uovo di tacchino. Ti consiglio di lasciar perdere e badare ai nuovi nati.»
«Ma io desidero covarlo ancora un po’. Fatto trenta, faccio trentuno.»
«Fa un po’ come ti pare» disse la vecchia anatra, seccata, e se ne andò.
Finalmente, dopo tanta attesa, l’uovo si ruppe e ne uscì un pulcino grosso, ricoperto di peluria grigia.


“Certo, non assomiglia per niente ai suoi fratelli” pensò mamma anatra, osservandolo. “Non sarà sul serio un tacchinello? Be’, lo porto allo stagno. Lo voglio vedere in acqua, insieme agli altri.”
Il giorno dopo la famigliola andò allo stagno.
Mamma anatra apriva la fila, seguita dagli anatroccoli pigolanti.
Per ultimo veniva l’ultimo nato.
«Qua qua qua!» ordinò mamma anatra e, uno dopo l’altro, plof, plof, plof! gli anatroccoli si gettarono in acqua. Dopo qualche esitazione, galleggiavano tutti che era un piacere.
«Guarda come nuotano: e l’ultimo è ancor più bravo dei suoi fratelli! Meno male, questo mi solleva da ogni dubbio.
Almeno so che non è un tacchino» disse l’anatra soddisfatta.

Mamma anatra decise allora che era venuto il momento di mostrare al mondo i suoi anatroccoli.
«Seguitemi, piccoli. Vi voglio presentare agli abitanti del pollaio.
Mi raccomando, state su dritti e non incrociate le zampe.
E soprattutto, ricordatevi di fare un bell’inchino all’anatra più vecchia.»
Nel pollaio abitava una vecchia anatra spagnola, rispettata da animali e uomini. Come segno distintivo della sua nobiltà portava una fascia rossa legata alla zampa destra. Tutti nel pollaio la servivano e la riverivano.
Gli anatroccoli passarono davanti alla grossa dama e si inchinarono.
«Belli, i tuoi anatrini. A parte quello grosso laggiù: sembra proprio riuscito male» sentenziò la vecchia anatra.
«È uscito tardi dall’uovo, ma dovete vedere come nuota bene!
Ed è tanto buono» lo difese mamma anatra. «Crescendo diventerà come gli altri, è sicuro. E poi è un maschio sano e robusto: ne farà di strada.»


Ma il brutto anatroccolo diventò ben presto il bersaglio di scherzi e insulti da parte di tutti. Le galline lo beccavano sulla testa e un tacchino lo prese perfino a zampate.
E poi ci si misero anche i fratelli e la madre. Stanca di sentir parlare male di quel suo sgraziato figliolo, gli disse: «Come vorrei che tu te ne andassi lontano da qui!»
Strapazzato da tutti, con la tristezza nel cuore, il povero brutto anatroccolo decise di fuggire. Prese la rincorsa, batté le ali e in un goffo tentativo di volare ruzzolò fuori dal pollaio. Al suo passaggio gli uccellini presero il volo, impauriti. Lui, poverino, convinto che si fossero spaventati alla sua vista, corse e corse e corse finché non si sentì troppo stanco per continuare.



Fu così che ...
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- Il brutto anatroccolo
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