Cartoline dalla terra di nessuno
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Cartoline dalla terra di nessuno

  1. 480 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Cartoline dalla terra di nessuno

Informazioni su questo libro

Può il caso mutare il corso della nostra esistenza? Jacob, diciassettenne inglese, parte per Amsterdam al posto della nonna, bloccata a casa da una gamba rotta. Scopo del viaggio: partecipare alla commemorazione della battaglia di Arnhem, combattuta dal nonno cinquant'anni prima. Ma la cerimonia diventa il pretesto per la scoperta di una nuova vita, che affonda le sue radici in un passato sconosciuto. In una Amsterdam divisa fra tradizioni senza tempo e modernità, Jacob scoprirà che cosa significa amare. In ogni senso. "L'amore non si misura. Non è che ne abbiamo ciascuno una scorta limitata da dare a una sola persona per volta. O che abbiamo un particolare tipo di amore destinato a una sola persona in tutta la vita. È ridicolo anche s olo pensarlo."

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2014
Print ISBN
9788817073684

CARTOLINA

Un ponte troppo lontano.
Tenente Generale F.A.M. Browning
Ho ancora incubi così violenti
che procuro lividi a mia moglie nel nostro letto.
Non mi lamento: ho avuto
quasi cinquant’anni di tempo
più di quei poveri diavoli
sepolti nel cimitero di Oosterbeek.
Al momento era sembrata una buona idea.
Era una scommessa;
a volte si vince, a volte si perde.
Quella la perdemmo.
Sergente di Stato Maggiore Joe Kitchener
Reggimento Piloti Alianti, Battaglia di Arnhem


Domenica 17 settembre 1995
08:00. Filtrando attraverso la foschia di quella che presto si sarebbe rivelata una radiosa e tiepida giornata di fine estate, libera dalla pioggia che era scrosciata sui tre giorni appena passati del suo viaggio in Olanda, la luce riflessa del sole mattutino destò Jacob nella stanza degli ospiti dell’appartamento di Geertrui sull’Oudezijs Kolk ad Amsterdam.
Scendendo di sotto per andare in bagno non vide né udì alcun segno di Daan, che immaginò stesse ancora dormendo dietro il paravento cinese oltre la cucina. Dopo aver fatto la pipì ed essersi dato una sbrigativa lavata, si vestì, finalmente, con abiti suoi: felpa nera, jeans puliti verdeazzurro, calze rosse, e prima di uscire si sarebbe infilato un paio di scarponcini da città Ecco marrone chiaro. Si sentiva più se stesso di quanto gli fosse riuscito da quando era arrivato in Olanda; fece una rapida colazione a base di pane tostato, miele e tè, preparata in una cucina ancora a lui estranea facendo meno rumore possibile per non svegliare Daan e risparmiarsi il suo malumore mattutino. Aveva già abbastanza pensieri per la testa. Le emozioni suscitate da Geertrui il giorno prima si mescolavano con le incognite del programma odierno.
Dopo aver lasciato Geertrui, Daan lo aveva portato a casa dei genitori per recuperare la sua roba, e si erano fermati a mangiare con il signor van Riet. Per buona parte del pranzo, Daan e suo padre avevano discusso questioni di famiglia in olandese, scusandosi con Jacob, ma lui ne era stato lieto: non era dell’umore adatto per discorsi salottieri. La visita a Geertrui lo aveva turbato in un modo che non riusciva a spiegare nemmeno a se stesso.
Tornati ad Amsterdam, Jacob aveva fatto un lungo bagno caldo e trascorso la serata da solo, grato che Daan avesse un appuntamento e che quindi non sarebbe rientrato fino a tardi. Fu un sollievo, dopo la costante compagnia di estranei, poter stare finalmente per conto suo, con i piaceri dell’appartamento tutti per sé. Rovistò fra i libri, ascoltò musica col super sound system, fece zapping tra gli innumerevoli canali televisivi, e di tanto in tanto dava una sbirciata dalle finestre verso la strada, spiando le stanze dell’albergo dall’altra parte del canale. (Sorprendente come tante persone lasciassero le tende aperte, le loro camere illuminate come piccoli palcoscenici su cui si esibivano in attività private. Disfare valigie, svestirsi, dividere il denaro, farsi il trucco, sdraiarsi sul letto con solo la biancheria intima. Daan gli aveva raccontato di aver visto gente fare sesso, sia etero che omo, di una ragazza che ballava nuda per la stanza e altri simili spettacoli. Ma, tipico della sua fortuna, pensò Jacob, tutto quel che vide fuori dell’ordinario fu un uomo di mezza età spropositatamente obeso che, in boxer e canottiera, cercava di tagliarsi le unghie dei piedi e abbandonò il progetto dopo il fallimento di innumerevoli contorsioni per raggiungerle col tronchesino.)
Ma per tutto il tempo e finché non crollò addormentato un bel po’ dopo mezzanotte, Jacob aveva rimuginato sull’ora passata con Geertrui, cercando di mettere un po’ d’ordine tra le sue emozioni dissestate. Quel mattino al risveglio, però, si era ritrovato dentro lo stesso caos tumultuoso.
Dopo colazione lasciò la cucina a passo felpato e attraversando la fredda distesa di maioliche spagnole raggiunse la scaletta di boccaporto e di lì il ponte di manovra e la sua stanza, dove infilò in un sacchetto di plastica con un marchio e la scritta Bijenkorf (alveare: aveva guardato sul dizionario la sera prima) trovato in cucina la sua macchina fotografica Olympia e un giubbotto di PVC che Daan gli aveva prestato in caso di pioggia.
Restavano dieci minuti prima che la signora van Riet venisse a recuperarlo. Avrebbero preso il treno delle 09:32 per Utrecht, dove, lo aveva informato il padre di Daan con meticolosità da contabile, sarebbero arrivati alle 10:00 sul binario 12a, per ripartire sei minuti dopo dal binario 4b su un treno che li avrebbe portati a Oosterbeek per le 10:47, in tempo per raggiungere a piedi il cimitero di guerra entro le 11:00, l’ora fissata per l’inizio della cerimonia.

Domenica 17 settembre 1944, sud dell’Inghilterra
Per le 09:45 di un giorno inizialmente nebbioso ma presto fattosi sereno e assolato, 332 aeroplani della RAF e 143 americani, insieme a 320 alianti che sarebbero stati rimorchiati dagli aerei fino alle zone di lancio, con a bordo un totale di circa 5.700 uomini e il loro equipaggiamento, comprese le jeep e l’artiglieria leggera, erano pronti a decollare da otto campi di aviazione inglesi e quattordici americani sparsi attraverso l’Inghilterra dal Lincolnshire al Dorset per la più imponente operazione paracadutistica mai intrapresa.
Il rimanente del totale di 11.920 uomini che avrebbero partecipato alla battaglia sarebbe entrato in scena in una seconda ondata il giorno dopo, lunedì, lanciandosi nella campagna nei pressi del villaggio di Wolfheze, a tre miglia a ovest di Oosterbeek e sette dal loro obiettivo, l’ora famoso “ponte troppo lontano” che congiungeva le due sponde del Basso Reno nel centro di Arnhem, a venti chilometri dal confine con la Germania.

Soldato semplice James Sims, anni 19, Compagnia ‘S’, 2° Battaglione del Reggimento paracadutisti, 1° Divisione Aviotrasportata Britannica, Battaglia di Arnhem:
La notte del sabato la maggior parte di noi aveva cercato di rilassarsi; alcuni giocarono a football, altri a freccette. Alcuni lessero e altri scrissero lettere. Io andai nella dispensa a sedermi con i piedi appoggiati sulla stufa spenta. Il gatto mi saltò in braccio e fece le fusa soddisfatto mentre lo grattavo dietro le orecchie. Uno degli uomini della Compagnia C mi mostrò un opuscolo religioso che aveva appena ricevuto in un pacco spedito da casa. C’era sopra la figura di un mulino a vento con le parole “Disperso nello Zuider Zee”. Pensò che fosse un cattivo presagio [perché l’imminente operazione era segreta]. Alla fine andammo a dormire e riposai sorprendentemente bene.
La domenica cominciò come qualunque altro giorno, a parte un certo sfarfallio nello stomaco. «Fate una bella colazione» ci dissero, «non si sa quando farete il vostro prossimo pasto…»
Io e il giovane Geordie fummo invitati a prepararci. Poiché non eravamo nel battaglione da molto tempo, eravamo stati designati come trasportatori di bombe. A ciascuno di noi era stata affidata un’imbragatura con sei granate da mortaio da dieci libbre [4,5 Kg] da portare a destinazione. Ci avevano fornito denaro di occupazione olandese, cartine geografiche, sega, pala e piccone, caricatore da quaranta cartucce .303 per il fucile mitragliatore, due granate .36, una granata anticarro, una bomba al fosforo, in aggiunta al fucile che già avevamo. [Sims, pp. 50-1]
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Maggiore Geoffrey Powell, comandante della Compagnia “C”, 156° battaglione Paracadutisti, 4° Brigata Paracadutisti, partito con la seconda ondata.
Poi ci fu il consueto daffare con la bardatura per il lancio. Sopra la divisa da combattimento e il giubbotto dell’aviazione già indossavo l’equipaggiamento completo: lo zaino con mappe, torcia e ammennicoli vari; maschera antigas, borraccia d’acqua e bussola; fondina della pistola e custodia delle munizioni; e sul petto le due bandoliere con le giberne zeppe di caricatori per lo Sten [pistola mitragliatrice] e granate a mano. Poi mi agganciai di traverso sullo stomaco il marsupio, in cui erano stipate razioni concentrate per due giorni, la gavetta, calzettoni di ricambio, kit igienico, maglione, una tazza di latta, e in cima a tutto una granata anticarro Hawking. Appeso al collo portavo il binocolo, mentre una cassetta del pronto soccorso, una siringa di morfina e un basco rosso erano infilati nelle tasche del giubbotto. Quindi mi infagottai in un giaccone denim per tenere al loro posto tutti gli accessori ed evitare che le corde del paracadute si impigliassero nelle molte protuberanze. Sopra a tutto questo andò una cintura di salvataggio – in gergo, Mae West –, una rete mimetica intorno al collo, e l’elmetto di acciaio da paracadutista coperto di rete. Poi mi assicurai alla gamba destra un’ampia sacca con una pistola mitragliatrice Sten, una radio ricetrasmittente, e un piccolo attrezzo per scavare trincee; un moschettone a sganciamento rapido consentiva di calare questa borsa a mezz’aria in modo che penzolasse appesa a una cordicella e toccasse terra prima di me. Infine il soldato semplice Harrison mi aiutò a mettere il paracadute, e io feci lo stesso con lui, dopodiché controllammo ciascuno il comando di apertura del paracadute dell’altro per assicurarci che funzionassero a dovere… Dopo lunghe riflessioni, avevo deciso di concedermi due lussi: un basco rosso, e un libro, l’Oxford Book of English Verse. [Powell, pp. 19-21]

Puntuale, alle nove e quarantacinque precise, la signora van Riet suonò il campanello dell’appartamento di sua madre. Jacob prese la borsa con la scritta Bijenkorf, scese dalla ripida scaletta di boccaporto sulle maioliche spagnole e col passo appesantito dagli scarponcini da città marciò verso l’ingresso, fermandosi a controllare il proprio aspetto allo specchio sulla parete vicino alla porta. Stava per uscire quando sentì Daan chiamarlo dal letto dietro il paravento.
«Passa una buona giornata» gli disse, e Jacob credette di cogliere una nota sarcastica nell’augurio. Poi, in tono decisamente beffardo: «E tanti saluti a mia madre.»
Seguì una sonnolenta voce femminile che Jacob non conosceva: «Tot ziens, inglese.»
Automaticamente, Jacob rispose: «Ci vediamo.» Per le tre rampe di scale fino in strada la compagna di letto di Daan solleticò la sua curiosità.
La signora van Riet stava aspettando sul rudimentale stoep, i corti capelli grigi intonati al grigio di una giacca a tre quarti con il cappuccio portata aperta sopra un vestito al polpaccio di lino stampato a motivi astratti giocati su sfumature di grigio e di azzurro scuro. Completavano la tenuta una borsa a tracolla di pelle marrone chiaro, della stessa tonalità degli scarponcini di Jacob, e robuste scarpe da passeggio marrone scuro. Aveva l’aria stanca, ma lo accolse con un sorriso, incollandosi in faccia un’espressione contenta che Jacob riconobbe dal tempo in cui sua madre era malata prima dell’operazione. Fare buon viso a cattiva sorte, lo chiamava Sarah. Istantaneamente si sentì in colpa e desiderò di fare qualunque cosa potesse per assecondarla e farsi perdonare di esserle di peso.
Si scambiarono un buongiorno e una stretta di mano con un certo formalismo che Jacob trovò un po’ antiquato ma comunque piacevole. Di nuovo, come ogni volta che aveva incontrato la signora van Riet, ebbe la sensazione che ci fosse una certa diffidenza da parte sua. O forse, decise mentre si avviavano, era soltanto timida. Non, quindi, come sua madre o suo figlio, né, del resto, come il suo loquace marito. L’idea gliela rese subito più simpatica, come succede spesso quando si scoprono in qualcun altro le proprie imbarazzanti debolezze.
«So che mio figlio» disse la signora van Riet «non è tipo da occuparsi di te come dovrebbe. Preferirei che tu stessi con me.»
Timida, forse, ma piuttosto diretta.
«Non si preoccupi, va tutto bene. Tra l’altro, l’appartamento è molto bello.»
«Sì, l’appartamento di mia madre è, diciamo, insolito. Ma il modo di vivere di mio figlio… Be’, basta che non ti trascuri troppo. Suppongo che essendo giovane tu capisca più di quanto io approvi. Sono molto conservatrice, dice mio figlio.» Una breve pausa. «Ma in qualunque momento tu decidessi di tornare da noi a Haarlem, sarai il benvenuto.»
«La ringrazio, ma davvero, sono a posto. Daan è stato molto carino con me. Mi ci trovo bene.»
«Mi sento responsabile verso la tua famiglia.»
«Ho diciassette anni, signora van Riet, quasi diciotto. Posso cavarmela, sul serio. Ma le sono grato del suo interessamento.»
«Sarebbe più semplice se mi chiamassi Tessel, se ti va.»
«Sì. Grazie.»
Attraversarono Prins Hendrikkade al punto di incontro con la stazione, troppo occupati a guardare i semafori e schivare il traffico, specialmente i tram e gli autobus e le biciclette che arrivavano da tutte le parti, oltre alle fiumane di gente, per sostenere un qualunque genere di conversazione. Il piazzale era anche più affollato del giorno prima. A bloccarne il centro, un fitto capannello di persone circondava un sestetto di musicisti di strada in costume nazionale (peruviani?) che suonavano un motivo vivace con flauti di Pan in legno e tozzi tamburi. Dentro, l’atrio era una mischia di viaggiatori della domenica. Tessel guidò Jacob direttamente al loro binario.
«Ho comprato i biglietti strada facendo» disse, e gliene tese uno. «Meglio che tu tenga il tuo, nel caso ci separassimo per qualunque motivo.» Gli scoccò un sorriso. «Attento ai borseggiatori!» E al pensiero strinse un po’ di più la borsa contro il fianco.
Arrivati al binario con qualche minuto di anticipo, Tessel disse: «Hai sentito dei vecchi soldati che ieri si sono lanciati col paracadute?»
«No.»
«Molti degli uomini sopravvissuti alla battaglia. L’ho letto sul giornale stamattina. Si sono lanciati ieri sugli stessi campi in cui atterrarono nel ’44. Ma ci pensi? Quasi tutti ultrasettantenni. Volevano farlo l’anno scorso per il cinquantenario, ma il tempo era troppo brutto. Così invece lo hanno fatto ieri. Per sicurezza, ognuno di loro era attaccato a un soldato giovane.»
«Stupefacente!»
«Vero? Mi pare che l’articolo dicesse che uno di loro aveva ottant’anni.» Rise. «E uno ha chiesto se doveva togliersi la dentiera per non rischiare di inghiottirla atterrando.»
Rise anche Jacob. «E sono arrivati giù interi, dentiera e tutto?»
«Così sembra. Quando l’ho detto a mia madre stamattina al telefono, ha detto che avrebbe voluto essere lì a vedere.»
«Forse le sarebbe piaciuto lanciarsi anche lei.»
«Oh, di sicuro. Vedo che hai già capito il tipo.»
«Mi ricorda Sarah. È quello che avrebbe detto lei.»
«Mia madre li ha visti venire giù il giorno in cui è cominciata la battaglia. Te lo ha detto?»
«No.»
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«Mi sorprende.»
In quel momento arrivò il loro treno.
Una volta seduti fianco a fianco in un vagone pieno, Tessel continuò come se la loro conversazione non fosse stata interrotta.
«Le piace raccontare quella storia. L’ho sentita un’infinità di volte da quando ero bambina.»
«Veramente non abbiamo parlato della guerra.»
«Credevo di sì. Dopo che te ne sei andato, Geertrui è stata piuttosto sulle sue. Non ha detto una parola a proposito della tua visita.»
Il commento era sostanzialmente una domanda.
«Lei… sua madre…»
«Geertrui.»
«Sì, Geertrui. Mi spiace, non so pronunciarlo molto bene.»
«Sarebbe il vostro Gertrude.»
«Già, Gertrude. La madre di Amleto.» Ritentò e fallì di nuovo, ma stavolta con più onore.
Si scambiarono un sorriso per la sua incapacità di venire a patti con il gargarismo della g olandese e il suono gutturale del rui.
Il treno partì.
Quando furono fuori dalla stazione, Jacob disse: «Mi ha chiesto come mai vivo con mia nonna. Credo di essermi dilungato troppo. Non è rimasto tempo per molto altro. Ero un po’ nervoso, se devo essere onesto.»
«La mamma fa a molti questo effetto. Anche le infermiere: le sono affezionate, ma ne hanno un po’ soggezione. E ti confesso che a volte capita perfino a me.»
«Mi ha chiesto di tornare a trovarla domani. Forse mi parlerà allora della battaglia.»
Sentì Tessel irrigidirsi accanto a lui. Ma stando seduti vicini, uno contro l’altro, era un problema voltarsi a guardarla in faccia per controllare la sua reazione senza sembrare sgarbato.
«Questo è un momento molto difficile per noi» gli disse. «Lo capisci?»
«Sì.»
«Geertrui è una persona molto...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Dedica
  4. CARTOLINA
  5. Geertrui
  6. CARTOLINA
  7. CARTOLINA
  8. Geertrui
  9. CARTOLINA
  10. Geertrui
  11. CARTOLINA
  12. CARTOLINA
  13. Geertrui
  14. CARTOLINA
  15. CARTOLINA
  16. Geertrui
  17. CARTOLINA
  18. Geertrui
  19. CARTOLINA
  20. Geertrui
  21. CARTOLINA
  22. Geertrui
  23. CARTOLINA
  24. CARTOLINA
  25. CARTOLINA
  26. CARTOLINA
  27. Ringraziamenti